I cani furono usati in guerra – o in operazioni di repressione tanto cruente e complesse da potere essere definite guerre pure loro – più spesso di quanto non si pensi. E non sempre dalla parte militarmente più potente e organizzata. In Italia, durante la dominazione francese del Regno di Napoli, nel periodo 1806-15, il generale francese Charles Antoine Manhès fu incaricato di reprimere il diffuso fenomeno del brigantaggio. I briganti, abituati alla durissima vita selvaggia nei luoghi più impenetrabili di quelle montagne del Centro-Sud d’Italia coperte di enormi foreste, agivano con la guerriglia, attaccando e sparendo velocemente nel fitto dei boschi. Si avvalevano anche di feroci cani, solitamente molossi ma anche di altri tipi, perché allora si badava alla funzionalità e basta.

Il generale Charles Antoine Manhès, ritratto di Andrea Appiani (1754-1817)

Uno di questi briganti fu il feroce Francesco Moscato, detto Bizzarro. Costui dal 1802 fu a capo di una banda che compì una lunga serie di atrocità in Calabria. Aveva sempre con sé numerosi cani, che nutriva con carne umana. Li aizzava anche a inseguire e sbranare i nemici fuggitivi dopo i conflitti a fuoco, come accadde a un ufficiale addetto allo stato maggiore del generale Louis Partoneaux, che fu divorato. Nel gennaio 1811 le truppe comandate dal generale Charles Antoine Manhès – in Calabria soprannominato lo Sterminatore – avevano ormai arrestato o ucciso tutti i componenti della sua banda, inclusi quasi tutti i cani. Con Bizzarro, nascosti nella zona di Rosarno, erano rimasti solo due briganti, un Cane Corso e la compagna Nicolina Ricciardi, rapita da Bizzarro dopo averne ucciso a tradimento il marito. A seguito degli stupri di Bizzarro, la donna aveva da poco avuto un bambino, che però in quei giorni fu ucciso freddamente dall’uomo – sbattendogli la testa contro le pareti di una grotta –, il quale temeva che i suoi vagiti attirassero la guardie civiche che ormai lo braccavano.

La Ricciardi, che aveva assistito attonita all’orribile scena, non reagì ma quando al calare della notte i restanti briganti si allontanarono per fare da sentinelle, decise di vendicarsi. Chiese e ottenne che Bizzarro legasse il feroce cane per evitare che raggiungesse il corpo del bambino malamente seppellito, e l’uomo lo fece. Ma quando si addormentò, privo della difesa del cane, la Ricciardi gli sparò in testa e lo decapitò, fuggendo.

Bizzarro e il bambino, di Bartolomeo Pinelli (1781 -1835)

La testa fu da lei  portata alle autorità di Mileto, oggi provincia di Vibo Valentia, che le pagarono la taglia di ben 1000 ducati. Il cadavere del brigante fu recuperato, portato a Monteleone (l’odierna Vibo Valentia) e fatto a pezzi, ognuno dei quali venne inviato in uno dei paesi che da lui avevano subito vittime. All’epoca, e non solo in Italia, in guerra era consuetudine decapitare il nemico. Lo facevano sovente sia i briganti sia i soldati durante la repressione successiva all’unità d’Italia.

Bizzarro non era l’unico brigante a usare i cani. Nello stesso periodo anche Giuseppe Rotella detto il Boia, che tenne nel terrore la zona di Catanzaro, si divertiva a far sbranare dai suoi cani le sue vittime, che fossero soldati nemici o viandanti. Uccise molte decine di innocenti e aveva l’abitudine di mozzare il naso alle vittime che lasciava vive. Fu ucciso dai militari nel 1810 nei pressi di Catanzaro. Un altro, Paolo Mancuso, detto Parafante, dopo avere sorpreso e sterminato un reparto di soldati fece mettere il loro comandante, tenente Filangieri di Garafa, in un grande pentolone in cui si faceva il formaggio, facendolo bollire. Il cadavere fu poi dato in pasto ai cani.

