I cani sardi avevano un’utilità concreta anche negli scontri causati da rivalità e grande povertà, come accadde durante la cosiddetta guerra tra Fonni da una parte e Villagrande e Villanova Strisaili dall’altra, iniziata nel 1652-56 sotto la dominazione spagnola e che a fasi alterne andò avanti per circa un secolo e mezzo. I pastori fonnesi che abitualmente svernavano nel campidano di Cagliari e Oristano, a causa di una grave pestilenza furono costretti a rientrare tutti contemporaneamente a Fonni con i loro greggi per evitare il contagio, ma i loro pascoli furono insufficienti e così invasero quelli del Monte Novu (area in totale di oltre 35 km²) di Villanova Strisaili e Villagrande.

La zona del Monte Novu.

Dalle proteste civili si passò presto agli scontri armati. Il governo spagnolo intervenne più volte per sedare gli animi e arrestare i colpevoli, i quali però si davano regolarmente alla latitanza in montagna. Il 2 agosto 1674 ci fu una sentenza del governo spagnolo che, dando torto ai fonnesi, assegnò il Monte Novu alle comunità di Villanova Strisaili e Villagrande. I fonnesi però non ne tennero conto e occuparono con la forza quei territori. Nel 1698 altra sentenza, sempre contro i fonnesi. Il problema continuò anche sotto la dominazione dei Savoia, ma era ormai cruento con l’uso di “archibugi e cani mastini fonnesi”, come spiega lo stesso sito del Comune di Fonni. In un primo tempo, Carlo Emanuele III re di Savoia riconfermò nel 1787 la linea politica del governo spagnolo ma poi – visto che i fonnesi erano costretti alla macellazione del loro bestiame proprio per la mancanza di pascolo – nel 1799 il nuovo re Carlo Emanuele IV destinò 2/3 di terreno ai paesi di Villanova Strisaili e Villagrande e 1/3 al paese di Fonni.

Mica era finita, perché a questo punto i pastori di Villanova Strisaili e Villagrande rioccuparono con la forza quel territorio e allora i fonnesi si radunarono nella piazza del paese e a cavallo, seguiti dai fedeli cani, raggiunsero Monte Novu dove trucidarono e depredarono gli occupanti, spostando i confini previsti dalla sentenza. A quel punto i Savoia inviarono i soldati e impiccarono diversi pastori fonnesi. Fonni infine ricevette sì 1/3 dei pascoli di Monte Novu, ma dietro pagamento di un canone di 200 lire sarde in favore di Villanova Strisaili e Villagrande. I fonnesi, una volta capito che i Savoia non scherzavano affatto, si impegnarono sul loro onore a non oltrepassare più i limiti fissati dal sovrano.

L’abate, missionario e scrittore francese Emmanuel Domenech (1825-1903), nel testo Bergers et Bandits. Souvenirs d’un voyage en Sardaigne pubblicato a Parigi nel 1867, così scriveva: “(…) si alleva la miglior razza, o per meglio dire, la più feroce, di cani sardi di cui ho già parlato in un capitolo precedente (…) la loro educazione consiste del resto nell’affamarli e di tanto in tanto avventarli contro un fantoccio cui attaccano al collo una vescica piena di sangue. Qualche volta i montanari di Fonni si liberano, con questi cani, d’un nemico che non vogliono uccidere né col ferro né col fuoco”.

Padre Emmanuel Domenech.

Domenech nel 1846 lasciò la Francia in risposta a un appello urgente per i missionari a contribuire allo sviluppo della Chiesa cattolica nelle terre selvagge del Texas e fu testimone di eventi epici come la guerra con il Messico, le incursioni di banditi messicani e cowboy, le guerre indiane, ecc. Insomma, morte e desolazione. Eppure quando tornò in Sardegna – c’era già stato nel 1835, quando frequentava l’Università di Sassari  – salpando da Marsiglia e arrivò a Porto Torres, definì il luogo “piccolo misero villaggio, gaio come un cimitero abbandonato”. C’è da dire che il libro di  Domenech non si basa affatto sull’approfondita conoscenza diretta dell’isola e contiene castronerie inenarrabili indicanti che la popolazione “troglodita” usciva dalle caverne in cui viveva solo per ascoltare la predicazione di un gesuita, e che all’Asinara i sardi vivevano in case costruite sulle piante di mirto. Insomma, meglio prenderlo con le pinze…

