Giovanni Todaro in una perlustrazione durante le ricerche della cosiddetta pantera di Casalbuttano, 2002.

Questa è una storia vera, e mi permette – ricordando quell’evento e la nostra collaborazione – di salutare l’amico Isidoro Furlan, grande esperto di antibracconaggio che a ottobre andrà in pensione con il grado di Generale dei Carabinieri Forestali.

Nel caldissimo giugno 2002 nella zona fra Casalbuttano e Castelverde, nel Cremonese, ci fu il primo allarme attinente una presunta pantera intravista ai bordi di un’area ricca di boschetti e sterminate estensioni di campi di mais. A seguire ci furono molte altre segnalazioni, anche di automobilisti che si erano visti attraversare la strada dall’animale, descritto come un felino nero delle dimensioni di un cane di media grandezza e dalla lunga coda. Fu poi visto bene – era fermo sul bordo della strada, appena uscito dal mais – pure da una pattuglia di carabinieri. Iniziai a collaborare con la prefettura di Cremona, giungendo in breve all’individuazione di centinaia di impronte riferibili a un giovane esemplare di circa 30 kg di peso e al rinvenimento dei resti divorati di alcune sue prede, nutrie e aironi. L’animale, evidentemente fuggito a qualcuno che lo deteneva illegalmente, era incredibilmente mobile, poiché durante le battute e gli appostamenti fatti insieme alla Polizia provinciale, Carabinieri e Corpo forestale dello stato giungevano notizie di avvistamenti quasi contemporanei da parte di diversi testimoni, ma anche a 8 km uno dall’altro. La cosa mi stupì, perché per esperienza diretta sapevo che un lupo in mezz’ora può percorrere tale distanza, ma non credevo potesse farlo anche il leopardo (l’animale detto pantera non è altro che la versione melanica, nera, del leopardo o del giaguaro).

Mentre passavano i giorni, in zona aumentava la paura fra la popolazione, tanto che il parroco decise di non tenere la tradizionale processione religiosa che passava proprio attraverso la zona degli avvistamenti. Personalmente ero convinto che a ogni giorno che passasse, nell’animale – senza dubbio nato e cresciuto in cattività e che quindi non sapeva cacciare – riaffiorasse l’istinto predatorio, con relativi rischi per la popolazione. La grande gabbia con chiusura verticale (a saracinesca), fatta costuire appositamente e sistemata in un luogo nascosto e dotata di esche di carne, veniva evidentemente ignorata dal leopardo, cosa logica in quanto nei dintorni c’erano prede in abbondanza. Inoltre, con ogni probabilità l’animale, ormai del tutto letale anche per un uomo, era impensabile che venisse tenuto sempre libero e pertanto veniva tenuto in gabbia, che quindi  conosceva bene. Impossibile che non capisse le somiglianze fra una gabbia e una trappola a gabbia. Vani anche gli appostamenti e le ricerche. Pareva non avesse mai fame. Poi una notte, dopo una segnalazione, capimmo il motivo. Una vicina azienda di macellazione di maiali lasciava le frattaglie da buttare in contenitori aperti e l’odore aveva fatto capire al felino che poteva trovare tutto il cibo che voleva. Un accurato sopralluogo portò alla scoperta delle impronte e del punto in cui la rete rotta dello stabilimento, fiancheggata da un punto di vegetazione molto fitta, permetteva al felino di entrare e uscire liberamente.

La situazione era pericolosa in quanto gli addetti durante il turno notturno andavano a gettare nei contenitori gli scarti (senza poi chiudere i coperchi), col rischio di trovarsi faccia a faccia con il leopardo. L’animale aveva cominciato a insidiare anche il bestiame e i cani. Una notte, come da denuncia fatta, un automobilista vide un piccolo cane tagliargli la strada su una strada sterrata vicino a una cascina. Il piccolo cane correva disperatamente e un attimo dopo l’automobilista vide il felino che lo tallonava correndo a grandi balzi, a sua volta inseguito da un gruppo di cani più grandi, quelli della cascina. Che il leopardo fosse giovane e inesperto come pensavo, fu testimoniato dalla lunghezza dell’inseguimento del cagnolino, quasi 250 metri in cui qua e là si notavano le impronte sue e dei cani. I grandi felini in effetti non hanno resistenza nella corsa. Ma grande agilità sì, tanto che il leopardo tallonato dagli altri cani aveva saltato con un balzo un fosso largo oltre 4 metri.

