(Segue dalla prima) Quattro anni dopo, nel 1941,  tre cercatori d’oro trovarono dei resti sulla riva del vicino fiume e quindi chiesero l’intervento della polizia. Lo sceriffo John J. Buckley organizzò un’ispezione nella zona che portò al ritrovamento di ossa umane sparse in giro e di  un fucile, una pala, uno zaino lacerato, parte di un sacco a pelo e articoli di abbigliamento che la moglie riconobbe essere del marito. Vicino allo scheletro di una mano c’era ancora un coltello da caccia Bowie che aveva estratto. Lo stesso triste riconoscimento dei resti lo fece Edward, fratello di Bill. Il Grande Nord, e molto probabilmente un orso grizzly, si erano ripresi “Wild” Bill Shannon.

Un orso grizzly.

Seconda tappa, da Tolovana a Manley Hot Springs (50 km, pari a 31 miglia): musher, Edgar Kalland. Kalland, essendo nato il 18 ottobre 1904, aveva solo 21 anni quando partecipò all’impresa. Per metà canadese e metà athabaska, era un solitario. I cani erano i suoi migliori e fedeli amici. Era arrivato a Minto (nella zona dove Shannon si era fermato a riposare) da poche ore, quando il suo datore di lavoro gli parlò dell’epidemia di difterite, dicendogli che – se voleva partecipare – il punto d’incontro era Tolovana. Kalland era già un esperto musher del servizio postale e accettò subito, ripartendo verso le 17 con i suoi sei cani verso il punto di sosta.

Ricevuto il siero da Shannon verso le 11 del mattino del 28 gennaio, partì immediatamente, attraversando in 5 ore una zona di foresta. La temperatura era salita a -31°C, tuttavia quando intorno alle 16 dello stesso giorno arrivò a Manley Hot Springs, il musher che doveva sostituirlo, Dan Green, per liberargli le mani dovette versare dell’acqua sui guanti, che si erano talmente congelati da rimanere saldati alla slitta. In seguito divenne un esperto costruttore di barche fluviali nonché comandante, ma nel 1958 subì un intervento chirurgico al ginocchio che lo costrinse a cessare la sua passione per le slitte ed i cani. Riferendosi a quell’impresa, molti anni dopo dichiarò: Cosa noti quando hai 20 anni? Non noti nulla. Adesso ci penso. Come sono sopravvissuto? Morì nel maggio 1981 a Kaltag, Yukon-Koyukuk, Alaska, all’età di 77 anni.

Edgar Kalland.

 Terza tappa, da Manley Hot Springs a Fish Lake (45 km, pari a 28 miglia): musher, Daniel L.  Green.  Green, un ventenne mezzosangue athabaska, partì intorno alle 16 del 28 gennaio e nella sua tappa affrontò una temperatura di -30°C, ma con vento di circa 30 Km/h che peggiorava la situazione. I cani durante il viaggio a un certo punto si aggrovigliarono e quando si tolse i guanti per liberarli ebbe un leggero congelamento.

Quarta tappa, da Fish Lake a Tanana (42 km, pari a 26 miglia): musher, Johnny Folger. Nativo della tribù indiana Tanana, cacciatore di pellicce, viaggiò col buio il 28 gennaio, mantenendo comunque una buona andatura. In seguito Folger morì e suo figlio Roy, che aveva allora 5 anni, fu adottato da Sam Joseph, il successivo musher dell’impresa.

Quinta tappa, da Tanana a Kallands (55 km, pari a 34 miglia): musher, Sam Joseph. Cacciatore di pellicce, era un indiano Tanana di 35 anni e aveva una slitta trainata da sette Alaskan Malamute. Anche lui corse al buio, il 29 gennaio, con una temperatura di -38°C, coprendo il percorso con  notevole velocità.

Sesta tappa, da Kallands a Nine Mile Cabin (39 km, pari a 24 miglia): musher, Titus Nikolai. Era un athabaska, non si sa di più.  Corse il 29 gennaio.

