Si afferma che il Cirneco dell’Etna si trovi in Sicilia fin dal periodo neolitico, in pratica dalla cosiddetta età della pietra. Per avvalorare la tesi ci si rifà a una statuetta del 4.000 a.C. circa e raffigurante forse una testa di cane, rinvenuta nell’antica area di Stentinello, vicino a Siracusa. Ovviamente è un’ipotesi, e pure vaga.

La statuetta di Stentinello.

Neanche è chiaro da cosa derivi il nome di questa razza, e una ipotesi vuole che discenderebbe dal verbo latino cernere e cioè discernere, distinguere, accorgersi, capire, riconoscere chiaramente. Farebbe quindi riferimento alla cura con cui questi cani durante la caccia battono il territorio con l’olfatto, l’udito e la vista. Per altri invece il nome sarebbe legato alla zona di Cirene, un’importante colonia greca e poi romana del Mediterraneo che si trovava vicino all’odierna cittadina di Shahat, in Libia orientale, nel distretto di al-Jabal al-Akhdar. Però c’è da considerare il fatto che, se così fosse, questo “cacciatore di conigli” non cacciasse affatto i conigli in Africa – e neppure in Sicilia – per il semplice fatto che i conigli lì non esistevano proprio, essendo originari come specie della Penisola Iberica e di una zona della Francia meridionale. I fenici, che nella Penisola Iberica a partire dal 1100 a.C. fondarono colonie e si stabilirono fra l’altro a Gadir, Granada, Almeria, Malaga e Ibiza, quando videro lì i conigli chiamarono la penisola i-shaphan-ím, letteralmente “Terra degli iraci”. E questo perché non avevano mai visto i conigli e così li accostarono agli iraci, ossia procavie simili a marmotte col muso a punta e piccole orecchie, comuni in Fenicia. Chissà perché, in quanto nella loro patria (area  del Libano) la lepre esisteva e certamente il coniglio è molto più simile a una lepre piuttosto che a un irace. Non si sa se furono loro a importare i conigli in Sicilia, o se piuttosto lo fecero in seguito i romani, che avevano l’abitudine di introdurre nuove specie ovunque andassero. Per esempio, furono loro a introdurre il coniglio in Britannia.

Comunque sia, abbiamo scritto che il Cirneco in Sicilia originariamente cacciava lepri e non conigli e neppure solo quelle perché di certo non era piccolo come oggi. Era valido anche per caprioli, cervi e daini (pure questi ultimi introdotti dai romani). Proprio queste maggiori dimensioni, oppure le diverse dimensioni e proporzioni esistenti in quella che certo all’epoca non era una razza, fa capire che non sia da tenere da conto il ritrovamento in Egitto di sedici mummie di cani aventi (allora) a grandi linee le misure del Cirneco (di oggi)… I diversi bassorilievi, come quelli delle tombe di antichi faraoni dell’alto corso del Nilo, fra i più importanti quelli di Beni-Hassan e di Luxor risalenti al 2000 a.C., possono rappresentare cani simili e allora comuni, ma non precisamente Cirnechi. Il Cirneco dell’Etna è rappresentato in opere pittoriche e in decorazioni di ceramiche dell’antichità  attinenti scene di caccia. Tuttavia – ammesso fossero tutti Cirnechi – osservando queste opere si distinguono esemplari diversi a seconda del tipo di caccia per la quale venivano impiegati: più compatti e dal cranio più largo per il cinghiale; robusti ma pure alti e agili per il cervo; più piccoli ma molto atletici per la lepre, volpe e coniglio, e questo è il tipo giunto fino a noi oggi.

