di Giovanni Todaro*

Innanzitutto dobbiamo rendere onore alla Polizia Penitenziaria, servitori dello Stato che ci hanno stupito per l’amore e l’abnegazione verso il loro difficilissimo lavoro. Persone che sono state le prime a censurare fortemente gli incresciosi fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Del resto, come esistono preti, magistrati, politici e pure giornalisti che hanno avuto vite e comportamenti deprecabili e illegali, lo stesso può accadere anche in quel settore, ma si tratta di pochi individui. Ricordiamoci che il personale della Polizia Penitenziaria opera in un contesto durissimo e ostile, e lo fa giorno dopo giorno percependo uno stipendio a nostro parere inadeguato. Insomma, stanno più in carcere che in famiglia, ma senza avere commesso nulla.

Veniamo ora alla vicenda, premettendo che tutti i particolari ci sono stati raccontati da persone ben informate dei fatti e che in alcuni casi hanno chiesto l’anonimato, per cui non sveleremo le generalità per ovvi motivi.

Il carcere di Asti.

Il prologo

Il Servizio Cinofili della Polizia Penitenziaria fu istituito, con decreto del ministro della Giustizia del 17 ottobre 2002, per contrastare i tentativi di introduzione di sostanze stupefacenti e telefoni cellulari negli istituti. Il servizio è articolato in Nucleo Centrale Cinofili, Centro Addestramento Cinofilo di Asti, Nuclei Regionali Cinofili e Distaccamento Cinofili. Il Nucleo Centrale Cinofili, con sede presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, viene coordinato da una unità appartenente al ruolo dei funzionari del Corpo, alle dipendenze del direttore dell’ufficio del personale di Polizia Penitenziaria. In ambito regionale, presso ciascun Provveditorato, è presente un apposito nucleo, che, anche avvalendosi dei nove distaccamenti presenti su tutto il territorio nazionale, assicura le attività che attengono la sicurezza degli istituti, nonché quelle disposte dall’autorità giudiziaria. Partecipa, inoltre, alle attività di rappresentanza del Corpo.

In pratica, il Servizio Cinofili della Polizia Penitenziaria ha meno di vent’anni di vita e pertanto non ha ancora un’esperienza paragonabile agli stessi servizi di Guardia di Finanza, Carabinieri, Polizia di Stato e meno che mai dell’Esercito. Tuttavia i cani e i loro 54 conduttori, di cui 11 istruttori, sono importantissimi e hanno permesso la scoperta e sequestro di chili e chili di droga nelle carceri, riferendoci solo a questa. Tanti cani sono già famosi per i loro successi, come Axel, Buk, Birba, Grillo, Dakota e King, ma ce ne sono altri. In tutto sono 46, appartenenti a varie razze: Pastore Belga, Labrador Retriever, Rottweiler, Dobermann, Pastore Tedesco e pure meticci.

Proprio da alcuni di questi ultimi sono però nati i problemi. Il primo fu Lillo, scelto nel 2001 da Angelo De Feo, oggi responsabile del Gruppo Cinofili della Polizia Penitenziaria di Asti: “Era un meticcio dall’istinto infallibile, il migliore nella fase di addestramento, uno stato di servizio eccezionale”. Lillo proveniva dal canile municipale di Asti e partecipò a uno dei primi corsi di formazione tenuti dalla Guardia di Finanza. L’idea di utilizzare e addestrare cani meticci dei canili di base era, ed è, ottima, anche perché si dà la possibilità a questi cani di vivere una vita migliore, più attiva e appagante, anche se naturalmente i cani devono essere selezionati e valutati in continuazione, così come gli stessi conduttori.

Inoltre si risparmiava: un cane di razza costa anche parecchio, cosa che fu di una certa importanza quando nel 2013 le esigenze di bilancio costrinsero l’amministrazione a rivedere lo stanziamento. Pertanto il Gruppo di Asti fu autorizzato a percorrere altre strade, quelle dei canili non solo locali, anche perché l’idea era che i cani di strada avessero un vissuto particolare, un patrimonio di esperienza che li rendeva particolarmente adatti al servizio dopo un addestramento essenzialmente antidroga di circa quattro mesi. I cani valutati furono oltre un migliaio. Valutati come? A occhio, di primo acchito. Spiega De Feo: “Ormai è diventata quasi una questione di pelle ma in certi casi li guardiamo negli occhi, certi cani è come se ti chiedano di essere portati via”. Purtroppo a volte la vista inganna.

