Giovanni Todaro, direttore di K9 Uomini e Cani, da decenni si occupa di temi naturalistici – sul campo nonché con la pubblicazione di testi e conferenze –, collaborando con gli enti e associazioni di settore a livello nazionale e internazionale. Negli anni Novanta constatò la mancanza di un museo che trattasse il tema del bracconaggio e trappolaggio a livello mondiale e che quindi mancasse una basilare pedina per la divulgazione e la lotta contro questa piaga sociale che oggi – diversamente dai tempi in cui la povertà e persino la fame rendevano questa pratica diffusa ovunque –  nel mondo occidentale non ha scusanti. Fu così che Todaro, senza accettare qualsiasi contributo economico pubblico e privato, creò nel 1994 il Museo del bracconaggio e delle trappole all’interno del castello di Bardi, nell’Appennino parmense e pertanto in un’area, quella appenninica, con un bracconaggio ancora diffuso. Il museo, dotato di diorami naturalistici che non avevano e non hanno tuttora paragoni in Emilia Romagna e altre regioni (il solo diorama del trappolaggio del lupo appenninico è di 20 metri quadrati, con la ricostruzione di una parte di faggeta e relativo sottobosco), fu da subito molto visitato, anche dalle scolaresche. L’opera di Todaro riguardò anche l’Africa, sul campo, che portò al rilevamento e segnalazione di una ridotta popolazione di lupo sopravvivente in Egitto al confine con la Libia, a sud dell’Oasi di Siwa. Popolazione fino ad allora sconosciuta, se non ai locali pastori berberi, in quanto ritenuta di sciacallo e non di lupo.

C’è da dire che per la nascita del museo di Bardi furono di basilare importanza la fattiva collaborazione dell’Ufficio Cites dell’allora Corpo forestale dello stato e della Guardia di finanza (tutti fornendo materiale sequestrato) ma anche di associazioni ambientaliste e venatorie. Per una volta infatti questi due mondi collaborarono, e lo fecero bene. Poi il museo fu ceduto al comune di Bardi che però ne limitò l’ambito didattico-culturale alla sola realtà italiana. Tuttora è visitabile. Nel contempo Todaro portò a Bardi, assegnati direttamente al castello, esemplari di Cane Lupo Italiano, razza sempre più  utilizzata (ma poi cessata relativamente a questo impiego) operativamente dal Corpo forestale dello stato anche per l’antibracconaggio. Una finalità promossa da Giovanni Todaro quasi 25 anni fa. Ebbene, oggi i cani sono una validissima arma contro il bracconaggio, in Italia e nel mondo, grazie anche a WWF e Legambiente.

Giovanni Todaro ricevuto in “pompa magna” alla Scuola di Cittaducale dell’allora Corpo forestale dello stato, oggi Carabinieri Forestali.

I binomi – cane e gestore – vengono addestrati anche dalla Scuola di Alta Formazione Antibracconaggio (Safa) per rendere più efficace la lotta ai cacciatori di frodo. Per ora questo corso è riservato a coloro che già svolgono tali funzioni, mentre in seguito dovrebbe essere aperto anche a figure non istituzionali. I cani vengono addestrati a fiutare i bocconi avvelenati e per fare ciò gli si deve insegnare a riconoscere i vari tipi di veleno, che aumentano sempre più anche a causa dell’utilizzo di nuove miscele o di prodotti industriali di facile reperibilità creati per fini legali ma che sono letali e persino gustosi per i cani. Ovviamente non li citeremo. In pratica, nell’addestramento, e nei continui aggiornamenti relativi, i cani antiveleni seguono lo stesso iter dei cani antiesplosivi. Difatti ogni volta che un artificiere disattiva degli ordigni artigianali (di norma in altre aree del pianeta), l’esplosivo contenuto viene identificato e, se di nuovo tipo, ne vengono fatti dei piccoli campioni da fare fiutare ai cani.

Addestramento di un cane alla Scuola di Alta Formazione Antibracconaggio (foto Legambiente).