Una diffusa teoria ipotizza la discendenza di questo cane direttamente dal lupo abissino, ossia il lupo etiope (Canis simensis), detto anche caberù o simenia. Teoria a nostro parere del tutto aleatoria  non solo perché non esiste alcuno studio genetico che porti qualche dato a supporto ma anche perché non si comprende il motivo di creare un cane da caccia partendo da una specie che si alimenta soprattutto di ratti, talpe e insetti. E questo quando dall’Egitto e Libia fino all’Etiopia esisteva (ed esiste tuttora) il lupo africano (Canis anthus lupaster), con capacità venatorie ben superiori a quelle del caberù, visto che caccia anche le antilopi. Probabilmente la teoria nasce dopo quanto scritto da Aristotele (384-322 a.C.) il quale, nel suo trattato Historia animalium, accenna ai cani presenti a Cirene e che, a suo parere, sarebbero nati da accoppiamenti fra cani locali e lupi. Attenzione, Aristotele scrive: “(…) anche altrove nascono animali ibridi da genitori che appartengono a gruppi differenti, così a Cirene il lupo e la cagna si accoppiano dando discendenza“. Come si può notare non cita il caberù, come invece qualcuno tende a fare credere, una specie di canidi che viveva e vive tuttora a oltre 3.000 km più a sud. Fra l’altro la zona di Cirene, che è in Cirenaica, è prevalentemente piatta e desertica, mentre il caberù è adattato a vivere su un altopiano avente un’altitudine fra i 3.000 e i 4.500 metri, quindi tutt’altro ambiente e adattamento. Bisognerebbe capire perché avrebbero dovuto accoppiare cani viventi in un’area desertica, calda e piatta con una specie di lupo, ossia il caberù, selezionato dalla natura per vivere in alta montagna con temperature anche di -15°C. Comunque, sia il lupo abissino sia il caberù si accoppiano raramente con i cani e sono interfecondi, ma ovviamente ciò non significa nulla relativamente all’origine del Cirneco.

Caberù.

Per molti anni si è persino considerato il Cirneco come un discendente del maltese Pharaoh Hound, il cane dei faraoni. Ma il similare cane egizio era il tesem, che tuttavia è solo un termine generico attinente i cani usati per la caccia e non un tipo. Inoltre il Pharaoh Hound non è certo il “cane dei faraoni” come vorrebbe fare intendere il nome artatamente datogli, in quanto la prima menzione di questo tipo di cani a Malta risale al 1647 quando lo storico maltese  Giovanni Francesco Abela nella sua opera Della Descrittione di Malta isola nel Mare Siciliano con le sue antichità ed altre notizie scrisse: Vi sono cani chiamati Cernechi, apprezzati per la caccia dei conigli, e richiesti principalmente in Francia per i luoghi sassosi, montuosi e ripidi. E in lingua maltese questi cani vengono chiamati Kelb tal-Fenek che per l’appunto significa semplicemente “cacciatore di conigli”. L’uso della parola Cernechi non deve sorprendere perché l’italiano a Malta era la lingua degli studiosi e dei giudici dal 1091 fino alla Seconda guerra mondiale e ancora oggi lo parla correttamente più del 66% della popolazione.

Per spiegare meglio, dall’antico Egitto al 1647 c’è un  “buco” di quasi 2.500 anni in cui il presunto Pharaoh Hound non compare mai in nessun testo di quel lungo periodo. Molto più probabile che sia invece il Pharaoh Hound a discendere dal Cirneco dell’Etna, fra l’altro similissimo, anche perché la Sicilia dista appena 90 km dall’isola e inoltre Malta venne conquistata dai normanni provenienti dal Regno di Sicilia e concessa  alle famiglie della nobiltà siciliana, come i conti di Modica. In un’epoca in cui la caccia era un diffuso svago, specie fra la nobiltà, appare chiaro che i Cirnechi con ogni probabilità siano stati portati a Malta, il cui territorio era ed è simile a quello siciliano e pertanto idoneo a questi cani. Per fare capire il valore della caccia e di tutto ciò che vi gravitava intorno, si consideri che nel 1530 Malta venne concessa in affitto perenne dal Regno di Sicilia ai Cavalieri Ospitalieri al prezzo simbolico dell’affitto consistente nella fornitura annuale di un falco da caccia ammaestrato. Nel 1962 il cinologo austriaco Emil Hauck scrisse: “Il Kelp Tal Fenech è forse legato al Cernecco siciliano. Veniva anche tenuto come cane da guardia sui tetti piatti”(Emil Hauck, Die Windhunde, Vienna 1962).

