La ricerca delle persone grazie all’olfatto di cani addestrati può essere positiva o negativa. Ricercare una persona dispersa per aiutarla è certo positivo, così come rintracciare un detenuto fuggitivo per assicurarlo alla giustizia. Non lo è di certo aizzare un cane assassino per rintracciare – o peggio – qualcuno. Nei film il mantrailing è più legato a film d’azione drammatici, perché purtroppo sappiamo che attirano un ben maggiore numero di spettatori. Giornalisticamente, è come paragonare la “cronaca nera” a quella “bianca”.

Il primo bel film che presentiamo è Pericolosa partita (1933, The Most Dangerous Game), diretto da Irving Pichel ed Ernest B. Schoedsack. I più attenti noteranno che gli attori Joel McCrea e Fay Wray (i buoni nel film) e Leslie Banks (nella parte del pazzo cacciatore conte Zaroff) si muovono in una giungla che è identica a quella del film King Kong. Infatti è la stessa, così come i registi, il resto del cast e gli operatori, visto che di giorno giravano le scene di King Kong e di notte quelle The Most Dangerous Game. L’attrice Fay Wray, allora alle prime armi e che divenne famosa per King Kong (in quest’ultimo film però il protagonista maschile non è Joel McCrea ma Bruce Cabott), fu una vera stakanovista. Comunque sia, la trama di The Most Dangerous Game è questa: un nobile e ricchissimo cosacco ha acquistato un’isola lussureggiante e montuosa dalle parti della Malesia. Il buon uomo ha fatto costruire un faro che invece di fare evitare gli scogli alle navi, ce le fa finire contro. I sopravvissuti vengono signorilmente ospitati e rifocillati dal conte Zaroff e dai suoi servi malesi e cosacchi, e poi fatti partecipare a una battuta di caccia. Solo che la preda sono loro… Difatti Zaroff si è reso conto che tigri e bufali sono una sciocchezzuola essendo così prevedibili, mentre l’uomo è intelligente e dà vita a una battuta di caccia appassionante e piacevole, benché solo per il cacciatore. Questa volta non andrà così. Zaroff nel film mette in campo una muta di splendidi, affamati e feroci cani Alani e se volete vedere cos’era un tempo questa razza guardatevi il film. https://www.youtube.com/watch?v=kgHn5wmHIt0

Non bisogna però pensare che di Alani atletici – ben diversi da quella sorta di pesanti mastini ma dalle zampe lunghe che purtroppo si vedono sempre più spesso – non ne esistano più, perché fortunatamente ci sono ancora allevatori che non hanno dimenticato la purezza funzionale del passato, e così la mantengono.

Perfetti esemplari di Alano dell’Allevamento Amis d’un Reve.

Un particolare strano che noteranno gli esperti di mantrailing è che Zaroff alla persona sopravvissuta dà dei suoi vestiti da caccia. I cani infatti poi seguono la traccia olfattiva di questo, ma ci si domanda come mai, feroci e affamati come sono, non si gettino proprio su Zaroff, già proprietario di quegli abiti presumibilmente pervasi dal suo odore. Ma forse i servi malesi erano bravissimi anche a fare il bucato.

Leslie Banks, Fay Wray e Joel McCrea in una scena di  The Most Dangerous Game.

L’errore dell’abbigliamento non lo fece nel suo romanzo di planetario successo The Hound of the Baskervilles lo scrittore sir Conan Doyle, il quale non per nulla fu il creatore del cosiddetto giallo deduttivo con la saga dell’investigatore Sherlock Holmes. Infatti la trama di The Hound of the Baskervilles riguarda un cagnaccio infernale che da secoli attenta alla vita dei maschi della famiglia. Attenzione, si tratta di un enorme segugio poiché hound significa segugio, e non di un mastino  ossia mastiff  come invece poi si intitolò l’opera facendola diventare Il mastino dei Baskervilles.

