Non sappiamo da quanto tempo esista la malattia virale della rabbia, detta anche idrofobia, ma è antichissima e certamente fa parte dell’esperienza degli esseri umani e dei loro animali domestici da prima dello sviluppo del linguaggio scritto.

Essendo la rabbia un virus, la sua nascita risale alla notte dei tempi. Poiché sono poco più che frammenti di materiale genetico delle dimensioni di una molecola circondati da un rivestimento proteico protettivo, i virus sono troppo piccoli e delicati per lasciare tracce preistoriche nei reperti fossili. Per questo motivo, non sappiamo in quale stadio della biologia evolutiva siano sorti: se prima che la vita monocellulare si sviluppasse, oppure successivamente o magari contemporaneamente. Non sappiamo neppure se classificarli come “vita”, in quanto questi agenti infettivi non respirano ossigeno, non hanno bisogno di ingerire e metabolizzare i nutrienti, mancano di una struttura cellulare e non sono in grado di riprodursi senza un organismo ospite. Tutto ciò che possono fare è autoreplicarsi  usando i geni di una cellula ospite ma – attenzione – essendo soggetti alle leggi della selezione naturale si trasformano in diversi ceppi di se stesso e quindi mutano. I virus sono le entità biologiche più abbondanti del pianeta, superando di gran lunga tutte le altre messe insieme e sono noti per infettare tutti i tipi di vita cellulare di terra, mare e aria, inclusi insetti, piante, batteri e funghi.

Il virus della rabbia.

Il cosiddetto spillover, ossia la trasmissione tra specie diverse, è la capacità di un virus estraneo, una volta introdotto in un individuo di una nuova specie ospite, di adattare il suo codice genetico a un ambiente sconosciuto, infettare quell’individuo e diffondersi in una nuova popolazione ospite. Quindi, a un certo punto nel tempo, un agente virale batterico deve essere entrato nella specie di qualche creatura proto-mammifero, ne ha superato le difese immunologiche e poi è diventato patogeno. Circa 55 milioni di anni fa, nel periodo Eocene, apparvero i veri diffusori del flagello della rabbia e cioè i Chirotteri, vale a dire i pipistrelli.

Non sappiamo da quando, ma i responsabili furono loro. E, potremmo dire, senza pagarne dazio, visto che i pipistrelli sono immuni alla rabbia, la veicolano e basta. Questo chiarimento è necessario, prima che qualcuno si metta ad ammazzare pipistrelli, che sono animali inoffensivi, basilari in natura perché mangiano legioni di insetti notturni (e soprattutto moltissime zanzare) e che sono pure giustamente super protetti dalla legge. Anzi, meglio scrivere subito che la  rabbia in Italia non esiste, tanto che l’obbligo del vaccino antirabbico per tutti i cani con nazionalità italiana è decaduto dal 2013 quando il ministero della Salute inoltrò una nota all’Associazione nazionale medici veterinari italiani (ANMVI) dopo il conseguimento per lo Stato italiano dello status di Paese indenne da rabbia, visto che l’ultimo caso accertato risale al 14 febbraio del 2011, individuato in una volpe in Provincia di Belluno.

Dopo i pipistrelli, circa 12 milioni di anni dopo, apparvero i primi animali caniformi (simili a cani) e feliformi (simili a gatti). Attenzione, non erano né cani né gatti (arrivati molto dopo), ne avevano solo in qualche modo alcune fattezze. Ma ovviamente la rabbia aveva un sacco di specie da infettare, praticamente tutte quelle a sangue caldo, tranne gli uccelli che sono immuni. Infatti, nel 1884, durante le sperimentazione per cercare un rimedio, si provò a infettare artificialmente gli uccelli con la rabbia, ma i volatili si dimostrarono in gran parte, se non del tutto, asintomatici e guarirono. In seguito sono state scoperte alcune specie di uccelli che hanno sviluppato anticorpi contro la rabbia dopo essere stati nutriti con mammiferi infetti.

