Sardegna e Corsica furono unite fino a gran parte del Pleistocene – periodo compreso tra 2,58 milioni di anni fa e 11.700 anni fa – e collegate a quella che poi divenne l’Europa. Sulle due isole arrivò lo xenocyon, canide della taglia di un lupo, che però una volta confinato lì, a causa della successiva separazione dal continente, dovette adattarsi a prede insulari più piccole e pertanto la selezione naturale lo modificò nel cosiddetto dhole sardo (Cynotherium sardous), noto anche come volpe sarda e pesante una decina di kg e cioè circa la metà dell’attuale dhole asiatico (Cuon alpinus).

Cuon alpinus.

Difatti all’epoca del dhole sardo non esisteva il cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus, discendente dal cervo nobile europeo Cervus elaphus elaphus, e introdotto dall’uomo nell’ultimo periodo dell’età del bronzo e cioè nel 1200-700 a.C.), né il daino (Dama dama, introdotto da fenici e romani in più riprese), il muflone (Ovis aries musimon, introdotto sempre dall’uomo in epoca storica) e il cinghiale sardo (Sus scrofa meridionalis, piccolo – se puro – e discendente da maiali inselvatichiti nel neolitico, introdotti sempre dall’uomo). Insomma, lo xenocyon divenne il dhole sardo a furia di cacciare piccole prede, perché le grandi dimensioni non gli servivano più, anzi erano un danno. Pare si sia infine estinto a causa della presenza umana, anche se a ben pensarci l’ipotesi stride. Perché lui sì e la volpe no?

Comunque sia, cervi, daini, mufloni e cinghiali nelle due isole li introdusse l’uomo perché gli facevano comodo e li si poteva cacciare e mangiare, ma certo a nessuno venne l’idea di introdurre lupi, orsi e linci, ormai separati dal mare e che più che danni alla pastorizia non potevano fare. Ed è per questo motivo che i cani sardi non li hanno mai dovuti affrontare e, cosa importante, non ne sono stati selezionati sul campo in base al concetto che chi osa troppo finisce spacciato. Pertanto i cani sardi, sì coraggiosi ma non selezionati in quel contesto, non vengono praticamente utilizzati in continente dove invece questi predatori  non si sono mai estinti. Non solo, le dimensioni dei cani sardi sono medio-grandi – e raramente di più – perché sono giuste per il loro compito e ambiente e se fossero maggiori non servirebbero.

La caccia al cervo, di Giacinto Satta.

Alcuni appassionati ipotizzano che i cani sardi potrebbero addirittura discendere dal dhole sardo ma ciò non è possibile, anche perché questi predatori avevano più attinenze con il dhole e con il licaone, specie di canidi mai addomesticate dall’uomo. Fra l’altro i cani, discendendo dal lupo, esercitano una grande pressione con le mascelle mentre il dhole sardo, dovendo ormai nutrirsi quasi solo di uccelli e prolaghi (una sorta di conigli dalle orecchie corte ormai estinti), aveva scarsa potenza del morso indicata sia dalla morfologia cranica che mandibolare (Lyras & Vander Geer, 2006; Lyras et al., 2006; Novelli & Palombo, 2007).

A quando possiamo fare risalire la presenza di cani in Sardegna? Senza dubbio molto prima di Cristo, in quanto nel 1991 nell’area urbana di Sassari fu scoperta una grotta con reperti neolitici risalenti alla grande cultura prenuragica di Ozieri (3.200-2.800 a.C.) includenti probabili ossa di cane (il dhole sardo citato sopra risulta essere già estinto all’epoca). Del resto, la domesticazione della capra, e poi della pecora, avvenne in Mesopotamia intorno al 10.000 a.C. e tali animali arrivarono circa nel VII secolo a.C. pure in Europa. E a fianco di capre e pecore c’era già il cane, che divenne da pastore (il cane è il più antico animale addomesticato) e senza il quale la pastorizia non avrebbe avuto luogo. Insomma, quando arrivò questo bestiame in Sardegna, arrivò pure il cane, e forse c’era già.

