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Partiamo da lontano. Le mine di fatto sono trappole e le trappole sono antichissime. Quelle antiuomo furono perfezionate e impiegate dagli antichi romani con funzione soprattutto difensiva, ponendole a centinaia o migliaia al di fuori delle loro fortificazioni, come accadde ad Alesia nel 52 a.C. Si chiamavano cippi, gigli e stimoli e tutte, di varia grandezza, venivano nascoste in buche del terreno, poi leggermente ricoperte e dissimulate. Mettere un piede sulle loro acuminate punte di legno duro o ferro – a volte con ardiglione, ossia una contropunta come negli ami da pesca che impedisce lo sfilamento – significava riportare una grave ferita, specie in battaglia, anche perché queste trappole erano solidamente conficcate nel terreno e quindi difficilmente estraibili. I popoli barbarici usavano invece altre trappole, come profonde fosse irte di pali appuntiti, o meccanismi che, di norma azionati inciampando in un filo nascosto, facevano partire in quella direzione frecce oppure cadere grandi pesi.

Ma le mine esplosive le inventarono i cinesi, a dire il vero non con grande successo, grazie alla polvere da sparo. Difatti le impiegarono nel 1277 contro i mongoli di Kublai Khan ed erano azionate da un rozzo precursore della acciarino. Il sistema di accensione fu molto migliorato nel 1547 da Samuel Zimmermann di Augsburg con la fladdermine, contenitore metallico contenente uno o più chili di polvere nera e sepolto. Mettendogli un piede sopra o inciampando in un filo nascosto si provocava l’esplosione, ammesso che l’umidità non avesse bagnato la polvere. Durante la Prima guerra mondiale furono usate armi moderne (allora) insieme a quelle del passato – per esempio le mazze chiodate –, e vale anche per le mine antiuomo, messe in campo unitamente a grandi tagliole dentate. Servivano anche contro gli esploratori e sabotatori nemici, che si muovevano in particolare di notte. Una cosa che sarà bene capire subito – parafrasando una frase del famoso film Terminator – è che una mina efficace, così come una buona tagliola del passato ben posizionata, non mangia e non beve, né riposa, né ha remore, necessità o sentimenti. Non si “fermerà mai”. Aspetta un anno, dieci anni, cinquant’anni, il malcapitato che ci incapperà. Sarà un caso ma proprio i terminator dei film nella fantascienza, come le mine antiuomo e l’esplosivo in genere nella realtà, vengono individuate proprio e solo dai cani. https://www.youtube.com/watch?v=nL4ckHJ4dZA

Fu durante la Prima guerra mondiale che la grande e veloce produzione di munizioni e ordigni vari portò difetti di fabbricazione, con un gran numero di proiettili inesplosi. Di conseguenza gli inglesi furono i primi a creare degli artificieri che potessero intervenire, facenti parte della Royal Army Ordnance Corps. Verso la fine della guerra al problema si aggiunsero le spolette ad azione ritardata inventate dai tedeschi, poi impiegate da tutti i belligeranti nella Seconda guerra mondiale e che erano progettate per opporsi anche ai tentativi di rimuoverle o neutralizzarle, grazie a particolari dispositivi antimanomissione, risultando non raramente letali per gli artificieri. Come accade in tutte le guerre, ogni tecnica veniva superata da una opposta e così via, rendendo quello dell’artificiere un compito terribilmente pericoloso. Si sa che l’artificiere sbaglia una sola volta… Il tema è magistralmente rappresentato nel film Dieci secondi col diavolo (1959), diretto da Robert Aldrich e interpretato da Jack Palance, Jeff Chandler e Martine Carol. Tratta di un gruppo di tedeschi prigionieri che, alla fine della Seconda guerra mondiale, allettati dall’alta paga accettano il rischiosissimo compito di disinnescare le tantissime bombe inesplose di Berlino, molte delle quali dotate di un micidiale dispositivo antimanomissione. Il regista Aldrich pose una meticolosa attenzione nella rappresentazione delle tecniche di disattivazione delle bombe. https://www.youtube.com/watch?v=lsAKp84sIis

