Visto che il cane fu creato dall’uomo addomesticando il lupo – e non i cani selvatici, pure esistenti come l’asiatico dhole (Cuon alpinus) o l’africano licaone (Lycaon pictus) –, se dobbiamo trattare i cani giapponesi, dobbiamo prima accennare ai giapponesi. Il Giappone fu colonizzato, a quanto ne sappiamo, nel Periodo Paleolitico che va dal 100.000 a.C. a circa il 12.000 a.C. La parte finale corrisponde alla fine dell’Era Glaciale, ossia l’inizio del Periodo Mesolitico. Poiché si stima che il cane sia stato creato, selezionandolo appunto dal lupo, circa 30.000 anni fa, ciò significa che per larga parte del Paleolitico l’uomo non fosse affiancato dal cane e questo naturalmente vale anche per i proto-giapponesi. Questa popolazione giunse fino in Giappone a piedi, grazie ai ghiacci e alle terre emerse che in diversi periodi collegarono queste isole con il continente asiatico. Lo stesso vale pure per la fauna selvatica, o per la maggioranza.

Le prime popolazioni colonizzatrici dell’odierno Giappone non erano affatto simili ai giapponesi come li si intende generalmente, ma agli ainu paleoeuropoidi, attualmente viventi, in ambito giapponese, sull’isola di Hokkaidō. Le popolazioni mongoliche arrivarono dopo in varie migrazioni, a partire forse dal 20.000 a.C. circa, dalla Corea, Cina e altrove. Sembra quindi che la maggior parte del Giappone fosse, da un certo periodo in poi, abitato dalle popolazioni riferibili alla cultura Jōmon. Che c’entra questo con i cani? Semplice, i primi cani giapponesi derivano da quelli siberiani degli ainu, e in seguito anche da quelli coreani e cinesi. Cani tutti di piccole e medie dimensioni, massimo 20-25 kg, come si intuisce dalle impronte rinvenute, insieme ad altri reperti umani, e risalenti al Periodo Jōmon: 5,7 cm di lunghezza per 4,3 cm di larghezza. Queste misure corrispondono con gli scheletri di cani trovati nelle tombe insieme ai resti dei loro padroni, visto che esisteva questa usanza. Lo stesso antico cane della Corea, lo Jindo, è molto simile fisicamente e caratterialmente ai cani di razza giapponesi e parimenti impiegato per la caccia al cinghiale, orso, cervo e persino tigre.

Ainu a caccia col cane.

Il Periodo Jōmon (10.000 a.C.-300 a.C.) corrisponde alla preistoria giapponese. Durante questo periodo l’alimentazione in Giappone andò gradualmente evolvendosi, mutando dalla dieta classica tipica dei cacciatori-raccoglitori nomadi a una dieta caratteristica dei villaggi sedentari fatta di agricoltura e allevamento. Nel periodo del nomadismo e della semi-sedentarietà, dalla primavera fino all’inizio dell’estate ci si cibava molto di pesce (e mammiferi) di mare  e di quelli di acqua dolce, specialmente salmoni, e di crostacei e frutti di mare. In autunno, frutti e semi erano pronti per essere raccolti: castagne, noci, nocciole e ghiande venivano successivamente conservate in depositi  sotterranei per essere consumati anche durante il resto dell’anno. Patate dolci e altre piante selvatiche completavano l’alimentazione, e si coltivava la soia. Specialmente nel periodo invernale si praticava la caccia, in particolare al cinghiale, orso, cervo e lepre. Per cucinare si usavano recipienti di terracotta. Si capirà che i cani fossero fondamentali per questa popolazione, poiché servivano per la caccia ma pure per tenere lontani gli erbivori selvatici – che furono sempre un problema per via del loro numero – dalle colture.

Ricostruzione di una battuta di caccia nel Periodo Jōmon, Museo storico della Prefettura di Niigata.