Il generale Manhès era abile e capì che i briganti non si battevano con la fanteria, lenta e non adatta, ma terrorizzando i loro sostenitori (i quali subito non solo non li supportarono più, ma presero loro stessi a cercarli e ucciderli). Con solo un centinaio di lancieri a cavallo iniziò il compito a ottobre del 1810 – attese che cadessero le foglie dagli alberi e cespugli, dando così meno riparo ai briganti nascosti nelle faggete – e lo terminò alla prima metà del 1811. Dei 3.000 briganti stimati, 1.200 si erano arresi, gli altri furono uccisi. Leggendo Memorie autografe del generale Manhès intorno a’ briganti di Charles Antoine Manhès (compilate da Francesco Montefredini, 1861, Napoli), si ha conferma dell’utilizzo dei cani da parte di Francesco Moscato, detto Bizzarro. Per esempio (cap. XV, pag. 61): “Gli ultimi a deporre le armi furono alcuni fuggiti sulle montagne quasi inaccessibili del Gualdo, di Pollino, di Camponatese, della Sila, dell’Aspromonte. Vi stettero alcun tempo allo schermo di ogni offesa: e quindi si accostavano alla pianura, mandando innanzi alcuni molossi addestrati a fiutare e ghermire coloro che cercavano scampo con la fuga. Il Bizzarro, uno de’ capi, spesso sfamava i suoi cani coi corpi degli uccisi “.

Si arguisce quindi che i cani molossi – quindi i cosiddetti Cani da presa meridionali, progenitori del Mastino Napoletano e del Cane Corso, che fino a pochi decenni fa facevano parte della stessa razza – non servivano solo per la guardia ma erano ben addestrati come esploratori col compito di individuare e uccidere chiunque trovassero davanti, militari o civili che fossero. Il fatto poi che fossero stati abituati all’antropofagia li rendeva ovviamente ancora più letali. Alcuni cani erano tristemente famosi e attivamente ricercati dai soldati, come scrisse il generale Antonio Iannelli, “L’11 settembre 1810 (…) vi era il Boia ed i suoi compagni occupati a giuocare a denari. La Guardia Civica fece una scarica di fucilate su di loro. Luigi… da Cerrisi, Giuseppe Lamanna da Tiriolo, e i due cani Leonessa e Malcuore vi morirono“. E ancora Iannelli riportò che, “Il giorno 9 dicembre 1810 scoprì il ricovero dello scellerato Parafante situato nel centro del bosco del Cariglione in un luogo distante 18 in 20 miglia da qualunque abitato (…) uno dei briganti morì ed i cani restarono estinti “.

Un Cane da presa meridionale della varietà Corso, di Bartolomeo Pinelli (1781 -1835)

Non solo, i cani di Bizzarro erano addestrati a rintracciare, anche con l’olfatto, i nemici, inclusi i militari in fuga dopo gli scontri a fuoco come già descritto sopra nel caso  dell’ufficiale addetto allo stato maggiore del generale Louis Partoneaux. Infatti nello stesso testo citato prima Manhès (cap. XXV, pag. 109) riporta: “Quel Bizzarro di cui dicemmo innanzi che scaltriva feroci cani a scoprir l’orme umane, e dava i corpi degli uccisi in preda a quelle bestie “.

Briganti sorpresi dalla forza armata, 1823, acquaforte acquerellata, Bartolomeo Pinelli (1781-1835)

Per correttezza, meglio specificare che la maggior parte del lavoro sul campo lo fece il generale Antonio Iannelli, che così scrisse: “Tali orde di mostri (i briganti N.d.A.) avevano delle reciproche corrispondenze: agivano di concerto e avevano inventate le morti più tormentose (…) Le mutilazioni di ogni specie furono infinite: le morti lente, e precedute da sevizie non ebbero numero, i massacri di uomini e di animali, avvenivano in tutti i giorni (…) A moti così estremi tutti si richiedevano i rimedi, la moderazione che l’autorità per secondar la clemenza del Sovrano apposero qualche volta alla loro ferocia, fu sempre creduta debolezza. Fu dunque cosa necessaria mostrare un carattere fermo, frenare le loro scelleraggini ed occuparsi dei soli mezzi possibili per vendicare l’oltraggiata umanità (…) Fu cosa indispensabile di rendere deserta la campagna nel tempo della viva persecuzione, per fare loro mancare le sussistenze, e così forzarli ad uscire dai loro ripari, combattere per avere dei viveri (…) Arrivato al comando il tenente generale Manhès il primo ottobre 1810 ingrandì il mio comando, anzi lasciò liberi le braccia nella esecuzione. I soldati furono felicissimi, le città i villaggi furono tutti circondati. Non si portavano viveri in campagna. Tutti i giovani civici, e le truppe sortirono armati, e in parte occuparono i boschi ed accompagnarono in quei medesimi posti, ove i briganti si erano per lungo sottratti alle ricerche della gíustizia. Gli uomini più attempati, i feriti stessi, e le Autorità presero le armi, e assediavano le mura. Le colonne volanti composte dall’altra parte della gioventù serrando tutte le pianure e le vicinanze e le rive dei fiumi non restò in modo alcun scampo ai scellerati (…) In questo modo quasi tutti perirono, quei molti orribili che erano divenuti il flagello dell’umanità, e il terrore delle Calabrie .

