La Guerra Civile Americana (1861-5) causò fra le 620.000 e le 850.000 vittime, di cui circa 30.000  morti nelle prigioni unioniste, ossia nordiste, e altrettanti morti in quelle confederate e cioè sudiste. Fra queste ultime, forse la più terribile nonché famosa fu quella di Camp Sumter, meglio nota come Andersonville per via dell’omonima e vicina stazione ferroviaria della Georgia, e che sarebbe più corretto definire lager. Dei circa 45.000 prigionieri nordisti lì imprigionati, circa 13.000 morirono, soprattutto di scorbuto, diarrea e dissenteria, nonché di fame o assassinati. La prigione, aperta nel mese di febbraio 1864, in origine non era altro che un terreno di quasi sette ettari circondato da una palizzata alta oltre quattro metri, poi fu ingrandita a oltre dieci ettari, con due palizzate. Tutto all’interno della palizzata centrale c’era una striscia di quasi sei metri detta “terra della morte”. Chi vi entrava veniva ucciso a fucilate dalle guardie, senza preavviso.

Illustrazione raffigurante il campo di Andersonville.

Robert H. Kellogg, sergente maggiore del 16° Reggimento Connecticut Volunteers, descrisse il suo ingresso come prigioniero nel campo di prigionia, il 2 maggio 1864: “Quando entrammo nel luogo, uno spettacolo incontrò i nostri occhi che quasi gelarono il nostro sangue di orrore, e fecero fallire il nostro cuore dentro di noi. Davanti a noi c’erano forme che un tempo erano state attive ed erette; – uomini coraggiosi, ora nient’altro che semplici scheletri ambulanti, ricoperti di sudiciume e parassiti (…) Dio ci protegga! e tutti pensavano che solo Lui poteva portarli fuori vivo da un posto così terribile. Al centro di tutto c’era una palude, che occupava circa tre o quattro ettari, e una parte di questo luogo paludoso era stata usata dai prigionieri come un lavandino, e gli escrementi coprivano il terreno, la cui puzza era soffocante. Il terreno assegnato ai nostri era vicino al bordo (…)”.

I prigionieri, che vivevano sotto il sole cocente o la pioggia battente, ricevevano scarsissimo cibo, niente medicinali e l’acqua potabile era poca, sporca e inquinata. Quando i propri vestiti finivano in pezzi, i detenuti si appropriavano fulmineamente di quelli dei morti, che toccarono anche punte di 3.000 al mese, finendo nelle fosse comuni. Nel campo si era formata una banda detta Andersonville Raiders, che spadroneggiava, rubava e uccideva, finché un giorno gli altri prigionieri non si ribellarono, catturandoli e uccidendone una parte. Le guardie dagli spalti stavano a guardare.

Le condizioni di vita dei prigionieri ad Andersonville.

Nonostante sia stato descritto come un sadico assassino, il comandante del campo capitano Heinrich Hartmann Wirz – nato in Svizzera, emigrato e poi arruolatosi nell’esercito nordista – chiese più volte al comando maggiori quantità di viveri e medicine per i prigionieri (e pure per i suoi soldati, visto che alla fine della guerra i confederati erano ormai tutti alla fame e quasi senza rifornimenti) ma ottenne netti rifiuti. Addirittura nel luglio del 1864 il capitano Wirz mise in libertà cinque soldati nordisti prigionieri – lui aveva pochi soldati (e successivamente solo giovani e vecchi della milizia popolare) che fungevano da guardie e non poteva privarsene – per consegnare una petizione firmata dalla maggior parte dei prigionieri di Andersonville con la quale si chiedeva che l’Unione (i nordisti) ripristinasse gli scambi di detenuti fra le parti. Ciò per alleviare il sovraffollamento del campo di prigionia e permettere ai prigionieri di tornare ai loro reparti. La richiesta fu però negata. Incredibilmente, i cinque soldati dopo avere consegnato la petizione fecero ritorno al campo di Andersonville come prigionieri, perché avevano dato la loro parola d’onore di tornare.

I prigionieri di Andersonville avevano solo poche tende per ripararsi. Sulla destra si nota la “linea della morte”.

