I cani da protezione del bestiame esistono anche in Nord Africa, essendoci pure lì diverse specie di predatori. Lo sciacallo si ciba praticamente di qualsiasi cosa commestibile, frutta inclusa, ma occasionalmente attacca animali domestici come agnelli e capretti, raramente pecore e capre, mentre il lupo in gruppo nelle stesse aree preda anche asini e giovani/vecchi dromedari. Un’altra specie che può attaccare il bestiame, e all’occasione pure gli esseri umani, è la iena striata (Hyaena hyaena), mediamente pesante circa 35 kg e alta al garrese 60-80 cm. Vive generalmente da sola o in coppia, tuttavia in Libia anche in gruppi che possono arrivare a sette individui.

Iena striata.

Millenni o secoli fa naturalmente in Egitto c’erano anche altri predatori, incluso il leone, contro cui i cani non possono nulla. Tuttavia gli egizi usavano cani da caccia e da guerra, ma pure da pastore per vigilare dromedari, asini, bovini, capre e pecore, nonché altri animali da cortile in prossimità delle case.

Un uomo si confronta con una iena, Tomba di Amenemhab 1479-1400 a.C.
(Metropolitan Museum of Art).

Non sappiamo se esistessero cani “da maiale” – non per motivi religiosi, l’islam allora non esisteva e quindi neppure le relative prescrizioni – in quanto questi suidi erano mal visti a tal punto che secondo Erodoto i porcari erano la classe più vituperata in Egitto. Era loro proibito entrare nei templi. I maiali venivano usati soprattutto come spazzini e per grufolare nel terreno in cerca di cibo, preparandolo così per la semina. Attenzione, non è che non venissero allevati pochi esemplari per famiglia, come avveniva e avviene ovunque. I maiali però non possono essere radunati facilmente  come l’altro bestiame, non percorrono bene le lunghe distanze, hanno un modello di parto disperso che non è stagionale e partoriscono fino a tre volte l’anno, non fornivano prodotti secondari (peli, latte, ecc.) ed erano quindi meno preziosi di bovini, ovini e caprini. I bovini venivano allevati in prossimità delle aree agricole con pozzi e abbeveratoi come nel Delta del Nilo, mentre le capre e pecore pascolavano nei deserti o comunque zone meno fertili nella stagione delle piogge, e venivano riportate in quelle più fertili lungo il Nilo nella stagione secca. E in questo caso i cani servivano molto, poiché il bestiame, oltre all’agricoltura, era basilare per l’economia egizia.

Un’oasi in Egitto.

Le pecore e capre – che tra loro non competono per il cibo, almeno in parte – venivano allevate per la loro carne, latte, pelli e lana, e i greggi venivano pure usati per calpestare i semi appena dopo la semina. Il loro sterco, come quello di altro bestiame, una volta secco serviva da combustibile. Certamente è vero che un bovino di 18 mesi produce da 10 a 12 volte più carne di un montone di 18 mesi, ma i bovini nelle zone aride stentavano a trovare cibo, mentre pecore e capre no. Anzi, il rapporto tra ovini e caprini da una parte, e bovini dall’altra era di 5 a 1, e anche tra pecore e capre il rapporto era di 3 a 1. Tutto questo è stato rilevato dallo studio di centinaia di migliaia di ossa ritrovate dagli archeologi negli scavi. Il rapporto tra maschi e femmine di pecore e capre (cioè dei resti ossei di esemplari macellati e mangiati) era di 6 a 1 e in certe zone addirittura di 11 a 1. Ciò significa che tra tutto il bestiame i maschi erano destinati a un precoce consumo alimentare, infatti il 30% veniva macellato prima di 8 mesi, il 50% prima di 16 mesi e solo il 20% aveva più di 24 mesi. Solo il 10% di pecore e capre, sia maschi che femmine, viveva più di 24 mesi. Bene, tutti questi animali al pascolo dovevano essere vigilati e protetti costantemente dai pastori con i loro cani. Lo stesso accade oggi.

Ricordo che il lupo può accoppiarsi con il cane, e infatti in Medio Oriente e Africa vi sono molti ibridi fecondi, che si comportano come lupi e che sono ritenuti pericolosi. Tra l’altro in quelle aree è ancora diffusa la rabbia o idrofobia, che affligge in particolare questi animali.

Un esemplare melanico, evidentemente ibrido, attirato dall’acqua.

Altro ibrido, abbattuto nella zona di Luxor, Egitto.