Si dice che i fenici tra il IX secolo a.C. e il III secolo a.C. abbiano portato con i loro commerci grandi cani in Sardegna (e non solo lì), cosa di cui però non esiste nessuna fonte storica. Bisognerebbe anche capire, considerate le dimensioni risicate delle loro navi, che vantaggio economico ne avrebbero avuto, visto che lo spazio occupato da una gabbia contenente un cane avrebbe avuto un valore ridicolo a paragone di quello di una balla di pelli pregiate o di una cassa di porpora. Grazie al ritrovamento di un relitto affondato nel III secolo a.C. appena fuori Punta Scario (Isola Lunga, Stagnone di Marsala) sappiamo che le loro  gauloi (da cui derivano goletta e galeone), ossia “rotonde” per via del rapporto lunghezza/larghezza di quattro a uno (30 metri per 7), erano stipate al massimo grado e che per di più contenevano 50 rematori per i casi che non ci fosse vento per la vela. Per chiudere questa precisazione, attenzione, le navi fenicie avevano grandi cani sì, ma perché erano raffigurati sulle prue delle loro navi essendo, come pure i cavalli, animali simbolo dei fenici.

Monile cartaginese.

Pare strano che i cartaginesi abbiano invece portato cani da pastore sull’isola, perché per loro doveva essere un unico immenso granaio, tanto che fecero obbligatoriamente disboscare dagli alberi da frutta gran parte della Sardegna, e chi li ripiantava veniva messo a morte. Naturalmente, là dove il terreno non permetteva l’agricoltura, permisero la pastorizia, tassandola pesantemente come facevano un po’ per tutto. L’isola, molto più che la vicina Corsica, un tempo era quasi tutta un’immensa foresta ed era ricchissima di allevamenti bradi di pecore, capre, maiali e vacche (i sardi cavalcavano i buoi come fossero cavalli, che invece erano rari), tanto che Ninfodoro di Siracusa scrisse che era “buona madre di armenti”. Le popolazioni sarde infatti di norma non lavoravano la terra ma si alimentavano soprattutto di carne e latte, cosa che le favorì quando si ritirarono nelle selvagge zone interne per sfuggire alle legioni romane. Nelle aree sottomesse invece la produzione di grano era straordinaria (come del resto in Sicilia), tanto che nel 202 a.C. non solo si riempirono i vecchi granai ma fu necessario costruirne di nuovi per immagazzinarlo.

Chi portò di sicuro i propri cani in Sardegna furono i romani che, dopo essersi sbarazzati con gran fatica dei cartaginesi, cominciarono la sistematica conquista dell’isola con la tipica determinazione. Visto che le popolazioni ribelli – ovviamente dal loro punto di vista, legittimo, erano patrioti – praticavano la guerriglia, rifugiandosi poi in selvaggi luoghi montani in cui era difficilissimo rintracciarli, nel 231 a.C. il console Marco Pomponio Matone impiegò i cani. Secondo un’ipotesi, subito decretata come verità assoluta da fantasiosi appassionati sardi, questi esemplari sarebbero stati non cani da guerra romani (canes pugnaces, progenitori del cane da presa meridionale e quindi del Mastino Napoletano/Cane Corso) ma segugi e pertanto da caccia in quanto i romani li descrivevano come sagaces. Però sagaces significa “attento, accorto, intelligente, di buon fiuto” e non segugio.