Dopo il 5.000 a.C, a causa del raffreddamento del clima, la popolazione si ridusse drasticamente. Dal 900 a.C, le popolazioni migranti dalla Penisola Coreana si stabilirono nel Kyūshū occidentale – portando pure i loro cani – e introducendo l’uso del bronzo e del ferro. Nel Periodo Yayoi (400 a.C. – 250 d.C.) aumentò l’agricoltura, con l’arrivo del riso e la coltivazione del frumento. I testi più antichi sul Giappone sono cinesi e descrivono che a Wa (la pronuncia giapponese di uno dei primi nomi dati dai cinesi al Giappone) erano presenti centinaia di comunità tribali i cui componenti si cibavano principalmente di verdura cruda, riso e pesce, possedevano grandi granai e mangiavano con le mani in quanto le bacchette non erano ancora presenti. Bene, probabilmente questo è il periodo della scomparsa, o estrema rarefazione dei cani da pastore in Giappone. Nel Periodo Yayoi – durante il quale i cani venivano comunemente mangiati, a differenza di quel che accadeva prima, nel Periodo Jōmon – furono importati dalla Corea bovini, cavalli, maiali e polli. La razza bovina giapponese Wagyu infatti viene allevata da almeno 2.000 anni.

Ci sono otto antiche razze di cavalli del Giappone, tutte di tipo pony e oggi molto rare. La Kiso uma (uma significa cavallo in giapponese) è forse la più antica e vi sono centinaia di siti archeologici con ossa di cavallo risalenti alla parte finale del Periodo Jōmon. Come tutti gli altri cavalli citati dopo, aveva utilizzo in agricoltura, con trasporti pesanti e in ambito militare. In seguito si formarono altre razze o tipi di cavalli, piccoli e resistenti e di ceppo mongolo, come la Noma, Dosanko (portata a Hokkaidō dai pescatori di Honshū durante il periodo Edo, 1600-1867) e Misaki, quest’ultima citata per la prima volta nel 1697, quando la famiglia Akizuki del clan dei Takanabe radunò i cavalli selvaggi e sviluppò un pool di riproduttori. Tuttavia, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i Misaki furono designati come un monumento naturale nazionale e oggi sono tornati alla vita selvaggia, principalmente a Capo Toi all’estremità sud della prefettura di Miyazaki.

C’era inoltre la razza Miyako, originaria dell’Isola Miyako di Okinawa, una prefettura conosciuta come area di allevamento di cavalli da secoli. Nel 1055, la popolazione della razza raggiunse il picco di circa 10.000 esemplari ma oggi sono quasi estinti, se non lo sono già. C’erano poi gli Yonaguni originari del sud-ovest del Giappone, in particolare l’isola Yonaguni, i cavalli Taisu o Taishuh, originari dell’isola Tsu e risalenti almeno all’VIII secolo, ridotti oggi a meno di 70 esemplari. E i Tokara delle isole Tokara, una catena di isole a Kagoshima. Vi domanderete però che c’entrano i cavalli con i cani…un attimo di pazienza e lo capirete.

Questi cavalli, là dov’erano presenti lupi e orsi, erano soggetti a predazione, in particolare i puledri. Addirittura a Hokkaidō, dove si cibavano (e così pure oggi) di germogli e foglie di bambù trovati sulle montagne, si aggiravano liberi anche in inverno ma in primavera istintivamente tornavano alle stalle perché sapevano o intuivano che gli orsi uscivano dal letargo e affamati dal lungo digiuno cacciavano attivamente i puledri.

Impensabile che nelle fattorie a proteggere il bestiame – fossero bovini, cavalli o maiali – non ci fossero cani da pastore. L’orso nero asiatico giapponese (Ursus thibetanus japonicus), che era ed è tuttora numerosissimo in Giappone, è una specie molto più aggressiva dell’orso bruno europeo e che anche oggi causa vittime fra gli uomini, a volte persino senza essere provocato. Sull’isola di Hokkaidō oltre all’orso nero asiatico era ed è presente, numerosissimo pure lui, l’orso bruno (Ursus arctos lasiotus) della stessa sottospecie continentale dell’Ussuri. Si tratta di un orso molto affine al grizzly americano, aggressivo e decisamente grande, anche 500 kg. Il lupo di Hokkaido (Canis lupus hattai), oggi estinto, era più simile a quelli continentali e pertanto molto più grande dell’altro lupo giapponese (e anche di qualsiasi razza di cane giapponese dell’epoca), quello di Honshū (Canis lupus hodophilax) alto circa mezzo metro e pesante una ventina di kg, estinto pure questo.

