Prevediamo che questo servizio a qualcuno non piacerà affatto. Ma va bene lo stesso. Prendendola – come al solito – alla lontana. Molti sono appassionati del Tibet, considerato come il luogo idilliaco pervaso da una disciplina spirituale e psicologica superiore a quella occidentale. Un mondo di purificazione, interiorità e armonia con la Natura nonché con il proprio spirito e quello di qualsiasi cosa, in cui le ricchezze terrene non hanno alcun valore. In pratica: vuoi scoprire o ritrovare te stesso? Vai in Tibet. https://www.youtube.com/watch?v=x00OGUVQTmY

Il Tibet però non fu sempre terra di pace e armonia, tanto che l’Impero Tibetano dominò dal VII al IX secolo un’area considerevolmente più grande dell’altopiano tibetano, che si estendeva fino a parti dell’Asia orientale, Asia centrale e Asia meridionale. Le loro armature di cotta di maglia – in anelli di ferro – erano famose per la loro resistenza anche contro le frecce. Cosa che non si sposa molto con la poesia di anime pacifiche e altruiste come si vorrebbe fare credere. Neppure la religione buddista (così come la nostra e altre) fu nel concreto caratterizzata sempre da “santi uomini”, in quanto in Tibet, dall’inizio del XVII secolo e sino XVIII inoltrato, le sette buddiste in conflitto fra loro si impegnarono in ostilità armate ed esecuzioni sommarie. Tuttavia i media occidentali, con una marea di libri di viaggi, romanzi e film di Hollywood hanno dipinto la teocrazia tibetana come perfetta e il Dalai Lama come un santo saggio, descritto dall’attore Richard Gere “Il più grande essere umano vivente”. Lo stesso Dalai Lama disse: “La civiltà tibetana ha una ricca e lunga storia. L’influenza persuasiva del buddismo e le asperità di una vita fra gli ampi spazi aperti di un ambiente incorrotto, ha avuto come risultato una società dedicata alla pace e all’armonia. Provavamo diletto nella libertà e nella contentezza, nell’essere paghi”.

Palazzo Potala, Lhasa, residenza del Dalai Lama (anni ’40-’50).

Ma siamo sicuri? A parte il fatto che il primo Grande Lama – che avrebbe dovuto presiedere tutti gli altri Lama, così come farebbe un papa con i suoi vescovi – fu creato nel XIII secolo dai mongoli invasori, e che secoli dopo il primo Dalai Lama (già Grande Lama) fu investito della propria carica spalleggiato da un imponente esercito cinese. Che, pensandoci bene, non pare essere una scelta voluta fortemente dal popolo tibetano vivente nella “pace e armonia”. Ricordiamo che diversi furono i Dalai Lama assassinati dai loro gran sacerdoti o altri cortigiani teoricamente non violenti.

Anche la gente se la spassava? Non si direbbe, perché fino al 1959, quando il Dalai Lama presiedette per l’ultima volta il Tibet, la maggior parte della terra arabile era ancora organizzata attorno a proprietà feudali religiose o secolari lavorate da servi della gleba. Inoltre, monaci e Lama riuscirono ad ammassare individualmente notevoli ricchezze tramite la partecipazione attiva negli affari, nel commercio e nell’usura” (Pradyumna P. Karan, The Changing Face of Tibet: The Impact of Chinese Communist Ideology on the Landscape, pag. 64, Lexington, Kentucky: University Press of Kentucky, 1976). Il monastero di Drepung era uno delle più estese proprietà del mondo, con i suoi 185 feudi, 25.000 servi della gleba, 300 grandi pascoli e 16.000 guardiani di gregge. Insomma, non è che fossero diversi dal clero cristiano dell’Europa medievale. Anche i sottoposti, grazie ai privilegi per pochi, erano spregiudicatamente ricchi o lo divenivano: il comandante in capo dell’esercito tibetano arrivò a possedere 4.000 chilometri quadrati di terra e 3.500 servi ed era anche un membro del Consiglio terriero del Dalai Lama.