Fra l’altro segugio deriva dal latino medievale segusius, probabile voce di origine gallica, e quindi è successivo di parecchi secoli. Un tempo per indicare il cane da caccia si diceva canis venatici e, miratamente per quello tipo segugio, canis furax. Il canis pugnax detto anche bellator o pugnator, in ambito militare (le legioni avevano al seguito tali cani, usati non in battaglia ma nella vigilanza di accampamenti e caposaldi, per la ricerca e individuazione del nemico e per la guardia ai prigionieri) era pertanto più simile quanto a utilizzo – ma non fisicamente – alle odierne razze Pastore Tedesco e Belga. Cani di buon olfatto e ben gestibili, però attenti e accorti, nonché se aizzati pure pronti ad affrontare fisicamente e con ferocia l’avversario. Non solo, questi cani avevano conduttori esperti, ossia gli exploratores, e non semplici legionari. Un esercito di 40.000 uomini ne aveva al seguito circa 200, a cavallo e a piedi. Insomma, i binomi cinofili esistevano anche allora.

Exploratores romano, statuetta odierna.

Fra l’altro,  il console Marco Pomponio Matone non fece nulla di nuovo, poiché i cani venivano già usati per rintracciare il nemico anche in luoghi montani e impervi. Quando Filippo II di Macedonia nel 352 a.C. ampliò i suoi domini verso nord, si scontrò con gli orbeliani, che erano traci della zona del Monte Orbelian, oggi Monte Lekani, in Grecia. Visto che attuavano la guerriglia e si rifugiavano sui monti, li si trovò e batté proprio con i cani. Lo storico romano Polieno scrisse in greco (in Stratagemmi, libro 4, capitolo 2, 16): “Il paese dei Orbeliani, che Filippo aveva invaso, era aspro e scosceso, e coperto di foreste. I barbari si erano nascosti nel folto, dove Filippo, straniero di quel paese, non sapeva come seguirli, ma ci riuscì tracciando i loro passi con cani da sangue“. Il fatto che Polieno scriva cani da sangue non deve farli confondere con i segugi, perché anche i discendenti dei cani da guerra dei conquistadores, ossia i Cuban Bloodhound o Dogo Cubano, erano da sangue ma ricercavano e uccidevano le povere vittime umane.

Qualcuno oggi, ingenuamente, asserisce che non sarebbe stato possibile per i romani rintracciare i ribelli poiché molti fuorilegge datisi alla macchia in Sardegna in tempi non lontani riuscivano a sfuggire alle forze dell’ordine munite di cani. Dimenticano però che una cosa è nascondersi e trovare cibo se soli, ben altra se si è un’intera tribù di centinaia o migliaia di persone e con al seguito migliaia di capi di bestiame che devono pascolare tutti i giorni e che lasciano evidenti tracce del loro passaggio…

Si dice che le operazioni di Matone, come quelle di altri consoli, abbiano avuto scarsi risultati ma è un fatto che infine la Sardegna fu sottomessa (tranne occasionali ribellioni locali schiacciate nel sangue) e pacificata per otto secoli, a tal punto che i sardi divennero la prima fonte di reclutamento della flotta di Miseno e, considerando invece la flotta di tutto l’impero, la quarta fonte di reclutamento dopo l’Egitto, Asia e Tracia che però avevano popolazioni molto più grandi. I sardi, forse 300.000 totali nell’isola, persero solo in battaglia contro i romani un quarto della popolazione, e i loro ranghi furono in parte ricostituiti da Roma con i coloni fatti arrivare dal continente, inclusi i liberti ebrei. Lo stesso avevano già fatto i cartaginesi, portando coloni libici in Sardegna e quindi molto probabilmente anche i loro cani, in particolare gli apprezzatissimi levrieri.

Secondo alcuni appassionati cinofili sardi – ma non per l’Associazione Amatori Cane Fonnese, club riconosciuto Enci, che invece dichiara questo – il canis pugnax non avrebbe lasciato alcun discendente in Sardegna, cosa assurda vista la lunghissima dominazione e colonizzazione e la presenza di tutta una serie di capisaldi militari in cui certamente erano presenti questi cani, come avveniva ovunque e come spiegato da Publio Flavio Vegezio Renato ne L’Epitoma rei militaris (conosciuta anche come De re militari o con il titolo italiano di L’arte della guerra), testo scritto fra il IV e il V sec. d.C. Si tratta di un compendio di opere precedenti scritte da Catone il Censore, Varrone, Aulo Cornelio Celso, Paterno, Frontino e altri.