Tuttavia il lupo in Giappone non era di norma cacciato – si riteneva che chi ne avesse ucciso uno sarebbe stato colpito da una maledizione – ed era ben visto poiché limitava il numero dei cervi e cinghiali che altrimenti avrebbero distrutto i raccolti. Naturalmente ciò non significa che i lupi non venissero uccisi se necessario, per esempio nel caso di esemplari rabidi come avvenne con otto persone uccise in diversi attacchi nel 1750 nel villaggio di Yuatsumi e di un agricoltore morto nel 1762. Si verificavano occasionalmente – da quel poco che si sa – anche predazioni antropofagiche, come un bambino ucciso nell’851, una vittima nell’886 nei pressi del Santuario di Kamo e tre donne nel 957 a Gakkan, sempre nella prefettura di Kyoto.

Pare che pochi si pongano la domanda del perché in Giappone non esistano oggi razze di cani da pastore autoctone per la protezione del bestiame e questo nonostante un tempo lupi e orsi fossero molto diffusi (gli orsi anche oggi). Eppure cani di questo tipo esistono nella Penisola Coreana – oggi divisa in Corea del Sud e Corea del Nord –, prevalentemente montuosa nella parte continentale come il Giappone. Il versante occidentale e quello meridionale appaiono invece più ampi, con pianure alluvionali che costituiscono le uniche zone pianeggianti del territorio coreano. Il clima è una sorta di transizione tra i climi continentali (della zona siberiana e mancese) e climi umidi e subtropicali (parte meridionale dell’arcipelago giapponese). Insomma, ha inverni freddi e secchi, ed estati umide e calde. In montagna, specie al nord con foreste simili alla taiga siberiana, in inverno nevica molto e fa freddissimo. Ebbene, nella Penisola Coreana da millenni si alleva bestiame, anche con specie autoctone come la capra nera coreana, il maiale nero e diverse razze pure loro antiche di bovini. Il bestiame era vigilato e protetto da cani come il Sapsali, detto comunemente Sapsaree, valido, coraggioso, dal pelo lungo e pesante fra i 25 e i 35 kg. La documentazione più antica esistente sul Sapsali, incluse raffigurazioni, lo cita già nel periodo del Tre Regni della Corea, dal 37 a.C. al 668 d.C.

Questa razza poco o per nulla conosciuta – e neppure riconosciuta, tranne che dal Korean Canine Club e dal Korean Kennel Club – fu sterminata durante la conquista giapponese della Corea (1910-1945) in quanto la pelle di questi cani veniva utilizzata per realizzare l’abbigliamento invernale dei soldati giapponesi. In quel periodo si stima siano stati abbattuti dai giapponesi circa 100.000 -150.000 Sapsali ogni anno (dato eccessivo e poco credibile), in graduale calo. C’è da dire che i giapponesi in Corea compirono anche contro la popolazione infamie e immense stragi degne della Germania nazista, come del resto già avevano perpetrato durante la precedente invasione del 1592-98, venendo infine sconfitti.

