L’esercito italiano usò i cani nella Guerra italo-turca (anche detta Guerra di Libia o Campagna di Libia), combattuta tra il 28 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912 contro l’Impero ottomano per la conquista della Tripolitania e della Cirenaica. L’Italia era più potente e mise in campo un esercito moderno, tanto che vinse in breve la guerra.

Ottobre 1911, lo sbarco dei marinai della Regia Marina.

Tuttavia, le truppe dovettero fronteggiare anche i numerosissimi ribelli senussi – i quali ovviamente si definivano invece, del tutto legittimamente, patrioti – che attuavano agguati nella zona del Fezzan nonché un’attiva guerriglia. In effetti il governo e lo stato maggiore dell’esercito italiano erravano pensando che la loro nuova occupazione potesse essere, se non gradita, comunque accettata da parte della popolazione libica, e che i turchi avessero pessimo consenso. Invece la ritirata da Tripoli dell’esercito turco (si spostarono nel deserto per non essere alla portata dei cannoni delle navi italiane) gli aveva sì fatto perdere quasi tutti i consensi alla causa ottomana – tanto che l’esercito turco fu accusato di avere svenduto la Tripolitania agli italiani, con la conseguente diserzione della milizia composta da libici – ma quando i turchi reagirono le simpatie della popolazione araba ritornarono ai propri correligionari.

In seguito allo sbarco italiano le guarnigioni turche di Tripoli si ritirarono nelle oasi di el-Azizia e di Suarei Ben Adem, dove il colonnello Neşet Bey incominciò a radunare oltre 20.000 mehalla (milizie regionali irregolari senusse). Neşet aveva solo quarant’anni ma vantava esperienza in battaglia, conosceva il territorio, parlava arabo ed era stimato dalla popolazione locale. Il generale Carlo Caneva, nominato comandante di corpo d’armata speciale per la Tripolitania e la Cirenaica poco più di un mese prima, non conosceva il territorio (non c’erano manco mappe dettagliate), non aveva voluto aprire contatti diplomatici con i capi tribù e attuò una politica dura a dimostrazione della potenza militare italiana. Conscio delle possibilità di attacchi improvvisi in luoghi ostili e sconosciuti, e visto che i meno numerosi turchi non accettavano lo scontro in campo aperto, prudentemente adottò una strategia tesa a fortificare i punti essenziali italiani attorno ai centri costieri. Per questo motivo fu continuamente spronato a essere più dinamico dal governo e dalla stampa, finché a settembre 1912 non fu esonerato dal comando. Il giornalista Luigi Barzini così lo descrisse: “Parola d’onore, se non sapessi che al tavolino vale qualche cosa (così dicono) lo prenderei per il più completo campione dell’imbecillità gallonata”.

I turchi e le milizie libiche in battaglia venivano pesantemente battuti e per questo adottavano la guerriglia. Il 23 ottobre attaccarono all’improvviso il perimetro difensivo italiano di Tripoli venendo battuti, ma a Sciara el Sciatt uccisero oltre 500 fra soldati e ufficiali italiani. La cosa che più colpì gli italiani fu l’attacco alle spalle della popolazione locale, uomini e donne, vecchi e ragazzi, ritenuti invece amichevoli. Il sergente Giuseppe Benincasa scrisse: “Settemila arabi tra cui molti ufficiali e sottufficiali turchi travestiti ci hanno tradito, e come belve tirano sui poveri soldati. Un reggimento di cavalleria turca di fronte e gli arabi alle spalle!”. Almeno 290 soldati furono catturati e poi massacrati, inchiodati alle palme da dattero o all’interno delle moschee o sepolti vivi fino alle spalle e lasciati morire. Sciara el Sciatt fece cadere ogni illusione sulla presunta volontà dei libici di voler scalzare il dominio ottomano. In realtà, i turchi alimentavano tra le tribù islamiche il mito della jihad. Si calcola che agli scontri di Sciara Sciat e di Henni abbiano partecipato circa cinquemila libici, appartenenti quasi tutti alle tribù della Gefara e del Gebel.

Soldati turchi in un’oasi libica, 1911.

Un corrispondente francese di Le Matin riportò: “Si sono tagliati loro i piedi, strappate le mani, poi sono stati crocefissi. Un bersagliere ha la bocca strappata sino alle orecchie, un altro ha il naso segato in piccoli tratti, un terzo ha infine le palpebre cucite con spago da sacco”. La rappresaglia italiana fu altrettanto feroce e terribile, con migliaia di arabi uccisi nelle case e strade di Tripoli e molti imprigionati. Questi sanguinosi avvenimenti compattarono l’opinione pubblica italiana che pretese  la decisa repressione degli insorti.

