Soldati macedoni con cani.

Da quanto tempo esiste il mantrailing? Esattamente non lo sappiamo, ma dall’antichità senza dubbio. Partendo dal fatto che anche un buon cane da caccia specializzato deve seguire la pista di una determinata preda e non di tutte quelle presenti (per esempio, un Segugio Maremmano addestrato per il cinghiale ignora la pista del capriolo o altri animali), diciamo che i cani che devono cercare gli esseri umani sono suddivisi in due tipi, quelli che ricercano una determinata traccia olfattiva di una singola persona (mantrailing) e quelli  da ricerca che seguono tracce olfattive umane in genere.

Senz’altro erano cani da mantrailing quelli messi in campo da Filippo II di Macedonia nel 352 a.C. quando si scontrò con gli orbeliani, che erano traci della zona del Monte Orbelian, oggi chiamato Monte Lekani, in Grecia. Fa parte della catena montuosa dei Monti Rodopi, che sorge in Grecia e in Bulgaria. Bene, i traci si ritirarono su quelle montagne coperte di boschi, ai piedi della quale c’era una grandissima palude. Da là scendevano improvvisamente e attaccavano i macedoni – che nella zona fondarono la città di Filippi – mettendoli in difficoltà. Allora Filippo II decise di impiegare i cani, cercandoli in quelle fitte foreste, trovandoli e sconfiggendoli. Lo storico romano Polieno scrisse (in Stratagemmi, libro 4, capitolo 2, 16): “I barbari si erano nascosti nel folto, dove Filippo, straniero di quel paese, non sapeva come seguirli, ma ci riuscì tracciando i loro passi con cani da sangue“.

Bisogna pensare che il territorio non era percorso solo da questi nemici, ma anche da persone non belligeranti o alleate, da pastori, contadini e pescatori, da esploratori a piedi e a cavallo che cercavano appunto i guerrieri orbeliani. Se i cani fossero stati solo da ricerca, avrebbero seguito qualsiasi pista umana, anche di amici e alleati, con perdita di tempo, confusione e nessun risultato. Dobbiamo pertanto ritenere che i cani venissero portati là dove c’era stato un accampamento nemico o uno scontro con gli orbeliani. Una volta capito il punto di allontanamento e la direzione del nemico – per mezzo di impronte e terreno smosso, perché molte persone in movimento comunque danneggiano il suolo, erboso o no – si facevano fiutare ai cani gli odori. Attenzione, i cani non memorizzavano gli odori di tutti gli orbeliani, ma di alcuni del gruppo, e li seguivano, purché fossero passati solo pochissimi giorni e gli eventi climatici non fossero stati sfavorevoli (per esempio molto vento e pioggia battente).

Gli stessi problemi sulla individuazione esatta del nemico, e non di altri che nulla centravano, l’ebbero i legionari romani nel 231 a.C. in Sardegna, quando il console Pomponio Matone impiegò cani addestrati nella caccia all’uomo per snidare i peliti dai loro rifugi. Si potrebbe pensare che i romani abbiano impiegato in tali azioni semplici cani da ricerca di uomini in quanto i ribelli (ovviamente patrioti per i sardi) vivevano nell’attuale Barbagia che – come erroneamente asseriscono certi appassionati cinofili sardi e incredibilmente persino qualche docente universitario colà vivente – sarebbe stata una zona mai conquistata dai romani. Tuttavia la storia prova l’opposto, tanto che i romani per esempio costruirono e presidiarono caposaldi militari ad Austis (Forum Augusti), Meana Sardo (Mansio Mediana), Sorabile (a soli due chilometri da Fonni, da lì ha preso il nome il Cane Fonnese) e Mamoiada (Mansio Manubiata). Tutti in Barbagia. Limitandoci solo a Mamoiada, il prof. Massimo Pittau – titolare della cattedra in Linguistica Sarda all’Università di Sassari e autore di una cinquantina libri e di oltre 400 studi relativi a questioni di linguistica, filologia, filosofia del linguaggio – scrisse: “Mamoiada è in una posizione strategica rispetto a numerosi paesi della Barbagia; più precisamente essa è posta in un sito che è centrale rispetto ai seguenti paesi: Orgosolo, Fonni, Lodine, Gavoi, Ollolai, Olzai, Sarule ed Orani; e questa posizione non poteva non essere presa in considerazione dai romani nella loro opera di controllo militare dell’intera Barbagia. Dunque finiamola una buona volta, noi sardi, di dire che i romani non sono mai entrati nella Barbagia e non l’abbiano mai conquistata!”.

