di Giovanni Todaro*

Dieci anni fa, il 15 agosto 2011, moriva a Torino a 88 anni d’età Mario Messi, il creatore del Cane Lupo Italiano. Chi scrive, e che lo conobbe personalmente, vuole quindi ricordarlo. Anche se altri, a lui molto più vicini, avrebbero preferito non lo si facesse. Ma dal momento che riteniamo Messi di pari grandezza di altri della storia della cinofilia mondiale – da Max von Stefanitz del Pastore Tedesco a Luis Dobermann dell’omonima razza – crediamo che occorra raccontare di questo piccolo (minuto fisicamente, ma determinato e attivissimo), grande uomo. E, dobbiamo dirlo, grandissima fu anche tutta la sua famiglia, che insieme a lui negli anni affrontò disagi e problemi persino difficili da spiegare appieno.

Mario Messi non iniziò lui la razza, ma la plasmò. Come Max von Stephanitz ebbe da un altro il capostipite della razza del Pastore Tedesco – lo acquistò infatti con 200 marchi dall’allevatore Friendrich Sparwasser di Hanau, cambiando il nome del cane da Hektor von Linksrhein a  Horand von Grafrath – così Messi si procurò il suo capostipite Zorro da un’altra persona, un cacciatore che in Abruzzo aveva trovato un cucciolo di lupo appenninico, una femmina, e l’aveva adottata. Ricordiamo che a quei tempi il lupo era considerato un “nocivo” e pertanto era liberamente abbattibile. La lupa era cresciuta e si era accoppiata con un Pastore Tedesco di quella persona e Messi, saputa la cosa, aveva preso uno dei cuccioli, chiamato Zorro. A suo parere la madre lupa era una degli ultimi sopravvissuti della variante dell’alto Lazio del lupo appenninico (Canis lupus italicus), cosa che a dire il vero non ci vedeva d’accordo essendo, a nostro parere, la sottospecie italiana una sola e senza varianti fissate.

Una curiosità: così come Zorro era un ibrido intraspecifico (F1 di Pastore Tedesco x lupa), lo era pure  il Pastore Tedesco Horand von Grafrath, probabilmente un ibrido di quarta generazione (F4) discendente da un maschio di cane da pastore della Turingia accoppiato nel 1881 al Giardino zoologico di Stoccarda con una lupa lì rinchiusa.

1978, Mario Messi con Zorro, qui all’età di 12 anni (foto Segala).

Mario Messi, nativo di Bergamo, ex partigiano e valido schermidore per passione, era un alto dirigente bancario nonché grande appassionato di lupi. Raccontò: “A 33 anni lavoravo alla Banca Commerciale, ero primo condirettore, avevo centinaia di impiegati alle mie dipendenze. Ho avuto una grossa delusione finanziaria. Dopo una quindicina d’anni ho lasciato la banca. Certe persone mi avevano prospettato un determinato investimento. Sono stato imbrogliato, ci ho rimesso un sacco di soldi. Insomma, diciamo che gli uomini mi hanno tradito. Da allora preferisco occuparmi degli animali”.

Quando Messi si trovò davanti a quel cucciolo, ed era il 1966, capì di avere trovato qualcosa di eccezionale. Così raccontò: “Il cucciolo crebbe magnificamente, 70 cm al garrese, fisicamente similissimo alla madre lupa, ma con un temperamento equilibrato anche se molto vivace, fiero e orgoglioso; espansivo, coraggioso senza iattanza, conscio della propria forza, sottomesso per volontà non per servilismo, affettuoso con tutta la famiglia ma con una devozione specialissima, di cui potrei raccontare episodi significativi, solo per me”.

Messi non fu il primo, come invece si scrive, ad allevare una razza nata dall’accoppiamento tra cani (e sempre si è trattato di Pastori Tedeschi) e lupi: aveva iniziato nel 1932 l’olandese Leendert Saarloos, accoppiando un Pastore Tedesco da utilità e una femmina di lupo di origine siberiana/europea, aggiungendo nel tempo altri cani e altri lupi. La razza fu riconosciuta dalla FCI nel 1975 con la denominazione Cane Lupo di Saarloos; aveva fatto lo stesso nel 1955 Karel Hartl, colonnello dell’esercito cecoslovacco, utilizzando quarantotto esemplari di Pastore Tedesco e quattro lupi dei Carpazi, e la razza fu ufficialmente riconosciuta in Cecoslovacchia nel 1982 e nel 1989 dalla FCI. Entrambe le pur belle razze però, e soprattutto il Cane lupo di Saarloos, non si rivelarono infine adatte per compiti militari e di polizia com’era l’intendimento iniziale, e non vengono tuttora impiegate per queste finalità, se non in certi casi il Cane lupo cecoslovacco.