Giugno 2002, si scarica e posiziona la trappola a gabbia per il leopardo.

Che il felino non avesse – almeno fino a quel momento – nessun interesse ad attaccare l’uomo fu dimostrato da diversi fatti. In uno, ed ero presente nella caserma dei Carabinieri, un agricoltore intento a irrigare un campo di mais subito dopo essere sceso dal trattore si era trovato davanti il leopardo, che aveva ruggito e mosso nervosamente e lateralmente la coda, tipico segnale di prossimo attacco nei felini. Fortunatamente l’uomo terrorizzato era arretrato verso il trattore ancora in moto e l’animale era scomparso. In un altro caso, stava calando il buio, ero all’interno di un campo di mais da poco irrigato e avevo notato che dalle impronte dell’animale spillavano gocce d’acqua, segno che il peso dell’animale aveva compresso il terreno facendone trasudare l’acqua. Ciò significava che si trovava al massimo a dieci metri da me, pur non essendo visibile a causa delle fittissime e alte piante di mais. Mentre osservavo questi particolari, e si preannunciava un violento temporale, giunse via radio la notizia dell’avvistamento del felino a circa 6 chilometri di distanza e tutti quelli che erano con me corsero alle automobili per andare là. Del tutto indifferenti a quanto dicevo loro, ossia che il leopardo si trovava dove eravamo, sparirono in un batter d’occhio…dimenticandosi di me.

Ebbene, ormai era buio totale, c’era un vento fortissimo che faceva muovere tutto intorno a me, ero solo e disarmato. Lì eravamo rimasti solo io e il leopardo, che però ci vedeva e sentiva benissimo. Che non volesse attaccare fu chiaro, poiché non lo fece nei circa 200 metri di campo di mais che dovetti percorrere nella totale oscurità per tornare sulla strada, col cuore in gola…

Dopo una ulteriore serie di avvistamenti anche da parte di gruppi di persone, il leopardo scomparve e non se ne seppe più nulla. La cosa fu quasi dimenticata e infine fu spacciata come la solità bufala della pantera d’estate. Questo pure grazie alle conoscenze, anche fra alcuni delle istituzioni, di chi deteneva l’animale e a cui era fuggito. Riuscirono a fare credere alla gente che non c’era mai stato nulla, persino a chi aveva reso denuncia di avvistamento ai Carabinieri. Passarono due anni, ma io avevo continuato a cercare di risolvere il mistero. La prima notizia mi arrivò da una persona del luogo, il quale mi disse che a quel che aveva sentito dire in certi ambienti le pantere era state uccise da qualcuno con cartucce caricate a palla calibro 12 da cinghiale. Non la pantera ma le pantere, perché erano due. Ecco spiegato il fatto che venissero avvistate quasi contemporaneamente in zone distanti fra loro.

Pantera nera (leopardo melanico, Panthera pardus).

Cercando ancora, rintracciai una persona la quale mi riferì che un giorno di quel giugno 2002 aveva sentito un colpo di fucile provenire da non lontano dalla sua casa immersa in quelle campagne, e che dopo un po’ aveva visto passare due automobili. Uno dei conducenti l’aveva già visto altre volte. A quel punto preferii rivolgermi non alle forze dell’ordine locali – sul cui operato di qualcuno avevo già forti dubbi – ma all’amico e grande esperto antibracconaggio Isidoro Furlan, dell’allora Corpo forestale dello stato, e la cosa fu fondamentale visto che io non avevo nessuna capacità né compiti investigativi. Collaborando emersero altri particolari e la persona alla guida di una delle due autovetture ebbe finalmente un nome e cognome. E così pure la condudente dell’altra autovettura. Era la moglie. Il sospetto era che in un’automobile ci fosse il corpo del leopardo e che l’altra autovettura andasse in avanscoperta per comunicare la presenza sulla strada di eventuali forze dell’ordine.  Con questi dati si riuscì a trovare altre testimonianze, e una fu quella della fotografia. Il bracconiere aveva ucciso il leopardo, l’aveva appesa nella sua cascina a Gadesco Pieve Delmona e si era fatto fotografare a fianco dell’animale, come fanno tanti cacciatori. Solo che quest’uomo, che era patito di caccia grossa all’estero, era anche un bracconiere.