Anche il feroce brigante Lorenzo De Feo, detto Laurenziello, usava i cani. Nacque il 25 giugno 1777 a Santo Stefano del Sole e in breve raccolse oltre 60 malviventi con i quali imperversò in Calabria e in Puglia facendo centinaia di vittime. Il 3 agosto 1809 fece un’incursione a Santo Stefano, uccidendo oltre trenta persone. Il sindaco, Ciriaco de Feo, fu colpito da vari colpi di pistola e poi finito dai mastini di Laurinziello. Il brigante venne infine catturato il 17 novembre 1811 e il 6 maggio 1812, impiccato, decapitato e appeso nell’odierna Piazza della Libertà di  Avellino (Notizie storiche del comune di S. Stefano del Sole di Colacurcio Giuseppe, Uffici della Campana del Mattino, Napoli, 1914).

C’è da dire che i cani usati dai briganti erano gli stessi impiegati dalla polizia borbonica e quindi dalla legge. I cani non conoscono la legge e quindi sono incolpevoli, il responsabile è sempre l’uomo e come li utilizza. Si sa che finire fra le mani di questa polizia (terribile quanto quella papalina, a dispetto della missione della Chiesa) era un incubo fatto anche di arresti arbitrari,  torture e infime galere in cui spesso si rimaneva per sempre. Se si pensa che fra tutte queste brutture le autorità si preoccupassero di vietare proprio l’utilizzo di questi molossi da parte della polizia, si capisce che dovevano essere pericolosi e, peggio ancora, usati senza troppi riguardi.

Difatti la legge a un certo punto, sotto Carlo I di Borbone – re di Napoli e di Sicilia dal 1735 al 1759 –, vietò “ai Birri di fare uso de’ mastini e cani corsi per inseguire i rei, alla cui cattura sono impiegati (…), sotto pena di anni cinque di galera “. I “birri” sono i cosiddetti sbirri e cioè i poliziotti. “Questo perché molti inconvenienti ne nascevano e talvolta ne soffriva il danno l’innocente ” (Istoria delle leggi e magistrati del Regno di Napoli, 1774, di Gregorio Grimaldi). Evidentemente questi cani una volta aizzati dalle guardie erano difficili da fermare e poteva capitare che nella foga dell’inseguimento aggredissero persone che non c’entravano nulla. Se fossero vietati anche a livello militare non lo so, ma non lo credo.

L’uso dei cani da parte dei briganti non cessò. Quando l’esercito del Regno Sabaudo (sardo-piemontese) conquistò il Regno delle Due Sicilie (sempre il Regno di Napoli dei Borbone) unificando l’Italia, si trovò a fronteggiare i numerosissimi briganti, che in buona parte erano partigiani dei Borbone. Che si sia trattato di una vera e propria guerra è dimostrato dai numeri: a fronteggiare le forze di quello che nel 1861 era diventato il Regno d’Italia – appunto con la conquista da parte dei piemontesi di tutta la penisola italiana, isole comprese – molte decine di migliaia d’uomini. Si stima fossero circa 500 bande di briganti, composte da poche unità fino, in casi limite, ad alcune migliaia.

Per debellarli il Regno d’Italia dovette mettere in campo sempre più soldati: dai 22.000 della metà del 1861, a 50.000 alla fine di quell’anno, a 105.000 nel 1862, arrivando infine a 120.000. In pratica, 52 reggimenti di fanteria, 10 di granatieri, 5 di cavalleria, 19 battaglioni di bersaglieri e 7.489 carabinieri, oltre a 83.927 militi della Guardia Nazionale. Per quanto riguarda le perdite dell’esercito (inclusi carabinieri e guardia nazionale) furono 23.013 (di cui morti in combattimento 21.120, morti per ferite o malattie 1.073, dispersi e disertori 820).

