Il feudalesimo nel meridione d’Italia durò, nei fatti, a lungo. In particolare nelle zone di Palermo, Agrigento e Caltanissetta pochi ricchissimi possidenti avevano enormi spazi in cui si coltivava prevalentemente grano e fave, mentre il resto veniva lasciato incolto per i pascoli. Un’analisi quantitativa della ripartizione del suolo agricolo in Sicilia fu fatta dall’ufficiale borbonico Afan de Rivera, direttore del Deposito della Guerra, e risultò che l’80% dei terreni erano latifondi. Alcuni superavano i 1.000 ettari. Non solo, ancora il 10% della terra rimanente, per quanto ripartita in appezzamenti relativamente piccoli, era posseduta dai medesimi latifondisti. Addirittura i proprietari, i cosiddetti baroni o galantuomi, ebbero il potere del Mero e Misto Imperio – cioè il diritto di amministrare la giustizia civile e penale all’interno del proprio feudo – finché nel 1812 i Borbone lo abrogarono, insieme ad altri assurdi privilegi come già avevano fatto nel 1806 abolendo la feudalità.

Il latifondo fu poi, nel 1950, soggetto alla riforma agraria dello stato italiano che – nonostante la resistenza dei proprietari e dei politici collusi – vietò di possedere appezzamenti superiori ai 300 ettari. I terreni eccedenti passarono allo stato. In precedenza, in Sicilia, i latifondi con estensione superiore ai 500 ettari erano 228. Non solo,  il 20,6 % dei terreni agricoli erano ancora di proprietà di 282 latifondisti siciliani. La situazione era identica un po’ ovunque, basti pensare che nella Piana del Fucino, in Abruzzo, la famiglia Torlonia possedeva un latifondo di oltre 14.000 ettari, che lo stato dopo la riforma divise tra 5.000 famiglie di contadini senza terra.

Ma sotto altre forme il dominio dei latifondisti continuò. Il proprietario di norma non viveva lì, ma in città o nei castelli e in sua vece il tutto veniva gestito da un suo uomo di fiducia ossia il massaro o fattore oppure da un affittuario, che in pratica era un imprenditore, e che veniva chiamato gabellotto: si trattava sovente di veri e propri delinquenti, che in alcuni casi si appropriarono addirittura dei latifondi scalzando i proprietari.

Un possibile gabellotto, senza data e luogo. Il cane parrebbe un Barbone, ma tipi similari esistevano anche in Italia.

Sicilia, Prima metà del XX secolo. Notare il cane.

I gabellotti a loro volta davano piccoli pezzi di terra a poveri contadini, ossia braccianti che lavoravano duramente in cambio di una retribuzione in natura e/o in denaro. Per proteggere la proprietà dai briganti – ossia dai contadini inferociti dalla fame e ribelli alla loro miseria, latitanti che se catturati venivano ammazzati senza problemi –, il gabellotto si avvaleva di persone ben pagate e senza scrupoli, delinquenti pure loro, creando le cosiddette Compagnie d’Armi fatte da privati armati e a cavallo. Non raramente briganti, campieri, gabellotti e mafiosi erano in conbutta, quando invece non si ammazzavano tra loro. Le stesse autorità se ne avvalevano: l’impiego e l’arruolamento di “malandrini” nella polizia borbonica era ritenuto valido in quanto considerati i più adatti per contrastare gli altri delinquenti. Si trattava quindi di una polizia violenta, odiata e in realtà avente rapporti diretti con la malavita.

Il funzionario statale Giuseppe Alongi sul finire dell’Ottocento scrisse: Il gabellotto ha pretese baronali; quindi vive isolato da tutte le altre classi sociali, che disprezza; è quasi sempre ignorante, presuntuoso, dispotico, violento. E’ convinto che i funzionari del Governo siano destinati esclusivamente alla soddisfazione dei suoi bisogni e delle sue vendette. Rammento sempre di aver veduto molti di questi signori di montagna tornare dal feudo seguiti da una mezza dozzina di campieri, tutti a cavallo, con stivali, scapolari e fucili sulle ginocchia, entrare al gran galoppo in paese come una banda armata. Le guardie campestri, dette anche campieri, in non pochi casi compivano soprusi contro i contadini e i pastori, chiamati genericamente pecorai. Controllavano, in ronda o da postazioni sopraelevate, le coltivazioni nel periodo prossimo alla raccolta, per prevenire furti, danneggiamenti e incendi dolosi delle messi mature.

Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino fecero, quello stesso anno, una celebre inchiesta sulle condizioni politiche e amministrative, La Sicilia nel 1876. Ecco un breve stralcio a proposito delle guardie campestri, in particolare di quelle dipendenti dai Comuni: In parecchi Comuni il brigadiere delle guardie è il più tristo uomo dei contorni, ma è devoto al sindaco, alla famiglia di lui, e naturalmente nessuno in Giunta o in Consiglio oserebbe proporne il licenziamento. Quando l’autorità governativa tentasse di provvedere d’ufficio o d’imporre al Comune il licenziamento degli elementi impuri, i mali del Comune si aggraverebbero rapidamente, le distruzioni di colture, le grassazioni, gli omicidii andrebbero spesseggiando sempre più, e i proprietari, volenti o nolenti, verrebbero a protestare che si andava meglio quando si chiudeva un occhio. Da questo è facile vedere che il personale delle guardie campestri non può non esser sempre pessimo qualunque sia l’autorità incaricata della scelta loro, sia pure la governativa.

Nello stato attuale della pubblica sicurezza in parte della Sicilia, l’istituzione di un corpo di guardie campestri nominate e dirette dall’autorità comunale, non può, nella migliore ipotesi, essere altro che un modo di pensionare le persone più pericolose per la proprietà campestre, di pagare loro una tassa in cambio della quale si astengano almeno fino a un certo punto, da recar danni se non a tutte, ad una parte delle proprietà. Il fin qui detto intorno alle guardie campestri municipali si applica a più forte ragione alle private. Già dicemmo fra qual razza d’individui siano generalmente scelti alcuni fra i campieri di ciascun feudo.

Spesso, se non quasi sempre, i campieri fecero parte della mafia. A volte invece tra campieri di un determinato nobile possidente e i mafiosi, ci furono vicendevoli vittime, ma più spesso collaborazioni, come si vede anche nel film del 1972 Il padrino, diretto da Francis Ford Coppola. https://www.youtube.com/watch?v=CP1oxM5a8oY&app=desktop

L’abitazione di una famiglia di braccianti siciliani, prima metà del XX secolo.

La povera gente non contava nulla, e così pure per molti stranieri come la novellista irlandese Edith Somerville e la musicista e suffragetta inglese Ethel Smith – due note amanti use a disprezzare la gente in modo schifoso – che nel 1920 visitarono zone della Sicilia. La prima addirittura riportò a proposito di Randazzo: Le basse casupole non hanno finestre (…) Nulla di più degradato e spaventoso è immaginabile (…). Seconda questa idiota, che speriamo bruci all’inferno per l’eternità, si dovette: proibire agli abitanti della città di perseverare nell’antica pratica di nutrire con quelli i loro maiali. Adesso, comunque, non sembra che divorino ancora i bambini ma vi sono momenti in cui non è impossibile rimpiangere l’antico desueto costume era fra i compiti delle suore nei secoli passati decidere quali dei numerosi neonati in eccesso da quelle parti doveva essere dato in pasto ai quasi selvaggi maiali di Randazzo. Dal loro comportamento e dall’espressione della loro faccia (dei bambini N,d.R.), a vedere bene, è come se si dolgono che sia venuto meno quel semplice ed efficace metodo di controllo delle nascite.

Sicilia, lavoro duro, anche per i bambini.

Ma lasciamo perdere questa spregevole Somerville e veniamo ai cani. Il loro uso da parte dei campieri non era di gruppo, ma individuale. Chi operava da solo a volte trovava nel proprio cane un ausiliario fedele che faceva compagnia, ma che poteva anche segnalare eventuali minacce nascoste. Non dimentichiamo che questi addetti erano di norma malvisti dai braccianti agricoli i quali, però, dovevano fare buon viso a cattiva sorte. Pochissimi braccianti erano armati di fucile, ma un agguato, lontano da occhi indiscreti, poteva sempre avvenire.