Mentre le indagini si stavano per chiudere, nel 2005 venimmo a sapere che l’uomo si era trasferito con la famiglia in Sardegna. Ma non ci fermammo. Con l’ausilio del Corpo forestale della Sardegna, fu organizzata un’operazione e i forestali si presentarono a casa del sospettato. Il quale, messo alle strette, confessò, come evidenziato dal verbale di perquisizione con relativa ammissione formale del reato.

Ecco i particolari: il bracconiere era stato assoldato grazie all’intermediazione riservata di un esponente delle istituzioni e messo in contatto con il proprietario dei due felini fuggiti. Il bracconiere dichiarò che aveva attirato i felini, in due diverse occasioni, lasciando dei secchi colmi d’acqua, perché faceva molto caldo e quindi dovevano soffrire la sete. Assurdità, in quanto i fossi e i canali erano colmi d’acqua ovunque. Con ogni probabilità alla cattura collaborò lo stesso proprietario, chiamandoli, anche se i due leopardi evidentemente non gli si avvicinavano più. Erano ormai pericolosi, per le persone e per il proprietario, che rischiava di essere scoperto prima o poi. Anche perché in zona c’era stato un altro caso simile, con lo stesso epilogo, a Stagno Lombardo nel 1987. Insomma, meglio ucciderli e farli sparire.

Il bracconiere però non si accontentò di quanto pagatogli, visto che percepì 550.000 lire (allora non c’erano gli euro) per il suo “intervento”, poiché spellò i due animali – subadulti, una femmina di 26 kg e un maschio di 28 – e ne fece preparare, ovviamente illegalmente, le pelli da una conceria del Cremonese. Le preziosissime pelli poi furono vendute, sempre illegalmente, a una nota pellicceria con negozio nel Cremonese e a Milano. Tutto quel che ho citato, e anche di più, è descritto negli atti ufficiali. Il caso della “Pantera di Casalbuttano” a quel che so è l’unico risolto al mondo in materia delle solite pantere di agosto e questo deve fare pensare che altri casi potrebbero essere reali in quanto alcune specie animali sono ricercate da malviventi che, detenendole, si illudono di essere dei grand’uomini. Salvo chiuderli a vita in gabbia e di nascosto appena crescendo si rivelano animali letali e non più simpatici cuccioli. La pantera nera, molto rara in quanto solo pochissimi leopardi nascono neri, ha quotazioni altissime al mercato nero.

Da notare che nel 2013 nella zona di Soresina, Cremona, ci fu un caso simile ma questa volta si trattava di un giovane puma, fuggito dal proprietario insieme a una cagnolina divenuta inseparabile (che infine catturai e adesso vive felice in una cascina della zona). Il caso, al quale collaborai con la prefettura di Cremona, si risolse anch’esso con la scomparsa dell’animale pur avvistato molte volte. E credo che l’epilogo sia stato uguale, con l’ipotesi che fra il Bresciano e il Cremonese ci sia da anni un fornitore illegale e segreto di tali animali, forse anche a certi circhi inserendo il microchip di un esemplare morto in uno nuovo e apparentemente identico. Il puma una notte fu con ogni probabilità addirittura cercato e inseguito, illegalmente, con la messa in campo di quattro cani addestrati, e se un certo allevatore di Dogo Argentino mi leggerà, capirà che la cosa non mi era sfuggita.

 Particolare dell’inseguimento/scontro a Soresina fra cani e puma. In centro e in basso le impronte del giovane puma (dita ovali, non presentano unghie), intorno quelle dei cani (con unghie).