Tornando ai Sapsali, il Giappone aveva pianificato la loro distruzione ritenendoli inferiori – e quindi non degni di vivere – ai loro cani. Ciò fa intuire quanto sia stata spietata la loro distruzione, poiché alcuni professori della Kyungpook National University nel 1969 reperirono solo trenta Sapsali nella provincia di Kyungpook, ridottisi a otto nel 1985. Nel 1992, la razza Sapsali fu dichiarata Monumento nazionale della Corea e grazie anche all’assistenza e ai fondi governativi aumentò di numero. Oggi sono circa 3.000 esemplari, anche se simili a Bearded Collie e pertanto notevolmente o del tutto diversi di quelli delle antiche raffigurazioni. I grossi Sapsali (in Corea erano ritenuti grossi finché non arrivarono i più grandi cani europei) possono avere lasciato traccia nelle attuali razze giapponesi? Probabilmente sì, ma quelli che furono importati in Giappone furono impiegati come cani da guardia, e come cani da pastore solo per un certo lasso di tempo.

Disegno raffigurante un Sapsali, 1743.

Il perché non ci siano oggi cani da pastore è da individuare – in parte – nell’avvento del riso, la cui coltivazione fu introdotta in Giappone circa nel 400 a.C., nel Periodo Yayoi. Bisogna considerare che solo il 12,4% del suolo è adatto alla coltivazione e che oltre la metà del territorio giapponese è occupato da foreste (245.000 km²). Per avere il maggior spazio coltivabile anche in collina, da secoli si ricorse al terrazzamento, con coltivazione intensiva. Le risaie occupavano (e occupano) la maggior parte della campagna, sia sulle pianure alluvionali, anche sui pendii terrazzati, che nelle zone umide e nelle baie costiere. Un’area che dava un raccolto di 1.000 bushel (è un’unità di misura di peso a secco, un bushel è pari a circa 280 kg) sosteneva un numero di persone cinque volte superiore a quella che si sarebbe sostentata con la quantità di carne e latte prodotta facendo pascolare dei bovini su quello stesso spazio di terra. In pratica, ancora nel 1800 la popolazione giapponese di circa 30 milioni di abitanti sarebbe stata di soli 6 milioni se invece che con l’agricoltura avesse dovuto sfamarsi con l’allevamento.

La britannica Isabella Bird durante la sua permanenza in Giappone nel tardo XIX riportò: Un fatto che immediatamente ci colpisce è la curiosa assenza di animali domestici, il silenzio e il vuoto della campagna. Gli animali non sono usati per il latte e carne, e non ci sono pascoli, solo qualche cane e raro pollame. In un grande villaggio ci sono pochissimi cavalli, uno, due o tre che costituiscono tutto il bestiame e non vengono usati per l’aratura né, addirittura, per il trasporto perché a portare gran parte della merce sono le donne e gli uomini. Pecore e capre erano animali praticamente sconosciuti e, dopo il loro arrivo a seguito degli occidentali, attiravano la stupita curiosità della popolazione. Insomma, i cani da pastore in Giappone dopo il V secolo non servirono più e quindi durarono poco.

I giapponesi in quel periodo antico, non avendo bestiame e avendone comunque perso il gusto, manco bevevano latte o mangiavano i derivati. Anzi, per secoli il latte fresco fu prescritto solo come medicina, e doveva essere una medicina dolorosa in quanto non nutrendosi più di questo alimento – tranne che da bambini durante l’allattamento – non potevano digerirlo poiché non avevano più la flora intestinale adeguata per scomporlo e assimilarlo. La produzione di burro, in piccole quantità, nel settimo secolo d.C. serviva solo per fare piccoli doni da parte dei governatori provinciali. Latte e prodotti caseari divennero popolari in una ridottissima parte della popolazione nel XVI secolo insieme all’introduzione del cristianesimo in Giappone (finché il cristianesimo non fu brutalmente represso) e nel XVIII secolo lo shogun Yoshimune creò negozi al dettaglio per il latte che però ebbero ben poca clientela. Ovviamente pure i cani giapponesi non venivano nutriti con latte o siero di latte, e la loro alimentazione fu sempre a base di pastoni di riso e dell’abbondantissimo pesce, tranne nel caso dei cani dei samurai non osservanti la religione e i divieti imperiali.