Del resto il responsabile delle unità cinofile – che poi hanno fatto da istruttori anche ai conduttori e ai cani di  diverse polizie locali – doveva sapere che nei canili arrivano cani di tutti i tipi, caratteri, esperienze e traumi. Cani di cui a volte non si conoscono i trascorsi. I canili li accolgono, giustamente, ma sono “sconosciuti” nel più ampio significato del termine. De Feo ha spiegato che i meticci “con l’opinione pubblica, anche in persone sottoposte a controllo, l’impatto è diverso, incutono meno timore, danno più tranquillità, questo è un altro risultato che abbiamo portato a casa”.  https://www.youtube.com/watch?v=To5PadsdozU

Tuttavia, non sappiamo se questo valga appieno con cani Pitbull e loro incroci, che sono meticci pure loro. Certamente questi cani, se ben selezionati, allevati ed educati sono compagni fantastici come qualsiasi altro cane, alcuni vengono usati per la pet therapy, sono affidabili e persino gioiosi. Ma l’opinione pubblica non è così totalmente convinta di ciò, anche per via di una fama non positiva e di un aspetto che indubbiamente è quello di un cane da combattimento, la loro origine è quella. Sicuri che incutano meno timore? Ciò che colpisce è l’uso nel carcere di Asti di questi incroci di Pitbull/Amstaff, visto che il loro addestramento è come cani antidroga. Anche se hanno l’olfatto come altri cani, di sicuro non eccellono in questo e allora non si capisce perché non usare meticci di altro tipo, con maggiore olfatto ma meno intimidatori e più gestibili. Anche perché questi cani, durante i controlli antidroga, operano anche vicini ai parenti o comunque ai visitatori dei detenuti.

Sarà bene chiarire una cosa: l’American Pitbull Terrier, detto semplicemente Pitbull, non è una razza riconosciuta ufficialmente, ma esiste da molto e – suddiviso praticamente in due varietà – senza dubbio esistono seri e scrupolosi allevatori. L’American Staffordshire Terrier, oggi di norma più grande e robusto e ben riconoscibile, deriva dal Pitbull ed è riconosciuto dalla Fci e quindi dall’Enci. Bene, i cani di tal tipo impiegati dalla Polizia Penitenziaria sono incroci tra quelli succitati o con altri cani, non sono frutto di allevatori seri. Naturalmente anche questi esemplari possono essere affidabili, ma essendo spesso frutto dei cosiddetti “cagnari”, ossia proprietari senza arte né parte, non hanno alla base una selezione anche caratteriale. Non si sa nulla di loro.

Anche al canile municipale di Asti, purtroppo, arrivano molti simil-Pitbull (di puro glien’è arrivato uno solo in anni…), come spiegato dalla volontaria Alessia Torchio dell’Associazione Zoofila Astigiana che da anni – e recentemente ha avuto il rinnovo della convenzione anche per i prossimi  – gestisce il canile municipale di Asti: “Arrivano soprattutto quando hanno un anno o poco più e non è un caso. Infatti da piccoli sono cuccioli come tutti gli altri, forse un po’ più vivaci e irruenti degli altri, ma comunque facilmente gestibili. E’ dopo l’anno che viene fuori la loro natura. Che non va demonizzata, troppo spesso questi cani vengono etichettati come aggressivi ma loro non hanno alcuna colpa e non hanno nulla di sbagliato: sono il frutto di una selezione particolare con quelle caratteristiche e nulla possono fare contro la loro memoria di razza”.

