La Corsica ebbe i suoi briganti, detti banditi, da sempre, anche a causa della dura vita nell’isola in cui si campava di agricoltura e soprattutto di pastorizia. In epoca romana così il geografo e storico Strabone descriveva gli abitanti dell’isola di Cyrnos (come i romani chiamavano la Corsica): Un paese desolato per vivere, in considerazione della natura amara del suolo e la quasi assoluta mancanza di strade percorribili, il che rende le popolazioni confinate in montagna e ridotte a rapine, più selvaggi delle bestie selvagge. Questo è ciò che può essere verificato senza lasciare Roma, perché spesso accade che i generali romani facciano incursioni sull’isola, attaccando inaspettatamente alcune delle fortezze di questi barbari e quindi rimuovano un gran numero di schiavi; allora possiamo osservare da vicino l’aspetto strano di questi uomini selvaggi (…) che non possono sopportare di vivere in servitù (…)  per la loro apatia e la loro insensibilità, i padroni che li hanno comprati si pentono dei pochi soldi che gli sono costati.

I romani cominciarono la conquista nel III secolo a C., nonostante i corsi si siano ribellati più volte, e infine ne fecero una provincia insieme alla Sardegna. In un secolo, quasi i due terzi dei corsi furono uccisi dai romani. Come scritto, la pastorizia – capre e pecore di razze autoctone ancora oggi  esistenti – era diffusissima e il connubio tra pastore e cane strettissimo, in un’esistenza vissuta tra montagne boscose spesso coperte dal fumo degli incendi appiccati dai pastori per creare nuovi pascoli (purtroppo ancora oggi, con gravi danni all’ambiente) e dai contadini per ottenere nuovi terreni coltivabili. I corsi si ribellavano sovente ai conquistatori, come avvenne molto dopo, durante il secolare dominio di Genova. Impiegarono anche i cani per uccidere i soldati genovesi catturati.

Un ufficiale genovese viene fatto sbranare dai cani.

Allora in Corsica i delinquenti – perchè di fatto quello erano i banditi – spesso motivavano l’inizio dei loro atti con motivi di onore, che ovviamente causavano analoghe uccisioni per vendetta e così via, con faide senza fine. Certamente le autorità intervenivano, e sotto il dominio francese di  Napoleone III si cercò di sradicare questa usanza proibendo il porto di armi. Il banditismo naturalmente veniva perseguito dalla polizia e dai militari e pertanto i banditi si nascondevano nelle foreste, continuando la loro attività delittuosa (uccidendo anche gendarmi, soldati, magistrati e altre autorità) e vivendo come bestie. E in tali situazioni i cani non solo erano una compagnia ma soprattutto un mezzo valido per segnalare eventuali pericoli in avvicinamento o in agguato. Il brigante Pietro Giovanni nel 1898, a 38 anni, aveva compiuto già quindici omicidi quando in un conflitto a fuoco fu ferito a un piede. Il suo cane invece era stato ucciso. Senza possibilità di avere l’aiuto del cane per la vigilanza in quei luoghi ormai per lui pericolosi, il bandito preferì chiedere aiuto in una chiesa isolata e difatti fu accolto e curato da un prete, che incredibilmente lo fece passare per un nuovo sacerdote della parrocchia, nonostante contravvenisse alla legge dando rifugio a un pluriomicida (che l’anno dopo fu ucciso dal padre di una ragazza che aveva da poco stuprato).

Banditi corsi con cane.

Questa facilità di uccisione, diciamo così, in Corsica non è affatto da sottovalutare: dal 1846 al 1850 la media fu di circa 150 persone assassinate ogni anno e addirittura arrivarono nel solo 1849 a 236 morti. Grazie a una nuova legge che permetteva l’incarceramento per complicità (anche dei familiari) gli omicidi nel 1855 calarono a “soli” 78. In un anno… Basti pensare che tra il 1818 e il 1852 i morti ammazzati in totale furono 4.645. A proposito dei cani della Corsica, non differivano molto da quelli della vicina Sardegna e le dimensioni erano simili, ossia medie o medio-grandi. Non c’erano grandi cani da pastore per il semplice fatto che entrambe le isole non avevano e non hanno predatori selvatici come orsi, lupi e linci. Tuttavia i cani dei corsi erano robusti e funzionali.

I gendarmi e soldati francesi attuarono contro i banditi corsi gli stessi atti e strategie dei soldati italiani durante la lotta al brigantaggio, con appostamenti, perlustrazioni e battute in zone erte e selvagge, avvalendosi anche – grazie alle taglie e premi sui banditi – della popolazione locale come guide e delatori. L’equipaggiamento delle forze dell’ordine, viste le caratteristiche dei luoghi selvaggi, era adeguato a quelle campagne difficoltose in zone ostili.

L’arresto di un bandito in Corsica.

Consci della pericolosità di questi ricercati, alcuni dei quali avevano assassinato decine di persone, i gendarmi non andavano troppo per il sottile. I banditi di tal genere, se catturati, finivano quasi tutti comunque ghigliottinati.

Corsica, bandito arrestato.

Poichè i gendarmi provenienti dalla Francia venivano visti come stranieri dalla popolazione locale, già il 23 dicembre 1822  fu creato un corpo speciale di 400 gendarmi nativi della Corsica, i quali si rivelarono sì efficaci ma purtroppo anche eccessivamente lesti nell’usare prepotenza e armi contro la popolazione e soprattutto a risolvere impunemente antichi rancori, per cui il corpo fu sciolto nel 1850.

