I cani da presa sono stati utilizzati moltissimo nella caccia, e in certe aree avviene tuttora. In Italia, e non solo, il cane da presa italico ha avuto una grande storia fin dall’antichità nella caccia a prede decisamente ostiche e pericolose come il cinghiale, orso, cervo, lupo e pure tasso e istrice. Questi cani dovevano raggiungere e bloccare la preda fisicamente, addentandola ale orecchie, labbra, testicoli, coda o altre parti, tenendola ferma se possibile, in modo tale che il cacciatore potesse ucciderla colpendola con precisione e da vicino in un punto vitale con la lancia o con un lungo e affilato coltello. Non si poteva usare l’arco e le frecce poiché in quel groviglio urlante si sarebbe potuto colpire i cani invece della preda. Insomma, sia i cani sia il cacciatore dovevano essere coraggiosi, forti ed esperti. E se non lo erano, o erano sfortunati, potevano finire ammazzati.

Contrariamente a quel che pensano erroneamente alcuni, qualunque cane da presa utilizzato per la caccia all’orso – oggi vietata in Italia, essendo una specie protetta – si concludeva con l’uccisione del plantigrado, se adulto, solo grazie all’intervento dei cacciatori, in quanto ciò era al di là delle possibilità dei cani, anche se grandi, potenti e in muta. Si consideri che l’orso, seppure raramente, è in grado di predare persino i cinghiali adulti. https://www.youtube.com/watch?v=Y00vCIFmy1c

Caccia all’orso, opera di Francesco Gallo databile tra il 1790 e il 1806 della Real Fabbrica Fernandea, che si rifaceva sovente ad analoghe rappresentazioni del passato.

Un tempo in Italia i cani da presa venivano opposti ai cinghiali delle nostre sottospecie, relativamente più piccole di altre e indubbiamente molto più piccole di alcune, come quelle orientali presenti oggi anche da noi in quanto introdotte a scopo venatorio decenni fa. Tuttavia, questa caccia è sempre stata impegnativa e, fino all’avvento delle armi da fuoco, decisamente rischiosa. Nel periodo degli amori lo era ancor più, in quanto non solo i maschi erano (e sono) più bellicosi, ma anche più resistenti alle ferite.

In effetti i maschi in questo periodo, al fine di limitare le ferite durante i combattimenti tra loro per l’accoppiamento, aumentano una sorta di corazzatura sottocutanea detta “scudo”, che può avere uno spessore di 2-3 cm, e persino 5 cm nei verri più vecchi e grandi. Lo scudo si sviluppa già all’età di 9-12 mesi e la crescita inizia nella regione delle spalle e quindi aumenta per coprire un’area che si estende dalla base del collo alla parte anteriore dei fianchi, e dal centro della schiena fino alla parte superiore delle zampe anteriori. Lo spessore varia stagionalmente, essendo massimo proprio durante il periodo degli amori, ed è correlato positivamente con le condizioni corporee dell’animale.

Lo scudo nei verri (disegno di Jack Mayer).

Spessore dello scudo in un verro.

Perché abbiamo fornito questi dati? Per fare capire che coloro i quali impiegano cani da presa nella caccia al cinghiale – uso del resto antichissimo – li espongono a enormi rischi a fronte di scarsissime possibilità di nuocere gravemente alla preda, specie se inesperti e non protetti da corsetti di protezione. I lupi, predatori naturali del cinghiale, evitano i grossi maschi e, se riescono a separare un giovane esemplare dal branco, lo azzannano al ventre non protetto mentre uno di loro lo tiene pericolosamente con una presa al muso. La stessa lunghezza dei canini del lupo, circa 3 cm, non basterebbe a penetrare lo scudo del cinghiale, o lo farebbe di pochissimo. Non per nulla il predatore del più grande cinghiale, quello dell’Ussuri – ma quello dei Carpazi introdotto in Italia mediamente non è troppo lontano quanto a dimensioni –, è la tigre, con canini tre volte più lunghi di quelli del lupo.

Paragone fra il cranio di un gigantesco cinghiale dell’Ussuri di 354 kg con quello di un lupo adulto.

Per i motivi di cui sopra, la caccia al cinghiale ha sempre causato un alto numero di perdite tra i cani da presa, che dovevano essere sì coraggiosi e mordaci, ma pure prudenti ed esperti.

Mosaico romano, caccia al cinghiale. A sinistra si nota un cane da presa.

Sarà bene sottolineare che il cane da presa italiano è lo stesso – con solo qualche differenza a seconda di dove lo si utilizzava e per cosa  – di quello in uso per secoli nell’antica Roma con il nome di molosso romano. Solo decenni fa si decise di suddividerlo in due razze ossia il Mastino Napoletano e il Cane Corso, ma prima erano la stessa cosa, tanto che nell’elenco dei tipi di cani viene citato il C. Mastino o Corso anche nel testo Fauna del Regno di Napoli (1839, Azzolino e C., Napoli. pag. 11) di Oronzo Gabriele Costa, professore all’Università di Napoli. Ma il Cane Corso, inteso come varietà più atletica e veloce, atta alla caccia e alla guerra, del periodo romano era praticamente identico a quello medievale, rinascimentale e dei secoli successivi. C’è sempre stato, magari ancor più differenziato come nel caso dei sovente più piccoli Buccirisco Calabrese e Vucciriscu Siciliano. Grande o piccolo, snello e alto o basso e tarchiato, era sempre lui. A eccezione del molosso pesante, tutti potevano essere tranquillamente impiegati nella caccia “grossa”.

