La terra dà i prodotti agricoli, l’agricoltura dà la civiltà, i terrier aiutano la civiltà. E per dirla in modo più diretto, i terrier aiutano a dare il pane. Almeno in passato era così. Sembrerà astruso, ma se partiamo dai primordi della storia lo si capirà.

Decine di migliaia di anni fa l’uomo era cacciatore e raccoglitore di frutta, tuberi e così via e quindi era nomade in quanto, una volta esaurito il cibo esistente in una determinata zona, doveva spostarsi in altri territori per cercarne altro. Questo significava niente abitazioni permanenti e neppure mobilio, scorte alimentari sufficienti per mesi, ecc. Fu solo con l’introduzione delle pratiche agricole che i nomadi cessarono di esserlo e fondarono le prime aggregazioni urbane, cominciando  ad addomesticare gli animali ottenendone forza lavoro nel caso di bovini ed equini, nonché carne, latte, pelli, lana e altro. Senza l’agricoltura le grandi civiltà del passato non sarebbero mai nate. Con l’agricoltura la popolazione cresce, viaggia, mantiene eserciti, burocrati, insegnanti, artigiani, scienziati, medici, artisti e religiosi. Si evolve.

Il contadino inoltre spesso allevava conigli, pollame e altri uccelli, nonché capi di bestiame. Il raccolto era basilare perché con quello si viveva, però la produzione era rischio poiché intorno o comunque vicino c’erano ambienti selvaggi nei quali prosperava una fauna numerosa e variegata attirata proprio da quel che si produceva. Il bestiame era a rischio predatori, ma pure il raccolto poteva essere razziato da cinghiali e cervi. Tuttavia non bisogna affatto trascurare il danno che animali più piccoli ma ben più numerosi, possono apportare ai coltivi, agli orti o ai pollai. Il tasso, la faina o la volpe sono ghiotti di frutta e pollame, i conigli possono devastare un orto. I topi però fanno danni più di tutti, considerando che un topo campagnolo – allora il ratto nero e il ratto norvegese (che nonostante il nome è originario dell’Asia) non erano ancora giunti in Europa – ha un fabbisogno giornaliero pari al 20% del proprio peso corporeo. Insomma, sarebbe come se un uomo di 70 kg mangiasse 14 kg di cibo al giorno. Senza contare che ne danneggia o ne deturpa almeno il doppio. Questi roditori, in particolare in alcune annate, possono diventare vere orde, inimmaginabili. https://www.youtube.com/watch?v=zWVw-j8eYSk

Ecco allora che serviva una protezione. Si usavano la donnola e il furetto, buoni cacciatori ma mezzi selvatici, mordaci e irresistibilmente pure predatori di pollame e conigli domestici e pertanto non  adatti a stare nelle fattorie. Anche animali del tutto selvatici venivano ben tollerati, come i serpenti – eccetto la vipera – quali il biacco, la natrice o il cervone. Si stabilivano nei granai o nei dintorni e mangiavano i topi, e l’uomo non li molestava proprio perché utili. I serpenti servivano però poco o nulla visto che dopo avere mangiato uno o due topi si rintanavano per un mese per digerirli. In quel frattempo una sola femmina di topo dava (e dà) alla luce da 3 a 15 cuccioli e ognuno di questi è pronto a riprodursi dopo un mese e mezzo, con circa 15 parti l’anno.

Poi arrivò il gatto, raro nell’antichità, e discendente da quello africano poiché il più grosso gatto selvatico europeo non è addomesticabile e neppure ammansibile. Una cosa però è certa, tutti questi animali ausiliari dell’uomo, volenti o nolenti, erano sì validi contro topi e piccoli animali ma certo non contro volpi e tassi che facevano incursioni nei pollai e nei coltivi e neppure servivano a cacciarli. Per quello ci volevano i cani, anzi piccoli cani combattivi e attivi.

Anche i greci – come gli egizi – avevano cani grandi e piccoli e questi ultimi erano chiamati alopekis, buoni sia da compagnia sia come cani da cortile. Li si teneva pure sulle navi mercantili per eliminare i topi che, si sa, vi sono sempre presenti.

Vaso greco, IV-I secolo a.C., Johns Hopkins Archaeological Museum.

Anche i romani avevano piccoli cani, che chiamavano canis melitaeus, e servivano per eliminare gli animali selvatici nei magazzini o nelle tane e dovevano necessariamente essere agili, aggressivi e determinati. Aristotele fu il primo a menzionarli attorno al 370 a.C., descrivendoli delle dimensioni della faina. Naturalmente cani di questo genere venivano impiegati pure per la caccia, che fu sempre un’attività importante a livello alimentare anche perché allora la selvaggina era definita res nullius, ossia di nessuno e quindi cacciabile da chiunque. Ben diversamente accadde in seguito, dal medioevo in poi. L’economia agro-silvo-pastorale comprendeva la caccia ad animali minori che comunque dava introiti sotto forma non solo di carne, ma anche in pelli da usare o vendere, nonché di grasso e derivati.

Vaso, Puglia, 360-350 a.C.

Quando i romani invasero la Britannia – l’attuale Gran Bretagna – vi trovarono molte tribù e ovviamente pure i loro cani, i cosiddetti agassian, così descritti da Oppiano di Apamea, autore probabilmente dopo il 211 del poema in quattro volumi sulla caccia Cynegetica: “C’è una forte razza di cani da caccia, di piccole dimensioni, ma non per questo meno degna di gran lode, delle tribù selvagge di britanni dalla schiena tatuata, chiamati con il nome di Agassian (…) sono tozzi, emaciati, ispidi, con gli occhi opachi, ma dotati di zampe armate di potenti artigli e con la  forte bocca dai denti serrati che lacerano. È in virtù del suo olfatto, tuttavia, che l’Agassian è più considerato, e per la ricerca della pista è il migliore che ci sia, perché è molto abile a scoprire le tracce di quel che cammina e anche a percepire gli odori nell’aria”.

I romani, come abbiamo visto, conoscevano questi tipo di cani da tana, tanto che li chiamavano terrarius, da cui deriva il termine terrar inglese poi divenuto terrier. Tuttavia, è grazie alla Gran Bretagna che i terrier divennero giustamente famosi e diffusi ovunque.