Secondo le stime di alcuni giornali stranieri – che si affidavano alle informazioni ufficiali del nuovo Regno d’Italia, e pertanto tali dati possono errati per difetto, più che eccessivi – nell’ex Regno delle Due Sicilie (fra gli oppositori dell’unità d’Italia e loro presunti o effettivi fiancheggiatori) dal mese di settembre 1860 all’agosto del 1861 vi furono: caduti in combattimento (numero ignoto); fucilati, 8.964; feriti, 10.604; arrestati, 13.529; prigionieri, 6.112; 6 paesi incendiati; 918 case incendiate. Abbiamo più dati invece dal 1861 al 1870 (briganti e manutengoli, ossia fiancheggiatori o presunti tali): morti, 278.710, di cui morti in combattimento 154.850, fucilati o morti in carcere 123.860 (La storia proibita. Quando i piemontesi invasero il Sud, 2001, di Alfonso Grasso, Alessandro Romano, Marina Salvadore). Ecco qualche altro dato: feriti 130.364; detenuti a pene varie 382.637; detenuti all’ergastolo 10.760; deportati 43.629; paesi completamente distrutti 41. Insomma, senza dubbio si usò la mano pesante.

Paese dato alle fiamme (stampa dell’epoca)

I briganti spesso compivano analoghe stragi sia di soldati sia fra la popolazione locale, con mutilazioni, sequestri, razzie, stupri, roghi e altre torture. Teste, mani e altre parti del corpo delle vittime venivano lasciate inchiodate agli alberi. Vista la disparità di forze, i briganti evitarono il più possibile gli scontri campali e preferirono adottare la tecnica della guerriglia, traendo grande vantaggio dai boschi nei quali si rifugiavano, come descrisse il conte Bianco di Saint Jorioz, “Ti paiono non creature umane, ma cavrioli, daini e cervi, e ti appariscono e ti scompariscono innante colla stessa prontezza di ombre, fantasmi o larve, e già sono lungi da qualunque persecuzione ed al sicuro da ogni pericolo” (Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, di Bianco di Saint Jorioz).

Lo stesso brigante Carmine Crocco Donatelli, dopo il suo arresto, confermò: “La grande conoscenza che noi avevamo del paese, il terreno eminentemente boschivo, teatro delle nostre gesta, la acquistata abitudine ad una vita da selvaggio (…), obbligati ad errare di serra in serra fra cespugli spinosi per fossi profondi (…) furono fattori potentissimi che contribuirono a renderci forti e temuti ” (dall’autobiografia del capobrigante Carmine Crocco Donatelli, raccolta dal capitano Eugenio Massa).

Carmine Crocco Donatelli

In effetti, l’esercito piemontese – e poi italiano – non era preparato a fronteggiare la guerriglia. Nella relazione del 3 e 4 maggio 1863 della Commissione d’inchiesta sul brigantaggio alla Camera si legge: “La loro tattica è semplicissima: raro avviene che si adunino in grosse bande, perchè sanno che allora torna assai agevole alla truppa di trovarle e di distruggerle. Non aggrediscono mai e, se aggrediti, fuggono sempre. Tendono agguati e imboscate, quando hanno la certezza del sicuro scampo e della sovrabbondanza numerica sui soldati. Assalgono quando sono in proporzione di cinque o più contro uno. Predare, uccidere, fuggire, stancare la truppa il più che è possibile, questa e non altra è la strategia dei briganti “.

Per la Puglia – ma la situazione era identica nelle zone più interne e arretrate di tutto il Centro-Sud –, ecco cosa descrisse Marco Monnier: “Tutto favoriva il brigandaggio: e la stessa configurazione del paese, coperto di montagne, e le idee del governo, che di quelle montagne non davasi cura, né vi apriva gallerie, ne vi tagliava strade: vi hanno distretti intieri per i quali non è ancora passata una carrozza: vi hanno sentieri, che i muli non si arrischiano di percorrere; aggiungasi a questo il sistema di agricoltura della Puglia, la vita nomade de’ pastori che passano la estate sui monti, e vivono in quelle cime senza famiglia, in mezzo al loro gregge, in un isolamento selvaggio “(Notizie storiche e documentate sul brigantaggio, G. Barbera Editore, Firenze, 1862) .

Il risultato era quasi sempre che i briganti, come scrisse il conte Alessandro Bianco di Saint Jorioz – capitano dello Stato Maggiore Generale italiano – sfuggivano alla cattura: “ Grazie al costume e alla particolare calzatura (le cosiddette “cioce”, morbide e comode N.d.A.), che cotanto li favorisce nelle loro scappate sulle più ripide, scoscese ed aspre montagne (…) mentre il nostro povero ed eroico fantaccino, mal calzato ed illogicamente vestito e soverchiamente carico di oggetti perfettamente inutili in simil guerra, ancora si trova alle falde della montagna trafelante e spossato, e qualche non rara volta anche coll’epa (lo stomaco N.d.A.) vuota da dodici o quindici ore, e le scarpe logore, ed i piedi insanguinati e laceri .