Poi arrivò in Giappone il buddhismo, importato dal regno coreano di Baekje, a cui il Giappone fornì aiuto militare ricevendone in cambio il supporto della classe governante. Il principe Shōtoku Taishi (574-622) si impegnò a diffondere il buddhismo e successivamente, nel 675, l’imperatore Tommu emanò il divieto – che durò fino al 1867, inizio della Restaurazione Meij – di uccidere e mangiare gli animali, e soprattutto i mammiferi, con l’eccezione dei pesci e molluschi. Il primo dei precetti buddisti infatti recita: “Non uccidere, anzi tutela ogni forma di vita”. L’unico testo ritenuto scritto di proprio pugno dal Buddha dice: “Le creature senza piedi hanno il mio amore, e così lo hanno quelle a due piedi e anche quelle a molti piedi. Possano tutte le creature, tutte le cose che hanno vita, tutti gli esseri di qualunque specie, non avere mai nulla che possa danneggiarle. Possa non accadere loro mai nulla di male”. Infatti la filosofia del Buddha mirava all’estinzione della sofferenza di tutti gli esseri viventi, anche se dopo la morte del Buddha una parte dei discepoli cominciò a modificare gli insegnamenti e pure i monaci accettarono, ipocritamente, di mangiare carne a condizione che l’animale non fosse stato ucciso appositamente per loro.

La stessa cosa era vietata, o almeno caldamente consigliata, dall’altra religione seguita in Giappone, lo shintoismo, secondo il quale l’uccisione di un essere vivente, considerata come atto impuro, dovrebbe essere fatta con gratitudine e con riverenza nei confronti dell’animale e ridotta al minimo, praticata solo quando altamente necessario. E siamo sicuri che spesso, divieto imperiale o no, specialmente con gli animali selvatici si fece così. Nei secoli successivi, in particolare a partire dal Periodo Heian, precisamente nel regolamento del 927, veniva dichiarato che tutti i membri dell’aristocrazia che avessero mangiato carne sarebbero rimasti impuri e sarebbe stato loro proibito di partecipare ai riti shintoisti presso la corte imperiale.

Tutto quanto riportato sopra fa capire che le attuali razze di cani giapponesi, a parte il relativamente recente Tosa Inu di influenza occidentale e il Chin di provenienza cinese, erano sì da caccia ma di fatto per almeno quattordici secoli cacciarono solo in determinate zone e periodi, in modo anche discontinuo. Il perché lo spiegheremo dopo. Quello che riportano praticamente tutti i siti degli allevatori e club di queste razze – ossia il costante e ovunque comune uso venatorio di questi cani – non corrisponde a verità, o almeno è valido solo dalla seconda metà del XIX secolo.

I divieti religiosi e imperiali fecero anche nascere il mito del lupo fra i giapponesi, che pur rispettandolo lo reputavano un amico e quasi un dio loro protettore. E se ci si pensa si capisce il perché: non predava il bestiame, perché il bestiame semplicemente non c’era; si cibava dei numerosissimi cinghiali e cervi che razziavano i coltivi, di fatto salvandoli o limitandone i danni; non attaccava l’uomo, se non in caso di idrofobia, perché trovava prede selvatiche ovunque. I lupi divenivano raramente antropofagi e attaccavano gli esseri umani solo dopo essersi alimentati e assuefatti alla carne umana trovando durante le guerre gli innumerevoli cadaveri abbandonati dei soldati uccisi in battaglia, oppure cibandosi (e lo stesso fecero i cani abbandonati) dei cadaveri delle decine di migliaia di vittime a seguito di epidemie e carestie, come quelle terribili dette Fame dell’Anno del Coniglio (1783) e Tenpo (1832-39) che costrinsero il governo a inviare le truppe per proteggere i villaggi dai lupi e cani inselvatichiti.

Come conseguenza di questi fatti, aggiunta all’aumento della delinquenza causata dalla carestia, le famiglie che ancora avevano soldi e cibo si dotarono di cani da guardia, scegliendoli fra i più grossi e aggressivi. Soprattutto nella zona di Odate le famiglie più ricche avevano uno o due di questi cani da guardia, e anzi si prese l’abitudine di selezionarli di particolare colore affinché rappresentassero immediatamente chi li aveva e allevava, come uno status symbol. C’erano quindi i “Bianchi di Adachi”,  gli “Striati di Benzousama” i “Neri di Izumi” e così via.