Perché abbiamo spiegato quanto sopra? Per fare capire che pure i soldati romani con i loro cani, alla ricerca dei ribelli peliti, si muovevano in un territorio percorso anche da persone non belligeranti o alleate, pastori, mercanti e contadini. Insomma, persone che nulla avevano a che fare con le vicende belliche ma la cui traccia olfattiva sarebbe stata inutilmente seguita da normali cani da cerca. Dobbiamo pertanto ritenere, anche in questo caso, che i cani  venissero portati là dove c’era stato un accampamento nemico o uno scontro con i peliti (non rari, i circa 300.000 sardi dell’isola persero in battaglia contro i romani un quarto della popolazione, venendo infine sottomessi). Oppure che venissero utilizzati anche normali cani da cerca solo in quelle aree del tutto ostili in cui chiunque venisse scovato era automaticamente considerato ostile e quindi da uccidere o catturare senza se e senza ma. Da notare che quelli romani erano cani da guerra e non segugi perché venivano chiamati sagaces che significa accorti e attenti, e non significa segugi. A dimostrazione che (quasi) qualsiasi cane può essere usato per tale fine, come gli attuali Pastori Tedeschi e Belga che pur nella ricerca hanno tempra e utilizzi  anche diversi, se ritenuti necessari in quel contesto.

II d.C., pattuglia romana in perlustrazione  con molossi.
(Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone).

Un cane come un antico molosso poteva assolvere dignitosamente sia la ricerca della traccia olfattiva sia l’attacco all’uomo, anche perchè nell’antichità – di norma – questa tipologia di cani non era certo mortificata dal brachignatismo odierno. I San Bernardo sono molossoidi ma hanno grande olfatto e venivano impiegati per trovare le persone sepolte sotto la neve, anche metri. Sono stati sostituiti da altre razze solo a causa delle dimensioni, eccessive per il San Bernardo nei moderni contesti operativi. Ovvio però che se il muso è troppo corto, conseguentemente lo sarà anche la canna nasale e difatti un Pastore Tedesco dal muso lungo ha circa 200 milioni di ricettori olfattivi mentre un Bulldog Inglese solo 100. Del resto un muso troppo corto non sarebbe adatto a un cane da mantrailing perché questi animali durante la ricerca devono muoversi parecchio, anche in zone ostiche e con qualsiasi condizione atmosferica, col freddo e ancora peggio con il caldo. Il cervello deve essere mantenuto a temperatura accuratamente regolata. Questo – senza entrare troppo nello specifico – avviene grazie a naso e bocca che fungono da radiatori. Se sono troppo corti non funzionano bene e difatti i cani come gli odierni Boxer, Carlino, Pechinese, Bulldog Inglese e altri non reggono a sforzi prolungati e al caldo, e possono pure morire.

