Col passare dei secoli il Cirneco continuò a essere utilizzato per la caccia, tuttavia a un certo punto si fece sempre più raro nella stessa Sicilia e la cosa infine venne notata da un veterinario di Adrano, Maurizio Migneco, il quale la segnalò nel 1932 sul giornale Il cacciatore italiano. L’appello di Migneco fu raccolto da alcuni appassionati, fra cui l’avvocato Filippo Sferlazza, scrittore di cinegetica, il cavalier Domenico Diletti di Brisighella, allevatore di Breton e l’appena diciottenne nobildonna siciliana Agata Paternò Castello dei duchi di Carcaci, la quale fu colpita dalla femmina Fettuccia, di proprietà di un dipendente della famiglia. Agata Paternò studiò le origini e le caratteristiche di questi cani e cominciò – così come gli altri appassionati – la ricerca degli individui ancora esistenti. Che per fortuna esistevano ancora nell’ambito di famiglie rurali che li utilizzavano e in pratica li allevavano da generazioni e impiegavano per la caccia. Esemplari da lavoro, preziosissimi. Del resto non c’erano motivi per una loro scomparsa: gli ambienti naturali esistevano ancora, i conigli erano e sono abbondantissimi, costituiscono una minaccia per le coltivazioni, la loro carne è ottima e la caccia è interessante, se si hanno cani adatti. E pertanto il Cirneco era ancora sufficientemente presente in Sicilia, a cercarlo bene. L’attività di selezione di Agata Paternò cominciò nel 1934, con Katiuscia, due anni dopo l’articolo di Migneco.

Agata Paternò.

Secondo alcuni appassionati, i soggetti più validi venivano nascosti dai gelosi proprietari per il timore che potessero essere rubati e si negavano i maschi per gli accoppiamenti. Ebbene, questo utilizzo riservato a pochi avrebbe nel tempo dato al Cirneco un carattere schivo, diffidente e persino pauroso, tanto da credere che questo modo di manifestarsi fosse una caratteristica della razza. Ovviamente non crediamo affatto a questa tesi, perché un cane allevato (bene) da una famiglia, portato a caccia e accudito non capiamo proprio perché avrebbe addirittura dovuto cambiare indole. Semmai l’isolamento potrebbe un tempo avere causato problemi derivanti dalla consanguineità, in certi casi. I cani non sono più o meno socievoli in base alla quantità di persone che conoscono. Comunque sia, i Cirnechi dell’Etna sono in realtà del tutto equilibrati, vivaci, socievoli e giocosi.

Agata Paternò fece un grande lavoro per il salvataggio della razza perlustrando l’intera Sicilia in cerca di soggetti tipici che vivevano nelle masserie e acquistando parecchi esemplari divenuti capostipiti del suo allevamento (il cui affisso fu riconosciuto nel 1942 con il nome di Aetnensis). Era entusiasta di questi cani. Ebbe tuttavia difficoltà perché non si aspettava che i contadini avrebbero reagito alla sua decisione in modo molto ostile, rifiutandosi di vendere, regalare o mettere a disposizione i loro cani che conservavano le loro caratteristiche native. Fu con grandi sforzi che riuscì ad avere i migliori rappresentanti dell’antica razza.e iniziare la rinascita della razza. Quando fu certa della selezione fatta, la sottopose al prof. Giuseppe Solaro, noto cinologo, il quale ne scrisse lo standard. Da notare che Solaro, pressato dall’appassionata Agata che gli inviava continuamente fotografie, misure e disegni, compilò il primo standard ufficiale senza mai recarsi in Sicilia.

Giuseppe Solaro.

In una lettera datata 8/l/1954 scrisse al conte Giovanni Bonatti Nizzoli di Carentino, altro appassionato di questo cane, “Il Cirneco ha una formidabile potenza ereditaria, ciò spiega perché questa razza, pur abbandonata, si sia conservata pura sin dall’epoca dei Faraoni”. Nel 1939 l’Enci riconobbe ufficialmente la razza con il nome Cirneco dell’Etna.  La scelta, com’è intuibile, sollevò malumori nelle zone non etnee poiché il Cirneco era onnipresente e non certo diffuso solo in una piccola zona della Trinacria ossia la Sicilia. Tuttavia il riferimento all’Etna fu perfetto in quanto nell’immaginario collettivo nulla è meglio del grandioso vulcano siciliano. Il Club di razza, ossia la Società Amatori Cirneco, fu fondato nel 1951 a Catania, con il dottor Migneco come presidente e Agata Paternò come segretaria e fu riconosciuto dall’Enci nel 1956.

Le falde dell’Etna.

A questo punto è giusto dire qualcosa di più su questa nobildonna siciliana, che tanto si distinse in Sicilia e negli anni Trenta, in una realtà che poco spazio dava alle donne moderne. Agata Paternò, nata nel 1914 quando la Grande Guerra era alle porte, apparteneva a un’illustre famiglia di origine normanna, ma ciò non le impedì di fare cose allora definite sconvenienti come passeggiare in centro in pantaloni (una donna in gonna doveva stare…), andare a caccia in Italia e all’estero, frequentare l’università ed essere una imprenditrice. Di grande fascino ed entusiasta di tutto ciò che faceva, era anche testarda, come accadde quando notò che alcune sue caprette di razza maltese senza corna (lo standard non prevede le corna, ma in realtà ne esistono anche con le corna), invece le avevano. Detto fatto, gliele segò direttamente lei. Eppure amava molto gli animali. Durante la Seconda guerra mondiale, per salvare gli animali dai bombardamenti, Donna Agata (così normalmente chiamata) se li portò a casa e riuscì ad alimentare gli 80 cani nonostante la penuria di cibo. Proprio durante la guerra, il 5 maggio 1942, nacquero a Carcaci i capostipiti del suo futuro allevamento Aetnensis: Signorina, Bellina, Vespina, Palomba, Santuzza, Edoardo, Pupa, Fiamma.