In effetti a sir Henry Baskerville, l’ultimo della dinastia appena giunto dall’America avendo ereditato la ridente (ridente per modo di dire, è una landa desolata di radure e torba con rocce e paludi e sabbie mobili, immersa nella fitta nebbia quasi perennemente) tenuta nel Devonshire, qualcuno ruba una scarpa nuova mai usata, lasciando però l’altra. Una volta incaricato di proteggerlo, l’arguto Sherlock Holmes – fra una dose di droga e l’altra, e strimpellando il violino per meditare (Holmes fa proprio così nei romanzi) – intuisce che c’è qualcosa di strano, forse guardandosi i piedi e notando la differenza: se io ho due piedi in due scarpe, perché usarne una sola?, avrà meditato.

Poi la scarpa nuova ricompare misteriosamente, ma ne sparisce un’altra, però vecchia e usata. Senza dilungarsi troppo, nella magione dei Baskervilles un domestico aiuta un parente scappato dal carcere e nascostosi in zona. Gli regala anche degli abiti vecchi per ripararsi dall’umidità, solo che sono quelli di sir Henry. Quando il cagnaccio, che è vivo e vegeto e serve per eliminare il rampollo americano sfruttando una vecchia leggenda, viene liberato, gli si fa annusare proprio la vecchia scarpa, con l’odore quindi del suo proprietario. Il cane parte in caccia e trova e uccide ovviamente il povero detenuto, in questo frangente colpevole solo di indossare abiti con lo stesso odore. Dal punto di vista del cane era tutto perfetto, tuttavia per il detenuto no. In Italia diremmo forse volgarmente “cornuto e mazziato” ma più elegantemente potremmo asserire che si era trovato nel momento sbagliato, nel posto sbagliato e soprattutto con l’abito sbagliato.

Vi consigliamo di guardare il film The Hound of the Baskervilles del 1939 diretto da Sidney Lanfield, il migliore fra tutte le decine di adattamenti cinematografici e televisivi realizzati fino a oggi per via delle straordinarie interpretazioni di Basil Rathbone e  Nigel Bruce, rispettivamente nelle parti di Sherlock Holmes e del fidato amico e collaboratore dottor Watson. https://www.youtube.com/watch?v=AzJz5RUV3BY

Una curiosità, nel capitolo n° 14 del romanzo il cane poi ucciso viene così descritto: “Non era un puro Bloodhound e non era un puro mastino, ma sembrava essere una combinazione dei due, magro, selvaggio e grande come una piccola leonessa”. Visto che quando fecero il film il Cuban Bloodhound (tipo di cane avente fra i progenitori incroci di generici cani da sangue bloodhound e mastini) era fortunatamente stato estinto, per le riprese si usò ancora una volta l’Alano. Fu scelto  Blitzen, un esemplare di 75 kg che però fu ribattezzato Chief perché nel 1939 era iniziata la guerra di Adolf Hitler e tutto quello che ricordava la Germania era inviso alla gente. Chief era quindi meglio. Inoltre l’Alano era conosciuto in America come Grande Danese e quindi era tutto a posto. Basti considerare che, per gli stessi motivi, il Pastore Tedesco fu chiamato Pastore Alsaziano.

Il feroce cane sta per essere liberato, dopo avergli fatto annusare la scarpa di sir Henry.

I segugi vengono messi in campo anche per cercare il mostro, magistralmente interpretato da Boris Karloff, nel film Frankenstein del 1931, diretto da James Whale. Si suppone però che i pur validi Segugi della Transilvania abbiano avuto un momentaccio nel fiutare la creatura morta ma deambulante, assemblata con pezzi di vari cadaveri e quindi in una miscellanea di odori diversi ma sommati. https://www.youtube.com/watch?v=qLvGnro4Cgw