Le mine e altri ordigni esplosivi, se non sono ben visibili, per essere neutralizzate devono comunque essere prima trovate. Durante la Seconda guerra mondiale un tenente polacco, Józef Kosacki, inventò un metal detector di particolare efficacia che subito i britannici misero in campo in grande quantità nel 1942. I tedeschi allora produssero la Schützenmine 42, antiuomo e composta da una semplice scatola di legno contenente 200 grammi di tritolo, e l’unico componente di metallo era presente nel meccanismo di detonazione, tanto piccolo che il metal detector lo confondeva con le migliaia di frammenti di metallo presenti sotto la superficie (si pensi ai milioni di proiettili e schegge di metallo dispersi durante una battaglia). Gli inglesi allora addestrarono e misero in campo dei cani antimina. Ma attenzione, l’impiego era diverso da quello di oggi. Visto che le mine venivano poste sotto terra, gli inglesi scoprirono che i cani sentivano la differenza di odore di quella rimossa. Per far capire ai cani che bisognava individuarle, durante l’addestramento li si portava a pochi metri di distanza da una serie di buche coperte, in cui naturalmente non c’erano mine ma congegni elettrici. Quando il cane ci metteva su un piede (si chiama piede anche negli animali, la zampa è tutto l’arto) veniva colpito dalla scossa e così capiva che quando avanzava era meglio individuarle prima fiutando la diversa fragranza della terra smossa nonché, almeno per un po’, la differenza di temperatura. Tuttavia, da prove svoltesi in Nord Africa si scoprì che esistevano dei limiti, visto che col forte vento la sabbia sollevata andava a depositarsi anche sulla terra smossa, cancellando qualsiasi dettaglio anche ai cani. Allora, difatti, non si sapeva ancora che i cani sono in grado di fiutare proprio l’esplosivo. Con l’addestramento che gli si faceva, pertanto, i cani non potevano impararlo in quanto, ovviamente, i congegni elettrici che davano la scossa non ne contenevano. Le stime dei genieri militari portarono a valutare che i cani antimina riuscivano a scoprire al massimo circa il 51% delle mine. Non era un pieno successo, è vero, però si converrà che c’è una bella differenza fra avere il 100% di probabilità di morire contro il 49%.

Un cane antiesplosivo con un soldato della British Royal Engineers in Normandia, 1944.

L’esplosivo, purtroppo, è molto usato dai terroristi e senza dubbio ha dato vita a un “salto di qualità” in questa vigliacca attività. Nell’antichità e fino a non molti secoli orsono il terrorista/guerrigliero poteva sperare di ferire o uccidere solo una o poche persone prima di essere neutralizzato e questo perché l’arma era quasi sempre un coltello. Ricordiamo che il termine sicario deriva da sica, un pugnale che poteva essere facilmente nascosto sotto le maniche o altrove. Un’arma simile la usavano gli assassini, detti appunto sicarii dai romani, facenti parte della fazione estremista del partito ebraico degli zeloti e che ricorrevano sistematicamente all’omicidio terroristico durante l’occupazione avvenuta a partire dalla Prima guerra giudaica. Nel medioevo la setta araba degli Assassini, o nizariti, usavano pugnali per gli omicidi. Parrebbe che il nome derivasse dall’arabo al-Hashīshiyyūn, “coloro che sono dediti all’hashish”(si sarebbero drogati prima degli attentati). Comunque sia, con armi di questo tipo ogni atto portava risultati numericamente limitati e ancor meno poteva avere successo contro soldati protetti, armati e ben addestrati. Con l’esplosivo invece una sola persona può uccidere anche decine o centinaia di altre, militari inclusi.

Fra i terroristi vi sono esperti in grado di utilizzare l’esplosivo con trucchi immondi, usando anche cadaveri animali o persino umani. A dire il vero l’idea venne – ma solo con cadaveri animali – agli esperti del British Special Operations durante la Seconda guerra mondiale. L’idea era quella di fare abbandonare da complici dei ratti morti che erano stati svuotati, imbottiti di esplosivo e poi ricuciti. L’idea era quella di farli abbandonare (ratti e topi durante le guerre proliferano per svariati motivi ed è normale vederne o trovarne) ovunque ci fossero forni o caldaie tedesche, ritenendo che chi li avesse trovati se ne sarebbe sbarazzato nel modo più semplice ossia gettandoli nel fuoco, con conseguente esplosione. A dire il vero i tedeschi già al primo tentativo, fallito, si accorsero del trucco, però da quel momento ebbero una preoccupazione in più.