Il lupo africano può accoppiarsi anche con lo sciacallo dorato, presente nella zona di confine tra Egitto e Israele, o addirittura nel Sinai egiziano. Nel 1821 fu fatto un accoppiamento tra un lupo (Canis lupaster? Canis lupus arabs?) e uno sciacallo e nacquero cinque cuccioli, di cui tre perirono prima dello svezzamento. Gli altri due mostrarono un comportamento del tutto diverso tra loro: uno ereditò la timidezza dello sciacallo, l’altro fu affettuoso con i suoi padroni umani. Fino a poco tempo fa, l’unico lupo riconosciuto in Africa era il raro caberù o lupo etiope o lupo del Simien (Canis simensis). Il consenso scientifico era che l’Egitto non aveva lupi e che gli antichi testi di Erodoto, Aristotele e altri dovevano riferirsi agli sciacalli dorati. Ora invece è cambiato tutto: niente sciacalli dorati e tutti lupi. Che pare strano.

Canis simensis.

Canis lupaster.

Veniamo ai cani. Naturalmente pure in Nord Africa esisteva da millenni la pastorizia e quindi si usavano i cani, non da conduzione a quanto sembra, ma da protezione sì. Curiosamente alcuni scrivono che lì non c’erano cani da pecora (e capra) poiché non ci sarebbero stati appunto cani da conduzione, dimenticandosi però che anche il cane da protezione fa parte dei cani da pastore e quindi della pastorizia.

In Nord Africa c’era una vera cultura ed economia basata sul bestiame. Diodoro Siculo e Strabone nei loro scritti raccontano che i trogloditi (una popolazione della costa orientale) strangolavano con una corda fatta con la pelle della coda di un bue coloro che non riuscivano a tenere il passo durante la transumanza. Addirittura chiamavano padre i montoni e madre le pecore. Si praticava anche la transumanza, organizzata e regolamentata durante la dominazione romana: l’imperatore Vespasiano fece mettere dei cippi su tutto il tracciato delle transumanze affinché nessuno occupasse quella parte dello sconfinato territorio che attraversava per tutta la lunghezza il Nord Africa e che era basilare per gli spostamenti degli armenti. Anzi, è presumibile che in quell’area nei possedimenti romani siano stati importati cani di tipo abruzzese, viste le montagne presenti con un clima non diverso da quello italico. Roma proteggeva anche questi commerci, allevamenti di bestiame inclusi, con un limes – uno sbarramento fatto di fossati e mura e presidiato dalle legioni – diviso in sei settori e lungo in totale in linea d’aria ben 4.000 km, da Suez sul Mar Rosso in Egitto, fino a Rabat in Marocco.

In effetti molti cani Aidi, chiamati anche Shawia oppure Kabyle in Tunisia e oggi Pastore dell’Atlas, somigliano non poco al cane da pastore Abruzzese, sebbene più piccoli avendo un’altezza al garrese di 52–62 cm e un peso di circa 25 kg. Forse divennero più piccoli per via di incroci nei secoli con cani locali ormai selezionati sul campo e quindi più resistenti a clima, malattie e zecche della zona. Del resto in Nord Africa non esiste nessuna grossa razza canina locale da pastore. A favore dell’ipotesi attinente l’origine italica dell’Aidi c’è il fatto che questi cani siano tuttora diffusi lungo  tutto il tracciato romano delle transumanze in Nord Africa, al centro degli interessi di imprenditori di Roma che, come si sa, allevavano ovunque pecore dalla lana bianca poiché era più facile tingerla. Difficile supporre, visto l’alto valore della lana, che i romani non mettessero in campo anche lì i propri cani superlativi per proteggere questi loro beni.

L’Aidi. Ne esistono di vari colori.

Le popolazioni nordafricane berbere – nome derivante dal latino barbari, così i romani le definivano, e poi dall’arabo al-Barbar – chiamavano questi cani aidi, che appunto significa semplicemente “cane”. Si tratta di una razza coraggiosa, vigile e aggressiva, tanto che di notte venivano tenuti alla catena vicino alle case o tende, o lungo il perimetro del campo. Ovviamente, se il bestiame si trovava in zone di pascolo in cui potevano esserci predatori, i cani erano liberi. In Nord Africa e Medio Oriente il cane in generale – a eccezione del levriero – non era, e non è, molto considerato e anzi può essere persino disprezzato o temuto, tuttavia i pastori ne riconoscono il fondamentale aiuto.

Francobollo marocchino dedicato all’Aidi.

