di Nino Azzolin*

Pastore dell’Anatolia, Kangal, Karabas, Akbas, Malak, Coban  Kopegi. Chiunque si sia interessato ai cani turchi da protezione del gregge ha sentito almeno una volta uno di questi nomi. La lunga polemica sul fatto che questi nomi indichino razze differenti o siano modi diversi di chiamare lo stesso cane,  iniziò in occidente poco dopo le prime importazioni degli anni ’60 ed è culminata a giugno del 2018 con l’adozione da parte della FCI di una nuova denominazione e di un nuovo standard che di fatto non ha risolto la situazione, dato che è cambiato il nome della razza, lo standard non ammette più certi colori (che sono comunque nel patrimonio genetico della razza e continueranno ad apparire), ma i cani sono gli stessi e per la FCI appartengono sempre ad un’unica razza di pastori turchi.

Coppia di Coban  Kopegi.

Dal 1989 la FCI riconosceva questa razza col nome di Cane da pastore dell’Anatolia, dal turco coban kopegi (cane del pastore) con cui questi cani sono da sempre conosciuti in tutta la Turchia.  Anatolia indicava la provenienza geografica della razza piuttosto che quella politica, dato che in Anatolia diverse minoranze etniche utilizzano e allevano questi cani, in particolare la minoranza kurda. Lo standard n° 331 prevedeva tutti i colori, pelo da corto a semi-lungo e una leggera variabilità (analogamente a quanto succede nei pastori del Caucaso e dell’Asia Centrale), ispirandosi alla popolazione pastorale turca precedente la standardizzazione del Karabas/Kangal da parte degli allevamenti statali turchi e della massiccia propaganda in favore di una nuova razza monocolore.

Nel corso degli anni ci sono stati vari tentativi da parte di club in diversi paesi di ottenere la divisione della razza Pastore dell’Anatolia per colori o di ottenere il riconoscimento di Kangal e PDA come razze distinte: Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica e più recentemente la Gran Bretagna hanno adottato la soluzione delle due razze, ignorando l’evidenza storica e i risultati degli studi genetici dei professori Malcom B. Willis e Roy Robinson che, incaricati dal Kennel Club inglese, erano arrivati alla conclusione che Pastore dell’Anatolia e Karabas/Kangal sono un’unica razza che semplicemente ha preso negli ultimi decenni due direzioni selettive. La FCI, che deteneva il patronato dello standard non essendoci in Turchia un ente cinofilo prima del 2006, ha sempre mantenuto la soluzione della razza unica, salvo cambiare nome e standard alla stessa, appunto, nel 2017. L’ente cinofilo  turco, il KIF, nato  nel 2006, ha riconosciuto in patria tre razze: il Kangal, L’Akbas e il Malak (turkish mastiff). Divenuto membro FCI, il KIF ha richiesto il riconoscimento del Kangal come razza distinta dal PDA  in ambito internazionale, ma l’iter previsto dalla FCI come sappiamo avrebbe richiesto molti anni, oltre che un certo numero di linee di sangue non imparentate ecc, requisiti che una razza di nuova creazione non può avere.

Spettacolare esemplare del passato.

A questo punto la FCI, per non scontentare il nuovo partner turco, ha aggirato l’ostacolo affidando il patronato della razza PDA al KIF. E’ così che il KIF come ente cinofilo del paese d’origine della razza, nonostante questa si sia sviluppata in occidente, ha deciso di cambiarne il nome  da PDA a Kangal e di apportare importanti modifiche allo standard che ha comunque mantenuto lo stesso numero, il 331, ottenuto col riconoscimento del 1989. Il risultato è un mostro della cinofilia: abbiamo adesso migliaia di cani che si chiamano Kangal ma che di fatto sono di vari colori e di taglia maggiore di quella prevista  dal nuovo standard.

L’ente cinofilo turco, in un delirio di onnipotenza, ha emanato una circolare ai vari enti cinofili nazionali intimando di togliere la registrazione e il pedigree ai cani che non aderiscono al nuovo standard, cani che in certi casi hanno fino a 10 – 12 generazioni di antenati conosciute! Chiaramente questo non è fattibile, i libri genealogici sono una cosa gestita dagli enti cinofili nazionali, mentre gli standard un’altra, e quindi di fatto esistono oggi dei Kangal che hanno regolare pedigree, possono riprodursi ma non possono partecipare alle esposizioni perché di colori non più ammessi o per difetti minimi come per esempio una macchia bianca sulla nuca o sulla canna nasale. Una razza con secoli di storia nel paese d’origine e diffusa da oltre 50 anni in tutto il mondo è stata cancellata con un colpo di spugna con uno stratagemma.

