Prendiamola un po’ alla lontana… se scriviamo Lakenois, Tervueren, Malinois e Groenendael a cosa pensate? Ovvio, ai cani Pastori Belgi. Ed effettivamente il Malinois è una delle quattro varietà della razza Pastore Belga e in particolare fra queste è quella protagonista anche della lotta al bracconaggio nel mondo e quindi con finalità positive, per esempio in Congo. Tuttavia Lakenois, Tervueren, Malinois e Groenendael sono anche legate ai crimini del passato contro l’umanità in Africa e quindi negative, per esempio…in Congo!

Il nome Lakenois deriva dal castello di Laeken, nella cittadina omonima nei sobborghi di Bruxelles, e dal 1831 è la residenza dei re del Belgio. Il grande parco fu realizzato nel 1850 da re Leopoldo II. Il nome Tervueren deriva invece dal comune di Tervuren, tenuta reale sempre di Leopoldo II il quale la collegò con la strada chiamata Tervurenlaan a Bruxelles dove si tenne l’Esposizione Internazionale di Bruxelles del 1897 con cui il sovrano voleva fare conoscere al mondo quanto era stato bravo e buono con le povere popolazioni africane. Anzi, l’esposizione divenne il Museo Reale per l’Africa centrale, dove infatti leggerete ovunque quanto sia stato magnanimo questo re. Groenendael deriva da Groenendaal (a volte scritto in francese come Groenendael), comune di Hoeilaart, e ai margini della foresta di Sonian dove i reali del Belgio si divertivano andando a caccia. Il comune di Malines invece si trova a una trentina di chilometri da Bruxelles – e naturalmente la zona dà il nome al Malinois – e divenne un importante centro industriale raggiunto dalla ferrovia (la prima dell’Europa continentale) nel 1835, anno di nascita di Leopoldo II. Non solo, il 29 settembre del 1891 fu fondato a Bruxelles, da un gruppo di appassionati, agricoltori e pastori, il Club du Chien de Berger Belge. Il 15 novembre 1891 si tenne il primo raduno con un centinaio di questi cani e il 20 marzo del 1894 venne depositato il primo standard di razza. Tutto questo accadde sotto il regno del buon Leopoldo II.

Re Leopoldo II del Belgio.

Leopoldo II però era furbo, capace, avido, crudele, gran pianificatore e spudorato mentitore. Aveva la fissa di farsi una colonia come altri stati europei e alla fine mise gli occhi sul Congo. Iniziò attaccando la schiavitù in Africa, ergendosi a paladino della giustizia e libertà di quei popoli e si avvalse come testimonial dell’esploratore e giornalista britannico Henry Morton Stanley (quello che aveva ritrovato in Africa David Livingstone, pronunciando la celebre la frase “Doctor Livingstone, I presume” e cioè ” Il dottor Livingstone, suppongo”) che però nel Continente Nero era famoso per le crisi d’ira e per la facilità con cui ammazzava a fucilate gli indigeni, cosa che fece ancor meglio quando cominciò a portarsi dietro una mitragliatrice Maxim.