Wirz impiegava i cani per la guardia e per rintracciare i fuggitivi, cosa che risulta al punto 11 dei capi di accusa formulati a suo carico dopo che al termine della guerra fu catturato, arrestato e giustiziato per crimini di guerra. Come risulta dalla documentazione dell’esercito sudista, 351 prigionieri (circa lo 0,7% di tutti i detenuti) fuggirono da Andersonville, di cui 32 riuscirono a rientrare nell’esercito nordista, mentre altri forse tornarono semplicemente alla vita civile senza informare i militari. La maggior parte dei prigionieri fuggirono durante i lavori esterni al campo, mentre le circa ottanta gallerie scavate di nascosto per passare sotto la palizzata furono scoperte, sempre su spiate di alcuni degli stessi detenuti. Quelli che riuscirono a fare perdere le loro tracce dovettero la salvezza grazie all’aiuto di alcuni abitanti civili sudisti stanchi di guerra e morte, mentre altri sopravvissero per via dell’aiuto degli schiavi di colore della zona.

Il capitano (Henry) Heinrich Hartmann Wirz.

La restante parte dei fuggitivi venne uccisa durante le ricerche. A quanto pare alcuni dei cani impiegati anche per la cattura dei prigionieri fuggiti sarebbero stati Cuban Bloodhound incrociati con altri cani di grande mole, viste le enormi dimensioni. Forse si trattava di Alani, allora dal carattere ben peggiore di quelli odierni. Infatti sappiamo che uno di questi esemplari, Spot, usato proprio nella prigione di Andersonville, era alto al garrese 90 cm, lungo 191 cm dal naso alla fine della coda e pesava 67 kg. Hero, altro Cuban Bloodhound usato però nella prigione di Libby, in Virginia, era alto al garrese 95 cm, lungo 211 cm dal naso alla fine della coda e pesava 85 kg. Meglio precisare che i Cuban Bloodhound non erano i pacifici segugi Bloodhound che conosciamo ma tutt’altro tipo di cane da pista nonché attacco.

Relativamente ad Andersonville, abbiamo maggiori dati grazie alla testimonianza di un civile,  Josiah Brownwell (in Dogs of War: And Stories Of Other Beasts Of Battle In The Civil War, 2014, di Marilyn Weymouth Seguin): “Un uomo di nome Turner aveva un branco di bloodhound ed è stato assunto dal capitano Wirz per catturare i fuggitivi. Ogni mattina Turner arrivava con i cani e faceva un giro intorno al perimetro della prigione. Uno dei cani si chiamava Spot e pesava 159 libbre, era alto tre piedi e dal naso alla punta della coda era lungo 6 piedi e 4,5 pollici.  Era un Cuban Bloodhound ed era uno dei tredici cani tenuti utilizzati dal capitano Wirz. Undici erano comuni segugi del Sud e due, tra cui Spot, erano Cuban Bloodhound. Questi segugi furono tenuti da Wirz per ricatturare i prigionieri dell’Unione. Ho saputo che questi cani avevano ucciso o mutilato gravemente i prigionieri. Alla fine della guerra, i soldati nordisti entrati nel campo uccisero undici di questi cani. Gli altri due furono portati a nord. Uno è morto e Spot è sopravvissuto”. L’associazione fra Andersonville e i cani da guardia era così forte che i sopravvissuti della prigione dopo la guerra fecero coniare una medaglia commemorativa raffigurante un cane da guardia che attacca un prigioniero in fuga e riportante la frase: “Death Before Dishonor”.

I cani di Turner, così come altri utilizzati per quei fini, erano incroci di Foxhound con altri cani anche meticci, ma avevano grande fiuto in quanto in una zona frequentata da soldati sudisti, prigionieri nordisti al lavoro obbligato fuori dal campo (con il controllo delle guardie), schiavi neri nei campi e così via, riuscivano a seguire la pista del fuggitivo finché non lo trovavano. Forse coloro che riuscirono a fuggire lo dovettero agli schiavi che li aiutarono e che sapevano che ungendo le piante dei piedi o le suole delle scarpe con grasso di coniglio o di un animale selvatico, i cani avrebbero potuto essere disorientati e non sentire la pista del fuggitivo. A volte funzionava, a volte no.

