I cani, così come il bestiame, fin dall’antichità seguivano gli spostamenti dei popoli con le loro zampe, e ben difficilmente con altri mezzi. Nel caso degli eserciti i cani, quelli da guerra, potevano essere condotti con la fanteria oppure in gabbie poste su carri nel caso di esemplari di particolare ferocia. Analogamente all’interno di gabbie, e di certo non liberi, questi cani venivano trasportati sulle navi. Quelli che seguivano la fanteria, trattenuti col guinzaglio dai loro gestori, forse erano muniti di museruole, ma è solo una supposizione in quanto l’archeologia non ci ha finora fornito reperti che diano dati in tal senso. Infatti esistevano i collari e i guinzagli, di corda, ma a quanto sembra non le museruole. Tuttavia, quelle per i cavalli certamente furono usate anche nell’antichità e quindi pare strano che non ne siano state ideate pure per i cani. I cani trasportati sulle navi venivano alimentati durante i lunghi viaggi e di sicuro lo faceva in modo organizzato l’esercito romano, così come la marina militare, che avevano specifiche razioni alimentari, rappresentate dal panis furfureus, una grossa pagnotta di crusca – un sottoprodotto della macinazione di frumento, orzo, segale, avena e altri cereali – che veniva data al cane così com’era o più spesso ammollata nell’acqua o brodo. Pensato proprio per l’alimentazione dei cani, questo pane doveva essere non molto peggiore del panis militaris castrensis fornito ai legionari e al panis nauticus della marina militare. Insomma, contrariamente a quel che si crede, il mangime per cani lo inventarono gli antichi romani migliaia di anni fa… I cani quindi durante il trasporto ricevevano cibo e acqua, così come oggi durante i trasporti non deve mancare la ciotola dell’acqua e le crocchette.

Si narra che Maewyin Succat (divenuto poi San Patrizio), nato nella Britannia romana intorno al 385 d.C., sia stato rapito quando aveva 16 anni dagli uomini del re irlandese Niall, e poi venduto come schiavo a Muirchu, re del Dál Riata, territorio anch’esso popolato da genti irlandesi. Fu utilizzato per sei anni come pastore, in compagnia del solo cane, ma infine riuscì a fuggire con l’intenzione di raggiungere la Gallia. Trovò un’insperata possibilità in una nave all’ancora che proprio dalla Gallia era giunta per fare un carico di grandi cani irlandesi (i progenitori dell’Irish Wolfhound), molto richiesti e che potevano garantire un buon guadagno. Visto che Succat non aveva il becco di un quattrino per pagarsi il viaggio, stava per essere allontanato quando però il comandante della nave notò che quel ragazzo ci sapeva fare con i cani stipati nella stiva e sul ponte. Poiché l’equipaggio della nave non voleva avere a che fare con quegli animali giganteschi che, seppure in gabbia o legati, erano pronti a mordere chiunque – erano più di cento, raccolti qua e là nella zona –, il comandante gli offrì il passaggio gratis purché si occupasse in toto dei cani. E così fu.

Un carico di cani.

Questo sistema di trasporto continuò per secoli e sappiamo che anche le navi dei conquistadores spagnoli alla volta dell’America li imbarcavano. Ogni drappello di conquistadores infatti aveva una dotazione di 20 cani da guerra, trasportati insieme ai cavalli e al bestiame, soprattutto maiali. Molte navi furono invece necessarie per fare affluire in America, provenienti dalla Spagna, 220 soldati, viveri, munizioni e attrezzature, centinaia di cavalli, molti più maiali e addirittura 900 cani da guerra poi messi in campo nel 1540 da Gonzalo Pizarro alla conquista di una parte dell’Amazzonia, dove si credeva fosse il mitico El Dorado.

Cani sulla tolda della nave.