Nel testo (Libro IV, cap. XXVI) c’è scritto: “Illud quoque usus inuenit, ut acerrimos ac sagacissimos canes in turribus nutriant, qui aduentum hostium odore praesentiant latratuque testentur “. In pratica, Vegezio dice che sulle torri venivano tenuti cani da guardia aggressivi e di grande fiuto che percepivano l’arrivo del nemico e abbaiando davano l’allarme. Da notare ancora sagacissimos canes, e certo pure qui non si intendono segugi ma cani vigili e determinati. Non si capisce perché questi esemplari (specie quelli dei legionari in pensione che ricevevano in loco terre da coltivare) non si sarebbero dovuti accoppiare con i cani locali.

Il cinologo Roberto Balia, in un interessante servizio pubblicato anni fa su Cani da presa, trattava  anche il tema dei molossi romani, scrivendo che sarebbe un falso che i cani sardi discendano dai molossi romani poiché nel 231 a.C. non conoscevano tali cani, mentre i sardi sì. Anzi, a suo parere i romani proprio grazie ai sardi avrebbero successivamente conosciuto i cani molossoidi. Inoltre specificava che i romani incontrarono tali cani da guerra solo nel 59 a.C. – quindi quasi due secoli dopo i rastrellamenti del console Matone in Sardegna – quando i legionari di Giulio Cesare dovettero affrontarli in battaglia in Britannia. Siamo però davanti a una serie di inesattezze poiché in nessun testo storico si cita l’utilizzo di cani da guerra da parte delle varie popolazioni sarde (anche se è possibilissimo) e soprattutto perché i romani in Britannia non si scontrarono mai con tali cani, chiamati solo in seguito pugnaces Britanniae. Anzi, neppure ne sentirono mai parlare da nessuno, tanto che il dettagliatissimo De bello Gallico non cita proprio alcun cane, neppure a livello marginale. Insomma, è una fola e basta, ripetuta da tutti coloro che non si sono neppure dati la pena di leggere i testi storici dell’epoca.

I romani invece conoscevano i molossi (meglio dire, i molossoidi) fin da quando i persiani nel V a.C. invasero la Grecia, seguiti appunto da questi cani da guerra. Se non tutti li videro di persona, li conobbero grazie alle monete in cui erano raffigurati proprio i molossi della Tessaglia, discendenti da quelli persiani. Monete che, grazie ai cambiavalute, circolavano anche a Roma.

Moneta greca raffigurante un molosso della Tessaglia, circa 450 a.C.

Non solo, quando Pirro nel III secolo a.C. – 50 anni prima dell’avvento di Roma in Sardegna – si scontrò con i romani, aveva al seguito anche 500 fronbolieri tessalici e all’epoca determinate categorie di soldati potevano farsi accompagnare dai propri cani da guerra. Lo facevano anche i condottieri come il sovrano macedone (la Macedonia comprendeva la Tessaglia) Lisimaco, ucciso nella battaglia di Corupedio nel 281 a.C. e il cui cadavere fu vigilato e protetto dal suo cane il cui nome era Ircano. Ricordiamo che anche Peritas, il cane di Alessandro Magno morto difendendolo nella battaglia dell’Idapse nel 326 a.C., era un cane da guerra e proveniva dalla Tessaglia (così come il suo cavallo Bucefalo). I romani, anche prima di conquistare la Macedonia, avevano rapporti con loro e senza dubbio, grazie agli scrittori greci e romani, non ignoravano tali fatti. Ovviamente non bisogna pensare che i molossoidi dell’epoca fossero come quelli odierni degli show.