I soldati erano inizialmente male equipaggiati, e messi in campo con una strategia inadatta. Il generale Raffaele Cadorna – padre del generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito che con le sue ormai superate convinzioni di strategia fu responsabile della morte del tutto inutile di tante decine di migliaia di soldati italiani nella Prima guerra mondiale – scrisse in Memoria sulle cause del brigantaggio che “Si guerreggiavano i briganti con sistemi troppo simili a quelli delle truppe regolari, cioè con operazioni sistematiche quasi avessimo di fronte truppe nelle stesse nostre condizioni “. La divisa dei soldati non era affatto comoda e durante i rastrellamenti su montagne impervie e fittamente boscose provocava infiammazioni e disagi. Lo zaino, contenente in buona parte equipaggiamento inutile per rastrellamenti di pochi giorni al massimo, era troppo pesante.

L’arma principale in dotazione – l’ottimo fucile ad avancarica mod. 1860 cal. 17.4, modificato nel 1866 tipo Carcano, con tiro utile fino a 400 metri – era pesante. I bersaglieri invece avevano in dotazione la più leggera carabina a retrocarica modello Delvigne. Quest’arma, più precisa e facile da portare, dal 1863 fu distribuita anche alle altre truppe operanti contro i briganti. Anche gli ufficiali, di norma armati di sciabola, la sostituirono spesso con un revolver e a volte persino con un fucile da caccia, anche se queste armi sono efficaci solo a distanza limitata. In breve i soldati si adeguarono alla situazione – tollerati dai superiori, che del resto sul campo facevano lo stesso –, liberandosi di tutto ciò che non fosse veramente indispensabile. Ridussero anche la normale dotazione individuale di munizioni, portando con loro solo una trentina di colpi a testa. Persino le uniformi furono in parte sostituite con indumenti più comodi e adatti, come del resto si può notare guardando molte foto dell’epoca.

I cadaveri di quattro briganti, tenuti in posa. Notare le diverse divise dei soldati

Tuttavia anche le condizioni di vita per i briganti erano terribili, se dovevano rifugiarsi nei boschi e specie in inverno. Non sempre era possibile trovare rifugio in casolari o grotte, ed era frequente il dover passare intere nottate e persino settimane, coperti solo da mantelli, sotto la pioggia o la neve, con temperature anche di -20 gradi e talvolta senza la possibilità di accendere fuochi per riscaldarsi o cucinare per non svelare – di giorno con il fumo e di notte con le fiamme – la propria presenza ai soldati. La fame era una grave costante e il rimanere feriti, in mancanza di medici, significava spesso una lenta morte. Nel tentativo di non farsi cogliere di sorpresa dal nemico, i briganti utilizzavano anche i cani. Venivano usati soprattutto per la vigilanza degli accampamenti allestiti nei fitti boschi, sia per la difesa attiva sia per dare l’allarme. Il famoso brigante Carmine Crocco Donatelli raccontò: “A rinforzo delle vedette appostate sul cucuzzolo, di un monte, sulla cima di un albero, sull’alto di qualche diroccato castello, vi sono i cani, feroci mastini che fiutano la preda a distanza maggiore che l’occhio non giunge ” (dall’autobiografia del capobrigante Carmine Crocco Donatelli, raccolta dal capitano Eugenio Massa).

Il 5 dicembre 1866, sul Monte Coppa, un’altura del Massiccio di Monte Cèsima, nel territorio di Presenzano (Caserta), il capitano Gustavo Pollone comandante di un reparto di soldati del 72° fanteria e volontari della guardia nazionale fu attaccata dalla banda di briganti composta da oltre cento uomini e che, non volendoli attaccare all’aperto, con una marcia forzata si portarono verso Venafro. Un cane dei briganti avvistò a un certo punto le guardie e abbaiò, dando inizio allo scontro corpo a corpo in cui morirono lo stesso Pollone, un soldato e un milite della guardia (a cui i briganti estirparono anche il cuore) e tre briganti tra cui il capobanda Domenico Valerio alias Cannone e Gaetano Giura fu Giuseppe di 60 anni e originario di Barrea, in Abruzzo. A ulteriore dimostrazione che i cani dei briganti combattevano a fianco dei loro padroni, il fatto che il cane che aveva abbaiato partecipò allo scontro, venendo ucciso a colpi di baionetta. Un altro di questi briganti, Bernardo Colamattei di Colle S. Magno, fu poi catturato e condannato il 27 ottobre 1872 alla pena di morte (Archivio di Stato di Caserta, Processi al Brigantaggio, fasc. 700, Estratto di condanna di Colamattei Bernardo, in A. Nicosia, Brigantaggio postunitario: Le bande Colamattei e Fuoco, in Latium, n. 5, 1988, pp. 82-83).