Essendo il migliore amico dell’uomo – e ricordiamolo, il primo animale domestico –, il cane va dove si sposta l’uomo. E se le zone sono acquitrinose o ricche di fiumi e laghi, pure il cane veniva e viene trasportato con canoe e barche, in qualsiasi continente. Nel Nord America i nativi li portavano nelle canoe non solo per spostarsi insieme, ma in certi periodi anche per procurarsi il cibo. Infatti in determinati casi gli scoiattoli attraversano numerosissimi i fiumi per gli accoppiamenti o in cerca di nuovi territori e per un cane, più veloce nel nuoto, è facile raggiungerli e agguantarli. Parrà strano, ma lo scoiattolo è diffusissimo e abbondante, molto saporito e nutriente, e viene mangiato ancora oggi non solo in America.

Nativo nordamericano algonchino su canoa con cane.

La stessa cosa avveniva e avviene da molte migliaia di anni in Africa e soprattutto in Asia, dove la popolazione vive anche in zone molto piovose, ricchissime di corsi d’acqua e in cui le famiglie abitano addirittura in villaggi composti da case galleggianti. Così come in occidente nella vita quotidiana noi trasportiamo i cani in automobile, là lo fanno con barche di vario tipo.

Borneo.

Anche nel mondo occidentale i cani venivano e vengono trasportati con imbarcazioni, soprattutto in ambito venatorio in quanto là dove c’è molta acqua e un dedalo di canali è impossibile cacciare senza barca come mezzo di trasporto e senza cane come ausiliario nel riporto in acqua. Non per nulla le razze canine di tal tipo sono oltre una ventina. E anche se non si trattasse di tale tipologia di cani, la barca è fondamentale per trasportarli agevolmente, senza farli stancare inutilmente e mantenendo così le energie durante le lunghe e difficoltose cacce.

Hunting Dogs in Boat (Waiting for the Start), 1889 , di Winslow Homer (1836-1910).

Ritornando ai trasporti su nave, in Francia durante la Prima guerra mondiale ci si rese conto che servivano assolutamente cani da traino, in quanto molto efficienti ed economici poiché undici cani, con una coppia di uomini, potevano trasportare una tonnellata di materiale persino in montagna. Addirittura, due squadre di sette cani ciascuna potevano fare il lavoro di cinque cavalli. L’iniziativa andò subito avanti in gran segreto, e doveva avere straordinari appoggi visto che il ministero della Guerra fu informato del progetto il 5 agosto del 1915 e che il ministro Millerand lo approvò appena due giorni dopo, il 7. Si potrebbe pensare che i tanto necessari cani venissero reperiti in Francia o al massimo in qualche stato alleato confinante, visto che allora ce n’era ancora disponibilità e tra l’altro di ottimi come quelli del Belgio. Invece si scelse di andarseli a prendere in Alaska, ben 400 cani e 40 slitte. Il costo dell’iniziativa, del resto, si disse fosse inferiore a quello di 100 unità di muli. Furono inviati subito due ufficiali indicati come esperti, il capitano Louis Moufflet e il sottotenente Renè Haas, entrambi del 119° Territorial d’Infanterie, mentre intanto a Nome i fornitori radunarono 106 cani, le relative slitte e bardature nonché due tonnellate di  salmone essiccato e cinque tonnellate di biscotti speciali (i cani dovevano mangiare per tutto il viaggio). Poi furono caricati su un treno a Seattle e giunsero in Quebec, dopo avere fatto numerose soste per fare sgranchire le zampe ai cani. Dopo 3.000 chilometri totali, i fornitori si incontrarono con il capitano Moufflet, il quale fece notare che i cani erano solo 106 e non i 400 pattuiti. Dopo un’attesa di due settimane, la relativa e frenetica ricerca ne fece raccogliere anche di più, ossia 436.