I cani di razza Bloodhound, dall’olfatto ineguagliabile ma molto impetuosi e pertanto gestibili con notevole sforzo fisico quando hanno fiutato l’obiettivo, li si vede in azione in diversi film, come il bellissimo Le ali della libertà (1994, The Shawshank Redemption), diretto da Frank Darabont, con Tim Robbins e Morgan Freeman e tratto da un racconto di Stephen King. Ma il film che rende meglio il lavoro di questi cani è Nick mano fredda (1967, Cool Hand Luke), diretto da Stuart Rosenberg e nel 2005 scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. Perfetta l’atmosfera del film, che si avvale di attori tutti strepitosi come Paul Newman (protagonista, nella parte di Nick), George Kennedy (che per questo ruolo vinse l’Oscar) e Morgan Woodward (il silenzioso ma temibile capo delle guardie penitenziarie). In due occasioni Nick fugge ma viene inseguito dai poliziotti. Tenta in tutti i modi di sviare i loro cani, passando e ripassando fra i campi cintati da filo di ferro, gettandosi in acqua da un ponte, ripercorrendo i suoi passi più volte, nuotando nei fiumi. Finisce catturato, ma uno dei tre Bloodhound muore per la fatica e il caldo. In una seconda fuga, per impedire ai cani di seguire il suo odore, sparge polvere di curry e peperoncino sul terreno, usando un vecchio trucco attuato ai tempi della schiavitù. https://www.youtube.com/watch?v=VTio206JVQw

Anche in La parete di fango (1958, The Defiant Ones), diretto e prodotto da Stanley Kramer, i due detenuti fuggitivi interpretati da Tony Curtis e Sidney Poitier vengono inseguiti con i cani ma in questo caso  si tratta di due razze ben diverse tra loro e cioè Bloodhound e Dobermann. I primi con un grande fiuto ma del tutto inoffensivi, i secondi invece sono selezionati e addestrati all’attacco. Una volta localizzati i due fuggitivi le guardie stanno per fare aizzare i Dobermann ma lo sceriffo locale estrae la pistola e minaccia di ucciderli se verranno liberati. Ecco il film completo, in inglese. https://www.youtube.com/watch?v=GKYZvr4hsUM I Dobermann – razza dotata anche di buon fiuto, come del resto tutti i cani –  vengono messi in campo, finendo però presumibilmente uccisi, in Rambo (1982, First Blood) diretto da Ted Kotcheff e con Sylvester Stallone, Brian Dennehy e Richard Crenna.

Una scena di First Blood.

In tre dei quattro film finora girati della serie Rambo, il nostro eroe viene cercato con i cani. Nell’ultimo film John Rambo del 2008, diretto e interpretato da Stallone e ambientato in Myanmar, a inseguirlo sono i militari con cani asiatici pochissimo conosciuti in Occidente, apparentemente i vietnamiti Phu Quoc Ridgeback oppure, meno probabilmente, i thailandesi Thai Ridgeback, molto simili fra loro, con i secondi poco più grandi. Il Phu Quoc Ridgeback, che nei maschi arriva a circa 25 kg, ha forte istinto predatorio, eccezionale agilità e nuota e corre velocemente. Inoltre è molto intelligente e facilmente addestrabile, anche per la guardia. Il Thai Ridgeback è simile ma più muscoloso e grosso, arrivando alle dimensioni e al peso del Pastore Belga Malinois. La testa è leggermente più tozza, anche con pieghe. Entrambi hanno ottimo fiuto, essendo cacciatori nati. https://www.youtube.com/watch?v=_MkgSs3Wp_4

Ovviamente l’ottimo olfatto l’hanno pure i Pastori Tedeschi, come quello (da lavoro, non da show) che si vede nel film El perro (1979) diretto da Antonio Isasi-Isasmendi. In un fittizio paese sudamericano vige il giogo di un dittatore di nome Abigail Anaya, soprannominato “il cane”. Il movimento di resistenza vuole farla finita, pianificando un attacco. In un campo di lavoro il detenuto politico Arístides Ungria riesce a fuggire ma viene inseguito dall’esperto e assassino Zancho e dal  suo sanguinario cane.  Arístides riesce a uccidere Zancho ma il Pastore Tedesco lo insegue praticamente per tutto il film, seguendone la traccia olfattiva fino in città e cercando più volte di sbranarlo. Il cane non lo molla perché ha ricevuto dal padrone ormai defunto l’ordine di uccidere il fuggitivo, inoltre vuole vendicarsi. In pratica, l’animale cerca solo di fare il suo dovere portando a termine il compito per cui è stato addestrato. https://youtu.be/0TVZTeZSCvY