Il fatto era che il Regio Esercito aveva creato trincee e fortificazioni al fine di prevenire attacchi turchi, lasciando così al nemico l’iniziativa militare e quindi la guerriglia. Il soldato Arideo Bonfanti scrisse: “Fiaccati sempre più dalle lunghe marce, dalle notti insonni e da azioni di guerriglia che costituivano una costante minaccia”. E così il sergente Oliviero Guidotti “Quattro soldati giacevano a terra a pochi passi l’uno dall’altro, immersi in un lago di sangue; erano orribilmente straziati, in uno stato irriconoscibile. I barbari avevano sfogato tutto il loro odio sulle salme dei soldati”. Ricorda Getulio Giannoni dell’84° fanteria: “Ora siamo distanti da Tripoli. Si è fatta una trincea che prende da mare a mare: sarà lunga 15 chilometri ed è occupata tutta da soldati di fanteria a distanza poco meno di un braccio da un soldato all’altro. Questa non si abbandona mai né notte né giorno. Qui ci siamo a prenderci tutto il fresco della notte, qui ci siamo quando il sole si leva e quando brucia”. Per contrastare la guerriglia, specie notturna, l’esercito italiano decise allora di utilizzare i cani, ma i primi esemplari, soprattutto abruzzesi, non si dimostrarono adatti al caldo e al terreno sabbioso.

Reparto italiano con Pastore Maremmano Abruzzese, 1911, Libia.

Le offerte fatte dai produttori di cani da guardia e da guerra che fornivano vari Paesi, come il tedesco Paul Kohler e il maggiore inglese Edwin Hautenville Richardson, risultavano eccessivamente care (da 125 a 250 lire a esemplare). Vista la non indifferente spesa totale da affrontare, il comando militare optò su quel che già c’era in servizio e pertanto trasferì 20 cani da Roma, Verona e Rivoli (di varie razze: Alani e lupoidi selezionati in Italia) e altri 20 da diversi comandi della guardia di finanza (Collie Smooth, Airedale Terrier e altri tipo Schnauzer). Tuttavia, il generale Caneva reputò tale numero insufficiente.

Alpini italiani con cani Airedale Terrier, Libia, 1911.

Ci volevano molti più cani, e di diverso tipo. Bisogna sapere che un sottoposto del generale Caneva era il capitano Giovanni Riva di Villasanta, del 63° Reggimento fanteria Cagliari, di antica famiglia militare e a conoscenza – essendo cagliaritano – sia della validità dei cani sardi e forse anche di quel che si diceva a proposito del loro presunto contributo nel rintuzzare i francesi durante la tentata invasione della Sardegna del 1793. Caneva per l’appunto inviò a tal fine il capitano Riva di Villasanta, il sergente Antonio Coinu di Fonni e altri militari esperti in Sardegna, coadiuvati dai carabinieri delle varie stazioni che conoscevano perfettamente il territorio e i suoi abitanti (cani inclusi).

Prima di continuare sarà bene dire qualcosa di più su Giovanni Riva di Villasanta, che col grado di maggiore fu il primo comandante di un reparto della Brigata Sassari, fondata l’1 marzo 1915 e che praticamente da subito partecipò alla Grande Guerra, in cui trovò la morte Riva di Villasanta, esattamente il 7 giugno 1916 sulle Melette dell’Altopiano di Asiago. Aveva un figlio diciottenne, il sottotenente dei bersaglieri Alberto, partito volontario e morto eroicamente pure lui ma il 4 novembre 1918, pochi minuti prima che scattasse l’armistizio. La sua fu l’ultima Medaglia d’oro al valore militare del Regio esercito italiano nella Grande Guerra. Furono sepolti a fianco, con la scritta Guardami il petto, Babbo e dimmi: sei contento? Alberto più che mai tuo Padre ora mi sento! Ma la povera Mamma rimasta così sola? Un’altra Madre, Italia, di noi la riconsola!

Tornando al tema, in Sardegna i cani furono trovati – Dogo, Fonnesi e relativi incroci con Levrieri Sardi – e pure a buon prezzo, al massimo 50 lire ognuno, ma in realtà molto meno, visto che per 100 cani furono pagate 2.700 lire. Che come cifra, sia chiaro, era nulla, visto che i soldati inviati in Libia arrivarono circa a 100.000, un solo anno di guerra costò all’Italia più di un miliardo e 300 milioni di lire (cifra enorme per l’epoca) con 3.431 morti (di cui solo 1.431 in combattimento e 2.000 per malattie) e 4.220 feriti.