Un brigante calabrese con Cane Corso (anonimo artista dell’Ottocento)

Tuttavia, oltre ai molossi, venivano usati anche i cani da pastore, come i grandi e rustici cani della Sila, comunemente impiegati per la protezione del bestiame dai lupi. Il Cane pastore della Sila, razza sino a pochi decenni fa divenuta rara e poco conosciuta nella stessa Calabria, è stata infine salvata dagli appassionati e affianca tuttora gli armenti. Ovviamente qualunque valido cane veniva utilizzato dai briganti.

Lotta fra bersagliere e briganti con Cane pastore della Sila.
Manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria, Pizzighettone (CR).

Il ruolo dei cani era una componente da non sottovalutare e quindi nel 1862 le autorità militari del Regno d’Italia, nelle regioni in cui era in atto il brigantaggio, emanarono l’ordine di abbattere a vista tutti i cani non legati o incustoditi, in quanto sempre sospettati di essere utilizzati dai briganti, soprattutto se erano di razza Corsa. Ecco l’ordine emanato a l’Aquila il 25 ottobre 1862 dal Maggiore Generale Emanuele Chiabrera Castelli: “Dalle ore 24 italiane tutti i cani tanto dentro l’abitato, che in campagna dovranno essere rinchiusi, quelli che si troveranno fuori saranno immediatamente uccisi “.

L’esercito sabaudo prima e italiano poi, infatti, non era dotato di unità cinofile in grado – fra l’altro – di seguire le piste odorose del nemico. I pochi cani che accompagnarono l’esercito italiano in Centro-Meridione erano di proprietà di singoli soldati e ufficiali, che li avevano portati con loro partendo per il fronte. Lo stesso Giuseppe Garibaldi ne aveva avuto uno, Guerrillo. Nel 1846, durante la Guerra civile uruguayana, adottò e curò questo cane delle truppe nemiche argentine, ferito da una fucilata a una zampa (che si dovette amputare) durante la battaglia di San Antonio. Garibaldi lo chiamò Guerrillo e il cane, nonostante l’amputazione, fu al suo fianco durante le battaglie anche in Italia.

Guerrillo lo si cita anche in questa cronaca: “Tra gli eventi accaduti nel paese di Arquata del Tronto vanno ricordati l’arrivo e il pernottamento di Giuseppe Garibaldi, nell’anno 1849, che qui si fermò quando partì alla volta di Roma. Questa fu la terza ed ultima tappa in territorio ascolano. La cronaca ci perviene dagli scritti di Candido Augusto Vecchi, fermano, capitano del 23° di linea piemontese e storiografo della guerra del 1848, che fu tra i più fedeli e cari amici del generale. Questi, al passaggio dell’eroe dei due mondi nella città di Ascoli Piceno si unì al gruppo, ma lo seguì fino a Rieti per poi proseguire da solo e raggiungere Roma dove svolse il suo mandato di deputato partecipando ai lavori dell’Assemblea Costituente. In questo viaggio Garibaldi era già accompagnato da Nino Bixio, quale ufficiale d’ordinanza, Gaetano Sacchi, Marocchetti, Andrea d’Aguyar, servitore, e Guerrillo il suo piccolo cane, azzoppato da una ferita, che aveva l’abitudine di seguire il suo padrone camminando tra le zampe del suo cavallo“.

Guerrillo morì probabilmente nel 1849, durante l’assedio di Roma. Garibaldi e sua moglie Anita amavano i cani e gli erano molto affezionati. Difatti Giuseppe Garibaldi è il fondatore dell’Ente Nazionale Protezione Animali (Enpa) ed era solito affermare: “Proteggere gli animali contro la crudeltà degli uomini, dar loro da mangiare se hanno fame, da bere se hanno sete, correre in loro aiuto se estenuati da fatica o malattia, questa è la più bella virtù del forte verso il debole “.

Aprendo una parentesi, in Sud America, dove Garibaldi combatté come ho scritto sopra, i cani accampagnavano i padroni in battaglia. Simón José Antonio de la Santísima Trinidad Bolívar Palacios Ponte y Blanco, comunemente e più succintamente noto come Simón Bolívar, l’eroe della Guerra per l’indipendenza dalla Spagna, nel 1813 ebbe in regalo un cucciolone della Hacienda Moconoque, a Mucuchies, e lo adottò, chiamandolo Nevado poiché era nero ma con la coda bianca. Il cane lo seguì per anni in battaglia ma purtroppo nel 1821, nella pur vittoriosa battaglia di Carabobo, fu ucciso da un colpo di lancia. Quando glielo dissero Bolivar corse da lui, ma era tardi. L’eroe del Venezuela  pianse. A Mucuchíes c’è un monumento con le statue di Bolivar, Nivado e dell’amico indio Tinjaca (che morì pure lui nella battaglia cercando di salvare Nevado).