Ingannando buona parte degli stati che gli diedero appoggio, inclusi gli Stati Uniti, Leopoldo nel 1885 si creò una colonia da una posizione di privato cittadino camuffata da associazione scientifica e filantropica internazionale e chiamandola Stato Libero del Congo. Immensi territori furono rubati facendo firmare dai capitribù cessioni – con la croce sul foglio, che manco avevano mai visto prima  – e rendendo schiavi tutti per la raccolta del caucciù, avorio e altre ricchezze. Sarà bene ricordare che il Belgio è un piccolo stato, mentre il Congo è grande come quasi tutta l’Europa, Russia esclusa. Chi era contrario veniva ucciso (mettendoli a gruppi di tre uno dietro l’altro in modo da usare una sola pallottola, per risparmiare) o tagliando le mani a tutti coloro che non riuscivano a raggiungere la quota di raccolta o produzione. Si calcola che Leopoldo sia responsabile della morte di 10-15 milioni di persone in un paio di decenni, mutilati a parte. A causa dello scalpore scoppiato una volta che si seppe di questi misfatti, alla fine del 1908 il parlamento belga costrinse il re a cedere lo Stato Libero del Congo al governo del Belgio e il Paese fu ribattezzato Congo Belga, anche se la situazione non migliorò di molto per anni. Per capire meglio, si consideri che dittatori come Kim Il Sung in Corea del Nord o Pol Pot in Cambogia fecero ammazzare rispettivamente 1,6 e 1,7 milioni di persone. Adolf Hitler arrivò a 17 milioni. Leopoldo II due milioni meno, sì, ma di Hitler! Naturalmente tutti sono giustamente definiti assassini genocidi ma di Leopoldo II invece pochi fanno cenno, e meno che mai in Belgio e nella stessa Bruxelles, sede della Comunità Europea, dove lo si considera una sorta di sant’uomo. https://www.youtube.com/watch?v=VgRxPQ11xec

Direte voi: che c’entra col bracconaggio? Lo vedrete dopo. Una cosa dobbiamo dire e cioè che fra le migliaia di assassini al soldo di Leopoldo II la maggioranza erano africani di colore, congolesi, la manovalanza, il lavoro sporco lo facevano loro. Dal 1960, quando ottenne l’indipendenza dal Belgio, il Congo Belga cambiò nome in Zaire e poi in quello attuale di Repubblica Democratica del Congo, ma quello che non cambiò mai furono le guerre, le rivolte, le milizie, i dittatori che si arricchirono a spese della gente, le multinazionali che sfruttavano e sfruttano tuttora il Paese – ricchissimo di diamanti, coltan, oro e molto altro – appoggiando ora questa ora l’altra fazione, i massacri della popolazione, le carestie, gli stupri di donne e bambine, i bambini soldato strappati alle famiglie e altro.

Milioni e milioni di morti, e altrettanti sfollati – almeno 8 milioni – che cercano di sopravvivere. Ogni mese si stima muoiano 38.000 persone di fame. Tutta questa gente cerca cibo nelle ancora immense foreste. Lo faceva anche un tempo, ma era un prelievo limitato. Oggi ormai le specie animali congolesi spariscono a ritmi vertiginosi non solo a causa del mercato dell’avorio e di altro come la medicina tradizionale cinese ma anche per via della fame di milioni di persone disperate. Tutti bracconieri. A questi si aggiungono le decine di migliaia di miliziani bene armati e feroci, pure loro sterminatori e consumatori di animali selvatici. Gente che spara e massacra pure le persone. Ebbene, i guardiacaccia in Congo devono combattere, e spesso morire, contro questa piaga.

Il cosiddetto Bushmeat, il consumo e la vendita di carne di animali selvatici, è in continuo aumento: alla fine del secolo scorso nell’Africa occidentale e centrale era stimato a 1-5 milioni di tonnellate all’anno, ma secondo il Centro per la ricerca forestale internazionale (CIFOR) già nel 2014 solo nel Bacino del Congo si era arrivati a circa 5 milioni di tonnellate l’anno. In Gabon la carne di animali selvaggi rappresenta più della metà della carne venduta nei mercati locali, con primati (gorilla, scimpanzé) che rappresentano una non indifferente percentuale della carne selvatica totale. Il trattamento manuale di animali infetti o il loro non corretto consumo può diffondere gravissime malattie, come Ebola e l’HIV. Ma quasi tutte le specie di mammiferi, rettili e uccelli selvatici, protette o no, vengono mangiate in numeri enormi.