Il cane non deve mai avvicinarsi ai bocconi ma solo segnalarli. Questo perché alcuni veleni, come la terribile stricnina, hanno una durata ed efficacia molto lunga e addirittura possono permanere sull’erba anche dopo che l’animale morto avvelenato è stato rimosso o è in decomposizione. L’acido cianidrico (i cui sali sono i cianuri, dal forte odore di mandorle) invece dà morte istantanea ed è un liquido incolore contenuto in fragili fialette di vetro inserite nel boccone. Dopo la rottura l’animale lo inala e muore, ma il veleno essendo molto volatile all’aperto si disperde relativamente presto. Naturalmente le fialette di vetro hanno poco o nessun odore, se maneggiate da un bracconiere esperto. Anche gli addetti ai lavori devono trattare qualsiasi boccone avvelenato con estrema prudenza, come la mina antiuomo individuata da cani e artificieri. Si consideri che in soli due anni al confine italo-austriaco furono sequestrate 72.000 di queste fialette, che i bracconieri ottengono appunto procurandosele all’estero, solitamente in ambito venatorio.

In effetti esistono anche i bocconi esplodenti, molto più rari (erano frequenti un tempo nelle zone delle miniere), che sono composti dalla parte commestibile facilmente individuabile dai cani (pezzi di carne, pesce, salsicce, brioches dolci, carne trita, formaggio, uova, ecc.) al cui interno viene inserito uno o più detonatori e cioè delle cariche sensibilissime che servono a fare detonare la maggiore parte degli esplosivi. Dello spessore inferiore a una matita e lunghi pochi centimetri, vengono inseriti (accade ancora in Sardegna per i cinghiali)  nel boccone. Quando l’animale lo mastica avviene l’esplosione, con orribili ferite che portano a una terribile e lunga sofferenza e poi alla morte. Esistono altri crudeli stratagemmi, come i bocconi perforanti, nonché quelli “allamanti” che non descriveremo.

I bracconieri si possono suddividere in tre tipi: il primo è colui che opera a livello occasionale, come il cercatore di chiocciole (lumache) che le raccoglie in periodi e luoghi vietati o fuori misura oppure il pescatore che cattura specie con le stesse modalità, ossia fuori periodo e luoghi e sottomisura. Ma questi, che pur compiono atti di bracconaggio, non sono certo al centro del problema… Il secondo tipo di bracconiere è colui che elimina con varie tecniche illegali i predatori perché gli creano danni o fastidi. Probabilmente sono i più comuni e meno esperti, anche se possono fare grandi danni. A questi individui interessa uccidere, non raccogliere e vendere ciò che hanno sterminato. Frequentemente i loro obiettivi sono lupi, orsi, cani, rapaci e altri. Il terzo tipo di bracconiere è colui che, anche utilizzando il fucile (o reti e nasse, in quanto è bracconaggio pure quello acquatico) oppure trappole, si procura selvaggina da mangiare oppure vendere ai propri acquirenti. Non usa il veleno. Ovviamente un bracconiere potrà fare la seconda e la terza cosa, ma con diversi fini. Avvelenare un animale e poi mangiarlo o venderlo per l’alimentazione sarebbe stupido e soprattutto gravissimo perché la maggioranza dei veleni, e la stricnina è la più terribile, può essere o senza dubbio è ancora presente nella preda. Non bisogna pensare che questi delinquenti – perché di tali si tratta, in quanto compiono reati penalmente perseguibili – si limitino ai bocconi, perché anche una carcassa animale può essere “farcita” di siffatte insidie.

C’è poi un’altra categoria, definiamola così, e sono coloro che, sempre illegalmente, avvelenano i cani da caccia di altri perché invidiosi o per competizione, così come i cercatori di tartufi che a volte eliminano i cani di altri analoghi cercatori per motivi che alla fine sono economici. I tartufi rendono molto, e un bravo cane da tartufi ha un valore anche di 5-20.000 euro.

Cani avvelenati nel 2018 a Sciacca, Sicilia.

