Il 26 aprile 1986 alle ore 1.23 circa, alla centrale nucleare sovietica V.I. Lenin – a 3 km dalla città di Prypjat e 18 km da quella di Chernobyl,  in Ucraina settentrionale – si procedette a un test definito “di sicurezza” (già eseguito senza conseguenze sul reattore n. 3), al reattore n. 4 della centrale. Ma – per via del progetto scadente e soprattutto a causa del Caposala il quale durante il test manteneva le procedure al di sotto dei limiti consentiti e ignorava gli allarmi che segnalavano la mancanza d’acqua nel reattore – questa volta si ruppero le tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore e il “mostro” non poté essere fermato, provocando  una fortissima esplosione che causò lo scoperchiamento del reattore e un vasto incendio.

La conseguente nuvola di materiale radioattivo fuoriuscì dal reattore e ricadde non solo su vaste aree intorno alla centrale, contaminando anche l’Europa, Italia inclusa. I vigili del fuoco, gli addetti, i militari, i medici e infermieri che intervennero sapevano di andare contro la morte. La maggior in seguitò è deceduta a causa della leucemia e vari tipi di cancro. L’incidente, prima negato dall’Urss, causò ufficialmente 65 morti in pochi giorni, ma a oggi la stima dei morti di tumore nel mondo è stimata fra le 30.000 e i 6.000.000. Furono necessari quindici giorni per spegnere parte l’incendio e avviare la costruzione di una struttura di contenimento, chiamata sarcofago e costata circa un miliardo di dollari, per ricoprire poi il reattore distrutto. Questa era Chernobyl prima della catastrofe. https://youtu.be/Z6P5IiXGs5A

Furono evacuate dall’area circa 350.000 persone, buona parte delle quali morì comunque negli anni successivi, e ancora oggi muore. In certe zone contaminate la popolazione è volontariamente tornata e sopravvive mangiando i prodotti da loro coltivati, cacciando e raccogliendo frutti di bosco e questo perché vi sono zone contaminate a livello ritenuto minimo e altre in cui non esiste forma di vita (e sarà così per altri 20.000 anni).

Ivan e Maria Semenyuk, tornarono nella loro casa del villaggio di Paryshev poco dopo lo sgombero e ci rimasero per trent’anni. La moglie Maria è morta l’anno scorso.

Paesi e città sono ora deserte, tuttavia sono al centro di visite turistiche, anche illegali, con visitatori provenienti da tutto il mondo e questo perché in un strada magari non ci sono radiazioni alte, però in quella dopo sono altissime. Insomma, una contaminazione a macchia di leopardo in un’area di 2.600 chilometri quadrati, che è all’incirca uguale alla dimensioni del Lussemburgo. Nonostante il fatto che il livello di radioattività sia ancora altissimo, risulta sceso a valori tra 100 e 1.000 volte inferiori ai dati registrati inizialmente, sebbene questi dati possano variare di molto nel caso di incendi, come quello che nel maggio di quest’anno bruciò circa dieci ettari della cosiddetta Foresta Rossa (la più contaminata e ormai del tutto disabitata) che ha ricreato una nuvola altamente radioattiva. A Chernobyl, in una zona ritenuta relativamente sicura, lavorano 1.500 risanatori su turni di 15 giorni di lavoro e 15 di riposo con squadre adibite al risanamento della centrale. Alcune centinaia di questi pernottano a Chernobyl, in sedi idonee.

La natura si sta riprendendo le città.

Durante l’evacuazione, alla popolazione fu ordinato di portare con sé solo il minimo necessario, e nessun animale. Si racconta di cani che guaivano e ululavano, cercando di salire sui pullman insieme ai padroni. Per anni quelli sopravvissuti inseguirono qualsiasi automezzo si spostasse nella zona, cercando di farsi portare in salvo. I soldati ebbero l’ordine di uccidere tutti gli animali domestici, dal bestiame al pollame fino ai cani. Naturalmente non riuscirono appieno nell’intento, perché una parte era fuggita nella foresta. Si consideri che in zona esisteva un impianto militare segretissimo dotato di un enorme e misterioso radar – Chernobyl 2 – circondato da un’enorme estensione in cui erano stati messi a dimora centinaia di migliaia di alberi in cui in seguito, poiché era assolutamente interdetto a chiunque l’accesso, si creò una foresta lussureggiante in cui furono introdotti anche caprioli, cervi, alci, bisonti europei e cavalli di Przewalski. I cani vi trovarono quindi rifugio, almeno temporaneo, anche se oggi si aggirano soprattutto nelle città disabitate in cui i lupi entrano meno frequentemente.