Di solito il virus è presente nel tessuto nervoso e nella saliva di un animale sintomatico, motivo per cui il morso di un animale rabbioso – o portatore – è pericoloso. Oltre ai pipistrelli infetti, gli animali che presentano il maggior rischio, pure per l’uomo, sono procioni, volpi, puzzole, lupi, coyote, cani, gatti, furetti, scimmie, manguste, bovini, caprioli e chi più ne ha più ne metta. Fortunatamente – essendo miliardi di esemplari sul pianeta – i piccoli roditori come topi, ratti, scoiattoli, criceti, e lagomorfi come conigli e lepri, in natura non sono quasi mai stati trovati infettati con la rabbia e non sono noti per poterla trasmettere agli esseri umani. A livello globale sono i cani che rappresentano la maggior parte dei casi di rabbia nell’uomo causati da un morso di animale, perché sono tanti e stanno vicini e insieme a noi.

Pipistrello.

Le forme di rabbia sono praticamente due: furiosa e paralitica. La prima è quella più frequente negli esseri umani e causa iperattività, idrofobia (che colpisce l’80% delle persone infette), aerofobia e, una volta manifestatasi, porta entro pochi giorni alla morte per arresto cardio-respiratorio. La seconda forma di rabbia invece, quella paralitica, provoca una lenta paralisi che progredisce fino al coma e alla morte.

Il virus della rabbia viene trasmesso attraverso lo scambio di sangue o saliva da un animale infetto (la saliva può trasmettere la rabbia anche entrando in contatto con bocca, naso o gli occhi) e molto raramente attraverso la respirazione dei gas in fuga dalle carcasse di animali in decomposizione. La contrazione del virus in questo modo tuttavia può verificarsi, specie in grotte con grandi popolazioni di pipistrelli, dove il virus è diffuso. Si ritiene che la trasmissione senza morso del virus della rabbia sia dovuta all’inalazione aerosol di saliva di pipistrello, urina e feci, infatti le goccioline contenenti il virus possono passare attraverso le mucose negli occhi, nel naso, nella bocca o nell’intestino. Esperimenti nei primi anni ’60 del veterinario Denny Constantine in Texas dimostrarono la trasmissione del virus a coyote e volpi che erano stati collocati in gabbie all’interno della Frio Cave, famosa grotta ricca di pipistrelli (circa 20 milioni di esemplari) e ricolma di guano che genera una foschia di ammoniaca. Nonostante le reti di protezione tutti gli animali testati contrassero la rabbia. Nel 1967, il virus della rabbia fu isolato dall’aria di questa grotta e la trasmissione aerea dai pipistrelli fu dimostrata poiché il virus venne isolato dalla mucosa nasale dei pipistrelli lì viventi, delle specie pipistrello dai capelli d’argento (Lasionycteris noctivagans) e pipistrello tricolore (Perimyotis subflavus). Si ritiene che il ceppo del virus della rabbia in queste specie sia particolarmente virulento.

Come scritto, la rabbia è un virus, della specie Rabies virus e che fa parte del genere Lyssavirus comprendente altre dieci specie differenti. Concretamente significa follia e morte atroce per le vittime, tanto che “rabbia” deriva dal latino rabies, “follia”, e  Lyssavirus deriva dal greco antico Λὐσσα, ossia lyssa, da lud o “violento”. La personificazione mitologica greca della rabbia era appunto Lissa.  A quanto ne sappiamo la prima menzione scritta della rabbia fu nelle Leggi di Eshnunna (circa 1930 a.C.), con caratteri cuneiformi incisi su tavolette di argilla e che descriveva nel dettaglio le punizioni per le persone che permettevano ai propri animali divenuti rabbiosi, e soprattutto dei kalbum segum (cani rabbiosi), di ferire gli altri. Infatti la legge prescriveva: Se un cane è rabbioso e le autorità hanno portato il fatto a conoscenza dei suoi proprietari e se non viene quindi custodito, morde un uomo e ne causa la sua morte, il proprietario deve pagare i due terzi di una mina (ossia 40 sicli N.d.A.) in argento. Se il cane rabbioso morde uno schiavo e causa la sua morte, dovrà pagare 15 sicli d’argento. Evidentemente la vita di uno schiavo valeva meno, ed era purtroppo la norma in quei tempi. Eshnunna è la trascrizione dell’antico nome di una città-stato sumerica nella bassa Mesopotamia, nei pressi dell’odierna Ba’quba, nel governatorato iracheno di Diyala.