Tornando al nostro tema, i soldati italiani potevano avere con sé i loro cani. Fu il caso, per esempio, di Caffaro, un Bulldog Inglese di proprietà  del sottotenente Giulio Grossi della 2ª Compagnia, facente parte del 2º Reggimento Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi. Nel corso della Terza guerra di indipendenza, il 25 giugno 1866 ci fu la battaglia di Ponte Caffaro tra garibaldini e austriaci, durante la quale il cane s’intromise nel combattimento fra il tenente Giovanni Battista Cella e il capitano boemo Rudolf Ruzicka della 12ª Compagnia del Reggimento “Principe di Sassonia”. Rimasti entrambi feriti, il capitano Ruzicka, nonostante fosse difeso dal solo trombettiere Lusk poiché tutta la sua truppa si era ritirata più in là a debita distanza, fu colpito dapprima da una baionettata alle natiche infertagli dal soldato Giovanni Trovaioni della 2ª compagnia comandata dal capitano Tommaso Marani, poi da una morsicatura del Bulldog e così infine dovette arrendersi.

Caffaro nella mischia addentò pure i polpacci del tenente austriaco Suchonel, che si difese a sciabolate, ferendolo. Dopo la vittoria garibaldina il cane fu decorato e seguì il suo padrone per tutta la campagna militare fino a Magasa e in seguito nella battaglia di Pieve di Ledro del 18 luglio, ove il suo padrone Giulio Grossi fu ucciso in un assalto contro le linee austriache. Caffaro, affranto dal dolore, sostò pietosamente per due giorni sulla sua tomba, guaendo in continuazione, finché non fu preso in consegna dal capitano Marani che lo tenne con sé. Secondo lo storico trentino Ottone Brentari, a guerra finita, Marani lo affidò a Venezia al padre dell’eroico ufficiale, gondoliere dell’albergo Danieli, ma ben presto Caffaro morì, di crepacuore. Un’altra versione, sostenuta anche da Giuseppe Cesare Abba, affermava invece che l’intrepido cane morì a Pieve di Ledro, affranto dal dolore, sulla tomba del proprio padrone.

Il capitano Tommaso Marani e Caffaro, presumibilmente nel 1866

Per combattere i briganti in tutto l’ex regno borbonico il governo italiano capì che necessitava anche farsi aiutare da gente del luogo che conoscesse il territorio, e la lacuna fu risolta con la Guardia Nazionale. In Italia in ogni stato pre–unitario esistevano già simili corpi – sin dal 1796, nati sul modello della Guardia Nazionale francese. Non solo, un altro vantaggio era che, essendo la Guardia Nazionale composta da elementi locali, i briganti sarebbero stati combattuti dalla loro stessa gente e quindi la popolazione avrebbe collaborato con i propri concittadini piuttosto che con truppe considerate a lungo invasori. Il problema, però, fu che nella Guardia Nazionale venivano arruolate sia persone degne sia uomini di dubbia moralità e persino ex briganti. Insomma, molti furono eroi e fedeli ausiliari delle autorità civili e militari, altri malviventi efferati quanto i briganti.

La Guardia Nazionale in effetti aveva a volte metodi brutali, illegali e persino criminosi, tuttavia di fatto fu estremamente efficace nel reprimere il fenomeno del brigantaggio meridionale. Bisogna considerare che, mentre i soldati regolari nulla dovevano temere se non gli scontri a fuoco, gli appartenenti al corpo dovevano temere anche agguati nei loro stessi paesi e case, nonché torture, rapimenti e uccisioni di familiari non solo da parte dei briganti ma pure delle donne delle bande, le cosiddette brigantesse, alcune delle quali si dimostrarono altrettanto feroci dei loro compagni, come Filomena Pennacchio, Giuseppina Vitale, Giovanna Tito e Michelina De Cesare.

Filomena Pennacchio, Giuseppina Vitale e Giovanna Tito; a destra Michelina De Cesare.