La vita è dura per i randagi di Chernobyl, con i rigidi, la continua e disperata ricerca di cibo, gli altri predatori e soprattutto le radiazioni che gli danno un’aspettativa di vita ridotta. Pochi vivono oltre i sei anni. Tuttavia una buona parte ha ritrovato l’antico amico, l’uomo, e vivono vicino ai posti di blocco dei militari e alle sedi degli operai addetti ai vari compiti di tutela e ripristino, e tutti gli danno da mangiare. Lo stesso fanno i sempre più numerosi turisti (30.000 nel 2017) che, pagando, si tolgono lo sfizio di visitare seppure per poche ore luoghi tanto desolati e pericolosi.

Nadezhda Starodub, una guida del tour operator Solo East, dice che i visitatori trovano simpatici i cani  ma alcuni pensano che potrebbero essere contaminati e quindi evitano di toccarli. Non ci sono norme che vietino al visitatore di socializzare con loro, ma ci vuole comunque cautela come si farebbe con qualsiasi randagio. Inoltre in zona ci sono stati casi di idrofobia anche nei lupi, uno dei quali ha attaccato e ferito sei operai. Era rabido. Sono attive diverse organizzazioni no profit che si prendono cura anche dei cani randagi – quelli veramente inselvatichiti sono di più difficile gestione – e una di queste è la statunitense Clean Futures Fund che ha creato tre cliniche veterinarie e vaccina i cani contro rabbia, parvovirus, cimurro ed epatite. Inoltre li sterilizzano al fine di ridurne la popolazione fino a un numero più gestibile affinché si possa accudirli meglio e ci siano meno rischi per i lavoratori e i turisti.

Con una cerbottana si anestetizza un cane a Chernobyl.

Attualmente in tutto i cani sono circa un migliaio, ma soprattutto in inverno il numero cala drasticamente per i motivi già spiegati. Gli animali selvatici hanno reagito meglio, anzi in modo straordinario, alla radioattività. Sono tornate le lontre e i castori, i bisonti e le linci sono decine, cervi, caprioli e alci migliaia (uccisi e mangiati dai bracconieri, ormai contaminati quanto gli animali), topi, arvicole e conigli sono ovunque e insidiati da falchi e aquile, il numero di lupi si dice sia sette volte superiore a quello di analoghe aree circostanti delle stesse dimensioni. E i cinghiali otto volte più numerosi. L’orso è ricomparso dopo secoli. L’area nel raggio di 30 km dalla centrale nucleare è stata quindi dichiarata riserva naturale. Contaminata, ma naturale.

Ci si domanderà se la contaminazione nucleare abbia creato mutanti mostruosi come quelli che si vedono nei film di fantascienza. Ebbene sì, ma morivano quasi sempre appena poche ore dopo la nascita. Quasi tutti. Però molti degli animali hanno riportato mutazioni, solo che difficilmente si notano esteriormente. Non inseriamo le relative fotografie perché spaventose. A Kiev il biologo prof. Vyacheslav Konovalov iniziò a raccogliere fotografie e reperti di tal tipo – anche umani – nelle aree un tempo agricole di Zhytomyr e Kyiv. Quando il Segretario Generale dell’Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov vide alcune fotografie sbottò dicendo che sicuramente erano fotomontaggi. In seguito si “consigliò” al professore di fare sparire questa documentazione e allora lui mise i feti e gli altri reperti in formalina dentro contenitori di vetro che seppellì nella foresta di Kiev in punti solo a lui conosciuti, per non farseli sequestrare.

La vita è forte, e continua.

Un lupo si aggira nelle strade deserte della città.