Bisogna considerare che la ricerca di persone un tempo aveva finalità diverse da quelle odierne. Anche nel caso di ricerca di elementi pericolosi, immaginiamo nel caso di detenuti fuggiti, i cani non devono essere mordaci se non in determinate situazioni per le quali sono scrupolosamente addestrati e continuamente selezionati. In passato era diverso, e lo erano pure i cani. Si narra che i segugi li usasse già il francese duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore, il quale nel 1066 assoggettò l’Inghilterra con le sue truppe bretoni, francesi e normanne. Guglielmo, divenuto re d’Inghilterra e appassionato cacciatore, vi importò i Cani di S. Uberto, originari del Belgio in quanto allevati fin dal 1000 d.C. dai monaci del monastero di Saint-Hubert. Da loro discendono i Bloodhound. Gugliemo li impiegò anche per difendere gli accampamenti – se vero, dovevano essere caratterialmente diversi da come li immaginiamo – e per rintracciare il nemico. Forse l’oggi estinto Talbot, che più di una razza era un tipo, era lo stesso animale.

Talbot.

 Con molta cautela si riferisce che è solo citata in poesie e racconti la possibilità che i ribelli/patrioti scozzesi Robert the Bruce e William Wallace “Bravehearth” (quello interpretato da Mel Gibson nell’omonimo film) siano stati cercati nel XIV secolo anche con i segugi dai soldati del re inglese Edoardo Plantageneto detto Gambelunghe (in inglese Longshanks). Tuttavia, di sicuro questa era una consuetudine e non si capisce perché non la si sarebbe dovuta attuare per loro e in particolare per William Wallace. Fra l’altro, anche in Scozia esistevano segugi, come scrisse lo storico scozzese Hector Boyce, (1465-1536), che si firmò col nome latino di Hectore Boethius nella sua opera Historia Gentis Scotorum (Storia del popolo scozzese), pubblicata originariamente nel 1526 e che fu tradotta nel 1536 da John Bellenden con il titolo The history and croniklis of Scotland.

In quest’opera si descrivono questi segugi scozzesi: “In Scozia ci sono cani di una natura meravigliosa, perché al di sopra della natura comune e della condizione dei cani che si vedono in tutti i posti. In Scozia ci sono tre tipi di cani che non si vedono in altre parti del mondo (…) il terzo tipo non è più grande di un qualsiasi cane da caccia, è di colore rosso o nero con piccole macchie,  sono chiamati sleuth-hound dalla gente. Questi cani hanno un’intelligenza così meravigliosa che cercano i ladri e li seguono solo dal profumo dei beni che vengono portati via. E non solo trovano il ladro ma lo attaccano con grande crudeltà. E anche se i ladri spesso attraversano l’acqua per far sì che il segugio perda il profumo loro e dei beni rubati, tuttavia cercano qua e là con tale diligenza che dal suo piede (cioè dal profumo del ladro) egli trova sia la traccia del ladro che dei suoi beni. La natura meravigliosa di questi cani non sarà creduta da gente ignorante. Tuttavia, gli stessi segugi sono molto frequenti e comuni ai confini dell’Inghilterra e della Scozia. Inoltre, è stabilito dalle leggi del confine che colui che nega il passaggio al segugio in occasione di un inseguimento e alla ricerca di beni deve essere considerato complice del crimine e del furto commesso“.

Da notare nella citazione il termine sleuth-hound, con sleuth che significa investigatore, detective. Inoltre, vi si legge che questi cani potevano attivarsi facendogli fiutare l’odore presente nel luogo del furto e che quindi ne doveva permeare anche tutto il contenuto, in quanto c’è scritto che cercano i ladri e li seguono solo dal profumo dei beni che vengono portati via. Non solo, il cane riusciva anche a collegare l’odore dei beni rubati a colui che li aveva rubati, poiché c’è scritto E anche se i ladri spesso attraversano l’acqua per far sì che il segugio perda il profumo loro e dei beni rubati, tuttavia cercano qua e là con tale diligenza che dal suo piede (cioè dal profumo del ladro) egli trova sia la traccia del ladro che dei suoi beni. Incredibile testimonianza di quanto, già allora, si sapesse relativamente al mantrailing e al generale impiego dei cani da fiuto.

Livre de chasse, di Gaston Phébus, XV secolo, France (folio 63, BnF, Département des manuscrits, Parigi).