I campieri, non solo in Sicilia ma in tutto il regno borbonico, potevano tiranneggiare la povera gente anche solo applicando leggi del tutto assurde. Per esempio, i Regolamenti pubblici di Polizia urbana, e rurale del Comune di Santo Prisco in Provincia di Terra di Lavoro (oggi provincia di Caserta N.d.R.), ricavati in maggior parte dal Codice penale in vigore nel 1828 disponevano: Son sottoposti all’ammenda di carlini dieci ed alla Prigionia di giorni tre tutti quelli che contravvengono agli seguenti articoli: (…) Art.10. quelli che lasciano vacare i matti siano o no’ furiosi, che sono sotto la loro custodia, e li animali malefici, o feroci, che loro appartengono e cani mastini e senza le debite mossarole ed ogn’altra specie di cane pericoloso al pubblico e precisamente i cani detti cani da pecore che i pastori li portano seco loro in atto, che vanno pascolando le pecore mentre si prescrive espressamente che tali cani debbano essere legati con catene di ferro sia in casa di detti pastorizia vicino le loro pagliata, o mandrie non essendoli lecito di scioglierli prima delle ore due di notte, e tenerli sciolti fino ad un ora prima di far giorno. In caso di contravvenzione, oltre che i cani saranno ammazzati dalla forza qualunque, non esclusi gli Urbani, ed i Guardiani rurali, saranno i contravventori soggetti, e puniti colla d.a ammenda di carlini dieci, giorni tre di prigionia.

Dal momento che i lupi non predavano il bestiame solo dalle 2 di notte fino a un’ora prima dell’alba, è ovvio che i pastori dovevano tenerli sempre liberi affinché potessero svolgere il loro compito. Ma il campiere allora poteva legalmente ammazzarli e fare multare e incarcerare il povero pastore. A meno che non pagasse, anche solo in natura con latte, formaggi e carne, e allora il campiere faceva finta di non vedere. Lo stesso avveniva con chi coltivava i campi in qualità di dipendenti del padrone, perché qualche scusa per intervenire si trovava sempre.

Tali soprusi, aggiunti agli altri e alla povertà, causavano naturalmente rancore e anche sommosse, che pure dopo l’Unità d’Italia portavano al brigantaggio. E le squadre di campieri, se non erano in combutta con gli stessi briganti, avevano così un ulteriore nemico. In Campania, e quindi anche nella zona di Acerra, la situazione era molto grave. Grazie a una serie di imponenti bonifiche a partire dal XVIII secolo, divenne una tra le più fertili della Campania: non a caso, alla fine dello stesso secolo, i Borbone vi fecero erigere un casino di caccia in località Calabricito in quanto la limitrofa zona boscosa era molto ricca di selvaggina.

Tutte condizioni che però attiravano pure i briganti, tanto che non si contano le uccisioni, attacchi e razzie alle masserie, i sequestri (nel 1861 persino di Maddalena Russo, madre del sindaco di Acerra) e le devastazioni dei coltivi, che venivano contrastati dai militari italiani, dalla guardia nazionale e dai campieri collaboranti con scontri a fuoco, uccisioni e arresti anche di chi li supportava (bastava essere trovati con una pagnotta in tasca eccedente un normale consumo personale giornaliero per finire fucilati sul posto, per legge). Venivano impiegati anche i cacciatori di taglie. Con quel livello di rischi alcuni campieri avevano cura di farsi accompagnare da validi cani, buoni per segnalare anche a distanza eventuali agguati.

Un cacciatore di taglie, il cosiddetto tenente Santarelli, con il suo cane che lo accompagnava sempre.

I cani, se di dimensione e indole adeguata, fungevano anche da guardia del corpo e alcuni erano addestrati ad attaccare appena udita una frase apparentemente non allarmante, tipo Siente na cosa a Napoli o qualunque altra, purché articolata per evitare che il cane aggredisse con una semplice e involontaria parola comune. La vittima quindi non capiva la minaccia e non si metteva in difesa. Nei primi anni del XX secolo il camorrista Enrico Alfano stava per duellare a coltellate con un altro delinquente par suo, Totonno ‘o Pappagallo, quando quest’ultimo con tale trucco lo fece attaccare a tradimento dal suo cane da presa.

A Somma Vesuviana, verso la fine degli anni ’30 del XX secolo, i fratelli Erminio, Arcangelo, Antonio e Giovanni Fiore, guardie campestri della masseria Cerreto di Saviano, volevano espandere il loro controllo anche nella vicina città di Somma, andando così in contrasto con i fratelli Mario, Luigi, e Salvatore Mosca, possidenti locali. I Fiore volevano con le cattive ottenere la guardiania dei loro latifondi, ma i Mosca si rifiutarono e una sera si appostarono. Difatti arrivarono i Fiore, preceduti dal noto e temibile mastino di proprietà di di Antonio Fiore, e il primo a finire ammazzato fu proprio il cane.

Seconda metà del XIX secolo, Francesco Esposito, guardia campestre della proprietà dei conti Quaranta di Acerra (Museo civico della civiltà contadina di Acerra).