Gli esemplari scelti dai militari – 100 fra maschi e femmine di 2-3 anni – furono reperiti soprattutto nelle zone della Gallura, Nuorese, Logudoro e Ogliastra e subito inviati all’addestramento, peraltro relativamente semplice (oltre a quello di base): un militare con la divisa italiana li nutriva e coccolava, mentre un altro vestito da africano, arabo o con la divisa turca li maltrattava in continuazione. Questi cani, già aggressivi, imparavano subito quel che dovevano fare. L’addestramento successivo consisteva nel presentare al cane, infuriato e affamato a dovere, un fantoccio – sempre con gli abiti dei nemici che avrebbe incontrato – avente legata alla gola una vescica piena di sangue di pecora e pezzetti di carne. Il cane capiva che quello era il punto da ricercare nell’attacco all’odiato “nemico”.

Finito l’addestramento in Sardegna, nel 1912  i cani e gli addestratori furono imbarcati sui piroscafi India e Principe Amedeo con destinazione prima Napoli e poi la Libia. Una volta lì, sarebbero stati suddivisi in cinque plotoni e inviati a Tripoli (10 cani), Homs (30), Derna (15), Tobruk (15) e Bengasi (30). In seguito furono inviati altri cani, per un totale di circa 300. Furono efficaci nel loro ruolo ed estremamente coraggiosi in combattimento, dove superarono la loro stessa fama in molti episodi, anche se il principale scopo del loro impiego fu la vigilanza e la protezione degli accampamenti, in particolare di notte.

Come abbiamo scritto, il nemico era ovunque. Non solo poteva provenire dal deserto sotto forma di soldati turchi e guerrieri senussi, ma anche dalle spalle in quanto gli stessi abitanti dei centri conquistati, apparentemente inoffensivi, potevano rivelarsi letali, isolati oppure in folle di uomini, donne e bambini. Cogliere l’arrivo di potenziali nemici, grazie ai cani, era di basilare importanza, specie quando questi si avvicinavano strisciando di notte, del tutto invisibili. Attacchi improvvisi potevano avvenire anche nelle città.

Soldato italiano di guardia a Tripoli.

I cani, tranne nelle zone dedite alla pastorizia, in Libia così come in altri stati musulmani era (ed è) definito un animale impuro, di nessuna utilità e sommamente disprezzabile e pertanto la popolazione non aveva dimestichezza con loro. Ne aveva pure notevole timore, anche per via della rabbia, malattia allora come oggi purtroppo diffusa in quelle aree, per cui la vista di un cane aggressivo istintivamente provocava nella popolazione la fuga. Pertanto anche cani non di grandi dimensioni ma solo atletici, forti e determinati funzionavano perfettamente, come nel caso degli esemplari discendenti da incroci Levriere/Dogo/Fonnese che svolsero un lavoro perfetto così come gli altri cani della spedizione.

I cani servivano anche come esploratori – un utilizzo millenario da parte dell’uomo – ed erano utili nel tentativo di rintracciare i nemici in fuga nel deserto e nelle oasi e nel contempo di percepire la presenza di eventuali nemici in imboscata, possibilità per nulla remota vista la tecnica di guerriglia messa in campo in particolare dai senussi, che erano gente del luogo e pertanto ben più abituati a quel clima e territori.

Unità cinofile italiane nei pressi di una fortificazione, Libia.

Da notare che tutti questi cani avevano almeno 2-3 anni di età quando l’esercito li acquistò prelevandoli direttamente dai loro padroni nelle montagne e campagne della Sardegna, e quindi erano già dotati di carattere e tempra notevoli. C’è da supporre che l’esercito avesse esperti in grado di scegliere gli esemplari migliori e più adatti al compito. Eppure si adattarono perfettamente ai nuovi conduttori, dividendone agi (pochi) e rischi e fatiche (tante) come se fossero stati da sempre al loro fianco. Questa fu, ed è, la più chiara dimostrazione di quanto possano essere affidabili e intelligenti tali cani, e di quanto sia assurdo ritenerli e definirli feroci e sempre aggressivi, come vorrebbero fare credere alcuni. Certo, se li si tiene da cuccioli per mesi in una buca al buio, li si affama, percuote e stuzzica come facevano alcuni pastori per renderli feroci e mordaci, il discorso è diverso. C’è anche da dire che il 63° Reggimento fanteria Cagliari era composto soprattutto da sardi, che quindi avevano maggiore dimestichezza o almeno conoscenza di questo tipo di cane.

Un buon cane, anche se addestrato ad attaccare gli indigeni come accadeva in Libia, non deve farlo sempre e comunque, perché altrimenti sarebbe ben poco utilizzabile in contesti in cui persino nei campi militari o nei loro pressi ci sono indigeni amici o collaboranti – inservienti, manovali, commercianti, interpreti – oppure indigeni nemici che si comportano da amici fino al momento opportuno. Il cane dev’essere vigile e pronto ma non sempre mordace, altrimenti dev’essere tenuto costantemente alla catena ma, in questo caso, qualsiasi cane sarebbe stato valido per la mera vigilanza, senza dovere andare proprio in Sardegna per reperire esemplari particolari. E in effetti nella foto si può notare l’apparente tranquillità del Dogo Sardo a fianco del suo padrone e in mezzo a quegli stessi indigeni (stesso abbigliamento, odore, lingua – non è detto che i cani non capiscano le differenze fonetiche, e anzi noi pensiamo di sì – e atteggiamenti) che dovrebbe attaccare così come da addestramento.