I segugi, come abbiamo visto, fin dal XIII secolo venivano messi in campo per rintracciare i briganti, chiamati Border Reivers, che agivano lungo il confine anglo-scozzese (ancora attivi all’inizio del XVII secolo). Facendo razzie di qua e di là del confine cercavano di campare, visto che i loro appezzamenti agricoli erano piccoli e poco produttivi e quel che ottenevano, soprattutto con la pastorizia, veniva spesso depredato o distrutto dagli eserciti in guerra. Tuttavia questi banditi erano anche sequestratori in cerca di riscatti. L’atteggiamento dei governi inglese e scozzese nei loro confronti si alternava dall’indulgenza – dopotutto li utilizzavano ambedue come soldati mercenari in battaglia, anche se erano indisciplinati e poco o nulla affidabili – allo sterminio quando esageravano, e si parla di bande di poche decine fino, in casi eccezionali di vasti raid, anche a tremila e più briganti. In quest’ultimo caso li andavano a cercare su quelle colline erbose e nebbiose con i segugi e le truppe.

Anche chi era stato razziato poteva legalmente riunire un numero bastante di uomini e segugi e cercare e uccidere questi banditi, purché lo facesse entro sei giorni dal furto. Poteva anche valicare il confine. Se non erano accompagnati da un rappresentante delle autorità, per fare capire che erano i razziati e non i razziatori uno di loro doveva avere un pezzo di torba incendiata sulla punta della lancia. Proprio questo particolare della torba sulla lancia ha fatto ipotizzare a noi di K9 Uomini e Cani che la famosa incisione su rame Der Reuter (Il cavaliere, 1513) anche conosciuta come Ritter, Tod und Teufel (Cavaliere, morte e diavolo) di Albrecht Dürer, potrebbe non c’entrare nulla con la storia del cane tedesco hoffwart, da cui parte l’attuale Hovawart, come invece vorrebbero i cultori della razza. Non ci risulta, infatti, che in Germania ci fosse questo uso della torba sulla lancia. Pertanto Albrecht Dürer dovette rifarsi agli inseguitori dei Border Reivers e quindi il cane affiancato potrebbe essere un segugio inglese o scozzese dell’epoca. Tra l’altro somiglia al cane del quadro Auld Wat of Harden, di Tom Scott.

Der Reuter, 1513. Si noti la punta della lancia.

Tornando agli inseguitori dei Border Reivers, chi li incontrava era tenuto a dargli l’aiuto che poteva, a pena di essere considerato complice dei predoni. L’autorizzazione dei sei giorni dal furto potrebbe essere motivata proprio dalla durata massima della traccia olfattiva lasciata dai razziatori, includendo l’inseguimento e il successivo scontro con relativa giustizia sommaria. Appare ovvio che dopo un certo numero di giorni nessun segugio avrebbe potuto distinguere fra un razziatore e un qualsiasi abitante incontrato, perché ripetiamo che tali fatti si verificavano comunque in zone in cui c’erano attività umane. Poiché è presumibile che una banda di razziatori si separasse una volta effettuato un furto, sapendo di essere inseguita anche dai segugi, probabilmente i componenti cercavano di confondersi fra altra gente o là dove passavano molte persone, per esempio una strada o sentiero frequentato. Insomma, si cercava di fare perdere la pista ai cani.

Auld Wat of Harden, quadro di Tom Scott (1854–1927). Si noti il cane.