Anche in tempi recenti i terroristi, come in Irak, hanno in diverse occasioni imbottito di esplosivo cani e asini, sperando che esplodessero durante la loro rimozione. Addirittura pare sia stato fatto anche con cadaveri umani. Sicuramente c’è stato il caso di un suicida contenente esplosivo da vivo! Non con una cintura esplosiva ma con un ordigno nel corpo, tecnica definita Body Cavity Bomb (BCB). La attuò nell’agosto 2009 Abdullah al-Asiri, facente parte di Al Qaeda, per tentare di uccidere il principe saudita Muhammad bin Nayef, che però riportò solo lievi ferite perché la quantità di esplosivo (in un contenitore infilato nel retto e con detonatore a impulsi) era troppo ridotta. Difatti l’unico a morire fu proprio l’attentatore perché fu il corpo del suicida ad assorbire gran parte dell’esplosione. Si ritiene che tali ordigni possano essere inseriti anche nella vagina o in protesi mammarie ma che per avere qualche efficacia l’attentatore dovrebbe stare a stretto contatto con il corpo della vittima. Tali ordigni sono di difficile individuazione, ma i cani antiesplosivo ci riescono, purché appositamente addestrati.

La Guerra d’Algeria o Guerra d’indipendenza algerina (1954-62) segnò la fine della presenza coloniale francese in Nordafrica e si concluse con l’indipendenza dell’Algeria. I ribelli – ma naturalmente in Algeria e altri Paesi si consideravano ed erano patrioti – furono molto attivi e ancor più lo furono verso la fine del conflitto: nel solo mese di marzo 1962 fecero esplodere, anche nelle scuole e ospedali, una media di 120 ordigni al giorno. L’esercito francese – le cui atrocità perpetrate non furono inferiori a quelle del nemico – impiegò circa 1550 cani, quasi tutti Pastori Tedeschi perché utilizzati anche per la ricerca e attacco, decisamente di forte tempra. Si impiegavano anche Labrador Retriever e Pastori Belga, anche se questi ultimi erano ritenuti troppo impetuosi e attivi. Famoso il Pastore Tedesco Gamin, addestrato al canile militare della gendarmeria di Benedire-Messous, ma ritenuto troppo feroce e inavvicinabile da chiunque. Tuttavia il gendarme Gilbert Godefroid riuscì a conquistarsi la sua fiducia e affetto e i due divennero inseparabili. La mattina del 29 marzo 1958 una raffica di mitra uccise Godefroid. Gamin, anch’esso ferito, uccise comunque il tunisino che aveva sparato, poi strisciò fino al cadavere dell’amico, sdraiandocisi sopra per proteggerlo. Per riuscire a toglierlo da lì ci volle un telo da tenda e sei uomini. Riportato alla base, fu operato e salvato, ma nessuno poteva avvicinarlo. Il comando allora lo inviò in pensione al canile centrale della gendarmeria a Gramat, e lo stesso ministero ordinò che fosse sempre “oggetto di cure attente, fino alla sua morte”. Ma Gamin, senza l’amico Godefroid, non voleva più vivere. Morì di crepacuore due settimane dopo essere arrivato a Gramat. Lì ora ci sono le sue ceneri e un monumento che lo commemora.

Guerra d’Algeria, soldati francesi scortano un sospetto.

Le mine e le trappole esplosive erano un grosso problema in Algeria, e i cani erano ovviamente indispensabili. Venivano liberati (oppure tenuti con un guinzaglio molto lungo) nelle zone da ispezionare e precedevano di una trentina di metri il conduttore e la relativa scorta di soldati, controllando a una velocità di circa 4 km orari. Una squadra poteva controllare 6 chilometri al giorno e un plotone – composto da più squadre – circa 40. A seconda dell’addestramento, una volta individuata la bomba il cane si sedeva sulle zampe posteriori, con la testa in direzione della mina. Questa posizione era dovuta all’insegnamento, in quanto nel sedersi il cane arretra. Se si fosse invece sdraiato, si sarebbe avvicinato all’ordigno, con maggiori rischi. Naturalmente il cane non doveva avvicinarsi alla mina, e meno che mai grattare il terreno o abbaiare per segnalarla, altrimenti avrebbe messo in allarme eventuali nemici presenti nei paraggi. Era il conduttore che doveva percepire, anche a distanza, ciò che il cane voleva fare capire e quindi la sintonia fra animale e uomo doveva essere totale. Un secondo tipo di addestramento invece faceva sì che il cane una volta scoperta la mina tornasse indietro sui suoi stessi passi. Questo prudente approccio dovrebbe essere uno dei fondamenti nell’addestramento di questi cani, ma pare che anche oggi ci siano livelli di specializzazione ben diversi fra i corpi cinofili delle varie nazioni. Basti vedere questo recente filmato, in India. https://www.youtube.com/watch?v=dXpveQ5CwAo