I tentativi fatti da gruppi di allevatori europei, americani e australiani di discutere la situazione con la FCI, hanno trovato un muro davanti: la FCI ha dirottato le nostre richieste al KIF quale  detentore dello standard, ma il KIF si rifiuta di dialogare se non con gli enti cinofili nazionali. A questo proposito devo dire che le mie due lettere scritte all’ENCI non hanno avuto risposta, e anche enti cinofili di altri stati hanno ignorato le richieste di intercedere presso il KIF, mentre alcuni hanno avuto dai turchi risposte arroganti e nessuna apertura al dialogo. Un buon compromesso sarebbe stato quello di mantenere il Pastore dell’Anatolia e prevedere al suo interno le varietà di colore come per esempio per i pastori belgi, ma il vero obbiettivo del KIF era quello di cancellare 50 anni di storia della razza avvenuta senza il loro intervento (non esisteva un ente cinofilo né un interesse per i cani in Turchia fino agli anni più recenti), razza che loro, ignorando la realtà pastorale e la storia, considerano un’invenzione occidentale.

Lo standard attuale, che vedremo più avanti nei dettagli, è ora ristretto a un unico colore, ma non esiste nessuna evidenza documentabile a riprova che il colore del mantello sia  mai stato un criterio di selezione per i cani dei pastori,  né che il nome Kangal storicamente indicasse una razza a sè; il colore fulvo con maschera nera (karabas) è predominante nella popolazione aborigena, ma non esclusivo. Esistono invece numerose prove documentali comprovanti che in Turchia è sempre esistita un’unica grande popolazione di cani da protezione del bestiame, variabile per quanto riguarda il colore e tessitura del mantello. Questi stessi cani erano e sono tuttora conosciuti e chiamati a seconda del colore o dell’area di provenienza; quindi  per esempio un cane fulvo con maschera nera era conosciuto come Karabas in tutta la Turchia, un Kangal era un cane di qualsiasi colore proveniente dall’area di Sivas Kangal, così come un Karapinar, un Tuzkoy o un Aksaray erano cani originari di queste ultime province. Un cane bianco era conosciuto tradizionalmente come Akit o Akkus in tutta la Turchia, e cani bianchi sono presenti da ovest a est e nascono nelle stesse cucciolate dei fulvi e di tutti gli altri colori e non esistono popolazioni di cani esclusivamente bianchi.

E’ comune a molte realtà pastorali in tutto il mondo chiamare i cani a seconda del loro colore, ma questo non ne fa razze distinte. Il termine Akbas (testa bianca) fu coniato negli anni ’80 in America dall’allevatore e importatore David Nelson il quale lo presentò come una razza antica da lui stesso scoperta nell’ovest della Turchia e distinta dal Kangal e dal Kars (altri nomi da lui coniati). Ci sono in realtà anche leggère variabilità di costruzione oltre che di colore e tessitura del mantello nella razza indigena Coban Kopegi, ma non sufficienti perché si possa parlare di razze distinte, e soprattutto sono presenti in tutta la Turchia e addirittura nella stessa regione ci possono essere notevoli differenze tra i cani di due villaggi o di due branchi differenti. E’ la normalissima e sana variabilità genetica presente in tutte le razze indigene di pastori custodi, ed è la norma in Anatolia. Esistono anche alcune varianti regionali, ma non così marcate come si pensa, dato che gli spostamenti di uomini e animali hanno sempre favorito gli scambi genetici in un’area, l’Altopiano dell’Anatolia, priva di barriere geografiche. Le valli di tipo alpino isolate tra loro esistono solo in un’area ristretta della regione del Mar Nero.

Un esemplare dell’Allevamento Turk Aslan.

Le origini e la storia meno recente di questi cani sono controverse, e ritengo sia molto difficile addentrarsi in questo argomento senza rischiare errori, approssimazioni e omissioni. Tuttavia cercherò di dare qualche informazione al riguardo.

C’è chi è propenso a un’origine centroasiatica dei cani turchi e al loro ingresso in Anatolia al seguito dei clan turchi durante la grande migrazione del VII secolo d.C., ma abbiamo una grande quantità di materiale iconografico che testimonia la presenza di cani di tipo molossoide in Mesopotamia e in Anatolia a partire da 3.000 anni prima di Cristo, come per esempio i famosi bassorilievi del palazzo del re Assiro Assurbanipal a Ninive, o la placca in terracotta di Nimrud o i molossi che cacciano  i leoni e i cavalli selvatici nei cilindri di Uruk.