I cani notoriamente venivano usati per gli schiavi, anche per rintracciare quelli che fuggivano, come accadeva in America fino al XIX secolo. I cani venivano tenuti isolati e legati fin da cuccioli e poi, all’età giusta, uno schiavo li frustava o infastidiva facendoli inferocire. Dopo alcune volte lo schiavo doveva correre e il gestore, con gli irritati cani al guinzaglio, gli stava appresso poco distante. Lo schiavo poi veniva sostituito con altri (e anche con uomini bianchi, volendo). Il passaggio successivo, dopo le solite provocazioni ai cani, era quello di fare fuggire lo schiavo (chiamiamolo, in un certo qual modo, figurante) facendogli lasciare un indumento sul terreno e facendolo fiutare ai cani, che ben riconoscevano quello dell’ormai “nemico”. A questo punto si dava il comando di ricerca ai cani e li si liberava, ma con la museruola. Una volta quasi raggiunto, l’uomo si arrampicava su un albero, con i cani sotto e i padroni gli davano da mangiare (ai cani). L’addestramento portava infine alla ricerca del figurante dopo parecchie ore o addirittura qualche giorno dopo la sua “fuga”, con i cani al guinzaglio o liberi con o senza museruola. In pratica, i cani una volta sentito l’ordine, dato da un indumento o dalle tracce odorose del fuggitivo, imparavano che avrebbero mangiato solo una volta trovatolo.

A volte lo schiavo doveva correre veramente per non farsi uccidere, ma ai tempi della schiavitù in America purtroppo la loro vita non valeva nulla, se non per il padrone. Gli schiavi difatti erano legalmente ritenuti “cose”, beni acquistati o affittati (c’erano anche gli schiavi dati in affitto dai proprietari) che si andava a scegliere e portare via al mercato. Un mercato attivissimo negli Stati del sud, che nel 1860, giusto per fare un esempio, contavano circa 4 milioni di schiavi. Da notare che il possidente era proprietario non solo dello schiavo o schiava ma pure di tutti i suoi eventuali discendenti. Gli schiavi si occupavano dei lavori manuali, soprattutto in agricoltura, venendo controllati  da sorveglianti che si assicuravano, anche con la violenza, che lavorassero il più possibile. Fin dall’inizio del XVIII secolo esistevano leggi sulla materia, naturalmente non a favore degli schiavi, che erano soggetti a immediata uccisione da parte dei proprietari o gestori se tentavano la fuga, nascondevano armi, minacciavano i bianchi o non si arrendevano. Per cose minori finivano “solo castrati” per renderli più tranquilli, o altre amenità similari.

In caso di fuga il cane veniva aizzato verso l’obiettivo, e sapeva che non avrebbe più mangiato fino al risultato oppure, nel caso di ricerche della durata di giorni, che avrebbe mangiato solo un minimo per continuare le ricerche. Spinto dalla fame, dall’enfasi della caccia e anche dall’istinto predatorio, il cane tornava lupo. Era molto importante riportare il fuggitivo – preferibilmente vivo – all’azienda agricola affinché gli altri schiavi capissero l’inutilità della fuga e i rischi connessi e fossero così demotivati. Infatti il numero degli schiavi era sempre molto più alto di quello dei sorveglianti e tali pratiche crudeli ne aumentavano la paura e quindi evitavano o limitavano le ribellioni. Bisognava custodirli, tenerli a bada, intimorirli, inseguirli e rintracciarli quando fuggivano e se il caso anche ucciderli a sangue freddo davanti ai loro compagni per dare un esempio. Per fare tutto questo i cani erano molto importanti. Le grandi aziende ne erano ben fornite, ma all’occorrenza ce n’erano di pronti e addestrati negli allevamenti, che si pubblicizzavano anche sui giornali. Si potevano acquistare oppure farsi fornire un servizio di “cattura del negro”, possibilmente vivo ma se non possibile anche morto, con tanto di tariffa oraria, a giornata, chilometraggio e così via.

Schiavi nei campi di cotone, Stati confederati, XIX secolo.