Un testo medico indiano di circa il 400 a.C., intitolato Sushruta Samhita, invece trattava della rabbia identificando correttamente alcuni aspetti della malattia, specificando che il morso da parte di un animale causava all’uomo la perdita delle sue facoltà umane. I rimedi consigliati dal Sushruta Samhita ovviamente erano del tutto inutili, come il cauterizzare la ferita e cospargere con burro che poi il paziente era costretto a bere, con l’aggiunta di un impasto di sesamo applicato nella ferita.  Ma forse la cauterizzazione immediatamente dopo avere subito una ferita leggera qualche cosa avrebbe potuto ottenere. Se la ferita fosse invece stata grave, con il virus giunto in profondità, sarebbe stata tutt’altra storia.

Le Leggi di Eshnunna.

La rabbia era ben nota anche agli antichi egizi. In alcuni dei primi documenti sulla malattia, c’è un geroglifico raffigurante un uomo che è stato morso da un cane e che mostra i segni della follia associati alla rabbia. Pure i greci la conoscevano, e capirono che si trattava di una malattia trasmessa ad altri attraverso una sorta di veleno contenuto nella saliva, che quindi era infetta. Raccomandavano che le persone morse venissero sottoposte a coppettazione – ossia un’aspirazione locale sulla pelle attraverso il risucchio pressorio all’interno di vasetti – o che un’altra persona tentasse di aspirare il veleno dalla ferita, purché quella persona non avesse ferite alla bocca. In alcuni casi c’era l’uso di bruciare la ferita con sostanze caustiche o addirittura con il fuoco con l’obiettivo di uccidere o neutralizzare il “veleno” (ossia il virus).

La rabbia pare sia arrivata in Grecia nel V secolo a.C. L’antico tempio di Atena a Rhocca (Creta) era noto per i cani rabbiosi della zona e la stessa Atena veniva invocata per curare le vittime umane della rabbia. Verso il 200 d.C., lo storico romano Eliano (165/170 circa-235) descrisse un esperimento per curare alcuni giovani che erano stati morsi da cani rabbiosi vicino a Rhocca, le cui rovine si trovano a sud di Methymna, Creta: un medico somministrò l’acido gastrico tossico dei cavallucci marini ai suoi pazienti nel tentativo di contrastare il “veleno” del cane pazzo. Questo primo tentativo di combattere il veleno  (virus) con un altro veleno anticipò i principi di vaccini, chemioterapia e venomica, ma purtroppo in quel caso fallì e i ragazzi morirono.

Eliano osservò che il morso di un cane rabbioso poteva impregnare la stoffa di saliva mortale, causando infezione di seconda mano a chiunque entrasse in stretto contatto con esso (in presenza di ferite aperte). Aggiunse che questo strano veleno lo si sarebbe potuto usare contro i nemici, per esempio spalmando la saliva di cane rabbioso – contenuta nelle succitate stoffe – sulla punta delle frecce. Se il colpito non moriva subito, sarebbe comunque morto dopo, che come discorso bellico non fa una grinza.

L’abbondante salivazione di un cane rabido.

Ci avevano però già pensato in India quasi sei secoli prima, e difatti il trattato Arthashastra scritto da Kautilya (371 a.C.-283 a.C.) descrive come realizzare molti diversi tipi di frecce avvelenate. Una ricetta prevede la miscelazione di varie tossine con il sangue di un topo muschiato: Chiunque trafigga questa freccia sarà costretto a mordere dieci compagni, che a loro volta morderanno altre dieci persone. Insomma, pare di vedere un film di zombi, perché la linea è quella, io ti mordo e anche tu diventi zombi, mordiamo altri e pure loro lo diventano e così via… L’implicazione è che secondo l’Arthashastra e Kautilya stesso, i topi muschiati erano un vettore della rabbia in India, e avevano del tutto ragione. L’altra ricetta della freccia avvelenata prevedeva che il sangue di un uomo e una capra inducano una follia pungente, che suona come sangue di uomo e capra affetti da rabbia.  Su questo tema ci hanno fatto negli ultimi anni pure dei film, come Quarantine del 2008. https://www.youtube.com/watch?v=iYCwlnZ0HVI