Il Parco Nazionale dei Virunga, noto in precedenza come Parco Nazionale di Albert, nella Repubblica Democratica del Congo, fu fondato nel 1925. Copre un territorio di 7.800 km², è il primo parco nazionale istituito in Africa, dal 1979 è patrimonio dell’umanità dell’UNESCO ed è gestito dall’Institut Congolais pour la Conservation de la Nature (ICCN). È famoso poiché ospita i gorilla di montagna (Gorilla beringei beringei), nonostante il bracconaggio e la guerra civile del Congo ne abbiano messo in pericolo l’esistenza. Tuttavia, è notizia recentissima che questi gorilla siano aumentati fino ad arrivare a 1.076 esemplari selvatici totali, a dimostrazione dell’ottimo lavoro di conservazione svolto. Nella Repubblica Democratica del Congo vivono anche il più grande gorilla di pianura orientale (Gorilla beringei graueri) con circa 3.800 esemplari nel mondo e il mediamente più piccolo gorilla di pianura occidentale (Gorilla gorilla gorilla) stimato in tutta l’Africa equatoriale in oltre 150.000 esemplari.  Nella Repubblica Democratica del Congo vivono anche due sottospecie di scimpanzé, il centrale (Pan troglodytes troglodytes) e orientale (Pan troglodytes schweinfurthii). Il Parco Nazionale dei Virunga protegge anche altre specie molto rare, come l’elefante di foresta, l’okapi e l’ippopotamo (diminuito nel parco di oltre il 95% dal 2006). https://www.youtube.com/watch?v=M10BzvG8Uic

I ranger, ossia i guardiacaccia, del parco sono circa 700, incluse le donne che affrontano gli stessi rischi e fatiche degli uomini. Come già scritto, il loro compito li porta ad affrontare non solo i comuni bracconieri locali ma anche quelli più organizzati e persino le milizie ribelli. Solo negli ultimi 20 anni sono stati uccisi 176 ranger, 12 negli ultimi dieci mesi di cui 5 in aprile in un agguato dei ribelli mai-mai – responsabili di razzie e omicidi, oltre che di attività di bracconaggio, traffico di animali e violenze anche contro gli abitanti dei villaggi – e l’ultima a maggio, la venticinquenne Rachel Katumwa, prima donna del corpo a cadere, uccisa durante la scorta a due turisti britannici. L’attacco è avvenuto vicino a Kibumba, un villaggio all’interno del parco, a 8 miglia da Goma, la capitale della provincia del Nord Kivu, una delle zone più instabili e pericolose del Paese. www.youtube.com/watch?v=66O_HMkZNBw&t=1349s

Rachel Katumwa.

Di conseguenza, il Parco Nazionale dei Virunga sarà chiuso al turismo fino al 2019 per motivi di sicurezza, come dichiarato dal direttore Emmanuel De Merode, due anni fa pure lui ferito. Ovviamente pure i bracconieri cadono vittime negli scontri. La protezione dell’ambiente è cosa rischiosa ovunque, nel 2017 nel mondo sono stati uccisi anche 197 ambientalisti, di cui il 60% nell’America Latina.

La sepoltura di un ranger ucciso.

L’economia illegale che i ranger quotidianamente combattono vale 170 milioni di dollari l’anno in un Paese dove il 63% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Allo stesso tempo, l’area del parco, in cui vivono circa 4 milioni di persone, sta vivendo un momento di sviluppo economico per via della disponibilità di energia elettrica grazie anche a fondi europei, che hanno permesso la costruzione di impianti idroelettrici. Il turismo ha portato dal 2014 a oggi circa 17.000 visitatori, con un giro di affari di 4 milioni di dollari l’anno.  E grazie ai fondi e all’impegno del parco i gorilla di montagna, nonostante il bracconaggio, tra il 2010 e il 2018 sono aumentati da 480 a 604, mostrando che la convivenza con il turismo è possibile, se ben gestita e se dà vantaggi soprattutto alla popolazione locale.