Nella Guerra del Vietnam le truppe statunitensi furono in difficoltà anche a causa della quasi inesperienza con i cani antiesplosivo. Difatti dopo la Seconda guerra mondiale l’esercito aveva quasi del tutto accantonato i cani e i relativi conduttori. Anzi, non c’erano conduttori in grado di svolgere il servizio nella giungla con sufficienti capacità e conoscenze di quel tipo di ambiente. Fu solo grazie al governo britannico, nel 1966, che si risolse in parte il problema con corsi di addestramento alla Jungle Warfare School, a Johore Bahru, Malesia. I cani in Vietnam ebbero comunque grossi problemi per quanto riguarda la ricerca tramite l’olfatto e questo perché il clima era umido e piovoso e pertanto le continue pioggie lavavano gli odori da qualunque cosa. Inoltre i vietcong disseminavano l’erba di legnetti di bambù piantati nel terreno e sporgenti pochi centimetri, ma dalla punta acuminata e sporcata con feci o veleno di serpenti. Per evitare questi pericoli, ai soldati furono fornite scarpe con rinforzi in acciaio ai tacchi e alle suole, ma i cani ne erano sprovvisti. Un cane che fosse finito su queste trappole, e fosse sopravvissuto, in seguito sarebbe avanzato con lentezza e titubanza, che potevano essere pericolose, oppure cercare di non farlo affatto. Tuttavia, a proposito dell’efficacia dei cani, il problema probabilmente fu pure che molti dei conduttori, per inesperienza, non riuscivano a interpretare appieno il comportamento dei propri animali. Durante la guerra furono utilizzati in Vietnam oltre 4.000 cani, di cui 281 morirono in combattimento. I soldati da loro salvati in tutto il conflitto sono stati stimati in circa 10.000.

Guerra del Vietnam, soldati statunitensi in perlustrazione con cane.

Le mine antiuomo e le trappole esplosive posizionate in punti allagati invece erano del tutto fuori dalla portata di qualsiasi cane, in quanto non è possibile fiutare qualcosa che è posizionato sotto mezzo metro d’acqua. E questo in Vietnam, dalle immense risaie e con miriadi di torrenti e ruscelli, era un problema. Se non c’erano mine antiuomo, i vietcong non facevano altro che legare a un bastoncino sommerso un filo e legato a una bomba a mano. Questa, dopo avere tolto la spinetta di sicurezza, veniva inserita in una semplice lattina delle bibite o in una sezione di bambù, che è cavo, assicurati sempre sott’acqua a un altro bastoncino. Essendo stretto il contenitore, la linguetta della bomba rimaneva premuta, ma quando il soldato camminando metteva in trazione il filo, la granata (impermeabile) veniva fuori, la linguetta si apriva e la bomba esplodeva. Oppure la bomba a mano veniva semplicemente legata al legnetto e la trazione sul filo faceva saltare la linguetta che attivava l’esplosione. Contro queste trappole, che si fosse uomo o cane, l’unico rimedio era non finirci dentro. Il 33% delle vittime (morti e feriti) statunitensi nella Guerra del Vietnam – e la maggior parte, il 28%, morì – è stato ufficialmente attribuito alle mine, incluse quelle artigianali.

I cani antiesplosivo, soprattutto Pastori Tedeschi Orientali, furono molto usati dai sovietici durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan, dal 1979 al 1989. I mujaheddin effettuarono un’efficacissima lotta basata sulla guerriglia e con largo mezzo di esplosivi, sia per quanto riguarda le granate anticarro che le mine e trappole esplosive. Sovente spruzzavano gli ordigni esplosivi di gasolio, al fine di impregnarli di un odore diffuso e che copre in parte l’odore dell’esplosivo.

Soldati sovietici con cani antiesplosivo. Afghanistan 1980

Se il cane non individua un tale trucco, a volte può farlo il conduttore in quanto con il caldo e con il passare del tempo il gasolio evapora e trasudando dalla terra forma una macchia oleosa. Comunque difficilissima da notare, specie su una strada sterrata su cui circolano vecchi mezzi a motore che lasciano, a loro volta, tracce di olio e gasolio. Il problema era che raramente i reparti sovietici potevano muoversi facendo esaminare il terreno dai cani, cosa ovviamente lunga e che li esponeva ad agguati e incursioni. Tutti i cani, a prescindere dal tipo di utilizzo, erano addestrati anche all’attacco all’uomo nelle diverse situazioni e “dovevano mordere forte”. L’Afghanistan ha milioni di mine piazzate e disperse, che causano vittime ancora oggi.