Settima tappa, da Nine Mile Cabin a Kokrines (48 km, pari a 30 miglia): musher, Dan Corning. Corse il 30 gennaio con una buona andatura di circa 12 km/h.

Ottava tappa, da Kokrines a Ruby (48 km, pari a 30 miglia): musher, Harry Pitka. Mezzosangue athabaska, piccolo e vigoroso, era corriere postale. Aveva una muta di sette cani molto veloci e grazie anche alle migliorate condizioni climatiche procedette al buio alla velocità di quasi 14 km/h. Corse il 30 gennaio.

Nona tappa, da Ruby a Whiskey Creek (45 km, pari a 28 miglia): musher, Bill McCarty, cane capomuta Prince. La sua tappa fu resa ancora più difficile da una bufera di neve violentissima, ma Prince non mollava e gli altri sei cani (tutti e sette Alaskan Malamute prestati da Alex Brown, ben conosciuti da Bill) non furono da meno. La bufera cessò dopo circa un’ora, c’erano -22°C. Quando intorno alle 10 del mattino arrivò a Whiskey Creek c’era una folla di gente ad aspettarlo. Una donna corse ad abbracciarlo, baciandolo e gridando: Dio ti benedica! Corse il 30 gennaio.

Decima tappa, da Whiskey Creek a Galena (39 km, pari a 24 miglia): musher, Edgar Nollner,  cane capomuta Dixie, di 8 anni. Nativo americano Tanana, cacciatore di pellicce e trasportatore di materiali con la slitta, campione di corsa dello Yukon, aveva 21 anni e non beveva né fumava. Corse il 30 gennaio con una muta di sette Alaskan Malamute, resistendo al freddo grazie a un parka di pelliccia di scoiattolo e stivali imbottiti di renna. Nella notte buia, senza luna e con la spessa nebbia ghiacciata, non riuscì a vedere la pista e allora lasciò che lo facessero i cani, i quali infatti si diressero a Galena. Appena arrivato Edgar saltò giù dalla slitta e vi salì il fratello, come d’accordo, che partì in quel momento. Come gli altri musher di questa impresa ricevette 35 dollari dal governo, una medaglia (poi persa) e una lettera dall’allora presidente Usa Ronald Reagan nel 1985, in occasione del 60° del salvataggio di Nome. Nollner riprese la sua vita quotidiana nello Yukon, ebbe due mogli e venti figli e morì a 93 anni di età, ultimo sopravvissuto dei musher qui citati.

Edgar Nollner.

Undicesima tappa, da Galena a Bishop Mountain (29 km, pari a 18 miglia): musher, George Nollner, cane capomuta Dixie, di 8 anni. Corse il 30 gennaio. Nativo americano, cacciatore di pellicce, fratello di Edgar, si era appena sposato ma partecipò comunque alla staffetta. D’accordo con il fratello maggiore, come scritto sopra, utilizzò gli stessi cani senza alcuna sosta. I cani quindi avevano appena percorso 39 km e pertanto ne fecero altri 29 senza riposo.

George Nollner.

Dodicesima tappa, da Bishop Mountain a Nulato (48 km, pari a 30 miglia): musher, Charlie Evans. Figlio di un bottegaio bianco e di una athabaska, cognato dei fratelli Nollner citati prima, aveva 21 anni e corse il 30 gennaio. Partì alle 5 del mattino con una squadra di nove cani di cui due Siberian Huskies presi a prestito, e c’erano -35°C, con la nebbia ghiacciata così fitta lungo il fiume Yukon, che riusciva a scorgere solo le teste dei suoi cani che saltavano su e giù mentre attraversavano il ghiaccio del fiume. Sapevano loro dove passare. Tuttavia il ghiaccio non era abbastanza spesso da sostenere il peso e così Evans dovette fare un largo giro per arrivare dove la lastra era più spessa. Coprì il percorso in 5 ore e arrivò a Nulato alle 10 del mattino. Due cani morirono di sfinimento o congelati.