Un’altra razza di cane da pastore egiziana, non riconosciuta però dai grandi enti cinofili, è l’Armant, ritenuta discendente dai Briard portati in Egitto dall’esercito di Napoleone Bonaparte. Peccato che a quell’epoca il Briard non esistesse, così come il Beauceron: solo verso la fine del XIX secolo questa tipologia di cani francesi da pastore fu ufficialmente suddivisa e selezionata divenendo due razze. Non molti sanno che i cani furono impiegati dai soldati francesi durante il periodo di Napoleone, anche se quest’ultimo non riteneva utile l’uso dei cani da guerra negli scontri campali, in quanto ormai superati. Tuttavia, non sottovalutava certo il ruolo che potevano avere nella vigilanza e nelle perlustrazioni, come avveniva fin dall’antichità. Bonaparte raccomandava l’uso dei cani nelle guerre coloniali, contro forze male armate e poco organizzate che però adottavano la tecnica della guerriglia. Certo appare curioso ciò che scrivono alcuni a proposito, ossia che i cani (e si indica appunto l’allora inesistente Briard) abbiano accompagnato gli eserciti di Napoleone come ausiliari per i greggi di pecore utili per l’alimentazione dell’esercito. Bonaparte toglieva spazio ad armi e soldati sulle navi per mettere al loro posto pecore, invadendo uno stato però notoriamente già pieno di pecore?

In realtà all’epoca ogni soldato poteva portare con sé in guerra il proprio cane, e non solo nell’esercito francese, ed era ammesso perché i cani erano utili per la guardia. Tuttavia il cane di punta dell’esercito francese, che si coprì di gloria ovunque, fu il Barbet, progenitore del Barbone: un cane nato per la caccia in zone umide e che quindi non era adatto né selezionato per la pastorizia, e addirittura in Africa. Inoltre l’Armant non ha il problematico pelo del Barbet/Barbone, segno che non discende da quello. Più probabile che alcuni esemplari dell’esercito napoleonico fossero i progenitori del grintoso cane francese, questo sì da pastore, Berger Picard o Pastore di Piccardia che difatti somiglia molto e ha le stesse dimensioni dell’Armant, circa 60 cm al garrese per 30 kg o poco più nei maschi. Si tratta di una razza ormai molto rara, in Italia c’è solo l’allevamento Poggio al Vento.

Comunque sia, i francesi conquistarono l’Egitto ma dopo tre anni di battaglie dovettero abbandonarlo (1798-1801) e quindi non ci fu il tempo di fare giungere importanti numeri di civili francesi agricoltori e allevatori che avrebbero avuto con loro i cani per una nuova vita. Infatti Napoleone portò con sé  i savants ossia oltre 150 studiosi, quasi tutti appartenenti alla Commission des Sciences et des Arts e guidati da Joseph Fourier – artisti, scienziati, ingegneri e tecnici francesi –, ai quali commissionò un’indagine approfondita su ogni aspetto dell’Egitto che potesse essere utilizzata in seguito nella pianificazione della forma futura del paese. Quindi i civili, agricoltori e allevatori con i loro cani inclusi, sarebbero semmai arrivati dopo e non in quella fase.

Pastori lungo il Nilo, Egitto.

Il ritiro di buona parte dell’esercito francese sconfitto non fu certo facile, anzi fu addirittura rimpatriato su navi britanniche (insieme a una quantità notevole di antichità egiziane sottratte dagli inglesi, già che c’erano…), ossia del nemico vincitore. Difficile che in quella situazione di evacuazione si pensasse anche al trasporto dei cani francesi. Bene, l’antica città di Armant sorge sulla riva occidentale del Nilo, in quello che oggi è il Governatorato di Luxor. I greci la chiamavano Hermonthis, dal nome del dio egizio Montu, la cui radice del nome significa “nomade”. Insomma, zona in cui si allevava da sempre bestiame e i cui pastori dovettero cogliere subito la validità dei cani francesi abbandonati, impiegandoli e mantenendoli in zona. Difatti la razza si chiama appunto Armant.

Un cane Armant, XIX secolo.

Si tratta comunque di cani da lavoro, e di un’area in cui gli enti cinofili sono quello che sono. Del resto ai pastori interessa che funzionino e svolgano bene quanto richiesto, tutto lì. In generale non caratterizzati da malattie genetiche, sono robusti e laboriosi, ben adattati alle condizioni di vita e al clima difficile. In Egitto l’Armant è conosciuto ed è probabilmente abbastanza diffuso, anche se non esistono statistiche sulle razze canine egiziane. All’estero invece sono così poco conosciuti che addirittura è molto difficile trovare immagini corrette di loro, e molte delle presunte fotografie di Armant sono pure invenzioni. Diciamo che sono di taglia media, altezza al garrese 53-58 cm, peso 23-29 kg, con corpo snello ma forte. Le orecchie possono essere pendenti o erette, diverse le varianti di colore: grigio, nero, nero focato, grigio con macchie.

Armant.