di Claudio Balducci*

Era una calda mattina della tarda primavera 1998 quando, in una expo canina, vidi per la prima volta un Fila Brasileiro dal vivo. Già da qualche tempo, sulla stampa specializzata, si decantavano le molteplici qualità di questo possente molosso venuto dal Brasile, raro a vedersi e definito come un “guardiano incorruttibile”. In realtà pochi erano i soggetti in circolazione e non più di tre o quattro allevatori, pionieri della razza in Italia, si cimentavano in sporadiche cucciolate. L’unico soggetto presente e che sfilava dentro al ring, di un bel colore fulvo dorato, appariva piuttosto massiccio seppure esprimesse, allo stesso tempo, un evidente senso di eleganza per via dell’insolita andatura felina nei suoi movimenti. Groppa più alta del garrese, sguardo anelante continuamente rivolto al conduttore, e lunghe orecchie penzolanti, così poco tipiche dei molossi in genere, che non davano certo la sensazione di trovarsi di fronte ad un cane che potesse essere diffidente o propenso alla guardia.

Fila Brasileiro, 1988, Cafib (Clube de Aprimoramento do Fila Brasileiro).

Ma mai impressione fu più sbagliata, e la smentita arrivò di lì a poco. Volevo informazioni sulla razza quando, fatti alcuni passi di troppo in direzione sua e del suo padrone, che fortunatamente lo teneva ben saldo al guinzaglio, con una inaspettata e fulminea reazione l’aspetto si fece minaccioso, lo sguardo improvvisamente buio e penetrante e dalle sue fauci partì un potente ringhio. Col senno di poi, son certo che sarebbe bastato un insignificante gesto da parte mia per farlo partire all’attacco.

A settembre dello stesso anno arrivò in casa la prima femmina, dopo poco tempo il maschio. Entrambi con evidenti segni di atipicità, frutto di quell’immissione di altre razze tanto praticata nelle decadi del 1970/1980 e mai sopita. Tarchiata e pesante, di tipo mastino napoletano lei, alanoide lui. Seppure caratterialmente pieni di fascino, questi erano i Fila presenti nell’Italia di quel periodo. Gli approfondimenti che ne sono seguiti hanno poi segnato l’inizio di una lunga storia che, con il prezioso aiuto di alcuni amici ed estimatori della razza, mi hanno accompagnato fino ad oggi nel percorso di ricerca della “bellezza funzionale” tipica del vecchio Cão de Fila cresciuto e sviluppatosi nelle grandi fazende brasiliane dei primi decenni del secolo scorso.

Fila Brasileiro, Brasile, circa 1900-1910.

Da quel tempo sono passati diversi lustri, i soggetti in circolazione restano pochissimi, gli allevatori ancor meno di allora e possedere un Fila è un privilegio, almeno dal mio punto di vista, di cui un numero davvero ristretto di persone può fregiarsi. Possederlo, allevarlo e nel contempo conoscerlo e rispettarne le sue più profonde peculiarità, partendo da un patrimonio genetico che tenga presenti i ceppi di origine e le funzionalità per cui è stato selezionato, è ancora più raro.

Stiamo parlando di una razza la cui innata diffidenza (o avversione che dir si voglia, ojeriza la chiamano nella sua terra d’origine) verso gli estranei lo porta a essere un eccellente cane da guardia, dote a cui è imprescindibilmente legata, e necessariamente deve essere corrisposta, la totale e assoluta devozione verso il padrone, la famiglia e le “sue” cose. Un altissimo esempio di fedeltà che in Brasile viene sintetizzato nel detto fedele come un Fila. Diffidenza e fedeltà dunque, due presupposti che indicano la presenza congiunta sia di un forte temperamento che di un grande equilibrio emozionale, necessario in un cane di quella mole. Un concentrato di patrimonio genetico che nasce da lontano e che si è tramandato tenacemente fino ad oggi, quando sia ben selezionato. E per buona selezione intendo l’opera di tutti coloro i quali si sono sempre prodigati, e si prodigano tutt’ora, per mantenere intatte le caratteristiche originarie della razza che, a mio parere, sono sintetizzabili in tre punti fondamentali: tipicità, intesa nell’insieme delle originarie componenti morfologico-caratteriali, equilibrio e salute. E nessuno dei tre fattori può mancare, tutti e tre debbono essere compresenti.

Esiste pochissima documentazione sulle origini della razza e riguardo ad un possibile percorso evolutivo si è per lo più teorizzato seppure, a mio avviso, dando eccessivo peso al contributo genetico di cani inglesi. E’ alquanto singolare infatti che non siano stati presi in debita considerazione gli antichi cani europei presenti nella penisola Iberica, area da cui sono partiti i conquistadores che hanno poi colonizzato tutto il sud America fin dal XVI secolo. Non lo si può assumere come certezza, ma credo sia impensabile immaginare che i cani presenti in quelle terre, quali l’Alano Spagnolo, il Fila di Terçeira e probabilmente anche il Sabueso Spagnolo, non abbiano avuto un ruolo importante e determinante nella formazione del Fila Brasileiro, considerando che proprio il Brasile è stato fin dalla sua scoperta una colonia di esclusivo dominio portoghese. Inoltre, per la sua propensione alla custodia delle mandrie, è ipotizzabile anche l’apporto di cani da pastore. Come, se e quando ciascuno di essi sia potuto intervenire nella formazione del Fila resterà ben difficile, in ogni caso, da individuare e da accertare.