Molosso romano leggero, statua ritrovata in Egitto e risalente al dominio romano (30 a.C.-395 d.C.)

 

Cane Corso, statua di Romolo Ferrucci del Tadda (1544-1621).

Anzi, erano ricercati per le loro capacità. Il caso descritto di seguito è poco conosciuto, ma ricordiamo ai lettori che storicamente tutto è stato già scritto, solo che quei testi e documenti sono stati generalmente dimenticati e giacciono in raccolte, archivi e musei. Pertanto, quanto pubblichiamo di seguito non è affatto merito del nostro giornale ma è riportato nel  Saggio di codice diplomatico formato sulle antiche scritture dell’Archivio di Stato di Napoli (tre volumi e supplementi, Tipografia R. Rinaldi e G. Sellitto e Tipografia F. Furchheim, Napoli 1878-1883) dello storico e archivista Camillo Minieri Riccio (1813-1882), figlio del nobile abruzzese Giovanni Minieri e di Carolina Riccio, discendente di Michele, illustre storico e giureconsulto napoletano (1445-1515).

Il testo del 1878 di Camillo Minieri Riccio.

Nato, vissuto e morto a Napoli, Camillo Minieri Riccio divenne il primo bibliotecario della Biblioteca San Giacomo di Napoli, aperta nel 1865 e annessa alla Biblioteca nazionale di Napoli dieci anni dopo. Si dedicò a ricerche sulla storia napoletana, in particolare sul periodo angioino, consultando soprattutto la documentazione dei registri della Cancelleria angioina, presenti nell’Archivio di Stato di Napoli, del quale fu in seguito il direttore a partire dal 1874 e fino alla morte. Fu pure uno dei fondatori della Società napoletana di storia patria.

Grazie a lui sappiamo che Carlo I d’Angiò mobilitò un suo uomo di fiducia per riuscire a trovare in Italia dodici agognati Cani Corsi da usare per la caccia. Prima di raccontarvi nel dettaglio la vicenda, poco o nulla conosciuta, sarà bene chiarire che nel medioevo tutti i nobili, regnanti o no, erano patiti di caccia e quindi di cani. Bene, Carlo I d’Angiò era figlio del re di Francia Luigi VIII il Leone e di Bianca di Castiglia; Carlo e il fratello Luigi IX re di Francia (succeduto quindi al padre), sposarono le sorelle Beatrice e Margherita di Provenza e quindi divennero anche cognati, e viceversa per Beatrice e Margherita. La stessa cosa avvenne per le altre due sorelle di Beatrice e Margherita, ossia Eleonora e Sancha, che sposarono rispettivamente i fratelli Enrico III d’Inghilterra e Riccardo di Cornovaglia.

Statua di Carlo I d’Angiò, opera di Tommaso Solari (Palazzo Reale, Napoli).

Per chi invece non sapesse chi fosse  Carlo I d’Angiò, fu re di Sicilia dal 1266 fino alla sua cacciata dall’isola nel 1282 in seguito ai Vespri Siciliani, ma continuò a regnare sui territori peninsulari del Regno, con capitale Napoli, con il titolo di re di Napoli, fino alla sua morte avvenuta nel 1285. Fu pure re di Albania nonché re di Gerusalemme. Insomma aveva contatti con tutti, e buona parte di quei tutti erano di riffa o di raffa suoi parenti. Avrebbe potuto avere buoni cani provenienti da ogni dove, ma lui voleva proprio i Cani Corsi, e sapeva essercene di validissimi in Molise e nella Capitanata, in Puglia.

Fu così che il 5 giugno 1271 a Trani incaricò di trovarglieli a tutti i costi un suo uomo (e parente) di fiducia, il nobile nonché militare Giovanni de Nantolio, consegnandogli inoltre un suo ordine di massima collaborazione da esibire alle varie autorità al fine di reperire e requisire dodici cani da presa forti ed esperti alla caccia. Ecco l’ordine (Ici Reg. Aug.1271. B. n. 10. Fol. 114.): Scriptum est Castellanis Baiulis Iudicibus Magistris Iuratis, nec non et Universis baronibus seu nobilibus per Comitatum Molisii et Vallis Fortoris constitutis etc. fidelitati vestre precipiendo mandamus quatenus Johanni de Nantolio militi latore presentium ad requisitionem ipsius usque ad duodecim canes fortes ad succursum et ad venandum expertos pro parte nostra comandare curetis. In hoc autem etc. Datum Trani V Junii etc. (XIIII Indictionis).

Il testo dell’ordine di Carlo I d’Angiò, dal saggio di Camillo Minieri Riccio.

                                                                                                                      (Segue nella seconda parte)