L’insegnamento dato dalle guerre degli ultimi decenni è che magari è relativamente facile vincerle in campo aperto, dove la superiorità in mezzi e armamenti fa subito la differenza, ma che è praticamente impossibile cessare il conflitto se il nemico è determinato e si affida alla guerriglia. Compie attentati ed è disposto a subire perdite terribili, mentre gli eserciti nazionali devono comunque tenere conto dell’opinione pubblica. Anche le tecniche usate contro la minaccia più terribile e cioè gli attentati esplosivi, non bastano. Gli stessi cani usati per rilevare questi ordigni, pur facendo un grande lavoro, non sono sufficienti, né sempre utilizzabili.

In Iraq e Afghanistan un alto numero di vittime è causato dai cosiddetti IED (Improvised Explosive Device), ossia bombe artigianali piazzate dai guerriglieri. Sono stati utilizzati in vari conflitti in tutto il mondo, incluse la Prima guerra cecena (1994-96) e la Seconda (1999-2008). L’esplosivo, a parte quello fornito da governi conniventi o da associazioni terroristiche internazionali, lo si recupera smontando i tanti proiettili e bombe inesplose usate nel conflitto da anni o conservate nei depositi militari poi abbandonati. Secondo il Pentagono, 250.000 tonnellate (su un totale di 650.000 tonnellate) di ordigni iracheni sono stati saccheggiati dai ribelli. In mancanza d’altro, gli esplosivi vengono preparati da persone esperte miscelando fertilizzanti chimici e altre sostanze. Questi ordigni, con funzionamento a pressione o elettronico (un semplice telefono cellulare) oppure fatti esplodere a distanza grazie a fili nascosti e inneschi elettrici (ma anche direttamente da suicidi), possono distruggere qualsiasi mezzo, tutto dipende dalla quantità di esplosivo e dalla posizione e distanza dall’obiettivo. Anche se il mezzo rimane solo danneggiato – nel caso di una colonna, solitamente la deflagrazione avviene durante il passaggio dei primi – quelli successivi rimangono bloccati, venendo bersagliati improvvisamente da granate razzo anticarro.

Si capirà pertanto che la velocità di spostamento sia basilare, e nel contempo che non si possano usare i cani antiesplosivo davanti ai mezzi blindati per il semplice motivo che le operazioni sarebbero troppo lente. Anche la precauzione di fare controllare preventivamente la strada da percorrere non è bastante, in quanto gli IED (su tratti di decine di chilometri) possono essere piazzati subito dopo l’ispezione.

Iraq, unità cinofila italiana durante il controllo antiesplosivi di una strada. (per gentile concessione del Gruppo Cinofilo dell’Esercito Italiano di Grosseto). CeMiVet

Diverse bombe di questo tipo sono composte da un tubo che all’esplosione lancia ad altissima velocità anche un pesante penetratore metallico che sfonda le blindature dei mezzi, esponendo l’equipaggio a tutto ciò che ne consegue. Altri IED, magari diversi e collegati al fine di esplodere simultaneamente, sono invece all’interno di contenitori ripieni di chiodi, bulloni e pezzi di ferro. Chi piazza le trappole esplosive, ieri come oggi, cerca anche di uccidere i cani e i loro conduttori, nascondendo delle mine intorno ad altre più facilmente individuabili e che fanno da esca. Infatti a volte l’artificiere decide di fare saltare la bomba con una piccola carica esplosiva e si mette al riparo a una distanza ritenuta sufficiente, senza sapere che alla bomba, magari posta appena sotto, è collegata una carica esplosiva molto maggiore che lo ucciderà anche a quella distanza.