Resta comunque il fatto che elementi come determinazione, coraggio, struttura, agilità, adattabilità, affidabilità, fiuto e propensione alla caccia grossa sono un’eredità consolidata e tramandata da nobili antenati, chiunque essi siano stati, e che in seguito la natura, il tempo e l’uomo hanno amalgamato e consolidato fino a consegnarci quello che oggi viene riconosciuto come un compagno affidabile e un cane da guardia per eccellenza.

Il Cão de Fila, apparso sulla scena cinofila brasiliana intorno agli anni 1920/1930, era un grosso cane rustico e di grande tempra che viveva all’interno del paese, con una presenza concentrata sopratutto negli stati del Minas Gerais, Goias e Mato grosso dove, proprio i portoghesi, avevano creato i maggiori insediamenti per la presenza delle molte miniere d’oro. Lavorava con l’uomo nelle fattorie accudendo il bestiame, cacciando e dimostrandosi molto determinato nella protezione della proprietà. Il Fila era in sostanza un cane rurale, molto versatile e conosciuto a fondo solo dagli uomini che lo utilizzavano nella conduzione delle cosiddette “Fazendas” e contro cui mai si sarebbe rivelato aggressivo in quanto facenti parte del “suo” mondo. Sempre libero e in branco, cosa che gli ha permesso di mantenere fino ai giorni nostri nel proprio bagaglio genetico una grande tolleranza nei confronti di ogni altro piccolo o grande animale che comunque faccia parte del suo ambiente abituale, era in grado di percorre lunghe distanze al seguito delle mandrie durante i vari spostamenti.

Ecco perchè ancora oggi, quando guardiamo un Fila, dobbiamo scorgerne il profilo forte e potente, ma atletico e senza eccessi. Non si percorrono decine di chilometri con masse eccessive, pelle debordante o, ancor peggio, arti corti o troppo angolati. Il “miglioramento” che le varie associazioni di tutela della razza mettono al primo posto nei loro statuti non dovrebbe significare un aumento indistinto della “quantità” corporale nel suo insieme, aspetto ormai da tempo tanto valorizzato sui ring ma che, per quanto mi riguarda, dovrebbe contemplare la valorizzazione di tutti quegli aspetti “qualitativi” che lo rendono tipico. Nello Standard redatto nel 1978 da Paulo Santos Cruz, considerato il padre della razza, alla voce peso si parla di 50 kg circa per un maschio e 40 kg circa per una femmina. Possiamo considerare certamente i mutati fattori ambientali e alimentari occorsi nel tempo come elementi che ne abbiano potenziato un po’ i contorni, ma un Fila dovrebbe continuare ad assomigliare solo ad un Fila.

Le “sigle” dei Club restano pur sempre sigle, ma senza la serietà delle persone che ne fanno parte e che allevano, non si può preservare nulla. Capita spesso, infatti, che il pubblico tenda a guardare gli ultimi soggetti prodotti in alcuni allevamenti importanti, magari attratti in qualche modo dalle mode, non si faccia poi un confronto con i cani delle origini, ed ecco che il patrimonio genetico, cucciolata dopo cucciolata, rischia di disperdersi. C’è inoltre da aggiungere che lo Standard del Fila risulti essere tra i più interpretati a livello personale, sia nell’allevamento che nel giudizio, piuttosto che seguito nelle sue linee generali, spesso ben dettagliate.

Dopo il periodo dei mastinoidi, mai comunque usciti di moda, negli ultimi tempi si è fatto largo il tipo segugioide che tanto fa presa sul pubblico. Le orecchie del Fila devono avere forma a “V” e risultare attaccate all’altezza dell’occhio quando il cane sia in riposo. Avere la pelle lassa non dovrebbe significare averne oltre a quella necessaria per avvantaggiarsi e rigirarsi qualora il cane fosse attaccato. E ancora, il garrese posizionato più basso della groppa, è “la linea superiore che, dal garrese, sale dolcemente e senza avvallamenti verso la groppa” e non deve quindi raggiungere dislivelli tanto accentuati al punto che, in taluni casi, si presentano più somiglianti alle pendenze di una pista da sci. Il mio timore purtroppo è che si concretizzi quella che in campo economico, mi si perdoni la deformazione professionale, è conosciuta come la Legge di Gresham, il cui assunto parte dal fatto che la moneta cattiva, alla lunga, scaccia la buona.

Duquesa, Allevamento Fila del Toro.

L’augurio è dunque che natura e uomini di buona volontà insieme provino a ribellarsi. Concludo con la citazione di un’amica: “Il Fila Brasileiro ha due anime, una per la sua famiglia e una per gli estranei”. E aggiungo: gli estranei che incontrano un Fila, è bene che stiano in guardia.

 

* Claudio Balducci, titolare dal 2004 dell’affisso “Fila del Toro”. Associatosi nel 2009 a UNIFILA (União de Criadores e Selecionadores do Fila Brasileiro), ne è divenuto dal 2013 uno dei responsabili organizzativi per l’Europa all’interno del team di rappresentanza.