Il sergente Clark N. Thorp riuscì a fuggire da Andersonville insieme con uno schiavo che aveva incontrato sulle rive del fiume Flint, a sei miglia di distanza da Andersonville. Raccontò: “Abbiamo iniziato a scendere il fiume a piedi, nell’acqua, sapendo perfettamente che, al mattino, il branco di cani affamati di sangue di Andersonville ci avrebbe inseguito. Trovammo una barca (…)  Verso il mattino una nebbia pesante si era depositata sul fiume rendendo difficile e pericoloso procedere. Il paese sembrava essere deserto e sicuro, e abbiamo deciso di andare avanti nella speranza di raggiungere un bosco.  Quando fummo costretti a sbarcare, scoprimmo di trovarci in un grande boschetto di giovani alberi senza sottobosco e nascondigli. Eravamo nella contea di Mitchell, in Georgia, e sulla sponda opposta c’era Baker Co., famosa per i suoi numerosi branchi di cani da sangue. Abbiamo pensato che se avessimo attraversato il fiume nella contea di Baker, avremmo presto avuto alle calcagna un branco di segugi addestrati (…)”.

I sudisti cercarono di smentire ciò che si diceva sulla prigione. Anni dopo LM Park, il quale all’età di 15 anni aveva servito nel 1° Reggimento della riserva della Georgia ad Andersonville, composto da ragazzi e vecchi, scrisse un articolo pubblicato nel 1874 sul giornale Southern Magazine in cui smentiva ciò che a suo dire era solo propaganda dei vincitori: “Come guardie inizialmente c’erano solo i resti di due reggimenti, il 26° dell’Alabama e il 55° della Georgia, in tutto circa trecentocinquanta uomini (…) in seguito non abbiamo mai avuto più di 1200-1500 guardie su quasi 40.000 prigionieri i quali con un piano concertato di ribellione potevano in qualsiasi momento scalare le mura, catturare le guardie e le armi e invadere l’intero paese, che a sud di Dalton era del tutto privo di protezione a parte ragazzi e vecchi dai capelli grigi. Tra le numerose menzogne inventate dai nordisti, e in realtà ancora credute da alcune parti fino ad oggi, c’era la storia che i confederati erano soliti controllare e cacciare i prigionieri con i cani da caccia. Ora, è risaputo che la razza dei Bloodhound è quasi estinta nel Sud, e che i grandi branchi di quei cani esistevano solo nella loro immaginazione (…) non nego che quando un prigioniero scappava si usavano alcuni segugi foxhound bastardi o mezzosangue per rintracciarlo. Tra i vari esemplari di questi cani a cui si allude c’era il famoso segugio della prigione di Libby. Ho visto spesso questo formidabile animale, che certamente nella sua giovinezza doveva essere un tipico esemplare di quel genere che si poteva incontrare ovunque, ma la povera bestia, consumata dalla vecchiaia e con appena un dente in bocca, era libero ed era una creatura inoffensiva. Era di proprietà del comandante di Libby, che lo teneva perché era un cane da compagnia per suo padre, e questo bruto viveva come un pensionato nella sua vecchiaia. Non avrebbe fatto male a un bambino…”.

Stampa raffigurante un gruppo di fuggitivi rintracciati con i cani ad Andersonville.

Il racconto di  LM Park a dire il vero in molte parti pare essere infarcito di menzogne, cercando di negare la realtà, anche perché Hero, questo Cuban Bloodhound della prigione di Libby, fu fotografato da JW Turner di Boston. La fotografia pareva essere andata perduta ma c’è un’illustrazione basata sulla fotografia. Non pare affatto un cane vecchio e debilitato come si era voluto fare credere. K9 Uomini e Cani però è riuscito a trovare la fotografia ritenuta perduta e l’ha pubblicata in questo servizio.

Un sopravvissuto di Andersonville, liberato e soccorso nel 1865 dalle truppe nordiste.

 LM Park aveva però ragione nel dire che la razza dei Bloodhound (Cuban Bloodhound) era all’epoca quasi estinta, e lo fu certamente alla fine del XX secolo almeno negli Stati Uniti. Troppo feroci, del tutto letali, erano stati selezionati come assassini e ormai non servivano più nella normale e pacifica vita quotidiana. Chi ne detenne alcuni sopravvissuti fu responsabile dell’uccisione di non poche persone, finché per legge non si ordinò la soppressione di tutti gli esemplari. E fu una giusta decisione.