I monaci suonando le loro trombe aprono il corteo del re.

Ancora nel 1953, la maggioranza della popolazione rurale – circa 700.000 su una popolazione totale stimata di 1.250.000 – era composta da schiavi. Erano proprietà dei loro signori (circa 200 famiglie dominavano tutto il Tibet), non si potevano sposare senza il consenso del loro signore o Lama, potevano essere venduti dai loro padroni, torturati, menomati (occhi, arti) o uccisi legalmente. Una punizione era quella di venire frustati gravemente e di venire legati all’aperto di notte, morendo congelati o divorati da lupi o leopardi. I ragazzini tibetani venivano regolarmente sottratti alle loro famiglie e condotti nei monasteri per essere educati come monaci, vincolati a vita. Tashì-Tsering, un monaco, riferì che era pratica comune per i bambini contadini essere abusati sessualmente nei monasteri. Egli stesso ne fu vittima nel monastero, all’età di nove anni.

Per larga parte della popolazione del Tibet l’invasione cinese del 1951 – la Cina rivendica la sovranità sul paese da secoli – significò finalmente la riduzione dei tassi d’interesse da usura, la costruzione di ospedali e strade, l’istruzione e le cure sanitarie gratuite e dal 1959 l’abolizione della schiavitù e del sistema delle flagellazioni pubbliche e mutilazioni. Il governo cinese espropriò anche le proprietà terriere e il bestiame ai monasteri e ai nobili e li donò al popolo tibetano, riorganizzando i contadini in centinaia di comuni. Come risultato, il tasso di mortalità delle donne durante il parto è sceso da 5.000 per 100.000 nel 1951 a 174 per 100.000 nel 2010, mentre il tasso di mortalità infantile è sceso da 430 ogni 1.000 nel 1951 a 20 per 1.000 nel 2010. L’aspettativa di vita media per i tibetani è aumentata da 35,5 anni nel 1951 a oltre 67 anni nel 2010.

Schiavi tibetani: mani mozzate, occhi cavati, morte per fame.

Questo per fare capire ai romantici che il Tibet è un luogo bello o brutto come tanti altri, con gente degna e meno degna, sacerdoti pii o delinquenti, ma dove di sicuro, soprattutto fuori dalle città, si vive più duramente e con maggiori sacrifici di quanto pensino i romantici.

E arriviamo ai cani, i cosiddetti Mastini del Tibet o Mastini Tibetani, pure loro al centro di una visione occidentale tanto vasta quanto falsa. In realtà sono adatti a quelle zone e altitudini, sono buoni cani da guardia e protezione del bestiame, ma come ce ne sono tanti altri ugualmente validi nel mondo. Non sono, o almeno non erano, i colossi tanto immaginati dopo le descrizioni di Marco Polo. Non sono i progenitori dei molossoidi, come un tempo si asseriva inventando o copiando altri di sana pianta, perché probabilmente i primi molossoidi apparvero in Mesopotamia, Afghanistan e Pakistan. Non sono neppure cani invincibili, fantasiosamente descritti da alcuni come capaci da soli di proteggere mandrie e villaggi affrontando branchi di lupi, leopardi, orsi e addirittura tigri, assurdità che umilia questi stessi, validi cani con presunti risultati non alla portata di qualsiasi cane e spesso neppure da gruppi di cani congiuntamente. https://www.youtube.com/watch?v=i2BLb7ndSMU

Non sono neppure tanto feroci – come dichiarato invece da qualche presunto esperto ma di infimo  livello – da non poter mai tollerare se adulti esemplari dello stesso sesso, perché nei canili in Cina stanno insieme a centinaia, del tutto liberi, inclusi quelli randagi catturati e ospitati. Ma sono certamente cani affidabili, fedeli, basilari per la pastorizia in quell’area e meritevoli di rispetto.