Tredicesima tappa, da Nulato a Kaltag (58 km, pari a 36 miglia): musher, Tommy Patson detto Patsy. Era un athabaska della tribù koyukuk, ridotta ormai solo a qualche decina a causa della fame e di una epidemia di morbillo (oggi sono meno di cento).  Patsy era piccolo, ma noto per la sua straordinaria forza fisica. Era un corriere postale, quindi esperto. La sua squadra di cani fu la più veloce di tutta l’impresa, coprendo 36 miglia in tre ore e mezza con una velocità media di poco più di 16 km/h. Corse il 30 gennaio.

Quattordicesima tappa, da Kaltag a Old Woman Shelter (64 km, pari a 40 miglia): musher, Jack Nicolai detto Jackscrew.  Era un athabaska, anche lui piccolo ma forte. Partì il 30 gennaio, mentre cominciava a nevicare. Doveva superare il Kaltag Divide per poi scendere verso Norton Sound e quindi per non stancare i cani corse a fianco della slitta. Tappa difficile, al buio, e quindi i cani tennero una velocità di meno di 10 km/h. Arrivò a Old Woman Cabin alle 21 passate, mentre stava per scoppiare una bufera.  Corse il 30 gennaio.

Quindicesima tappa, da Old Woman Shelter a Unalakleet (55 km, pari a 34 miglia): musher, Victor Anagick. Era un nativo eschimese, ossia inuit, che percorreva regolarmente quel tratto di pista come trasportatore del commerciante locale Charles Traeger. Aveva una muta di undici cani che coprirono la sua tappa in 6 ore, arrivando a destinazione alle 3,30 di sabato mattina. Il siero era ora a 207 miglia da Nome. Corse tra il 30 e il 31 gennaio.

Sedicesima tappa, da Unalakleet a Shaktoolik (64 km, pari a 40 miglia): musher, Myles Gonangnan. Corse il 31 gennaio. Anche lui eschimese, 28 anni, sposato con la figlia di un capotribù eschimese e molto rispettoso delle antiche tradizioni di caccia e pesca, tanto che arrivò al suo posto di partenza cantando un’antica canzone rituale beneaugurante del suo popolo. Pure lui lavorava occasionalmente come trasportatore per il commerciante Charles Traeger. Durante la sua tappa dovette affrontare una violenta bufera che depositò un ulteriore strato di neve fresca in cui la slitta affondava, cosa che affaticava molto i cani. Nei punti peggiori Myles dovette spingere la slitta e battere la neve. La bufera aumentò e il vento addirittura piegava gli alberi, rischiava di fare ribaltare la slitta, buttò a terra i cani più volte. Myles dovette camminare carponi per non essere spazzato via. Non si vedeva nulla. Ma aveva bravi cani, non veloci ma forti e determinati, abituati a quel percorso che ben conoscevano. Non desistettero, e lo portarono alla meta.

Diciassettesima tappa, da Shaktoolik a…Shaktoolik (0,7 km, pari a 0,5 miglia): musher, Henry Ivanoff. Era il 31 gennaio. Ivanoff era un mezzosangue russo-eschimese, e parecchio sfortunato, almeno in questo caso. Appena partito, i cani fiutarono il passaggio poco prima di un caribù, ossia una renna selvatica, e deviarono per inseguirlo (i cani eschimesi sono molto predatori). Ivanoff bloccò il freno ma due cani presero a combattere tra di loro, con il risultato che si aggrovigliarono i legacci e le funi della slitta e dei cani. Ma proprio quando sembrava che tutto andasse storto, sbucò dalla fitta nebbia Leonhard Seppala, che partendo aveva fortunatamente preso uno scorciatoia sul Norton Sound – passando proprio da Shaktoolik – per recarsi al suo posto nella staffetta. Seppala infatti era andato incontro – partendo da Nome (era in viaggio già da tre giorni e aveva percorso ben 270 km!) – alla slitta prevista senza sapere che nel frattempo gli ordini erano cambiati e che il suo percorso era stato accorciato con l’inserimento per ultimo di Gunnar Kaasen. Fortunatamente Ivanoff lo vide e attirò la sua attenzione gridandogli: Il siero! Il siero! L’ho qui! Seppala (pure sua figlia si era ammalata) prese la cassetta e partì immediatamente, percorrendo quindi anche la tratta prevista per Ivanoff.