Le descrizioni, come quella del 1861 del gesuita Antonio Bresciani in Costumi dell’Isola di Sardegna, identificano un cane che sovente si distacca sia dal Dogo che dal Fonnese e che pare un incrocio di levriero sardo con uno, o entrambi, questi tipi: “(…) una stirpe di cani, tutta propria dell’Isola, i quali son tanto valenti alla guardia che i Sardi li hanno a ragione in altissimo pregio. Tendono alquanto alla nazion de’ levrieri: hanno il muso aguzzo, gli orecchi ritti, la vita lunga e slanciata, le gambe snelle e sottili, il pelo irto o rado di color lionato o bigio piombo. (…) Quando l’uomo dice loro: – Piga, e’ si lanciano come leopardi ai cavalli, a’ porci, ai becchi, a’ tori, e si gittan loro d’un salto all’orecchio o l’assannan per guisa, che non se ne spiccano se non al richiamo di colui che li aizzò alla bestia. I banditi ripongono in que’ valorosi mastini la loro salvezza, i viandanti gli hanno sempre al fianco o alla testa de’ cavalli; i cacciatori gli ammettono a’ cinghiali, a’ cervi, a’ daini, alle lepri e alle volpi. I banditi, quando sono catolli, li attizzano, gi’inviperiscono, li affamano, li legano stretti nelle tane al buio, di che riescono ferocissimi (…)”.

Per dovere di cronaca dobbiamo precisare che manco Bresciani godeva di buona fama e credibilità. Visitò la Sardegna dal 1844 al 1846, percorrendo  l’Ogliastra, la Trexenta, la Barbagia e la parte occidentale dell’isola. Ecco che pensava di lui uno tra i maggiori critici e storici della letteratura italiana nel XIX secolo e cioè Francesco Saverio De Sanctis, scrittore, filosofo nonché ministro della Pubblica Istruzione: “Il padre Bresciani è un uomo di poco ingegno e di volgare carattere, senza fiele, senza spirito, uno di quegli uomini tagliati così alla grossa, di cui si dice con benevolo compatimento: – gli è un buon uomo! Egli ha studiato molto nelle cose della lingua ed ha scritto tra l’altro de’ dialoghi utilissimi, ove ha raccolto i più bei vocaboli e modi di dire toscani ad uso degli studiosi. Se costui fosse rimasto nel secolo, sarebbe riuscito un uomo dabbene, lodato da tutti perché non invidiato da nessuno (…)”. Perbacco, se  non fu De Sanctis a inventare la soda caustica, dovette andargli vicino…

Padre Antonio Bresciani.

Che Bresciani fosse da leggere con cautela già all’epoca lo si capisce leggendo il succitato Costumi dell’Isola di Sardegna – lo si trova integralmente anche su Internet –, per esempio laddove racconta di un giovanotto il quale aveva preso dal nido degli aquilotti ma che era stato attaccato non solo dall’adulto ma da tutti gli avvoltoi, poiane, falchi ecc. della zona, come se avessero ubbidito all’aquila loro sovrano…

Comunque sia, nel libro racconta questo: “(…) navigata una flotta della Repubblica francese alla conquista dell’Isola, i Francesi ne furono cacciati dai cani. Conciossiaché volteggiando le navi sopra il capo di Carbonara, come i montanari s’avvidero che i repubblicani disegnavano d’insignorirsi del regno, fattisi motto, convennero da tutt’i monti di quella costa, e stavano alla vedetta dai loro agguati. Perché l’ammiraglio, fatte le volte larghe, si drizzò a filo verso il golfo di Quarta, ed ivi surte le navi e messi gli scalmi in acqua, condusse a terra le truppe. Ma i montanari non prima li videro calar sulla spiaggia, che aizzati lor veltri alla piga, ‘quell’aspra falange di rabbiosi cani si dissertò precipitosa da’ monti e s’avventò addosso a’ soldati. Al primo vederseli correre a fronte, cominciarono a tirar loro contra con gli archibugi: ma quelle tigri, fatte più calde e frementi al fuoco, al fumo, al fragore delle artiglierie, correndo e nabissando colle aperte bocche, investirono l’oste nemica; ed arricciando i peli, e ringhiando e co’ morsi addentandoli fieramente non lascianvali riavere. I miseri Francesi da quelle taglienti morse pertugiati, squarciati, strambellati, gridando mercè ed altamente stridendo, si sbarattarono per salvarsi alle navi. Ma i cani assediandoli e saltando lor sopra da tutt’i lati, e sgretolando stinchi e sbranando polpe li ebbero espugnati per modo che beato chi potea gettarsi in mare per giungere a salvamento (…)”.