Sempre nel servizio succitato di Cani da presa, a supporto dell’ipotesi di una presenza preromana di cani molossoidi nell’isola, si porta un reperto del Sulcis e cioè una terracotta raffigurante quella che potrebbe essere una testa di cane così come quella di un felino. Inoltre  nel servizio si indica che il reperto è di fine I millennio a.C. e quindi appare chiaro che semmai sarebbe del periodo romano o al massimo cartaginese. La stessa cosa vale per i cosiddetti Molossi di Santa Gilla (Cagliari), due teste in terracotta definite genericamente del I millennio a.C., ma nella fattispecie risalenti tra il IV e il III secolo a.C., ancora una volta del periodo cartaginese o romano. Tuttavia sono ex voto di stile punico (cartaginese) anche se prodotte in Sardegna e fanno parte di numerosi reperti individuati alla fine del XIX secolo in quello che doveva essere un deposito dell’antichità. I numerosi reperti, esposti solo in parte al Museo archeologico nazionale di Cagliari, raffigurano divinità, parti di cani, mani e teste umane nonché teste di coccodrilli, pantere e draghi. Insomma, tutte cose che certo in Sardegna non esistevano e che riguardano altri continenti e miti. Anche le teste di molosso potrebbero quindi riferirsi ad altri luoghi e aree.

I Molossi di Santa Gilla.

Sulla dominazione romana della Sardegna si leggono cose veramente curiose. Stupisce leggere a riguardo della presenza dei romani: “Sono passati con i loro cani nei pressi della Sardegna centrale – la cosiddetta Barbagia, terra dei barbari – ma non vi sono mai entrati”. Perchè stupisce? Perché i romani per esempio costruirono e presidiarono caposaldi militari ad Austis (Forum Augusti), Meana Sardo (Mansio Mediana) e Mamoiada (Mansio Manubiata). Tutti in Barbagia. Limitandoci solo a Mamoiada, il prof. Massimo Pittau – titolare della cattedra in Linguistica Sarda all’Università di Sassari e autore di una cinquantina libri e di oltre 400 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio – scrisse: “Mamoiada è in una posizione strategica rispetto a numerosi paesi della Barbagia; più precisamente essa è posta in un sito che è centrale rispetto ai seguenti paesi: Orgosolo, Fonni, Lodine, Gavoi, Ollolai, Olzai, Sarule ed Orani; e questa posizione non poteva non essere presa in considerazione dai romani nella loro opera di controllo militare dell’intera Barbagia. Dunque finiamola una buona volta, noi sardi, di dire che i romani non sono mai entrati nella Barbagia e non l’abbiano mai conquistata!”.

Per chiudere qui, ricordiamo il caposaldo romano di Sorabile, a soli due chilometri da Fonni, che è in Barbagia. Anzi, da lì ha preso il nome proprio il Cane Fonnese. Per chiarimenti a chi ne necessita, consigliamo Le civitates Barbariae e l’occupazione militare della Sardegna: aspetti e confronti con l’Africa, Raimondo Zucca, Atti del V Convegno su l’Africa Romana, Sassari, 11-13 dicembre 1987, Sassari 1988, pp. 349-373).

Tuttavia sarebbe errato e ingenuo pensare che da allora i cani sardi non siano entrati in contatto pure con altri – basti pensare alla dominazione spagnola e al loro Perro Majorero tanto simile al Dogo Sardo e al Fonnese a pelo corto – e non ci siano stati accoppiamenti. Attenzione, potrebbe però anche darsi che i cani sardi siano invece i progenitori, o fra i progenitori, dello stesso Perro Majorero poiché i conquistatori spagnoli introdussero i cani pastore e il bestiame nell’Isola di Fuerteventura (Canarie) nel 1404, ossia durante la loro dominazione della Sardegna. Inoltre ricordiamo che la funzione e il territorio fanno il tipo e quindi questi fattori fondamentali, insieme alla selezione fatta dall’uomo sul campo, hanno alla lunga sempre plasmato i cani, anche quelli provenienti da fuori, secondo un tipo funzionale e caratteristico.

Perro Majorero (foto di Steffen Heinz).