Circa duemila anni dopo l’idea fu rispolverata da Leonardo da Vinci (1452-1519), il quale immaginava una bomba biologica contenente zolfo, arsenico, veleno di tarantola, rospi tossici e la saliva di cani idrofobi. In seguito, nel 1650, il generale di artiglieria polacco Kazimierz Siemienowicz prese in considerazione un’idea simile, con l’inserimento in sfere di vetro o argilla vuote di panni intrisi di saliva di cani rabbiosi. Le si sarebbe lanciate con catapulte sul nemico per provocare (le sfere impattando a grande velocità andavano in frantumi scagliando intorno affilate schegge infette) “epidemie” di rabbia, copiando quel che facevano i mongoli nel medioevo catapultando dentro le città assediate i cadaveri dei morti di peste. Il bello è che nel suo Artis Magnae Artilleriae del 1650, un testo che fece scuola per due secoli, il generale precisa: E soprattutto, non costruiranno globi avvelenati, né altri tipi di invenzioni pirofoliche, in cui non si introdurrà alcun veleno (…) non li impiegheranno mai per la rovina e la distruzione degli uomini, perché i primi inventori della nostra arte consideravano tali azioni ingiuste tra loro, come indegne di un uomo di cuore e di un vero soldato. Forse Siemienowicz aveva fatto proprio il diffuso detto “Fate quel che dico, non fate quel che faccio”…

Tornando all’antichità, sarà bene ribadire che i tentativi di trovare una cura per la rabbia erano del tutto infruttuosi, così come altri tentati con praticamente le più disparate e inutili misture e miscugli concepibili e immaginabili. Il medico romano Aulo Cornelio Celso (25 a.C. circa-45 d.C. circa), autore del trattato De Medicina che faceva parte del compendio sulle scienze antiche De Artibus, tra i vari rimedi contro la rabbia ipotizzò, oltre alla cauterizzazione, l’applicazione di sale e cetriolini in salamoia sulla ferita; far fare al paziente un bagno turco per farlo sudare fino al limite della sopportazione per permettere alla ferita di spurgare il “veleno”; l’applicazione di un panno intriso di vino sulle ferite; inoltre, avendo notato che gli affetti da rabbia pur avendo sete non sopportavano di bere l’acqua (la malattia per l’appunto si chiama anche idrofobia), affrontò il problema con il rude metodo romano, consigliando di buttare il paziente in acqua in modo che, se non sapeva nuotare, sarebbe affondato e avrebbe bevuto e se invece nuotava comunque un po’ avrebbe bevuto, a costo di tenergli la testa sott’acqua. Celso, molto concretamente, consigliava però di non farsi troppe illusioni e in tal caso che era meglio lasciare morire il poveretto senza tentare di tirarla troppo alla lunga. Ergo, meglio affogarlo.

Sempre nel I secolo d.C. il medico romano Scribonio Largo nella sua opera Compositiones, pubblicata verso il 47-48, riferì che la Sicilia era frequentemente assediata da cani rabbiosi, affermando che la malattia era sempre fatale nell’uomo.

Lo scrittore e naturalista Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), citò invece questo metodo: se una persona cominciava a dare segni di avere contratto la rabbia e a temere l’acqua, tra le altre cose si doveva mettere sotto di lei una striscia di stoffa intrisa di sangue mestruale. Poi la si spremeva un po’ in una tazza e le si faceva bere il contenuto. Infatti gli antichi romani credevano che i cani diventassero “folli” (come già scritto, dal latino rabies, “follia”) dopo aver assaggiato i fluidi mestruali, e quindi per combattere la malattia si poteva tentare di fare all’inverso con i fluidi mestruali fatti bere al paziente a mo’ di contraccettivi. Plinio il Vecchio era ben al corrente di che flagello fosse la rabbia, tanto che scrisse Rabies canum homini pestifera est, ossia L’idrofobia dei cani è letale per l’uomo. Altri erano meno pessimisti, visto il detto Rabies est terribilis morbus canum, sed interdum etiam homines contaminat e cioè La rabbia è una terribile malattia dei cani, ma talvolta contamina anche gli uomini.