Insomma, il pur valido – si intende quello funzionale selezionato da millenni sul campo, da lavoro – Mastino del Tibet è stato presentato tanto bene (o male, dipende dal punto di vista) da chi lo allevava e vendeva, che truppe di acquirenti affascinati hanno cominciato a procurarsene, introducendoli persino in zone in cui climaticamente di sicuro non è adatto. Bisogna considerare che l’altopiano tibetano ha un’altezza media superiore ai 4.500 metri di altitudine e quindi quelle popolazioni si sono adattate da millenni, tanto che recenti ricerche sulla loro capacità del metabolismo di funzionare normalmente nell’atmosfera priva di ossigeno mostrano che, sebbene i tibetani che vivono ad alta quota non abbiano più ossigeno nel sangue di altre persone, hanno dieci volte più ossido nitrico, che causa la dilatazione dei vasi sanguigni permettendo al sangue di fluire più liberamente alle estremità e aiuta il rilascio di ossigeno ai tessuti. Se gli esseri umani si sono così adattati, parrebbe strano che non l’abbiano fatto gli animali selvatici e domestici, inclusi quei cani che difatti rispetto a quelli di  bassa quota hanno  bassi livelli di emoglobina contrastando così  l’ipossia. https://www.youtube.com/watch?v=YOmP7WWrS58

Di certo i primi Mastini del Tibet importati in Europa morirono in tempi relativamente brevi. Non muoiono invece i Mastini Tibetani degli allevamenti, sia in oriente sia in Europa e in Italia, semplicemente perché generazione dopo generazione si sono acclimatati, o spesso sono stati incrociati con altre razze (persino con i Mastini Napoletani da show!) e quindi sono diversi. La vendita di Mastini del Tibet, o di qualunque cosa potessero spacciare per tali, crebbe fino a diventare un vero business, con moltissimi allevatori (non raramente incapaci o truffaldini) soprattutto cinesi che causarono un’eccessiva produzione di cuccioli strettamente consanguinei o meticci di qualità discutibile.  Molti di coloro che avevano comprato questi cani giganti scoprirono ben presto che erano del tutto inadatti a vivere in aree urbane e in particolare in piccoli appartamenti. Inoltre erano gestibili solo da persone veramente esperte.

La brutale uccisione di un Mastino Tibetano randagio. Anche la polizia uccide i cani randagi a bastonate o con armi da fuoco.

Nel contempo alcuni giganteschi esemplari definiti eccezionali per purezza – che certo non potrebbero mai fare il lavoro effettivo in montagna  – fino a pochi anni fa venivano venduti a prezzi inauditi (due furono venduti a 18 milioni di yuan, pari a 2,7 milioni di dollari) probabilmente solo per mantenere alto il prezzo di acquisto dei relativi cuccioli come status symbol. Questi allevatori di fatto ridicolizzarono una razza valida e rustica, creando esemplari anacronistici e patetici. https://www.youtube.com/watch?v=ftG0jyGM72s

E nella corsa a chi aveva i cani più appariscenti e colossali, chi non aveva soldi da spendere non faceva altro che mostrare sui siti web fotografie photoshoppate. Del resto da millenni i cinesi sono abili commercianti, e sanno vendere. E a volte vendono “fumo”, ai gonzi. Quando la richiesta di Mastini Tibetani calò, scesero anche i prezzi, poi ci fu un crollo nel 2013 e nel 2015 gli allevatori dovevano cedere gli esemplari migliori al prezzo massimo di 2.000 dollari. I due terzi dei 3.000 centri di allevamento di mastini in Tibet sono stati chiusi, con il commercio annuale dei cani nel Qinghai che è passato da un picco di oltre 200 milioni di yuan nel 2010 a meno di 50 milioni di yuan nel 2015. Gli esemplari di livello inferiore furono semplicemente abbandonati a migliaia diventando randagi e a volte pure pericolosi, con attacchi anche mortali a persone. https://www.youtube.com/watch?v=Dk5-V7XpEDQ