Cane Lupo Italiano e Cane Lupo Cecoslovacco (foto AAALI).

Cani Lupi Cecoslovacchi e Cane Lupo Italiano (foto Lorenzo Zani).

Una interazione meno pacifica, ma senza conseguenze, tra Tito, Cane Lupo Italiano,
e due Cani Lupi Cecoslovacchi (foto Giovanni Todaro).

A tutt’oggi il registro degli accoppiamenti del Cane Lupo Italiano non è completo – molto era nella memoria o negli scritti di Messi, in parte forse persi o forse non disponibili – ma nella discendenza di Zorro entrarono non solo consanguinei, ma anche lupi, almeno un altro. Chi scrive ne ebbe uno, di nome Vesuvio e curiosamente di manto nero focato (ma ne nascono anche melanici), nato dall’accoppiamento di un  Cane Lupo Italiano e una lupa.

Il Cane Lupo Italiano Vesuvio (foto Giovanni Todaro).

Comunque, a quanto si sa Zorro fu accoppiato con femmine di Pastore Tedesco opportunamente selezionate, e poi con le proprie figlie. I figli maschi non vennero utilizzati. Delle cucciolate successive vennero invece utilizzati tutti i soggetti, maschi e femmine. Ben presto fu constatato lo stabilizzarsi, nelle successive cucciolate, di caratteri intermedi e definitivi tra lupo e cane, che vedevano la componente lupina amalgamarsi con le doti indispensabili di domesticità e di adattabilità del cane alle più diverse situazioni scaturenti dalla convivenza con l’uomo.

Una curiosità: Mario Messi ebbe consigli sul da farsi da altri, infatti scrisse: “Il primo a cui aprimmo il nostro animo di neòfita (i nostri studi e le nostre ricerche si svilupparono, a valanga, di conseguenza) fu proprio Piero Scanziani (notissimo studioso del Mastino Napoletano N.d.R.) che, burbero e cordiale, ci fornì preziosi consigli che non abbiamo mai dimenticato. Come non ci scorderemo mai l’incoraggiamento che ci venne (solo, in quei tempi, dell’ambiente cinofilo) da Enrico Adinolfi, allora presidente del Gruppo Cinofilo Torinese e cinognosta di grande valore”.

Quando Messi creò la sede di Cumiana (TO), aveva a disposizione anche grandi recinti alberati e in uno di questi manteneva un piccolo branco di esemplari viventi allo stato semi-selvatico, ovviamente alimentato. Le femmine partorivano in buche da loro scavate nel terreno e si suppone che solo i cuccioli più forti si perpetuassero. Messi diceva che questi esemplari così selezionati fossero più forti e resistenti degli altri, e utili quindi per accoppiamenti con altri esemplari. Basti un solo esempio: una volta, per tentare di prendere un cucciolo, in più persone dovemmo avanzare e proteggerci con delle reti metalliche da letto, e ricordo bene gli attacchi della lupa inferocita.

Una curiosità: questi del branco erano comunque ben più savi di molte persone. Alcuni individui occasionalmente si liberavano dei propri cani legandoli nottetempo fuori dal canile. Uno di questi, incoscientemente, fece di più. Per sbarazzarsi di una giovane femmina di Dobermann la fece cadere entro la recinzione del territorio di questo branco. La Dobermann con ogni probabilità fu tanto lesta e saggia da sottomettersi subito ed evitare un attacco che sarebbe stato senza dubbio letale, e fu così che la mattina dopo fu scoperta lì dentro tranquilla, beata e senza neppure un graffio!

I primi Cani Lupi Italiani avevano sovente un aspetto marcatamente più lupino, con un pelo mediamente più lungo – i cosiddetti soggetti con pelo marsicano dal pelo mosso, che però ancora si presentano – e orecchie più piccole.

Zadig, tre anni. Notare l’aspetto molto lupino, incluse le orecchie (foto Mario Messi).

Cane Lupo Italiano degli anni recenti (foto AAALI).

Helena, foto del 2005 (foto AAALI).

Cane Lupo Italiano degli anni recenti (foto AAALI).

Il Cane Lupo Italiano era in direttiva di essere riconosciuto come razza dall’Enci. Messi scrisse: “Certo non si può negare l’interesse della nostra esperienza sotto il profilo strettamente cinofilo ed in tale ottica si inquadra la comunicazione, a cura dell’ENCI, alla Federazione Cinologica Internazionale (…) il che costituisce una premessa per l’ufficializzazione della razza (la dodicesima italiana) da parte degli organismi cinofili internazionali”. Tuttavia la cosa saltò, visto che il controllo del Cane Lupo Italiano – comunque mai commercializzabile per l’ETLI – doveva rimanere all’ente e non all’ENCI, che non era d’accordo.