Prima abbiamo accennato  ai cani dei samurai non osservanti la religione e i divieti imperiali. Comunemente si pensa al Giappone antico, e pure a quello moderno, come uno stato in cui vigeva la cieca obbedienza e disciplina verso le autorità nonché il concetto d’onore portato all’estremo. Dipende, perché come si suol dire tutto il mondo è paese. Il Giappone era uno stato amministrato dallo shōgun (un generale, formalmente nominato dall’imperatore ma nei fatti sovente più influente di quest’ultimo), dai quali dipendevano centinaia di daimyō, signori locali di rango militare – in pratica feudatari – che avevano ottenuto in amministrazione vaste porzioni di terra appartenenti allo stato. Sembrerebbe un controllo, una catena di comando rigida, tuttavia questi feudi erano dei centri di potere autonomi, con propri emissari doganali e tributari, un proprio codice di leggi penali, economiche e finanziarie, un proprio esercito spesso di migliaia di soldati. Si facevano guerra fra di loro e spesso persino contro lo stesso shōgun. Pensare che osservassero rigorosamente un divieto dell’imperatore o dello shōgun su questioni venatorie pare ben poco credibile, almeno finché non si impose la dittatura Tokugawa.

L’arciere e il cane.

Inoltre i giapponesi sapevano e sanno ben adeguarsi alle necessità concrete, anche se apparentemente contrastanti con le usuali regole. Per esempio, si sente spesso citare i cani “Akita Matagi” descrivendoli come un tipo di cani della popolazione matagi ma matagi in lingua ainu (che anticamente vivevano anche sull’isola di Honshū) deriva da matangi o matangitono che significano semplicemente “uomo d’inverno, cacciatore”. Il vero nome di quella popolazione vivente almeno dal IV secolo d.C. nel nord-est di Honshū, nella regione del Tōhoku (includente le prefetture di Akita, Aomori, Fukushima, Iwate, Miyagi e Yamagata), era emishi o ebisu. Una curiosità, cacciano ancora oggi l’orso in inverno, e per mantenere la tradizione, con tanto di rituali antichi, quasi sempre con la lancia come un tempo. Ovviamente oggi devono chiedere e pagare la licenza di caccia. A seguito del disastro nucleare di Fukushima nel 2011, lo stato vietò di commercializzare carne di orso per sei anni a causa dei timori di contaminazione.

Quando i giapponesi tentarono la conquista, subirono molte perdite e disfatte, perché il loro esercito di fanteria era imponente ma lento, mentre gli emishi erano grandi arcieri a cavallo, abilissimi a fare fulminee incursioni e scomparire velocemente. Inoltre erano cacciatori di religione animista – niente buddhismo o shintoismo – che coltivavano sì il miglio e l’orzo ma in inverno si nutrivano di carne, specie quella grassa dell’orso (che rintracciavano durante il letargo nelle loro tane grazie ai cani) che tanto serve ad affrontare climi rigidi come quello della regione del Tōhoku, più duro che in altre parti di Honshū a causa dell’effetto più forte del Siberian High, ossia l’aria fredda proveniente appunto dalla Siberia che scende anche sotto i – 40° C. Quanto fossero numerosi gli orsi lo si può capire dal fatto che l’Italia ha un’area di 301.000  km² e in tutto poco più di un centinaio di orsi (bruni) mentre il Giappone – 377.000 km² (comprendenti però anche migliaia di isolette), pur con il doppio della popolazione italiana – ha ancora oggi circa 10.000-20.000 orsi neri asiatici, senza contare quelli bruni (circa 4.000-11.000,  ossia molte volte più di quella di tutti gli Stati Uniti, e specie parzialmente protetta dal 1982) imparentati con quelli siberiani e nordamericani.

Ainu con cane, Hokkaidō.