Il problema fu però che i cani non erano ancora stati addestrati a non abbaiare, e il capitano della nave “Poméranien” non voleva certo attirare, pur se in modo inconsueto, l’attenzione dei sottomarini tedeschi in agguato lungo tutta la traversata. Si capirà che nelle immensità dell’oceano sia abbastanza difficile sentire cani abbaiare, e che la cosa etimologicamente più vicina, il pescecane, non lo fa affatto… Il capitano voleva metterli nella stiva, ma ci si oppose per i miasmi che avrebbero respirato. Alla fine si decise di tenerli all’aperto, sul ponte, contenuti a gruppi di due o tre in casse di legno munite su una parete di grate. Fra l’altro, le casse sarebbero servite da cucce una volta in Francia, nei Vosgi. Il capitano della nave fece però giurare ai francesi che i cani non avrebbero mai abbaiato, e quello lo fecero. Incredibilmente, anche i cani mantennero la promessa… Fu così che la nave, procedendo a zig zag, giunse a Le Havre. Anche nei trasporti civili, come durante la spedizione scientifica russa del 1912-4 del tenente maggiore Georgii Iakovlevich Sedov (1877-1914) nell’Artico, i cani imbarcati  nell’agosto del 1912 sulla nave a vela Saint Martyr Foka furono tenuti in gabbie all’aperto, sulla tolda.

Una delle gabbie con cani sulla tolda della nave Saint Martyr Foka, 1912
(foto VK Arseniev Primorsky Regional Unified Museum a Vladivostok, Russia).

Non è detto che i cani trasportati con le navi dovessero sempre essere in gabbia o legati, in quanto se si conoscevano non sorgevano gravi scontri tra loro, comunque subito interrotti dall’esperto personale che li accompagnava e che quasi sempre erano i loro conduttori, come nel caso delle spedizioni scientifiche. Da notare nella foto il ponte della nave Roosevelt ricolmo dei cani da slitta utilizzati per la spedizione al Polo Nord di Robert Peary nel 1908-9. I cani imbarcati erano ben 246 e per la loro alimentazione durante l’impresa furono caricate ben 64 tonnellate di carne di balena oltre alla carne e grasso di 50 trichechi.

La nave Roosevelt con i cani in coperta, 1908.

Un mezzo di trasporto dei cani era – e in minima parte ancora è, in determinate aree e occasioni – il cavallo. Alcuni cani pregiati venivano portati su cavalli nell’ambito delle grandi battute di caccia delle steppe orientali, durante le quali molte migliaia di cacciatori circondavano un’enorme area spingendo davanti a loro la selvaggina più mobile e uccidendo quella raggiunta. Facendo così, serravano infine la trappola in uno spazio relativamente ristretto e sterminavano tutta la selvaggina, o finché non ritenevano di avere scorte di carne sufficiente. Nel caso di selvaggina molto veloce aizzavano i cani – esemplari velocissimi e di grande valore, che non si voleva gettare nella mischia insieme agli altri cani da caccia – che fino a quel momento erano rimasti in groppa al cavallo.

Turkmenistan, uomo e cane su cavallo.

Altri tipi di cani da caccia, ossia i piccoli terrier, venivano portati in piccole borse durante la caccia alla volpe in Gran Bretagna. Infatti i terrier, piccoli e dalle zampe corte appositamente perché dovevano potere entrare nelle tane dei tassi e soprattutto delle volpi, non avrebbero mai potuto sostenere per lunghi percorsi l’andatura dei cavalli e delle mute di segugi al galoppo e pertanto bisognava portarli. Non solo, dopo che il terrier era entrato nella tana della volpe e aveva combattuto contro di lei, ne usciva sporco di terra (impregnata dell’odore della volpe) e ugualmente coperto dell’odore di questo selvatico e tale stimolo rischiava di essere troppo per la muta di decine di segugi eccitati e in quel momento poco gestibili. Insomma, il terrier rischiava di essere confuso con una volpe e finire sbranato. Molto più prudente infilarlo nuovamente nella sacca e portarlo via così. https://www.youtube.com/watch?v=y9WEr75qce4

Borsa a tracolla con terrier.

I cani, di norma Pastori Tedeschi, venivano portati dalle guardie di frontiera sovietiche all’interno di una sorta di cesta montata sul cavallo. Lo scopo era semplicemente quello di non fare stancare inutilmente il cane durante le lunghissime perlustrazioni a cavallo di territori spesso ostici. In caso di necessità il cane balzava dal cavallo ed era perfettamente fresco e in forze. Lo stesso fanno oggi le guardie di frontiera russe (segue nella seconda parte).

Guardia di frontiera sovietica a cavallo con cane in groppa.