Ha anche spiegato che se tali cani sono reperiti presso allevatori seri e coscienziosi non si verificano problemi, che possono invece sorgere con esemplari di privati cittadini che li fanno accoppiare senza alcuna selezione caratteriale e poi li vendono a chiunque o, non riuscendoci, se ne disfano. A loro volta, chi li prende (spesso solo perché sono di “moda” ma senza avere le necessarie capacità e conoscenze) dopo il primo anno di vita può avere dei problemi e li abbandona. Ergo, finiscono in canile, anche provenienti da altre parti d’Italia. Sono anche di complessa gestione, perché sovente non possono condividere i box né gli spazi all’aperto insieme ad altri cani.

Ha spiegato Alessia: “Recentemente abbiamo avuto un buon risultato, siamo riusciti a individuare una famiglia che aveva una femmina che sfornava cuccioli in continuazione e che poi finivano in buona parte in canile. Siamo riusciti a sensibilizzare quelle persone e la cagna è stata sterilizzata. Noi volontari all’arrivo dei primi Pitbull ci siamo documentati e abbiamo anche seguito dei corsi di formazione per poterli gestire e seguire al meglio. Queste nostre esperienze vengono trasmesse a coloro che intendono adottarli, con un affancamento prima in canile e poi a casa anche se consigliamo sempre un percorso serio con un educatore”. Come funziona il canile – ottimo, con persone appassionate e serie, un fiore all’occhiello per la città – sotto questo particolare aspetto? Lo spiega ancora Alessia: “Se il comportamento di qualche cane ci appare strano, chiediamo l’aiuto di  educatori esperti. Per esempio nel caso di cani molossoidi ci aiuta un noto rescue specializzato. Il canile, oltre alla veterinaria che ci supporta a livello sanitario, si avvale di un’altra che è anche comportamentalista. Ne abbiamo avuto uno così ed è stato appunto isolato con tutte le precauzioni, scritte anche in un cartello affisso al box”.

Il primo attacco

Fonti attendibili ci comunicano quanto segue: sul finire del 2020 la Polizia Penitenziaria di Asti ottiene dal canile municipale locale un incrocio di Pitbull, di nome Mike. Comincia l’addestramento e pare andare tutto bene, quando dopo circa un mese il cane avrebbe attaccato all’improvviso una neo istruttrice andata a prenderlo nel box. L’azione si sarebbe svolta all’esterno del box e la donna azzannata al braccio sinistro, con lesioni. Fortunatamente viene soccorsa da un collega. Mike viene subito riconsegnato al canile – pare con la motivazione che non fosse adatto alla mansione – ed è ancora lì. Abbiamo contattato l’Associazione Zoofila Astigiana, e una addetta ci ha spiegato che Mike è “un patatone, mai dato alcun problema in canile, era stato assegnato alla Polizia Penitenziaria ma ci è stato riconsegnato dicendoci che non era adatto alle mansioni, non so bene perché. Sta ancora qui e presumo sia adottabile anche adesso, basta avere i requisiti. Noi comunque incontriamo le persone e le valutiamo, gli facciamo conoscere il cane e spieghiamo bene agli adottanti le sue caratteristiche”.

Una volontaria con Mike al canile di Asti. Questo cane lì non ha mai dato problemi e ha un comportamento giocoso e affidabile.

Altri attacchi

Nel 2021 altri problemi, con un incrocio probabilmente Pitbull/Amstaff o altro, arrivato a maggio sempre dal canile di Asti. Si tratta di Totò, un bel maschio di circa 35 kg e un paio di anni d’età. Molto forte, agile e veloce. E pure aggressivo, visto che riesce ad azzannare gravemente un Border Collie sempre della Polizia Penitenziaria, afferrandogli una zampa attraverso uno stretto spazio alla base della grata del suo box. Poi tenta più volte di mordere, improvvisamente e apparentemente senza alcun segnale, gli stessi agenti cinofili della Polizia Penitenziaria. Anzi, uno di questi mentre nel box sta per mettergli il guinzaglio, viene morso a una mano, ma riesce a liberarsi e a chiudere la porta. Conseguentemente sarebbero state inoltrate segnalazioni ufficiali, precisamente sei, ai superiori di Asti e di Roma, per chiedere l’allontanamento di questo cane. Ma Totò rimane inspiegabilmente lì, in uso agli agenti. Non è il solo, il Corpo cinofilo di Asti si è dotato di altri 5-6 simil-Pitbull (che non risulta abbiano mai creato problemi) da addestrare e impiegare. Tuttavia alcuni agenti che hanno fatto il corso ad Asti come conduttori preferiscono dotarsi di cani di altre razze più adatte, pagandoli di tasca propria.