Tipico pastore corso, sempre col fucile in mano in un’isola però priva di grossi animali predatori.

Altro pastore corso, con cane e fucile.

Un famoso bandito della Corsica fu François Antoine Bonelli, noto come Antoine Bellacoscia (1827-1907). Seppure sequestratore e accusato di tentato omicidio, non uccise mai alcun gendarme, anzi una volta ne soccorse uno trovato ferito, curandolo e poi liberandolo riconsegnandogli il fucile. Forse è per questo che, nonostante la condanna in contumacia prima ai lavori forzati e dopo a morte, si arrese alle autorità e fu infine giudicato non colpevole essendo i suoi crimini ormai prescritti. François visse a lungo alla macchia, per ben 44 anni, insieme al più giovane fratello Jacques il quale non si arrese mai e il cui corpo fu infine nascosto da amici come da sua richiesta. I due fratelli erano sempre accompagnati da cani vigili che segnalavano eventuali pericoli e in particolare l’avvicinarsi dei gendarmi in perlustrazione.

Il bandito François Antoine Bonelli, noto come Antoine Bellacoscia, con uno dei suoi cani.

Un altro bandito corso che confidava molto sui suoi cani fu Nonce Louis Romanetti, nato a Calcatoggio il 25 luglio 1882. Fin da ragazzo dal carattere instabile e irritabile, era appassonato di armi. A 21 anni ferì a pugnalate una persona, accoltellandone un’altra l’anno dopo, appena uscito di prigione. In seguito si macchiò di reati come furti, sequestri di persona e omicidi, inclusi di poliziotti. Incredibilmente, divenne tanto famoso e sfacciato da agire impunemente in pubblico: nel 1919 al sontuoso matrimonio di sua figlia con un giovane della zona invitò, e parteciparono, molte personalità e tutti i sindaci del Canton Orcino. Si faceva pure intervistare dai giornalisti. Addirittura veniva chiamato a dirimere questioni diverse, e la sua parola era seguita alla lettera dalle parti. Persino gli assassini gli chiesero un consiglio sul da farsi, come un maestro di Calcatoggio che, dopo un attacco di follia, aveva appena ucciso sua moglie e i due figli. Romanetti gli rispose: “Dopo questo, tutto quello che devi fare è tornare a casa e spararti alla testa”. L’insegnante assassino lo fece.

Nonce Louis Romanetti con uno dei suoi cani.

I gendarmi, quelli non corrotti, tuttavia erano sempre alla sua ricerca, specialmente dopo il 22 dicembre 1920, quando verso le 3 di notte tentarono di catturarlo mentre stava cenando tranquillamente in un ristorante di Ajaccio. Romanetti uccise l’ispettore della polizia Jean Nougarolis che stava cercando di fermarlo. Nonostante questo ennesimo omicidio, i politici lo facevano partecipare ai propri comizi elettorali e addirittura nel maggio 1922, durante la sua visita in Corsica, il presidente della repubblica Alexandre Millerand gli strinse la mano ricevendolo insieme ai sindaci dell’isola. Più che bandito potremmo dire mafioso, nel luglio del 1923 Romanetti sostenne la campagna del ricco industriale François Coty, originario di Ajaccio, il quale si recò da lui chiedendogli il permesso di candidarsi alle elezioni come senatore! Senza dubbio Romanetti godeva di protezione più o meno occulta anche tra le alte sfere della gendarmeria e questo gli permise di agire e vivere spudoratamente, seppure in determinati momenti ritenuti rischiosi vivesse nascosto nei boschi (lo fece in totale per ben 15 anni). Tuttavia era sempre armato, accorto e si faceva accompagnare dai suoi cani quando si muoveva nei boschi e campagne. Abbaiando gli segnalavano immediatamente la presenza di persone ancora distanti.

Il bandito Romanetti con uno dei suoi cani.

Non accadde però la notte del 25 aprile 1926, verso le 3 del mattino, quando nella zona del passo di Canale stava tornando a cavallo al suo rifugio a Lava. Gli spararono con fucili a pallettoni, uccidendolo. Il fatto che i suoi cani – a quanto si sa – non lo avessero avvertito del pericolo fece sospettare che il suo uccisore fosse qualcuno che conoscevano. Ben 5.000 persone seguirono il suo corteo funebre fino alla proprietà di famiglia di Calcatoggio dove fu sepolto, ma senza l’ufficio di un sacerdote in quanto negato dalla chiesa.

L’uccisione di Romanetti.

Nel 1931 il governo francese decise di dare un duro colpo al banditismo corso e avviò l’8 novembre una vera e propria spedizione militare comandata dal generale Fournier, con due navi, aerei da combattimento, carri armati, dieci mitragliatrici, venti camion e sei compagnie di gendarmi. La fulminea operazione isolò (strade bloccate, linee telefoniche tagliate) i paesi di Cagnu, La Punta, Vicu, Palneca, Guitera e Zicavo, dove furono arrestate 160 persone che furono interrogate (e poi condannate) solo dopo un mese di carcere. Un particolare: anche in questo caso c’erano i cani, ma si trattava di quelli della gendarmeria e che rintracciarono le persone nascoste.

L’ultimo bandito corso – anche se in seguito non ne mancarono, ma si trattava e si tratta di un altro tipo di delinquenza – fu André Spada, infine catturato e ghigliottinato sulla pubblica piazza di Bastia il 21 giugno 1935.