Agata Paternò.

Disse: “Sono nata e cresciuta tra i cirnechi perché, avendo le nostre terre vicino Adrano, non potevano mancare tra i cani di casa numerosi cirnechi, anche se il concetto di razza era limitato ai Setter e ai Pointer, mentre il Cirneco, che è una razza più antica, era considerato alla stregua di un cane da pagliaio. Più studiavo i cirnechi, più m’innamoravo della loro bellezza, della loro nobiltà”. I primi due campioni della razza furono Aetnensis Pupa e Aetnensis Edo ma purtroppo, durante i suoi viaggi in Italia ed Europa nelle esposizioni di bellezza per far conoscere i suoi cani, Agata Paternò capì che, seppure aveva vinto la sua battaglia per il Cirneco dell’Etna, non poteva vincere quella contro il male incurabile che l’aveva colpita. Morì nel 1958, a soli 44 anni.

Agata Paternò.

Dopo la morte di Donna Agata l’allevamento  Aetnensis cessò l’attività e molti di questi cani furono rubati da cacciatori. Fortunatamente alcuni esemplari furono presi da allevatori come Giuseppe Urzi e Francesco Scaldara, il quale avviò la riproduzione con il prefisso Taorminensis. Francesco Scaldara nacque il 10 luglio 1909 a Limina, non lontano da Taormina. Nel 1933 si laureò in medicina e successivamente partecipò alla Seconda guerra mondiale, al cui termine fu congedato col grado di colonnello. Ritornato nella sua città, riprese la pratica medica e contemporaneamente si interessò allo studio della microbiologia e della zoologia.  Negli anni ’50, Scaldara incontrò gli amanti del Cirneco dell’Etna e iniziò a studiare la genetica di questa razza. Dopo la morte di Donna Agata, Scaldara comprò un paio di femmine e un maschio e, aggiungendoli ad altri esemplari di cui era proprietario, iniziò il suo allevamento col prefisso Taorminensis. I fondatori della linea Taorminensis erano Aetnensis Edo e sua figlia Aetnensis Gemma.

Scaldara fu un grande allevatore e ottenne Cirnechi dell’Etna eccezionali, rustici ed eccellenti nella caccia, dalla testa perfetta, atletici e, in un buon numero di esemplari, bianchi nel petto e collo, con una lista bianca dal naso alla fronte e la parte terminale della coda dello stesso colore. Questi esemplari, simili al Podenco Ibicenco quanto a manto, in siciliano venivano chiamati “Cirnechi lapiati”  e furono molto apprezzati nella zona di Ragusa, in particolare a Donna Lucata (frazione di Scicli) e Scicli. Ancora oggi ce ne sono.

Il dottor Scaldara era un tipo riservato e andava al sodo, evitando le sciocchezze. In alcuni casi diceva, come all’allora giovane Antonino Miuccio che lo affiancò per decenni, che alcune persone si perdevano con frasi e atti futili solo perché non avevano partecipato alla guerra e ai suoi orrori che Scaldara invece aveva vissuto. Non badava alle apparenze. I guinzagli a catena con cui portava i suoi cani erano arrugginiti e un giorno Miuccio gli fece notare che sarebbe stato meglio comprarne di nuovi in occasione di una manifestazione cinofila, ma Scaldara gli rispose che “i giudici devono giudicare i cani, mica i guinzagli”. Non condivise neppure con i colleghi la sua esperienza sui Cirnechi e non vi collaborò mai. La maggior parte dei suoi cani morirono in un incendio doloso appiccato al suo canile da ignoti, mentre altre due volte molti esemplari gli furono rubati.

Ormai vecchio, capiva che doveva affidare la salvezza dei suoi cani a una persona fidata e questi era proprio Antonino Miuccio, che ne aveva alcuni della sua selezione. Prima di morire gli disse in siciliano: “sti cani ne fare peddere”, in pratica “continua tu la mia opera”. Francesco Scaldara morì nel 1993 all’età di 84 anni. Antonino Miuccio, già appassionato da sempre di Cirnechi, mantenne la promessa, anche se per ragioni burocratiche acquisì ufficialmente l’affisso Taorminensis solo nel 2016.

Francesco Scaldara.

Fra i grandi allevatori di Cirnechi figura Giuseppe Aiello. Il suo allevamento ebbe inizio nei primi anni ’60 – ma ufficialmente fu registrato con l’affisso Del gelso bianco nel 1971 – con gli esemplari di suo padre di cui si ricordano Rigoletto, Saitta, Gemma, Rugiero. In effetti la famiglia Aiello nella proprietà agricola caccia il coniglio e alleva Cirnechi da oltre due secoli e i loro esemplari sono  forti, resistenti, rustici, ottimi nella caccia ma anche belli ed eleganti.

Giuseppe Aiello.

L’allevamento Taorminensis di Antonino Miuccio, con sede a S. Teresa di Riva (ME), seleziona da quasi mezzo secolo Cirnechi dell’Etna non solo splendidi ma anche molto valenti a caccia, visto che questa è un’altra delle grandi passioni del titolare e per la quale impiega questa razza. L’allevamento consta di due stalloni, quattro fattrici e vari soggetti rustici.

Antonino Miuccio con uno dei suoi Cirnechi dell’Etna.