La razza e la stessa ETLI furono però ufficialmente riconosciuti, su proposta del ministro dell’Agricoltura e delle Foreste, con il decreto  del  Presidente  della  Repubblica del 21 dicembre 1988. In pratica, l’ENCI è riconosciuta dallo stesso ministero, che la coordina, e identica cosa si verificava con l’ETLI, la cui razza del Cane Lupo Italiano era stata ufficializzata dallo Stato. Ergo, il Cane Lupo Italiana era una razza, ufficiale ma autonoma.

Per portare avanti il progetto, Mario Messi diede fondo ai suoi notevoli beni personali, e a quelli altrettanto cospicui della moglie, una gentile, paziente e raffinata signora che ancora ricordo piacevolmente. Messi e quindi la sua razza fu più volte aiutato – tra gli altri – economicamente e cospicuamente anche da alcuni agenti di borsa e operatori del mondo finanziario in quanto amici e appassionati del Cane Lupo Italiano. Ma portare avanti la razza era molto costoso: la creazione dell’allevamento di Cumiana (prima questi cani venivano tenuti in una sua grande villa del Bergamasco) con vasti spazi recintati e gabbie, il mantenimento di quelli che col tempo divennero ben 150 esemplari, il personale e così via.

Avrebbe potuto vendere i Cani Lupi Italiani, richiestissimi da tutto il mondo, a prezzi molto elevati. Lui stesso spiegò: “È il solo animale al mondo allevato senza scopo di lucro, anche se un cucciolo sul mercato avrebbe avuto un valore, in difetto, di circa 3 milioni di lire (del 1985, pari a cinque stipendi mensili di un operaio dell’epoca, quasi 8.000 euro totali di oggi N.d.R.). Se solo gli altri allevatori italiani avessero potuto accaparrarsi la riproduzione della razza sarebbe stato un giro d’affari gigantesco. Ma quel punto non si avrebbe più alcuna garanzia negli accoppiamenti. Sarebbe la fine della razza. Io e la mia famiglia abbiamo dato fondo a tutte le nostre risorse finanziarie, in questi anni, per far sopravvivere il Cane Lupo Italiano. Ora, quelle risorse sono esaurite. In questi anni ho portato avanti la mia battaglia a testa alta. Non sono mai sceso a compromessi con nessuno e non ho mai speculato sulla pelle della razza. Molte sono state le promesse, in questi anni, di aiuto e tante alla fine disattese (più volte furono stanziati fondi in leggi finanziarie dello Stato ma sempre bloccate all’ultimo momento N.d.R.). L’unico ente che ci sostiene, e che ringrazio, è la Regione Piemonte che, con un fondo a noi destinato, ci permette di respirare ma non di vivere”.

La linea perseguita e attuata era che questi cani venissero forniti alle forze dell’ordine e di soccorso, quindi per scopi di pubblica utilità, e pertanto che l’allevamento fosse supportato economicamente dalle istituzioni.

Messi creò l’Associazione Selezione  Originale  Lupo Italiano, sostituita poi dall’Ente Tutela Lupo Italiano (ETLI), che operava in forza del Decreto del Presidente della Repubblica del 21/12/1988 e del Disciplinare D.M. 20/4/1994 che stabiliva le sue competenze e sanciva il valore ufficiale dei suoi atti, assistito da una Commissione Scientifico Tecnica con funzioni di indirizzo e di controllo con due rappresentanti ministeriali e uno della Regione Piemonte presieduta dal prof. Attilio Bosticco. L’ETLI, ma anche ora l’associazione AAALI che gestisce la razza, disponeva che per motivi di tutela genetica non poteva essere commercializzato né riprodotto al di fuori dell’ETLI. In presenza di adeguate motivazioni poteva essere affidato in base al Protocollo ufficiale e sotto il controllo dell’ente.

Intanto i Cani Lupi Italiani operavano a fianco degli agenti del Corpo Forestale dello Stato nei servizi anti bracconaggio, in operazioni di polizia sul territorio e controllo di persone sospette, così come nella protezione civile.

Lougy, affidato a Joceline Pointeau, volontaria francese dell’AUI, Action d’Urgence Internationale, dopo il terremoto del Cairo nel ’92 individuò e salvò una persona che era sotto le macerie da tre giorni e mezzo. I sepolti vivi dell’alluvione di Sarno nel 1998 furono individuati da Ari e Clea, un maschio di 7 anni e una femmina di 6. Vinco, un maschio di tre anni, fu tra i primi ad arrivare nella capitale turca devastata da un sisma nel ’99 e lavorò con la stessa Pointeau per quattro giorni senza mai fermarsi. A parità di tempo, per le slavine il Cane Lupo Italiano è in grado di esplorare una zona otto volte più estesa di quella controllabile da venti uomini muniti di sonde da valanga.