Questo stratagemma viene usato anche oggi in Medio Oriente, come ricorderà chi ha visto lo splendido film vincitore di 6 Oscar The Hurt Locker (2008) diretto da Kathryn Bigelow e con Jeremy Renner nella parte di un artificiere dell’esercito statunitense in Iraq. Chi pone la mina, purtroppo, spesso è esperto e fantasioso, e prima di piazzarla ha previsto dove si ripareranno le sue potenziali vittime. Avrà capito che i nemici (soldati, artificiere, cane e conduttore) andranno a ripararsi proprio dietro quel muro, e lì disporrà altre mine. https://www.youtube.com/watch?v=9H3eb7WQqkY

Naturalmente chi piazza questi ordigni cerca di eludere l’olfatto dei cani, anche appendendoli su alberi o pali della luce. Sono stati inseriti persino all’interno di tronchi d’albero e dentro i muri, cementandone poi i buchi. A volte li posizionano in modo da farli fiutare facilmente dai cani e allora, senza avvicinarsi oltre, dev’essere il conduttore a capire che l’intervento è troppo facile e quindi sospetto. Di norma in questi casi ci sono intorno altre bombe più sensibili e meglio occultate piazzate apposta per uccidere cane e conduttore. Non sono state poche le vittime di tali trucchi. I cani da rilevamento non cercano solo l’esplosivo, ma anche altre sostanze. Per esempio, il ritrovamento di grosse quantità di saponette poteva (e può) indicare che da qualche parte si stanno preparando bottiglie molotov. Il sapone viene grattuggiato e miscelato con la benzina e quando la molotov si rompe e s’incendia, quel liquido infiammabile e viscoso aderisce ovunque, con effetti ben più terribili. Se si trovano anche molte bottiglie vuote le probabilità salgono.

Oltre che nei cani, contro questi ordigni i soldati possono solo sperare di non incontrarne o che siano stati preparati da persone non esperte. Naturalmente i cani non possono nulla nel caso di auto o camion-bomba guidati da suicidi, in quanto non sono in grado di percepire l’odore dell’esplosivo su un mezzo in velocità. Per parare questa eventualità, gli unici in grado di tentare di farlo sono i soldati. Alcuni IED sono rilevabili solo dai cani, in quanto l’esplosivo è contenuto in scatole di legno (come le mine tedesche di un tempo, già descritte) o plastica e l’innesco elettrico – prima formato da un circuito con due lamelle metalliche tenute separate da un distanziatore fino al momento dello scoppio – è ora di grafite. Il fatto che siano di legno o plastica (quindi le pur pericolose schegge non sono efficaci come quelle metalliche) ha fatto sì che l’esplosivo utilizzato sia il nitrato di ammonio, che provoca una devastante forza d’urto. Per fortuna, però, questo esplosivo viene ben rilevato dai cani. Nonostante la necessaria lentezza dei loro interventi, i cani – come quelli statunitensi addestrati in diversi centri militari, di cui uno dei più importanti è Lackland Air Force Base, in Texas – sono efficaci per l’individuazione degli IED e delle mine in generale.

Una volta individuata la bomba bisogna disinnescarla, se non si può farla esplodere per vari motivi. Esistono due categorie di artificieri militari: 1) Explosive Ordnance Disposal (Artificiere con Qualifica EOD), che interviene su ordigni regolamentari in servizio presso la Forza Armata nazionale e la NATO, su ordigni esteri e sui residuati bellici. Alcune particolari abilitazioni vengono conseguite per operare su ordigni esplosivi che possono avere caricamenti chimici e biologici; 2) Improvised Explosive Device Disposal (Artificiere con Qualifica IEDD), in possesso di tutti i requisiti EOD e, dopo aver conseguito particolari esperienze, qualificato a operare su tutti gli ordigni esplosivi improvvisati, quali pacchi bomba, autobomba e altri, anche con l’uso di speciali veicoli remotizzati dedicati.

Afghanistan, 2005, Unità cinofila italiana davanti alla caserma di Kabul (per gentile concessione SME-Centro Pubblicistica dell’Esercito)

Ogni anno alla manifestazione storico-cinofila Onore e Gloria di Pizzighettone partecipa il 10° Reggimento Genio Guastatori di Cremona dell’Esercito Italiano, con uomini, mezzi e dimostrazioni d’intervento. Un grande onore per gli organizzatori dell’evento. Questi soldati sono del tutto straordinari per capacità, esperienza, sangue freddo, passione e coraggio. Quest’ultimo, il coraggio – che non può essere disgiunto dalle capacità e dalla prudenza per quanto possibile –, è difficilmente capibile per la stragrande parte di noi. L’artificiere deve rendere innocuo un ordigno studiato per uccidere chiunque, anche lui. Un ordigno preparato da un altro esperto, con trucchi e inganni e certamente senza il classico timer che si vede nei film e che indica quanti minuti o secondi mancano alla detonazione. Non è vero, è una favola. Nel 2010 a Göttingen, in Germania, fu scoperta una bomba d’aereo da 500 kg risalente alla Seconda Guerra Mondiale. Era a sette metri di profondità. Fatto lo scavo, gli artificieri si stavano preparando ad avvicinarsi quando esplose, uccidendone tre e ferendone altri sei. Ognuno di loro aveva decenni di esperienza e aveva disattivato tra le 600 e le 700 bombe. Ma quella bomba era dotata di un particolare dispositivo antimanomissione a scoppio ritardato e si era attivata in silenzio. Le bombe non avvisano.