1895, antitossina per la difterite.

Diciottesima tappa, da Shaktoolik a Golovin (146 km, pari a 91 miglia): musher, Leonhard Seppala. Cane capomuta, Togo, 12 anni. Presente anche l’altro capomuta Fritz, probabilmente in questa occasione in posizione arretrata. Seppala, alla partenza da Nome – ricordiamo che era andato incontro ai musher che portavano il siero – aveva scelto i venti cani migliori (non riteneva tale Balto, che era suo come Togo e Fritz, tanto che a sei mesi d’età lo aveva castrato) prelevandoli dal canile del suo datore di lavoro, la Hammon Consolited  Gold Fields, prevedendo di dovere lasciare, nelle capanne abitate esistenti lungo il percorso, quelli troppo stanchi o con altri problemi. E così fu. Seppala ripartì velocemente da Shaktoolik, stava per scoppiare una bufera. La temperatura era di -34°C ma quella percepita, a causa del vento, era di -65°. Era il 31 gennaio.

Usando una scorciatoia estremamente pericolosa, ritornò sul Norton Sound ghiacciato e poi a Isaac’s Point durante la notte, in piena bufera, Non vedeva nulla e si affidava ai cani. Il mare era ghiacciato e si erano formate una moltitudine di collinette fra le quali i cani passavano scegliendo il miglior percorso e che in parte almeno proteggevano dal vento. Ad un certo punto il ghiaccio si spezzò e Seppala con i cani fu bloccato per diverse ore su un lastrone di ghiaccio alla deriva e cozzante contro gli altri pesanti pezzi di ghiaccio galleggianti. Fortunatamente Seppala notò che il lastrone si era avvicinato di quasi due metri  alla banchisa ghiacciata e allora legò Togo con una imbracatura e una corda e ordinò al cane di saltare. Togo lo fece e iniziò a tirare avvicinando il lastrone, mentre Seppala cercava di fare presa come poteva. Ma l’imbragatura si ruppe. Allora Togo si tuffò in acqua – la temperatura percepita era di -70°C  e il cane aveva 12 anni e pesava solo 22 kg –, afferrò con i denti la corda e nuotando tirò il lastrone fino a dove il ghiaccio era rimasto integro. Seppala riattaccò Togo e ripartirono.

Dopo aver percorso 134 km in un giorno, il team riposò per sei ore in un igloo di eschimesi, riscaldò il siero, nutrì i cani e ripartì alle 2 di notte, con una temperatura di – 40°C e  raffiche di vento fino a 105 km/h. Una prova disumana! Arrivarono su una zona di ghiaccio a rischio rottura, l’oltrepassarono, superarono i 1.500 metri di altitudine del Little Mountain McKinley e infine ridiscesero. Quando raggiunse la stazione di posta Dexter’s Roadhouse a Golovin, i suoi cani caddero per la stanchezza. Seppala giustamente divenne ed è tuttora un mito nel suo ambito. Nel 1946 si trasferì con la moglie Costanza a Seattle, Washington, dove morì all’età di ottantanove anni. Sua moglie morì pochi anni dopo, all’età di ottantacinque anni. Entrambi sono sepolti a Nome.  https://www.youtube.com/watch?v=nQuEM73i6_M

Seppala e Togo.