Non bisogna omettere che anche tra i campieri, specie quelli comunali, vi fossero persone oneste e che facevano bene il loro lavoro secondo le leggi vigenti, ma che comunque – per via delle sanzioni che potevano infliggere e delle segnalazioni ai carabinieri – molta gente non tollerava, in particolare chi aveva precedenti penali. Per fare solo un paio di esempi, il 15 giugno 1876 a Bagheria fu ucciso Giuseppe Aguglia, caporale delle guardie campestri, che si opponeva apertamente alla mafia della zona. Il 28 marzo 1945 a Corleone in un agguato fu ucciso Calogero Comajanni, guardia campestre che sei mesi prima aveva arrestato il diciannovenne Luciano Liggio (a sua volta tempo prima campiere) il quale stava rubando dei covoni di grano. A ucciderlo fu proprio Liggio.

Gruppo di campieri, di cui uno con cane. Termini Imerese, Palermo.

Ci si domanderà come facessero i campieri ad avvicinarsi al bestiame, custodito sempre dai pastori e da grossi cani notoriamente aggressivi verso gli estranei. L’approccio col pastore avveniva a distanza degli animali e i cani richiamati dallo stesso pastore, ben consapevole che il campiere fosse armato. Quest’ultimo invece ordinava al proprio cane di stare vicino e di non allontanarsi, oppure avvicinandosi poteva legarlo a una corda sufficientemente lunga per potere rimanere a cavallo. Il cane del campiere poteva a sua volta essere del tipo da pastore, magari regalatogli perché rivelatosi  inadatto al bestiame. Capita tuttora anche con razze o tipi normalmente adatte per questa funzione.

La guardia campestre  Antonio Aronica con il suo cane nel 1940 a Grotte, Agrigento.

I campieri – che nel 1910 percepivano un salario di circa 40 lire mensili o l’equivalente in toto o in parte in natura (grano, olio, vino, ecc.) – dovevano impedire o punire i furti di prodotti agricoli, di legna, l’uso di fuochi in zone a rischio, il pascolo abusivo ma anche controllare che i lavoratori ottemperassero appieno ai loro compiti. Per esempio dovevano accertarsi che i contadini visitino una per una le piante dei mandorli e con le mani, stropicciando forte, schiaccino e distruggano le uova già deposte e agglomerate in forma di anella, per evitare lo sviluppo delle larve e che sia distrutto il malessere entro il 20 febbraio p.v. Ovviamente, poiché avrebbe potuto comunque trovare qualcosa che non andava, i braccianti cercavano di ingraziarselo con regalie dei loro prodotti, cosa che a volte diventava una vera e propria tangente in natura.

Quando il campiere si avvicinava alle case dei braccianti veniva notato da lontano, poiché i loro cani iniziavano subito ad abbaiare. Pertanto si provvedeva a chiuderli o metterli alla catena. Anche in questo caso, se il campiere aveva con sé il cane, gli ordinava di non muoversi o a sua volta lo legava affinché non fosse attirato dal pollame che razzolava nelle aie. Bisogna considerare che in Sicilia – oltre all’orda di cani meticci di tutti i tipi e dimensione – ne esistevano alcuni ben riconoscibili, come i molossi Vucciriscu e Branchiero che pochi erano in grado di mantenere, e per quanto riguarda i cani custodi da pastore lo Spino degli Iblei. Un altro era il Cane di Mannara, un cane da guardia delle fattorie e appunto delle mannare (i recinti in pietra in cui venivano custodite di notte soprattutto pecore e capre) validi per contrastare i lupi – ancora presenti nella prima metà del XX secolo in Sicilia – nonché i ladri. Questi grossi cani erano, e sono, decisamente aggressivi verso gli estranei e pertanto all’arrivo del campiere venivano legati.

Un Cane di Mannara non gradisce l’intruso, in questo caso un carabiniere.
Acquaviva Platani, Caltanissetta. Contrariamente a quel che molti pensano,
in Sicilia, specie in montagna, può nevicare abbondantemente.

Il cane poteva essere utile al campiere anche per un’altra cosa: la caccia. Durante i suoi controlli del territorio non poteva certo dedicarsi all’attività venatoria, ma il cane durante il percorso poteva fiutare e fare alzare in volo o correre via un fagiano o un coniglio davanti al campiere, e c’era chi  riusciva ad approfittarne. In passato infatti non esisteva la specializzazione canina di oggi e questi animali erano in grado di fare sufficientemente bene quasi tutto.

Campiere con cane.