La lotta contro il bracconaggio si avvale anche dei cani, in particolare di Bloodhound ma anche Springer Spaniel. Nel 2011 i bracconieri uccisero 23 elefanti su 350 rimasti nel parco e allora il direttore dr. Emmanuel de Merode contattò la dottoressa Marlene Zähner  –  veterinaria svizzera ma soprattutto grande esperta e addestratrice di cani da ricerca e soccorso e da polizia  – chiedendole se poteva aiutare il parco a costruire un’unità cinofila speciale per combattere il bracconaggio. Marlene, benché dubbiosa sull’uso dei Bloodhound in Africa equatoriale (con umide foreste montane, savane secche, violente escursioni termiche, fitta vegetazione, legioni di insetti e acari, ecc.), decise di valutare la proposta e si recò in Congo con Robert Williams, un membro del team Virunga, portando sei cuccioli di questa razza nella sede di Rumangabo. La dottoressa Marlene Zähner è amministratore delegato della Fondazione svizzera DodoBahati e della Fondazione per il benessere dei cani (www.certodog.ch), direttore di Farmersplace AG (www.farmersplace.ch) ed è conosciuta a livello internazionale per la sua esperienza nell’addestrare le forze dell’ordine a lavorare con i Bloodhound per le indagini sulla scena del crimine (CSI) e per rintracciare le persone. Ha inoltre fondato la National Bloodhound Association of Switzerland (www.nbas.ch), riconosciuta a livello internazionale. Per chi volesse sostenere i “Congohounds” della DodoBahati Foundation ecco il sito www.congohounds.ch/en/

La dottoressa Marlene Zähner con una squadra di ranger e Bloodhound nel Parco Nazionale del Virunga.

Dal 2011, Marlene con i colleghi compie missioni per addestrare le unità cinofile del Virunga, i cui ranger sono estremamente motivati e professionali. Già nella prima operazione, nel 2012, due Bloodhound furono portati vicino alla carcassa di un elefante, a cui erano state rimosse le zanne, e i cani guidarono i ranger per sette chilometri fino a un piccolo villaggio di pescatori in cui fu individuato un gruppo di bracconieri che, dopo l’ennesimo scontro a fuoco, fuggirono abbandonando armi e avorio. Emmanuel de Merode dichiarò: “Siamo estremamente soddisfatti del risultato: dopo un anno di allenamento intensivo, sia i cani che i ranger si sono dimostrati un’arma molto efficace contro i bracconieri di avorio”. Marlene Zähner confidò che “I segugi sono nati per tracciare, e sono i gestori che spesso hanno bisogno del massimo allenamento”. I cani sono accuditi con attenzione e affetto 24 ore su 24, inclusa la guardia armata nel canile durante la notte.

L’elefante ritrovato nel 2012 (foto Emmanuel De Merode / Virunga National Park).

Pure l’ancora più grande  Parco Nazionale Kruger (20.000 km²), in Sudafrica, impiega i cani contro i bracconieri. Eric Ichikowitz, direttore della Ichikowitz Family Foundation, le cui iniziative includono la creazione di una delle più grandi scuole di addestramento antibracconaggio in Africa, spiega: “Il primo cane, si chiamava Ngwenya, fu introdotto nel Parco Nazionale Kruger nel dicembre 2010 per aiutare a combattere il bracconaggio. All’epoca, l’uso dei cani in un ambiente di caccia Big Five (Per Big Five si intendono le cinque specie animali da caccia grossa, ossia elefante, bufalo, leone, leopardo, rinoceronte N.d.A.) incontrò molta resistenza, e molti erano dell’opinione che i cani non fossero adatti per un ruolo antibracconaggio”. Se ne sapeva poco in Africa, e le forze dell’ordine e i funzionari della protezione ambientale erano scettici. Ma dopo averli visti in azione, cambiarono del tutto idea e oggi ci sono 50 cani addestrati nel parco, sotto la guida di Johan de Beer, che è stato determinante nella creazione del centro cinofilo a Kruger e per la continua gestione di questo programma. Ichikowitz racconta: “Il risultato più notevole è dato da Killer, un Malinois che è stato addestrato da noi e che è schierato nel Kruger National Park come parte della loro unità antibracconaggio. Killer e il suo gestore sono stati responsabili dell’arresto di ben 115 gruppi di bracconieri a Kruger. Killer ha ricevuto una medaglia d’oro dal Principe Harry per il suo contributo alla conservazione”.