Militari e indigeni con Dogo Sardo.

Non bisogna pensare che sul campo in questa guerra ci fossero solo sardi e cani sardi, perché sarebbe un grosso errore. Operarono anche alpini, carabinieri, genio, artiglieria, marina, aeronautica e così via. Abbiamo già scritto che erano presenti già dall’inizio cani lupoidi, Alani (non quelli da show che si vedono oggi), Collie Smooth, Airedale Terrier, Maremmani Abruzzesi e altri, anche non di razza. Si consideri che all’epoca il Collie e l’Airedale Terrier erano ritenuti i migliori cani al mondo per gli utilizzi militari, finché non ci fu l’avvento del Pastore Tedesco (in quegli anni in veloce diffusione) che praticamente li rese desueti. Prima, e non solo in Italia, si usava tutto quel che funzionava.

Non solo, i prigionieri venivano sorvegliati da cani. A parte gli ufficiali turchi – di cui non pochi disertarono consegnandosi agli italiani, e che beneficiavano di un trattamento particolare e venivano trasferiti a Caserta, in Italia (spesso con famiglie al seguito, se si trovavano in Libia durante il conflitto) –, gli indigeni libici finivano in carcere alle Tremiti, dove c’era una colonia penale con già 184 detenuti su una capienza massima di 360. Quasi tutti gli oltre milletrecento libici deportati nel 1911 (di cui poi uno su tre morì) erano stati catturati nell’area di Tripoli dopo la battaglia di Sciara el Sciatt, quella in cui i libici avevano torturato e massacrato i prigionieri italiani. In seguito i sopravvissuti furono rimpatriati. A sorvegliarli c’erano pure i cani, non quelli sardi ma quelli che da secoli affiancavano con la stessa fedeltà ed efficacia sia i briganti sia i “birri”, ossia i poliziotti e le guardie carcerarie: il Cane da presa meridionale, discendente del canis pugnax romano e “padre” degli odierni Cane Corso e Mastino Napoletano.

Isole Tremiti. Un gruppo di prigionieri libici con i sorveglianti. Si noti il Cane da presa meridionale dal manto chiaro.

Che fine fecero i cani sardi inviati in guerra? Morirono quasi tutti, perché in guerra è purtroppo frequente, e una parte fu abbandonata lì. Turchi e senussi infatti non stavano certo lì a farsi mordere, se potevano. Sappiamo però che uno di questi cani, Brigante, si perse o disertò o chissà cosa, fatto sta che finì in mano al nemico ed esattamente ai turchi che, religione o no, hanno una storia millenaria di allevamento e utilizzo dei cani. Catturato in gennaio, fu tenuto “prigioniero” sotto la cura del maggiore Halil Bey. Finite le ostilità, costui nobilmente fece ritrovare il cane vivo e vegeto agli italiani, con tanto di lettera nella quale si complimentava per il valore di quell’esemplare col quale, evidentemente, aveva socializzato, e molto probabilmente anche affezionandocisi.

Una curiosità su  Halil Bey: faceva parte dei Genç Türkler, in italiano Giovani Turchi, movimento politico ispirato dalla mazziniana Giovine Italia e che si proponeva obiettivi di maggiore efficienza, liberali e costituzionali. Peccato però che nel 1915 furono i responsabili del genocidio del popolo armeno… Comunque sia, da fervente e idealista nazionalista, partì sotto mentite spoglie per la Libia e si mise a disposizione del comandante. Con lui arrivarono diversi ufficiali turchi, incluso Mustafa Kemal Bey che fu ferito in battaglia a Tripoli dagli italiani. Kemal divenne il primo presidente della repubblica in Turchia e fu chiamato per decreto Mustafa Kamâl Atatürk (Atatürk significa “Padre dei Turchi”).

Viene da domandarsi una cosa, però: come si comportò Brigante fra i turchi? Perché lo ritennero valido? Perché non aveva fraternizzato con loro, ossia col nemico? O perché l’aveva fatto (come sembrerebbe dalla fotografia qui pubblicata)? Perché una volta nelle trincee turche aveva abbaiato contro gli italiani proteggendo i nuovi amici e dimenticando i vecchi? Chissà… Ma i cani hanno una qualità a noi negata e cioè la capacità di vedere il brutto o il bello così com’è. Senza badare al ceto e all’aspetto esteriore. O all’uniforme.

 

Cani Fonnesi (Allevamento Cani di Fonni).