Quando l’artificiere entra in azione, ci si trova sempre in tre: lui (o loro), la bomba e la Morte, spettatrice in attesa. Ogni volta. Come abbiamo detto sopra, l’artificiere sbaglia una sola volta. L’unica consolazione, per modo di dire, è che l’effetto dell’esplosione di una potente bomba è tale che gli impulsi nervosi del nostro organismo non fanno in tempo a comunicarci il dolore. La fiamma di una candela che si spegne. Naturalmente, gli artificieri cercano di limitare i rischi il più possibile e pertanto utilizzano robot semoventi controllati a distanza e in grado di sostituirli per quanto possibile. In alcuni casi, come per le bombe residuati bellici, si pratica con l’acido un foro nella parete laterale della bomba, versandoci poi acqua e altri prodotti che liquefano l’esplosivo rendendolo inoffensivo. Gli artificieri hanno a disposizione anche una tuta protettiva molto pesante, anche 40 kg, che protegge (le mani però devono essere scoperte per potere operare) abbastanza anche dalla onda d’urto dell’esplosione. Dipende da quanto è potente l’esplosione. Quando gli artificieri neutralizzano un ordigno odierno, può capitare che vi trovino una nuova miscela esplosiva e allora ne inviano dei campioni alle unità cinofile, affinché i cani imparino, fiutandole, a riconoscere anche quelle. Precedentemente il Genio Guastatori – come il 10° Reggimento di Cremona – era dotato di unità cinofile, ora i due settori sono separati, anche se agiscono spesso in sinergia, specie all’estero in zone operative o durante le validissime dimostrazioni pubbliche. https://www.youtube.com/watch?v=Yb85g8-SMIM

Corso di addestramento internazionale antiesplosivi per unità cinofile alla Scuola del Genio Cecchignola, Roma (per gentile concessione della Scuola del Genio Cecchignola)

Non si può immaginare, se non lo si conosce, il rapporto esistente fra il soldato dell’unità cinofila e il suo cane (detto binomio). Il cane non solo è un commilitone del quale il soldato si fida e dipende – e lo stesso vale per il cane – ma è pure un amico, spesso il migliore, nonché facente parte della famiglia. Vive con il gestore, parte col gestore e torna col gestore in famiglia. Quando il soldato si collega alla famiglia col computer e attraverso la microcamera, al suo fianco c’è pure il cane, che viene salutato anche lui da casa. E quando il cane viene ritirato dal servizio perché vecchio o inabile, rimane a vivere con la sua famiglia.

Il caporale Liam Tasker e Theo, poco prima della morte di entrambi.

Il legame è fortissimo. Quando il sottufficiale Liam Tasker, una 26enne dell’esercito britannico, fu uccisa nel 2011 in uno scontro a fuoco con i talebani in Afghanistan, il suo devoto cane Theo, uno Springer Spaniel antiesplosivo, morì poco ore dopo di crepacuore. Liam e Theo, dopo un solenne funerale pubblico, furono a quanto pare sepolti insieme ed entrambi decorati. Theo con la medaglia Dickin, che è l’equivalente per gli animali della Victoria Cross.

Le razze più utilizzate – dopo un’attenta selezione individuale, che è ancora più severa per i conduttori – sono il Pastore Tedesco e in misura ancora maggiore il Labrador Retriever e il Pastore Belga Malinois. Gli inglesi usano soprattutto questi ultimi, così come i francesi (tutti esemplari maschi) perché, come il Pastore Tedesco ma non il Labrador, sono in grado di fare tutto, anche l’attacco. Dopo un addestramento di quattro mesi i cani antiesplosivo sono in grado di riconoscere varie sostanze esplodenti, come il nitrato di ammonio, cordite, plastico o dinamite e individuare le bombe anche se sotterrate a un metro di profondità. Ma questo lo dicono i francesi a riguardo dei loro cani…, e pare difficile, a meno che l’ordigno non sia stato sepolto da parecchio tempo, per cui le particelle odorose dell’eplosivo gradualmente abbiano saturano quel punto. Asseriscono pure che i loro cani sono in grado di percepire l’odore dell’esplosivo, in caso di vento a favore, anche a un centinaio di metri di distanza.