I cani messi in campo nel Parco Nazionale Kruger sono però quasi tutti incroci, di cui quattro sono Bloodhound-Dobermann, di grande efficacia. E ragionano anche con la loro testa. Quando Kilalo cessò di seguire la pista dei bracconieri e prese tutt’altra direzione, il ranger gestore fu sorpreso, anche perché sul terreno erano visibili le impronte. Tuttavia si fidò del cane che difatti aveva preso una scorciatoia evitando un lungo giro e arrivando comunque, e prima, al suo obiettivo. Questo sanno e possono fare dei buoni cani consapevoli e bene addestrati. Kilalo e il suo conduttore hanno già inseguito e arrestato bracconieri in ben diciotto interventi. L’incrocio Bloodhound-Dobermann, oltre a essere più reattivo del Bloodhound puro, non ha il problema delle infezioni agli occhi causate dalle pieghe della pelle lassa. In alcuni casi per evitare questo problema si riduce chirurgicamente quella intorno agli occhi.

A proposito del Bloodhound è ovvio che gli esemplari troppo pesanti non siano adatti ad affrontare terreni ostili sia morfologicamente sia climaticamente percorrendo distanze notevoli. Sia chiaro, questa razza è nata esattamente per questa finalità, ma gli eccessi di alcuni allevatori del mondo dello show non vanno a favore dell’operatività di un tempo. Fortunatamente esistono ancora allevamenti con esemplari robusti e potenti ma anche del tutto funzionali. Naturalmente i Bloodhound sono superlativi per quanto riguarda l’olfatto, ma l’aggressività manco sanno cosa sia. Anche per questo li si incrocia o si affiancano razze più pugnaci.

Splendido esemplare dell’Allevamento Il Fiuto dei Laghi.

Gli altri cani del parco sono pure loro in prevalenza incroci di segugi e cani da pastore, in grado di seguire una pista olfattiva per un massimo di due o tre giorni, che si tratti di persone, avorio, corni di rinoceronte, armi o munizioni. Alcuni cani sono anche da attacco e custodia dell’uomo. Anche se non tutti i cani possono dare buoni risultati, a prescindere che siano di razza o no, quelli più impiegati in Africa sono il Pastore Tedesco, Belga e Olandese, Labrador Retriever, Springer Spaniel, Weimaraner, Beagle, Bloodhound e incroci di Bloodhound. Per esempio, in Tanzania la Fondazione PAMS impiega nove cani, di cui cinque sono incroci fra Pastore Tedesco e cani locali, più resistenti al clima, malattie e altre difficoltà della zona. La Big Life Foundation invece in Kenya utilizza Bloodhound e Pastore Tedesco e Belga.

Un cane e il suo conduttore possono battere un’area sessanta volte maggiore di quella che potrebbe controllare un ranger senza cane. Certo, dipende anche dalla resistenza del cane e in questo i segugi sono avvantaggiati. Sono anche  in grado di sopportare temperature estreme meglio di altre razze. Conraad de Rosner, fondatore e direttore di K9 Conservation, predilige lavorare con Weimaraner e Pastori Belga Malinois. I primi sono più validi per rintracciare animali morti o feriti, ma i secondi sono più indicati per rintracciare persone e armi da fuoco nonché se necessario all’attacco, essendo protetti da un leggero ma resistentissimo corsetto antiproiettile munito anche di telecamera e in grado di tenere al fresco il cane quando fa caldo e al caldo quando fa freddo. Le due razze pertanto vengono messe in campo insieme, ognuna con suo gestore ranger. Quando se ne deve usare una sola si usa il Malinois, che riesce a fare dignitosamente un po’ tutto. https://www.youtube.com/watch?v=vpv-tnOJgSQ