I fuggitivi più abili finivano braccati pure dai cacciatori di schiavi, anche loro con cani e che potremmo definire liberi professionisti attirati dalla taglia. Nell’ottobre 1844 erano fuggiti alcuni schiavi della tenuta di una certa miss Swifts e così arrivarono due uomini con una muta di “cani da negro” che si misero subito in caccia: Avevamo trovato la pista di tre negri, così attraversammo la palude col fango fino al ginocchio e l’acqua fino all’anca, eppure i cani li inseguirono per quattro ore e mezza, non avevo mai visto una simile perseveranza nei cani alla caccia del cervo, né mancò la forza da parte di chi cercava di seguire i cani” (Diary, Mss. 2978, Louisiana and Lower Mississippi Valley Collections, LSU Libraries, Baton Rouge, La,  pagg. 375-76). Per di più, chiunque aveva diritto e persino il dovere di cacciare il fuggitivo e per chi invece lo avesse aiutato era prevista e comminata  un’enorme multa di ben 1.000 dollari e un anno di carcere.

Gli schiavi, per conoscenza diretta o per sentito dire, adottavano dei trucchi contro i cani che sapevano sarebbero stati messi sulle loro tracce. Uno consisteva nel procurarsi o coltivare del peperoncino molto piccante, seccarlo e triturarlo. Quando fuggivano, gli schiavi ne spargevano un po’ esattamente dove avevano poggiato il piede, poi proseguivano. Se un cane, seguendo l’odore del fuggitivo, inalava la polvere di peperoncino – essendo il naso dei cani enormemente più sensibile di quello umano – provava un terribile bruciore e il naso rimaneva infiammato per ore o giorni. Dopo quell’esperienza un cane sarebbe divenuto molto più cauto, fiutando l’aria con circospezione ma evitando di tenere il naso a terra. Ciò naturalmente rallentava di molto le ricerche, se non le bloccava addirittura.

Un altro trucco era quello di coprire il proprio odore, quanto meno quello dei piedi e delle gambe, ungendosi con grasso di animale selvatico, come cervo, maiale selvatico, tasso o altro. Infatti i cani erano addestrati a ignorare le piste e quindi l’odore degli animai selvatici, altrimenti avrebbero seguito loro e non lo schiavo. Coprendo così il proprio odore, il cane non lo individuava. “Anche il grasso di coniglio andava bene, e Sam poteva andare e venire senza che i cani lo scoprissero” (dal libro The House of Bondage, 1890, di Octavia V. Rogers Albert). Naturalmente, se il cane era valido e soprattutto esperto, la cosa non era così scontata. Fuggendo nell’acqua e nel fango di paludi e fiumi, il grasso poteva diluirsi o essere lavato via, il fango aderendo e poi seccando poteva infine staccarsi portando via lo strato di grasso. Se lo schiavo si inoltrava nell’erba alta o fra i cespugli, le mani, braccia o il torso non coperti dal grasso (ma coperte di sudore) potevano toccare la vegetazione e lasciare comunque molecole di odore. Senza contare che i cani possono seguire la pista anche fiutando l’aria, naso in alto, e in tal modo capire che, unito all’odore del grasso animale, c’era quello ben conosciuto dell’uomo inseguito.

Lo schiavo fuggitivo si inoltrava in zone in cui vivevano anche animali selvatici pericolosi, come raccontò l’ex schiavo Solomon Northup riguardo alla sua fuga in Louisiana: “Per trenta o quaranta miglia la zona era disabitata, salvo di animali selvatici come l’orso, il puma e i grandi rettili viscidi che strisciavano dappertutto. Barcollai, temendo a ogni istante che avrei potuto sentire la terribile puntura del mocassino (N.d.A. un serpente molto velenoso) o essere schiacciato tra le fauci di qualche alligatore. Eppure queste paure erano inferiori alla paura dei cani che mi inseguivano” (dal libro Twelve Years a Slave, 1968, di Sue Eakin e Joseph Logsdon, pagg. 103-104).