Bisogna mettere in conto che bracconieri particolarmente malavitosi e spietati – specialmente in altri continenti – possono posizionare vicino ai bocconi avvelenati e ad altre trappole, ulteriori insidie pensate per colpire proprio i cani antibracconaggio e i loro gestori. Per esempio le tagliole (conservate per mesi insieme a cipolle, castagne ed erbe odorose al fine di pervaderle con odori non sospetti), ben dissimulate e che rimangono attive addirittura per decenni, che nei grandi modelli dentati da lupo od orso possono spezzare zampe o gambe, con grande perdita di sangue.

Una curiosità: così come le tagliole furono usate durante la Prima guerra mondiale per catturare spie e soldati nemici che si avvicinavano alle trincee, altrettanto si faceva fino al XIX secolo contro i bracconieri, per esempio in Gran Bretagna. Tuttavia per legge le ganasce della tagliola non potevano essere dentate. Poiché comunque una tagliola, dotata di una o addirittura due grandi molle, era potente e poteva fare molto male e ferire, i bracconieri si legavano delle robuste assicelle dal ginocchio in giù, una per parte, in modo da avere una sorta di corazza. I guardiacaccia allora munirono tali tagliole di un forte meccanismo a scatto apribile solo con una particolare chiave. Una volta presi, la tagliola non si apriva (a meno che  i bracconieri non fossero più d’uno e muniti di attrezzi da scasso come un piede di porco) e neppure ci si poteva allontanare in quanto l’ordigno era collegato a una catena a sua volta passata intorno a un albero e serrata con un grosso lucchetto.

Le tagliole antiche o semplicemente vecchie sono ormai pezzi da museo e se è vero che se ne rinvengono ogni tanto, è anche vero che qualsiasi fabbro colluso può realizzarne di nuove al costo di poche decine di euro, nonostante il fatto che siano illegali. Quando si trovano bocconi avvelenati o altri sistemi di cattura bisogna pertanto sempre allertare le autorità competenti, e non intervenire direttamente.

Tagliole sequestrate, mostra permanente dei Carabinieri Forestali di Belluno, Giardino botanico Fraverghera (foto Carabinieri Forestali).

I cani antibracconaggio possono seguire le tracce di cacciatori di frodo, partendo dalla zona di posizionamento dei bocconi avvelenati e delle trappole (inclusi lacci e altri ordigni), in pratica andando a ritroso fino ad arrivare alla sua abitazione o al punto in cui sono saliti su un autoveicolo per allontanarsi. Automezzo che può avere lasciato sul terreno sterrato le impronte dei pneumatici, indizio da non sottovalutare e importante per successive valutazioni e confronti. Anche le impronte delle scarpe possono aiutare. O mozziconi di sigarette buttati lì, con il DNA del fumatore. Non solo, i cani possono scoprire la presenza di selvaggina vietata nei frigoriferi delle abitazioni o nelle cucine dei ristoranti. E spesso nei frigoriferi e nei congelatori i bracconieri tengono i bocconi avvelenati (come le famose “frittatine” per gazze e altri corvidi, preparate in anticipo, conservate e pronte in comunissimi contenitori a scomparti come quelli per fare i cubetti di ghiaccio), perché altrimenti dopo un po’ marcirebbero.

Si capirà pertanto che i cani antibracconaggio sono molto importanti per le autorità in quanto individuare il tipo di veleno nei bocconi trovati, il percorso fatto dal bracconiere, gli pneumatici del suo autoveicolo, la possibile direzione, sono tutte cose che, sommate ad altri dati o sospetti, possono fare quasi chiudere il cerchio investigativo. Che si chiude del tutto con il ritrovamento, sempre grazie ai cani, di quello stesso veleno, dei bocconi conservati e della selvaggina vietata e pronta per il consumo, ovviamente solo se non uccisa con il veleno.