Terremoto in Emilia Romagna, 2012, un po’ di riposo per il soccorritore e il Cane Lupo Italiano.

“Capitano Ultimo”, l’ufficiale dei Ros che arrestò Totò Riina, ebbe in affidamento Apache, sua inseparabile guardia del corpo e lo ricorda così: “Apache, il lupo italiano che ha disegnato sogni stupendi nel nostro cuore”. Anni fa diverse persone notarono un cucciolo vicino a una persona nei pressi della caserma dei Carabinieri in via Moscova a Milano. L’uomo era Ultimo, il cane era Apache.

Apache.

I problemi economici però peggioravano sempre più. Nel 2002 a Il Giornale dichiarò: “Mi sono mangiato persino la cascina che tenevo per me nel Monferrato. Ho fatto montagne di debiti. Quanto ho speso in tutto? Dieci miliardi di lire di sicuro. Dallo Stato ho ricevuto qualche centinaio di milioni. Bazzeccole. Il contributo regionale è di 50 milioni annui, sempre regolarmente messi a bilancio. Ormai siamo all’emergenza più nera. A fine luglio il capo di gabinetto del ministro dell’Agricoltura ci aveva dato per sicura la firma di un finanziamento di circa 110mila euro per coprire le spese più urgenti: mai visti. Bisognerebbe utilizzare subito il mezzo milione di euro già assegnati dalla legge finanziaria 2002 a favore del lupo italiano. Campo perché sono, anzi ero, molto ricco di famiglia”.

Addirittura nel 2006 il centro di Cumiana era ormai vuoto (ma gli esemplari erano disponibili attraverso gli affidatari). Nel 2007 arrivò pure una campagna politica di un gruppo di ecologisti della Regione Piemonte che chiese alla giunta di bloccare i contributi all’ETLI e di effettuare un esame scientifico per stabilire l’esatta identità della razza poiché, secondo i risultati di una ricerca scientifica da loro commissionata alla Camera di commercio di Torino (!), la parentela genetica tra il Cane Lupo Italiano e quello selvatico sarebbe stata assai lontana e addirittura inesistente. Che è un’assurdità. Ironia della sorte, in quello stesso anno, in occasione delle Olimpiadi invernali di Torino, la razza divenne il cane ufficiale dell’evento.

L’associazione AAALI, che per decreto ministeriale dal gennaio 2012 detiene il Registro Anagrafico Ufficiale, dichiara che il Cane Lupo Italiano ha una quota di DNA lupino intorno al 30-35% – quindi al livello del Cane Lupo Cecoslovacco – e le analisi furono effettuate  dall’Istituto per la Difesa e la Valorizzazione del Germoplasma Animale di Milano del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il dato ci è stato confermato dal veterinario dottor Roberto Barani, responsabile dell’Ufficio centrale AAALI. Questa quota evidenzia l’accoppiamento dei Cani Lupo Italiani ancora con lupo, come scritto sopra, in quanto l’accoppiamento tra un cane e un lupo produce cuccioli con il 50% di sangue lupino (quindi Zorro, morto nel 1980 a oltre 14 anni d’età) che però si abbassa al 25% circa nel caso di accoppiamenti ulteriori di Zorro con altri cani, e quindi con le femmine di Pastore Tedesco. Da quel momento, se non si aggiungono ulteriori accoppiamenti con cani, la quota rimane quella. Ma se si dichiara un 30-35% di sangue lupino nella razza è ovvio che ci fu una ulteriore immissione grazie all’accoppiamento di Cane Lupo Italiano con lupo.

Messi, ormai vecchio, temeva che la sua dipartita e i ritardi del governo gli impedissero di portare a termine quella che considerava la sua missione: “Spero che il buon Dio mi lasci il tempo di sistemare con i politici il destino del lupo italiano”. Purtroppo morì la moglie, Luciana Ferrero, e da quel giorno Mario Messi perse la voglia di vivere. Nel 2010 lo stato decise di sopprimere l’ETLI, che fu messo in liquidazione dal prefetto di Torino. Messi a un certo punto cessò di mangiare e bere, nonostante la cura dei figli. Morì il 15 agosto del 2011. L’anno dopo la gestione del Cane Lupo Italiano fu affidata all’associazione AAALI.

Foto scattata nel 1993 durante l’assegnazione al Castello di Bardi di una coppia di Cani Lupi Italiani.
A sinistra Mario Messi e di fronte, col maglione chiaro, Giovanni Todaro, autore di questo servizio.

* Giovanni Todaro, giornalista, direttore del giornale K9 Uomini e Cani.