Ma i ritrovamenti più interessanti riguardano Catal Huyuk, la piu antica città conosciuta, vicina alla città turca di Konya, in Anatolia centro-meridionale. Gli abitanti di questa città rasa al suolo da un incendio 8.000 anni fa, gli hittiti, erano parte di un impero che per grandezza non era secondo a quello egizio e assiro. Una grande quantità di ritrovamenti archeologici di questa città si può ammirare al Museo delle civiltà anatoliche di Ankara. Ai più bassi livelli degli scavi di Catal Huyuk sono stati ritrovati scheletri di bovini e cani. Non è chiaro se la pecora sia stata addomesticata in questo periodo, ma sono stati trovati i resti di manufatti di lana. Ossa di maiali sono state trovate insieme a quelle di lupi e leopardi. Sappiamo, come detto sopra, che già 8.000 anni fa i cani erano usati per la caccia e per la guardia agli insediamenti umani. Potrebbe essere questa l’origine dei cani da custodia delle greggi e del nostro Coban Kopegi? Alcuni studiosi turchi, tra cui Guvener Isik, non concordano con la classificazione fatta dall’ente cinofilo nazionale e secondo loro la popolazione dei cani da gregge anatolici sarebbe riconducibile a tre gruppi distinti e cioè:

1) I cani di tipo Kangal  presenti in Anatolia centrale da almeno  8.000 anni, originari dell’Asia Centrale, con caratteristiche ben definite come il pelo prevalentemente corto, tratti molossoidi e colorazione variabile: dalle  tonalità di fulvo (boz) fino al grigio acciaio (yagiz), bianco (akyaka) e i più rari nero e tigrato (karayaka). Il nome Kangal legato all’omonima cittadina dell’Anatolia centrale deriverebbe da Kangli, nome di una tribù turkmena stabilitasi nella regione nel 1071. Kangli significa costruttori di carri ed è usato anche per indicare i carri trainati da buoi.

2) Il secondo gruppo secondo questi autori è costituito dai cani dei pastori nomadi conosciuti come cani Yoruk. Sono presenti in tutta la Turchia, anch’essi sarebbero stati introdotti intorno all’anno 1000 dai nomadi turkmeni provenienti dall’Asia Centrale. Yoruk in turco significa nomade. Questi cani presentano colori e tipo di pelo molto variabili, sono agilissimi e dal forte carattere.

3) Il terzo gruppo sarebbe rappresentato dai cani del nord-est dell’Anatolia, massicci, soprattutto a pelo lungo di tutti i colori, poco adatti ai climi caldi e ben adattati ai terreni montagnosi. Secondo questi autori sarebbero assimilabili ai cani da pastore caucasici.

Dato che non è mai esistito un tipo di allevamento organizzato in Turchia, tutti questi cani sono strettamente legati gli uni agli altri e hanno origini comuni, tantopiù che il principale criterio di selezione per questi cani è sempre stato legato alla funzionalità e non all’aspetto estetico.  Avvicinandoci alla storia  recente, la  testimonianza scritta più antica è quella di Evliya Celebi, scrittore, musicista e poeta del 17° secolo che descrive così una parata dei Giannizzeri, l’armata privata dei sultani ottomani: Conducono con doppie o triple catene grandi cani della taglia di un asino e fieri come i leoni delle savane d’Africa; i loro nomi sono Palo, Matasko, Alabas, Salbas, Turaman, Karaman, Komran, Sarhan, A’n, Zerkeh, Wejan, Yartan, Wardiha, Geldiha, Karabas, Alabarash e Boreh. Questi cani sono ricoperti da ricchi mantelli, collari d’argento e collari con punte di ferro intorno al collo. Alcuni di essi indossano armature. Essi assalgono non solo i lupi che entrano nei recinti e negli ovili, ma attaccherebbero persino i draghi e si butterebbero nel fuoco. I pastori tengono molto alla purezza dei loro cani e pagherebbero molte piastre per la monta di uno di questi soggetti.  In un altro punto l’autore ribadisce: I pastori danno una pecora per la monta di uno di questi cani, e per un cane di Samsun, un cane da pastore della vera razza, pagherebbero 500 pecore.

Giannizzero con cane.

I cani di Samsun secondo l’autore erano originari di Kastamonu, sul Mar Nero, ed erano ritenuti i più pregiati,  degni di partecipare alle parate in onore del sultano. Dai loro nomi si evince che erano di vari colori, e non venivano da Sivas. Un altro riferimento documentale, questa volta pittorico, è una miniatura a colori ricca di particolari del pittore ottomano di corte Vehbi che si trova nel Palazzo del Topkapi a Istanbul e rappresenta una parata del 1720 in onore del Sultano Ahmed III. All’interno della sfilata dei pastori, dei cuochi e dei pellai è ritratto un gruppo di pastori con alcuni montoni coperti da pregiati mantelli, e un cane, che sorprendentemente non è fulvo e non ha una maschera nera, ma è grigio, a pelo piuttosto lungo e orecchie amputate. (segue nella seconda parte)

Giannizzeri e cane, opera di Jacopo Ligozzi.