I cani addestrati alla Scuola di Alta Formazione Antibracconaggio per queste specifiche missioni nel primo corso nazionale – a Rispescia, in Toscana –  iniziato il 25 gennaio e in programma fino al 4 novembre 2018 sono stati presentati a Roma in un incontro con la stampa presso il Comando generale Unità Forestali Ambientali Agroalimentari dei Carabinieri. Si chiamano Mora, Furia, Titam, Kenia, Africa, Dingo, India, Lapa e Puma, tre sono Labrador Retriever e sei Pastori Belgi Malinois. Naturalmente l’addestramento riguarda anche i loro conduttori, perché è il binomio uomo-cane che funziona. Se un gestore non capisce e interpreta male cosa pensa il cane, il lavoro non funziona. La Scuola di Alta Formazione Antibracconaggio, che prende spunto generale dal Piano Nazionale Antibracconaggio, è stata creata per volontà di Legambiente in collaborazione con l’Arma dei Carabinieri, in partnership con l’Ente Nazionale per la Cinofilia Italiana (Enci) e l’azienda Almo Nature, con il patrocinio della Federazione italiana Parchi e Riserve naturali.

Le tecniche specializzate messe in atto dalle unità cinofile sono tre: tracking (rilevare e seguire la pista di calpestamento), trailing (rilevare e seguire la traccia) e detection (ricercare, rilevare e segnalare sostanze organiche e inorganiche), integrate in pool di vigilanza volontaria.  In futuro i cani potrebbero operare a fianco delle polizie municipali nel contrasto di un fenomeno che si sta diffondendo sempre più e cioè il ricorso a bocconi avvelenati in ambienti metropolitani per eliminare animali ritenuti molesti.

A proposito dell’impiego dei cani da parte dei Carabinieri Forestali è operativa una rete di Nuclei Cinofili Antiveleno (NCA), che è in via di completamento a livello nazionale (le regioni che ne sono prive attualmente sono Liguria, Veneto, Puglia, Lombardia e Lazio) e che fa capo al Comando Unità Forestale, Ambientale e Agroalimentare (CUFAA) dei Carabinieri e che al momento consta di undici NCA dislocati nelle aree di maggior criticità con tredici conduttori e ventidue cani: i NCA sono un’esclusiva del CUFAA, non essendo in dotazione ad altre forze di polizia. Le loro attività addestrative e operative sono finanziate da quattro specifici progetti LIFE. I NCA sono in grado di individuare le sostanze tossiche maggiormente utilizzate per confezionare bocconi avvelenati (stricnina, pesticidi, ratticidi), svolgono nelle aree a rischio ispezioni preventive e di urgenza nel caso di segnalazione di carcasse o bocconi avvelenati con relativa bonifica e ovviamente fanno le relative indagini investigative.

Carabinieri Forestali del Nucleo Cinofili Antiveleni di Grosseto con Labrador Retriever.

La loro costituzione è una risposta all’esigenza di contrastare l’uso illegale del veleno a danno della fauna selvatica, non solo di quella protetta più esposta al rischio di avvelenamento ma anche di specie selvatiche comuni e animali domestici. Lo spargimento di bocconi avvelenati è particolarmente virulento nelle zone frequentate dal lupo, orso, grifone, nibbio reale, capovaccaio e gipeto. Tutte queste specie sono incluse nella Direttiva Habitat (92/43/CEE) e Uccelli (79/409/CEE). Secondo le leggi italiane l’uccisione di queste specie è un crimine punito dal codice penale e dalla L. n.157/92. La ricerca dimostra che gli episodi di avvelenamento della fauna selvatica rappresentano una grande minaccia, nonchè un notevole problema di indagine per tossicologi e laboratori forensi. In Italia si sono conclusi o sono ancora in fase di realizzazione progetti finanziati dal programma europeo LIFE dedicati al fenomeno avvelenamenti (PLUTO, WOLFALPS, MEDWOLF, MIRCO LUPO) di cui si consiglia l’approfondimento accedendo ai loro siti web ufficiali.

Belluno, la divulgazione fra i giovani contro il bracconaggio è un altro degli importanti obiettivi dei Carabinieri Forestali (foto Carabinieri Forestali).