Totò.

L’orrendo attacco

Alle 7 circa del mattino del 28 luglio un sovrintendente cinofilo nel carcere di Asti – C.F., con 33 anni di servizio, conduttore di Totò da poco (prima era gestito da un altro) e con comprovata e pluriennale esperienza nei cinofili – fa uscire il cane dal box, che pare avesse litigato ma a distanza con un altro di quei cani. Forse ancora eccitato per questo,  improvvisamente si libera del guinzaglio e lo attacca azzannandogli la gamba con tale forza e ferocia da amputargli un piede, rimasto attaccato con solo dei filamenti. Nonostante l’amputazione l’uomo urlante riesce a trascinarsi fino a un box. Totò cessa l’aggressione solo perché attacca, ma c’è la grata di mezzo, un altro cane presente in un vicino box. C.F. viene trasportato d’urgenza in elicottero al CTO di Torino per un intervento chirurgico con cui l’équipe chirurgica del dottor Bruno Battiston, assieme con quella traumatologica del professor Alessandro Massè, tenta di salvargli l’arto, che però non evita pochi giorni dopo l’amputazione dal ginocchio in giù.

Totò e la vittima nel box con i soccorritori.

Stupore e sgomento all’Associazione Zoofila Astigiana, perchè “Totò non ha mai creato nessun problema qui, assolutamente. Non credo proprio che sarà soppresso per quanto è avvenuto. Ora è qui in stretta osservazione, come si deve fare, ma è tranquillo. Se entriamo nel suo box? No, ce n’è uno doppio speciale, per pulire o dargli da mangiare gli diciamo di passare nell’altro e lui lo fa docilmente, poi chiudiamo la grata che li divide. Ma Totò è sempre tranquillo”.

La notizia non viene divulgata però dalla Polizia Penitenziaria, bensì dall’Osapp (Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria) il cui segretario generale Leo Beneduci in un comunicato stampa dichiara tra l’altro: “Si potrebbe affermare che per i poliziotti penitenziari piova letteralmente sul bagnato e il fatto gravissimo occorso in un settore – quello dei cinofili di polizia penitenziaria – da almeno un decennio di compravate e riconosciute competenza e professionalità denota che qualcosa comincia veramente a cedere negli assetti organizzativi”. Poiché fino al momento in cui scriviamo (25 agosto) non ci risulta che la Polizia Penitenziaria abbia emesso un comunicato sul fatto, abbiamo contattato l’ufficio stampa nazionale, che ci ha confermato verbalmente che non era stato fatto. Abbiamo inviato una mail chiedendo conferma scritta di quanto comunicatoci, ma nessuna risposta ci è giunta. Inoltre avevamo chiesto per iscritto di potere chiedere delucidazioni direttamente al responsabile cinofilo vice soprintendente Angelo De Feo e alla direttrice del carcere ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta, cosa comunque prevedibile e giustificabile viste le indagini in corso. La Procura di Asti ha aperto infatti un fascicolo sul caso.

Ovvie le reazioni dei sindacati, a partire dall’Osapp che ringraziamo per la serietà dimostrata ancora una volta. Un altro sindacato, il Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), il 4 agosto ha inviato ai vertici della Polizia Penitenziaria di Roma una durissima lettera con la quale si chiedono provvedimenti risolutivi al carcere di Asti – pur senza nominare le due persone in oggetto –  e una serie di modifiche alla bozza del decreto ministeriale da sottoporre alla firma del ministro. Tra queste, che il Servizio Cinofili sia affidato a persone con qualifiche adeguate e “che i cani antidroga siano selezionati e acquistati da allevatori specializzati e con una riconosciuta esperienza nel settore cinofilo, e non seguendo il ‘fiuto'”.

 

Giovanni Todaro* Direttore di K9 Uomini e Cani