In breve il Tibet fu invaso da migliaia di poveri cani, perché certo erano loro le vittime. Lhasa, capitale della regione autonoma del Tibet, contava nel 2015 circa 13.000 cani randagi di questo tipo. Ma i Mastini Tibetani randagi sono molte migliaia anche più in basso: solo nella prefettura  di Guiluo Qinghai – situata nell’entroterra dell’altopiano Qinghai-Tibet, nel sud della provincia del Qinghai con un’altitudine di oltre 4.000 metri – ve ne sono circa 14.000. In Tibet sono stati creati dei ricoveri per questi cani già dal 2013 (quando il problema cominciò a manifestarsi) ma la situazione era peggiore di quanto si temesse. Un rifugio costruito a Lhasa nel 2013 per 2.000 cani, oggi ne ospita oltre 7.000. Molti di questi cani vengono acquistati da cinesi, macellati e venduti per l’alimentazione umana. https://www.youtube.com/watch?v=C5eUzIMhL5g

Una parte di questi Mastini Tibetani randagi, quelli più adatti, si è riunita in branchi e preda qualsiasi cosa – selvatica o domestica – sia raggiungibile e abbattibile. A farne le spese sono a volte i lupi, scacciati dalle loro prede selvatiche e che conseguentemente devono cacciarne altre oppure aumentare le predazioni sul bestiame al pascolo, come gli yak. Questo rende naturalmente ancora più inviso il lupo ai pastori. Ma il peggio lo subisce il leopardo delle nevi detto irbis (Panthera uncia), raramente ucciso negli scontri con i più numerosi cani ma spesso derubato da questi della preda.

Zona di Zhaxilawu, Tibet. Due Mastini Tibetani hanno sottratto un giovane bharal a un leopardo delle nevi.

Soprattutto la pecora blu o bharal (Pseudois nayaur), un capride selvatico che rappresenta una preda frequente dell’irbis, nei terreni meno scoscesi è minacciato dai cani. Da notare che il numero di bharal è diminuito a causa della concorrenza alimentare del sempre più numeroso bestiame al pascolo, nonché del bracconaggio, fortunatamente limitato grazie all’asprezza di quei territori. Ne consegue che quando l’irbis viene scacciato dalla preda dai cani – ma lo fanno anche l’orso nero tibetano e l’orso bruno, seppure siano rari – ne deve cercare un’altra.

Un gruppo di bharal si rifugia su una parete roccioso all’apparire di un Mastino Tibetano.

Se non ne trova, va a predare il bestiame (cosa che già fa, le pecore e capre domestiche rappresentano circa il 20-30% della dieta del leopardo delle nevi) ancora più spesso. E i pastori, come nel caso del lupo citato prima, ovviamente non la prendono bene e uccidono il felino appena possono, anche se è specie protetta. Per le povere famiglie locali la perdita anche solo di una normale capra è molto grave. Inoltre i leopardi possono uccidere ben più di quanto possano mangiare, in base al fenomeno del surplus killing.

Un leopardo delle nevi, detto anche irbis.

Mastini Tibetani si confrontano con un orso bruno.

Tutto ciò può fare capire quanto le mode – e la rapacità di tanti allevatori dell’ultima ora mossi solo dai soldi, supportati dai relativi acquirenti – in cinofilia possano essere deleterie, sia ai cani sia alla natura. Ciò non significa che non esistano allevamenti seri di Mastini Tibetani, e ce ne sono di validi anche in Italia. Sono cani affascinanti e fedeli. Per non sbagliare basta vedere i genitori ed evitare quelli troppo grandi, troppo pelosi e visibilmente non funzionali. E naturalmente bisogna farsi una domanda, rispondendosi onestamente: lo farò vivere in un luogo idoneo? Sono veramente capace di gestire in ogni situazione un cane simile? Ma questo in effetti vale per qualsiasi cane, piccolo o grande.