Pharaoh Hound.

A riguardo della possibile origine del Cirneco si potrebbe usare il comune buon senso e quindi supporre che un cane da conigli sia nato proprio lì dove questi animali hanno avuto origine e cioè in Spagna e parte della Francia. Difficile infatti pensare che proprio nelle aree in cui i conigli erano numerosissimi, e tanti danni facevano alle colture, non si fossero selezionati cani per contrastarli. Facendo un esempio magari fuorviante, un cane da caccia alla lontra può svilupparsi solo se lì le lontre ci sono… Pertanto lo spagnolo Podenco Ibicenco potrebbe essere un buon candidato come progenitore non solo del Cirneco ma anche di tutte le similari razze.

 Podenco Ibicenco.

Da notare che nel Cirneco dell’Etna, notevolmente più piccolo del Podenco Ibicenco, seppure il colore sia il fulvo in tutte le sue gradazioni, è ammessa la presenza di bianco nelle zone di elezione (lista bianca in testa, nel petto, nel ventre, nei piedi e nella punta della coda ).

Aetnensis Diana, Cirneco, 1946

Gli antichi greci potrebbero essere ritenuti i fautori della distribuzione di cani similari nel Mediterraneo poiché nell’attuale Francia a partire dall’VIII secolo a.C. fondarono le colonie di Massalia (Marsiglia) e Nikaia (Nizza) e nell’attuale Spagna Emporion (Ampurias) ed Hemeroskopion (Denia). Non solo, fondarono proprio Cirene e Apollonia in Libia e diedero vita alla Magna Grecia creando in Sicilia città come Messana (Messina), Katane (Catania), Leontinai (Lentini), Syraka, poi Syracousai (Siracusa), Ghelas (Gela), Akragas (Agrigento) e Himera (Termini Imerese). Insomma, tutti luoghi legati in qualche modo ai Cirnechi. Non dimentichiamo che già nel IV secolo a.C. secondo Senofonte e Aristotele in Grecia esisteva il poco conosciuto cane da lepri e conigli (questi giunti lì forse un paio di secoli prima) Kritikos Lagonikos. Alla luce di quanto scritto sopra appare difficile ipotizzare che il Cirneco dell’Etna, pur antichissimo, possa essere esistito addirittura migliaia di anni prima di Cristo. Molto probabilmente esistevano cani simili da caccia un po’ ovunque, ma tutto lì e a nostro parere è una notevole forzatura indicare come Cirnechi quello della già citata statuetta di Stentinello risalente almeno al 4000 a.C. o quelli egizi di Beni-Hassan e di Luxor risalenti al 2000 a.C.

Moneta greca raffigurante la dea Artemide a caccia con un cane.