Diciannovesima tappa, da Golovin a Bluff (40 km, pari a 25 miglia): musher, Charlie Olson, cane capomuta Jack. Charlie Olson, noto per la sua generosità e senso dell’umorismo, aveva una squadra di sette Alaskan Malamute e prima di andare al punto d’incontro con Seppala aveva lasciato Gunnar Kaason alla Olson Roadhouse. Ricevuto il siero, partì alle 3,15 del 31 gennaio, era domenica e la temperatura a -30°C era peggiorata dal vento di circa 70 km/h. Le raffiche più volte spinsero la slitta e i cani fuori dalla pista. Una violentissima raffica di vento scaraventò la slitta fuori dalla pista, su un mucchio di neve fresca e Olson dovette scavare una via d’uscita e districare i cani, che stavano congelando. Allora li coprì con delle coperte per riscaldarli, ma per farlo dovette togliersi i guanti e immediatamente soffrì molto alle dita per il gelo. Fece appena in tempo a finire il lavoro e rimettersi i guanti. Nonostante tutto, arrivò a Olson’s Roadhouse verso le 19,30, dove Gunnar Kaason lo attendeva.

Ventesima tappa e arrivo, da Bluff a Nome (85 km, pari a 53 miglia): musher, Gunnar Kaason, cane capomuta Balto, 6 anni. Kaason, nato in Norvegia ed emigrato in Alaska dove fu cercatore d’oro e musher, aveva 43 anni quando partecipò all’impresa di Nome. Raccolse i cani ancora presenti nel canile di Nome, tra cui Balto che mise come capomuta, e partì con la neve profonda che nascondeva la pista. Tuttavia Balto seppe seguirla. La bufera era molto violenta e allora le autorità inviarono un musher per dire a Kaason di fermarsi a Solomn, sulla strada da percorrere, e aspettare che terminasse. Ma a causa appunto della bufera i due non si videro.

Nella zona di Crossing Bonanza  la sua slitta fu ribaltata dal vento e, dopo averla raddrizzata e districato i cani, Kaason scoprì che la cassetta del siero non era più nella slitta. Disperato, cercò nella neve finché non la trovò. Ripartì, percorse circa 18 km in 80 minuti, arrivando alla postazione in cui avrebbe dovuto consegnarla all’ultimo musher, Ed Rohn. Però Rohn dormiva in quanto riteneva che Kaason fosse stato avvisato di fermarsi causa bufera, ma ciò non era avvenuto. Ci sarebbe voluto troppo tempo per attaccare i cani e partire, e allora Kaason decise di proseguire e arrivò a Nome verso le 5,30 del mattino del 2 febbraio, consegnando il siero al dr. Curtis Welch. Dalla partenza erano passate solo  poco più di 127 ore, rispetto alle 144 massime possibili. Cinque giorni dopo una seconda più grande spedizione di siero percorse la stessa pista e l’epidemia fu del tutto debellata.

Kaasen, Balto e gli altri cani della muta – si chiamavano Fox, Sye, Billie, Tillie, Old Moctoc e Alaskan Slim –, divennero celebri e furono trionfalmente accolti ovunque negli Usa come eroi, furono erette statue, Kaasen interpretò un film e ottenne premi in denaro e onoreficenze. Quando il tutto finì Kaasen vendette Balto e gli altri cani e si disinteressò della loro sorte. Aveva 78 anni quando morì di cancro, nel 1960.

Non sappiamo chi fossero, ma quattro dei musher che parteciparono all’impresa di Nome morirono nel giro di due anni, per annegamento o congelamento lungo la stessa pista mentre consegnavano la posta. Anni dopo, i piloti dell’Alaska con aerei a cabina chiusa si aggiudicarono gli appalti per il servizio di posta aerea e nel 1937 i musher non furono più impiegati per questa mansione. Era finita un’era e ne iniziava un’altra.

Gunnar Kaason e Balto.