Bresciani qui fa intendere che fu soprattutto merito dei cani, che però è una solenne castronata per il semplice fatto che non abbiamo trovato nessun documento ufficiale né cronistoria italiana o francese che citi la presenza e l’intervento di cani. Basterebbe andare a leggersi la documentazione, cosa che evidentemente non fa chi continua a sbandierare pedissequamente il presunto fatto. Ecco invece come andarono i fatti da gennaio a febbraio 1793: dal 1791 la giovane Repubblica francese era in guerra con il re di Sardegna Vittorio Amedeo III. L’invasione francese era stata suddivisa su due fronti: l’attacco principale (4.000 uomini) contro la città fortificata di Cagliari, e un altro attacco (600 uomini) nelle isole dell’arcipelago della Maddalena. Quasi indifferenti alle sorti dell’isola erano i Savoia (nel 1784 Vittorio Amedeo aveva invano tentato di venderla all’imperatore d’Austria), ma fortunatamente non il comandante dell’isola della Maddalena, capitano Giuseppe Maria Riccio, il quale avutane segnalazione dai pescatori aveva rinforzato le difese dell’isola come meglio poteva, reclutando e armando anche 200-400 fra pastori e artigiani galluresi ed evacuando donne e bambini dalla zona.

Qui sta la prima menzogna propagandata in certi ambienti sardi, ossia che fece tutto la popolazione locale: in realtà furono loro ad affiancare le truppe dei Savoia consistenti in 7 compagnie di fanteria, 600 fucilieri svizzeri, 3 compagnie di dragoni e un corpo franco.

I francesi erano convinti che sarebbero stati bene accolti dalla popolazione sarda, ma quando una scialuppa approdò per parlamentare, un gruppo di miliziani appostati li bersagliò a fucilate, costringendoli alla fuga. L’episodio fu deplorato dagli stessi sardi. Iniziò allora il reciproco cannoneggiamento fra le batterie terrestri anche di Cagliari e quelle delle navi francesi, con il fallimento di un primo tentativo di sbarco, mentre riuscì quello comandato dal colonnello Pierre-Paul Colonna de Cesari, ai cui ordini erano il giovane tenente colonnello Napoleone Bonaparte e 600 uomini fra volontari corsi e marsigliesi (450) e granatieri (150).

Le navi francesi bombardano Cagliari.

I corsi e i marsigliesi – la spedizione in tutto ne contava 2.600 – erano volontari, ma in parte pure pessimi elementi, tanto che la sera del 9 febbraio Napoleone ne aveva redarguiti alcuni ubriachi per le vie di Bonifacio e quelli lo inseguirono per le strade per ammazzarlo. Fu salvato dall’intervento di un sottufficiale che ne uccise uno e mise in fuga gli altri.

Visti i successi dei francesi, l’aiutante di Riccio, De Constantin, decise di inviare di notte con un’imbarcazione due cannoni presso Palau, con  il nostromo della Regia Marina Sarda Domenico Millelire e il marinaio Tommaso Zonza. Aiutati da alcuni pastori, li posizionarono e cominciarono  a colpire gravemente le navi francesi. Queste si spostarono ma lo fecero pure i due, continuando a bersagliarli e a quel punto, presi dal panico, i corsi si ammutinarono. Il comandante Colonna de Cesari tentò di dissuaderli vanamente minacciando di fare saltare la nave e infine, preso da una crisi di nervi, scoppiò a piangere (da allora lo soprannominarono Piagnone). Gli ammutinati inviarono quindi un ufficiale a comunicare alle truppe a terra di ritirarsi, altrimenti se ne sarebbero andati lasciandoli lì. I francesi allora, bersagliati da terra dalle fucilate di soldati e pastori (una notte si erano pure sparati fra loro senza saperlo) e col rischio di essere lasciati lì, fuggirono verso le scialuppe urlando “si salvi chi può”. Il panico si diffuse tra tutto il corpo di spedizione e così l’esercito – ma dopo quattro giorni di attesa sulla spiaggia, perché il mare era grosso – salì sulle navi che sparirono letteralmente all’orizzonte.

Il  coraggiosissimo e valido nostromo della Regia Marina Sarda Domenico Millelire, nativo di La Maddalena, fu la prima medaglia d’oro al valore militare delle Forze armate italiane e a lui fu dedicato l’omonimo sommergibile, in servizio dal 1928 al 1946, che con altri tre formava la classe Balilla. E i feroci cani dei pastori? Niente, visto che non risulta da nessuna parte che ci fossero e che abbiano avuto un ruolo attivo.