Sovente si accosta il Cirneco a cani descritti nell’antichità, come nel caso delle città di Aitna e Adrano, tuttavia pare difficile individuare nella razza siciliana il comportamento anche aggressivo e mordace verso l’uomo. Ricordiamo che il Cirneco dell’Etna senza dubbio è un cane vigile e avvisatore, abbaiando, dinanzi a sconosciuti, ma certo non è un cane generalmente morditore. Lo scrittore Claudio Eliano (165-235 d.C.) nell’opera De Natura Animalium riporta due descrizioni relative ai cani dell’isola, riferendosi però agli scritti di ben sette secoli prima di Ninfodoro, vissuto nel V secolo a. C. Ecco cosa scrisse – in greco, poi tradotto in latino – Eliano nel Liber XI, caput 3 della De Natura Animalium : In Aetna Siciliae sacra est Vulcani aedes, et circa eam muri et arbores sacrae; ibidem ignis perpetuus et inextinctus adservatur. Sunt et canes in templo lucoque sacri, qui modeste ac decenter in templum et lucum accedentes blande et adulantes excipiunt, et, tanquam familiaribus, illis se benignos ostendunt; at si quis sceleratus aut manibus impurus adeat, illum et mordent et laniant; illos vero, qui libidine aliqua turpi se contaminarint, fugant solum et persequuntur. E cioè: “Nella città di Aitna (Etna), in Sicilia, è oggetto di culto particolare un tempio dedicato ad Efesto, qui si trovano un recinto, alberi sacri e un fuoco inestinguibile, mai spento. Intorno al tempio e al bosco ci sono segugi sacri che accolgono festosamente e scodinzolando coloro che accedono al tempio e al bosco sacro con animo umile e aspetto rispettabile, e, come se conoscessero costoro, essi si mostrano benigni nei loro confronti; se invece entra qualcuno empio e con le mani macchiate da azioni esecrabili, essi lo mordono e lo dilaniano; si limitano invece a scacciare solamente e inseguire coloro che si siano contaminati con atti di libidine”.

Sempre nel Liber XI ma nel caput 20 si legge: In Sicilia Adranus est civitas, ut ait Nymphodorus, et in ea Adrani daemonis vernaculi templum, quod omnino insigne ac splendidum esse ait. Sed quae de hoc deo refert cetera, quamque sit clarus, et in supplices prompte facilis ac propitius, alias dicam; nunc aliud explciabo. Canes ei sacri sunt, qui et ipsi colunt eum atque inserviunt, Molossis canibus tum forma tum magnitudine superiores, numero non pauciores quam mille. Hi interdiu blande et adulantes tum peregrinos, tum indigenas, qui templum lucumque ingrediuntur, excipiunt. Nocte vero iam ebrios et titubantes, tamquam viae duces et comites, egregie deducunt, ad suam usque domum quemque antecedentes. Ceu contumeliosos, ut par est, puniunt: insiliunt enim, et vestes eorum lacerant, et eatenus castigant; eos vero, qui furari praedarive moliuntur, crudelissime dilaniant.

Tradotto: “In Sicilia, come racconta Ninfodoro, c’è una città di nome Adrano, e in essa si trova un tempio, dedicato alla divinità indigena Adrano, che si dice essere assolutamente splendido e fastoso. Ma riguardo alle altre notizie che egli ci riferisce, di quanto il dio si manifesti e sia benevolo e ben disposto verso chi lo prega, ne diremo in un altro momento. Ora voglio descrivere altro. Ci sono cani sacri che rispettano e servono il dio, essi sono superiori ai cani molossi sia per la bellezza che per l’altezza, di numero non inferiore a mille. Essi durante il giorno accolgono festosamente e scodinzolando sia i pellegrini che gli indigeni che accedono al tempio e al bosco sacro; di notte invece essi accompagnano con grande benevolenza come guide e di scorte, quelli già ubriachi e coloro che non si reggono in piedi lungo il cammino, riconducendoli ciascuno alla propria casa. Invece puniscono, come è giusto, gli ubriachi empi: li assalgono, strappano loro le vesti, in tal modo li fanno rinsavire; mentre sbranano crudelmente coloro che provano a rubare gli abiti altrui”.

Insomma, pare di capire che vi fossero moltissimi cani randagi o mantenuti benevolmente dalla popolazione e che, a seconda del momento e per motivi loro, in certi casi potevano aggredire i passanti. A meno che non si creda fossero realmente in grado di discernere chi fosse solo brillo da un ubriaco fradicio. Però questi cani vengono descritti come superiori ai cani molossi per l’altezza, cosa che non fa certo pensare a cani da caccia per conigli.