Alcuni cani, come i segugi Bloodhound, possono seguire anche “piste fredde”, ossia scie odorose vecchie di un giorno e in certi casi di più. Si capirà perché questi cani da schiavo venissero chiamati Cuban Bloodhound. Avevano ottimo fiuto, ed erano pure feroci. Bennett H. Barrow, uno schiavista della Louisiana, teneva un diario dettagliato e menzionava spesso l’importanza dei cani nel catturare i fuggiaschi, così come la terribile violenza che potevano infliggere: “Il cacciatore Ruffins Boy Henry, inseguendo Williams, lo trovò atterrato dai cani, che stavano per ucciderlo” (Diary, Mss. 2978, Louisiana and Lower Mississippi Valley Collections, LSU Libraries, Baton Rouge, La, 440).   Come raccontò un ex schiavo: “Se la gente di colore avesse iniziato una rivolta, i bianchi avrebbero aizzato i segugi su di noi e ci avrebbero ucciso” (The American Slave, vol. 8, 1972). Naturalmente i fuggitivi prevedevano e temevano l’uso dei cani e cercavano di armarsi. Più volte cani di questo tipo furono uccisi a coltellate. La più strana difesa crediamo sia stata quella di uno schiavo che aveva morso un cane alla zampa. Dopo averlo catturato, vivo, gli stupiti gestori gli chiesero perché l’avesse fatto  e lui rispose: “Lui mi ha dato un morso e io gliel’ho ridato” (The American Slave, vol. 9, 1972).

Non bisogna inoltre dimenticare che il gestore del cane era parimenti esperto e integrava il cane perfettamente, cogliendo particolari che erano fuori dalla portata dell’animale. Non solo vedeva le impronte nel terreno morbido, ma conosceva quell’ambiente e così pure la flora. Sapeva che quel dato tipo di erba – se calpestata in quella stagione, clima e ora – si drizzava dopo un certo lasso di tempo, svelandogli, se ancora parzialmente piegata, da quanto lo schiavo era passato da lì; capiva la stessa cosa dal rametto spezzato, in base al colore nella rottura, alla linfa fluida od ormai secca o all’odore emanato; in base all’esperienza sapeva quali erano le tipiche e anche istintive modalità di fuga di un uomo che invece esperto non lo era; da uomo inseguitore ragionava come avrebbe ragionato l’uomo inseguito. In pratica, lo schiavo fuggitivo aveva ben poche possibilità di farcela.

Nel Sud degli Stati Uniti i cani potevano essere specializzati per gli schiavi, oppure essere utili un po’ per tutto, come la gestione del bestiame, la caccia ai grossi animali e la guardia. Se non doveva essere troppo grande e pesante se usato contro un cinghiale o un orso – perché senza agilità sarebbe morto in breve tempo – all’opposto doveva essere grande e temibile se utilizzato contro l’uomo. Agile e  veloce, certo, ma possente, anche perché l’arma che poteva utilizzare uno schiavo in fuga potrebbe essere solo un bastone, sassi o al massimo un coltello, nulla se paragonato alle zanne, artigli o corna di un grande e pericoloso animale selvatico. I cani erano addestrati a rintracciare i fuggiaschi e a bloccarli, limitandosi ad abbaiare per richiamare i padroni e a ringhiare al fuggitivo per terrorizzarlo. Se però tentava di fuggire o reagiva, lo sbranavano. Ognuno li accoppiava e selezionava in base alle proprie esigenze. A volte venivano usati insieme ai segugi. Insomma, quel che si legge in Uncle Tom’s Cabin (Capanna dello zio Tom), il libro di Harriet Beecher Stowe pubblicato nel 1852, non è certo una favola.  Fu il romanzo più venduto del XIX secolo, e il secondo best seller del secolo dopo la Bibbia.

La cosa che appare più evidente è che questi cani, sempre affettuosi con i padroni e i gestori, facevano esclusivamente quello per cui erano stati addestrati, compiacendo l’amico umano. Non possono essere accusati di nulla. Se fossero stati addestrati a cercare e salvare gli esseri umani, l’avrebbero fatto con la stessa passione e dedizione. Ed è proprio ciò che accade con il mantrailing quando si ricerca una persona scomparsa.