I cani devono essere protetti dal caldo, spesso oltre i 40° C, e camminare sotto il sole in tali condizioni è difficile e anche rischioso, pertanto non si può proseguire per molte ore. I cani se necessario sono dotati di particolari occhiali “da sole” antipolvere e di speciali scarpette per proteggere i piedi da ferite varie. Sempre tenuti al guinzaglio, è difficile che durante il servizio corrano il rischio di essere attaccati dagli animali selvatici (i branchi di babbuini per esempio sono molto aggressivi) – anche perché i ranger, oltre che ad avere un kit di pronto soccorso per il cane, sono ovviamente armati – ma di notte vengono custoditi in canili dotati di aria condizionata e recinzioni elettrificate per evitare predazioni da parte di leopardi e pitoni. I cani sono sempre ben alimentati e costantemente controllati dai veterinari. Tuttavia il rischio è sempre presente, sotto molti aspetti. Vixen, un raro Pastore Tedesco dell’Est di proprietà della K9 Conservation, era tornato dal pattugliamento notturno e mentre il suo gestore, Jonas, stava parlando con alcuni colleghi nei pressi del cancello, una leonessa già in agguato attaccò l’uomo. Vixen se ne accorse, saltò fuori dall’auto e attaccò il felino. Fu ucciso, ma salvò il padrone. Oggi riposa nella tomba scavata nel campo.

Vixen e  Jonas (foto K9 Conservation).

Nel Parco Nazionale dello Tsavo (21.812 km²), in Kenya, le unità cinofile fornite dalla Big Life Foundation nel 2010 hanno portato a una significativa diminuzione del bracconaggio, tanto che i  rinoceronti non hanno più subito stragi. Gli elefanti erano continuamente uccisi ma con l’arrivo dei cani la situazione è cambiata e i bracconieri hanno imparato che ora il rischio di essere arrestati è altissimo. Quando furono scoperte le carcasse di cinque elefanti intervennero subito le unità del Kenya Wildlife Service e della Big Life (in particolare con il cane Didi), che giunsero fino a due capanne dove però non c’era traccia dell’avorio. Però Didi trovò due asce e una sega ancora bagnata di sangue, usate per estirpare le zanne. Anche grazie alla collaborazione della gente del luogo, i tre bracconieri furono rintracciati e arrestati. Da notare che Didi era un randagio di Nairobi che Richard Bonham (fondatore insieme a Nick Brandt della  Big Life Foundation, che impiega 300 ranger in 31 avamposti in Tanzania e Kenya.) adottò e addestrò per l’antibracconaggio. Il cane ha collaborato all’arresto dei bracconieri già numerose operazioni. Dice Leyian, uno dei suoi conduttori: “Quando siamo in pista possiamo spegnere le nostre menti, Didi è i nostri occhi e noi abbiamo fiducia in lei, ci porterà dove vogliamo andare”.

Ci sono molti arresti di bracconieri nel Parco Nazionale di Kruger, ma, a meno che non si scoprano le prove, questi possono essere accusati solo di sconfinamento. In effetti, quando capiscono che stanno per essere catturati, spesso i bracconieri lanciano i loro fucili fra i cespugli, ma i cani li trovano lo stesso. Le armi vengono sottoposte al controllo delle impronte digitali e se corrispondono a quelle del fermato si procede all’arresto.

In sintesi, quando si pensa agli animali africani in estinzione ci si ricordi che questo non avviene grazie anche agli sforzi di tante associazioni ed enti internazionali, e ai sacrifici e rischi affrontati quotidianamente sul campo dai ranger. E dai loro cani.

Questa fotografia non ha bisogno di commenti (foto Congohounds).