La Guardia Nazionale occasionalmente mise in campo anche i cani. I cani però potevano creare problemi agli stessi padroni, se non addestrati. Il 9 giugno 1863 un gruppo di trenta Guardie Nazionali di Circello, nel Beneventano, si mise sulle tracce di dodici briganti, che erano stati avvistati. I cani delle guardie però furono individuati da quelli da guardia di una cascina e che si misero a latrare. Nel successivo scontro a fuoco le inesperte, e anche impaurite, guardie fuggirono. Fra le cinque guardie morte ce ne furono due, nascostesi fra il grano per non essere trovate dai briganti, che furono uccise a causa dei propri cani che attirarono involontariamente l’attenzione del nemico. Uno fu Emilio Zaccari. L’altro, Giuseppe Tatavitto, per evitare che anche il suo cane facesse lo stesso, lo uccise a colpi di baionetta. Tuttavia proprio i guaiti dell’animale permisero ai briganti di trovarlo nel campo di grano (Archivio De Agostini, Brigantaggio, voi. IL n. 12 e 20).

Andava però anche diversamente. Il brigante di Colle Sannita – sempre nel Beneventano – Francesco De Matteis detto Cicco Cordello, individuato e accerchiato dalle forze dell’ordine dopo dieci anni di latitanza, tentò la fuga ma fu inseguito, azzannato e bloccato da un cane. Fu condannato all’ergastolo all’Asinara.

 Carabinieri con cane molosso, senza data

 Con le “Regie Patenti” del 13 luglio 1814, il re di Sardegna Vittorio Emanuele I di Savoia istituì i Carabinieri Reali. Si trattava di un corpo armato che – sul modello della gendarmeria francese – aveva compiti sia civili (ordine pubblico e polizia giudiziaria) sia militari (difesa della Patria e polizia militare). I primi effettivi dei Carabinieri furono selezionati fra quelli dell’Armata Sarda che più si distinguevano per “buona condotta e saviezza” e che sapessero anche leggere e scrivere, mentre gli ufficiali furono scelti dall’Arma di Cavalleria, la più prestigiosa dell’Esercito. Durante il processo di unificazione italiana i carabinieri – così chiamati in quanto armati di un fucile più corto e leggero, appunto la carabina – furono destinati nelle diverse regioni centro-meridionali, arruolando anche una parte dei tutori dell’ordine che già vi operavano e che ben conoscevano i contesti locali.

Conseguita l’unità d’Italia, compito fondamentale dei Carabinieri fu quello di contrastare il brigantaggio. Ne furono utilizzati 7.489 ed ebbero un centinaio fra morti e feriti. Da menzionare il coraggiosissimo brigadiere Chiaffredo Bergia, il quale compì da solo rischiosissime imprese travestito da pastore, frate, contadino e persino da brigante, arrestando parecchi capi e appartenenti a bande di briganti. Bergia, che tante volte aveva rischiato di morire ucciso durante le operazioni, morì per una banale polmonite nel 1892, a soli cinquant’anni.

Alla fine la piaga del brigantaggio fu eliminata, con una politica di aiuti economici e di altra natura a chi collaborava o era stato vittima dei briganti. Per contro fu infine efficace la detenzione e persino l’immediata fucilazione di chi fuori dai paesi aveva con sé anche piccole quantità di cibo, fosse anche una pagnotta (avrebbero potuto darla agli ormai affamati briganti), il coprifuoco, la protezione militare del bestiame e di qualsiasi fonte di cibo, il sistema di taglie – anche con l’impiego di bounty killer, con consegna delle teste dei briganti – di cui alcune elevatissime, l’esposizione degli uccisi nelle piazze, la carcerazione – persino senza processo e in condizioni durissime con mortalità elevata – dei parenti e amici dei briganti e che li aiutavano (i cosiddetti manutengoli), la distruzione di interi paesi collaboranti con i briganti e altre durissime disposizioni. In pratica lo stato decise e attuò che, per sconfiggere l’omertà e la paura della gente per i briganti, doveva essere più temuto e inflessibile di questi. E così fu.

La guerra per l’Unità d’Italia, quindi inclusa quella contro il brigantaggio, fece centinaia di migliaia di morti, tanto che alcuni Paesi accusarono il governo italiano di compiere un genocidio. Non è per scusare quel che si fece in Italia, ma sarà bene ricordare che quelle stesse nazioni che ci accusavano nel contempo stavano facendo altrettante stragi, anche usando la guerra batteriologica distribuendo coperte e indumenti infettati dal vaiolo come avevano fatto proprio nel Nord America, o sterminando intere popolazioni in Africa, Asia e America come fecero Francia, Inghilterra, Belgio e altre nazioni.

Statuetta raffigurante dei briganti in fuga. Si noti il Cane Corso