Sempre Plinio, nella sua Naturalis Historia, Liber Xiii, 63, scrive che il rischio di cani rabbiosi aumenta con la canicola, ossia il gran caldo, e che i cani una volta morsi vengono curati nei trenta giorni successivi mescolando letame di pollo al loro pastone (evidentemente se in quel lasso di tempo la rabbia non si era manifestata ed era ancora in incubazione). Se invece la malattia si era manifestata si usava l’elleboro o la radice della rosa silvestre, ossia la rosa canina. Tuttavia Plinio non scrive che guariranno… Però racconta che i pastori amputano con un morso la coda ai cuccioli di 40 giorni d’età e che questo tiene lontana la rabbia. Plinio il Giovane, nipote di Plinio il Vecchio, invece consigliava di curare la vittima inserendogli nella ferita le ceneri dei peli della coda nonché della testa del cane (o dell’animale) rabbioso che lo aveva morso, ovviamente dopo averlo ucciso. E comunque consigliando pure di mettere il paziente in punti ventilati con aria buona, massaggiandone gli arti e coprendolo  con vestiti puliti e caldi nelle parti ferite.

Lucio Giunio Moderato Columella (4-70) ci coglie perfettamente quando descrive un cavallo rabbioso – si dice anche rabido – nell’opera De re rustica, 6, 35: Si tratta di un fenomeno raro, ma è nota anche la rabbia che viene alle cavalle quando, vedendo nell’acqua la propria immagine, prese da vana passione, dimenticano il cibo e si consumano fino a morire consunte dal desiderio. Sintomi di questa autentica pazzia sono correre per i pascoli come se fossero stimolate, guardare continuamente intorno, come cercando e non trovando qualcosa. In pratica, l’animale ha sete e va all’acqua istintivamente ma poi ne rifugge, non mangia, è preso da frenesia, finché muore. Ricordiamo che la rabbia colpisce anche i cavalli. Nel II secolo il medico romano Sorano di Efeso  riconobbe che il contatto con l’animale poteva essere l’unico motivo della rabbia. Descrisse inoltre alcuni sintomi come il polso irregolare, la febbre, l’incontinenza, il tremore e l’involontaria eiaculazione.

Nel periodo romano quindi senza dubbio la rabbia causava vittime, ma era solo una delle tantissime sciagure che potevano capitare a chiunque. Nell’alto medioevo, periodo in cui il crollo romano aveva portato anche a una ben minore organizzazione e a un aumento delle foreste che venivano sfruttate massicciamente per la raccolta di frutti di bosco e l’allevamento di maiali e altro bestiame – quindi con maggiori possibilità di entrare in contatto con la fauna selvatica, inclusi gli esemplari rabidi – la diffusione della rabbia supponiamo sia aumentata. La specie più pericolosa in tal senso era il lupo a causa della capacità e tendenza a vagare su vaste aree, diffondendo la malattia e provocando numerose vittime umane. Inoltre le ferite causate dal lupo erano più gravi e quindi la saliva nei sopravvissuti all’attacco penetrava più in profondità.

Ricordiamo comunque che la rabbia era presente praticamente ovunque e non solo in Italia, come riportano i tre principali esponenti della medicina medievale islamica e cioè Abū Bakr Muḥammad ibn Zakariyyā al-Rāzī (Persia),  Abū ʿAlī al-Ḥusayn ibn ʿAbd Allāh ibn Sīnā (Persia) e l’arabo Abū Marwān ʿAbd al-Malik ibn Zuhr. Il primo di questi scrisse: C’era con noi in ospedale una sorta di uomo che abbaiava la notte e poi morì. Un altro non beveva acqua, ma quando dell’acqua gli veniva portata, non ne aveva paura, ma diceva che puzzava. Poi un altro paziente quando vedeva l’acqua rabbrividiva e tremava finché non gli era portata via. Il secondo medico, ibn Sīnā, scrisse che secondo lui il caldo e il freddo erano responsabili dell’aumento della rabbia nei cani e che una delle cause era il consumo di acqua e carne infetta. (Segue nella seconda parte)

XII secolo, cura di un ammalato di idrofobia.