I militari italiani in particolare usano sia i Pastori Tedeschi che i Malinois, addestrati con diverse specializzazioni: EDD (Explosive Detection Dog, ricerca di esplosivi di ogni tipo, trappole esplosive in superficie o nascoste su automezzi o infrastrutture) e MDD (Mine Detection Dog, ricerca di mine e ordigni esplosivi collocati sotto il terreno). Alcuni sono Scout, per cui sono addestrati per entrambe queste ricerche, nonché a riconoscere e segnalare a distanza la presenza di elementi ostili. Poi ci sono i Patrol, da pattuglia, impiegati per ricercare elementi ostili. Possono svolgere anche compiti di sorveglianza, sicurezza e ordine pubblico. Tutti i cani provengono dal Gruppo Cinofilo dell’esercito, creato nel 2000 in seno al Centro Militare Veterinario (CeMiVet) di Grosseto, istituito nel 1870. E’ un reparto dotato di un proprio comando e specializzato nell’addestramento dei cani nelle differenti specializzazioni e che vengono forniti ai contingenti militari all’estero (l’Aeronautica Militare ha una propria struttura dal 2005), nonché a quelli operanti in Italia. La Compagnia cinofila è composta da quattro plotoni, ognuno dei quali formato da dodici unità cinofile (conduttore e cane), più altro personale di supporto tecnico e logistico. Fra gli altri militari, il personale permanente comprende nove istruttori cinofili, otto conduttori cinofili addetti all’allevamento e due “cinieri” (che sono civili di supporto per la cura e l’addestramento dei cani).

Unità cinofile del CeMiVet. Manifestazione Onore e Gloria 2015

Al CeMiVet lo spazio certo non manca, visto che si tratta di 560 ettari, buona parte dei quali agricoli. Ci si allevano e selezionano – infatti è il più grande allevamento italiano di equini – anche i cavalli e un tempo pure asini e muli, di cui rimane un numero esiguo solo a ricordo delle eroiche gesta di questi animali. Il CeMiVet, comandato da un colonnello veterinario coadiuvato da ufficiali del Corpo veterinario, provvede anche alla formazione militare e professionale del personale con corsi di aggiornamento per gli ufficiali, nonché corsi di formazione per conduttori cinofili. Il prestigio di questo centro militare è tale da rappresentare un punto di riferimento anche per il mondo scientifico e universitario. Ogni anno, i migliori 60 studenti prossimi alla laurea – scelti fra quelli di tutte le facoltà di veterinaria italiane – partecipano a un campus di quindici giorni all’interno del Centro.

Per quanto riguarda i cani, fino a non molti anni fa si utilizzavano anche Rottweiler e Dobermann ma il loro apprendimento è stato giudicato meno veloce e pertanto ci si basa su Pastore Tedesco, Malinois e Labrador, solo di linee da lavoro. I cuccioli scelti dopo la fase di socializzazione devono abituarsi a muoversi fra la gente, i mezzi a motore e a quant’altro incontreranno nei futuri servizi. Dopo si passa a un primo addestramento, a seconda della specializzazione alla quale è destinato l’esemplare. Già in questa fase sono assegnati al proprio conduttore, un’amicizia, collaborazione e fiducia reciproca che di norma dura tutta la vita visto che il cane una volta cessata l’attività viene donato al conduttore. I metodi di addestramento, con varie fasi di crescente difficoltà (anche con disturbo) sono sempre basati sulla dolcezza e rispetto per l’animale e naturalmente sul gioco per quanto riguarda alcune specializzazioni. Per esempio, come già scritto, il cane antiesplosivo gioca a cercare una pallina impregnata dagli odori che dovrà ricercare, come gli esplosivi (lo stesso avviene con i cani antidroga delle forze dell’ordine). Al cane si indica cosa deve fare ricorrendo anche alla tecnica del “clicker trainer”, una sorta di cicalina da abbinare agli ordini da dare all’animale, per rafforzarli ed estenderli nello spazio. Nel Centro è stato creato uno scenario di guerra con situazioni simulate nel quale conduttori e cani si esercitano. In totale, l’addestramento dei cani dura 10 mesi, seguito da un altro di un mese all’estero. I cani rimangono in servizio 8-10 anni.

Addestramento di un’unità cinofila italiana in Kosovo (per gentile concessione del Gruppo Cinofilo dell’Esercito di Grosseto)