di Freddy Barbarossa*

Questo proverbio molto antico dell’entroterra abruzzese si è tramandato da padre in figlio, restando di uso molto comune fino alla prima metà del novecento. La frasetta che qui costituisce il titolo, all’apparenza semplicistica e di senso limitato, racconta una storia millenaria coniugando saggezza, sacrificio e cruda realtà di sopravvivenza. Essa si colloca in un contesto sociale ed epocale ben preciso, quando la pastorizia costituiva la più frequente e quindi più importante fonte di reddito, in particolare per i territori poco fertili e impervi quali gli altopiani dell’Abruzzo centrale.

Estrinsecando appieno questa espressione, senza cadere in  artificiose interpretazioni, si racconta una condizione di vita che racchiude il contesto in cui è cresciuto e si è fatto un nome il nostro cane da pecora, per la cinofilia ufficiale Cane da Pastore Maremmano Abruzzese. Il pensiero primario che questo detto vuole esprimere si riferisce all’abilità di svolgere un mestiere o una funzione. Vuole significare che una cosa per essere fatta bene – ad arte – deve essere compiuta da chi ha particolare abilità nel farlo; da chi, per l’appunto, lo fa con mestiere. Questo detto veniva usato spesso come eufemismo, divenendo espressione critica in circostanze che presentavano una cosa mal fatta o non riuscita: Lassa perde quanne ‘na cosa ne la sa fa’,  ognune all’arte se e le pecore a ju lupe.

Sostanzialmente il messaggio potrebbe esaurirsi qui, per chi si accontenta. Andiamo invece a vedere in quale contesto sociale-storico-culturale fu coniato e perché si fa un riferimento così specifico al lupo ed alla pecora. Intanto ci troviamo in un contesto rurale dove l’artigianato e i mestieri manuali erano di vitale importanza perché creavano dimora, quindi protezione dal freddo ma anche attrezzature da lavoro indispensabili per lo svolgimento della vita quotidiana. Il particolare più importante è che non esisteva una vera istruzione alla professione ma ci si doveva affidare all’estro, abilità ed esperienza di ogni singolo mastro. Parliamo quindi di talento personale, tanto sacrificio e qualche nozione atavica trasmessa dai più anziani.

Ecco perché si parla di arte, l’arte di risolvere i problemi quotidiani, di alleviare le sofferenze della vita vissuta in povertà. Non esistevano né garanzie né assicurazioni, tantomeno la possibilità di rifare le cose daccapo. Pertanto, una cosa fatta ad arte era una fortuna e rimaneva nel tempo come per l’appunto quella fatta male con le sue inevitabili conseguenze. Ma arriviamo alla parte che più ci coinvolge direttamente, il Cane Pastore Abruzzese e il suo contesto. La pecora e il suo allevamento, come già accennato, sin dai primi secoli avanti Cristo fino alla metà dell’800 costituiva la maggiore fonte di reddito per le persone che vivevano nel territorio suddetto.

Al tempo era l’animale d’allevamento che rispetto al costo di mantenimento dava la maggiore resa. La lana si usava ancora per essere filata e farvi capi di abbigliamento come anche per l’imbottitura di cuscini e materassi. Poi vi era il latte per il formaggio e la carne degli agnelli, delle pecore e dei  montoni castrati, detti anche manzi, che tra l’altro avevano il compito di condurre le greggi. Oggi la tosatura ha un costo tale che la vendita della lana spesso non riesce a coprire. Infatti, oggi la tosatura avviene pressoché esclusivamente per il benessere dell’animale. Tornando però al detto, proprio questa importanza dell’allevamento ovino fa comprendere quanto dannose e dolorose dovevano essere le perdite anche di un singolo capo. Queste potevano avvenire a causa di furti e saccheggi (esistevano anche le rapine) o per colpa dei predatori come orsi e lupi.

Loup dévorant une brebis, di Jacques-Raymond Brascassat (1804-67), (dettaglio, Museo del Louvre).

Ma chi era il cacciatore di pecore per eccellenza, quello che lo faceva con maggiore acume e mestiere, causando evidentemente i maggiori danni? Il nostro proverbio ce lo dice senza lasciare spazio a dubbi, è ju lupe, il lupo. Notiamo qui come il lupo rivesta nella scala sociale di quel tempo un ruolo importante. Tanto era temuto per la sua spietatezza quanto stimato per la sua abilità. Nel proverbio si riconosce al lupo il titolo di capo mastro della predazione. Direte: ma allora il cane da pecora non fa una bella figura! La fa, la fa! Pensate che il cane così come ancora oggi lo vedete esiste sulla nostra penisola da oltre duemila anni. Credete che i pastori o allevatori ovini non avessero nulla di meglio da fare che dare da mangiare a degli esseri inutili? Bene, potete ben immaginare che poco si potevano permettere, e men che meno sprechi o lussi.

Donna abruzzese.

Se il cane e il suo mestiere sono sopravvissuti nei millenni, con una presenza di popolazione canina maggiore o minore a seconda dell’andamento della pastorizia e della presenza di predatori, lo si deve esclusivamente alle sue capacità. Il cane da pecora è andato a sopperire lì dove il fucile del cacciatore e l’astuzia del pastore fallivano, garantendo una notevole e soprattutto vitale limitazione delle perdite. Senza fare un torto a nessuno e senza stravolgere il senso del detto, esso si potrebbe anche mutare in ognune all’arte se e ju cane da pecora pe’ ju lupe. E’ ovvio però che il fascino del lupo cattivo lascia un segno più marcato, e così il proverbio rimane più incisivo nella sua espressione originale. Ciò non toglie che il Cane Pastore Abruzzese sia il migliore nel suo campo; è il capomastro nel mestiere di guardiano delle pecore.

Anche le ricerche (1978 –1987) effettuate dal biologo statunitense prof. Ray Coppinger, che  studiò oltre 14.000 cani da protezione del gregge di diverse razze, giunsero alla conclusione che il nostro cane da pecora è risultato in assoluto il più affidabile, non fosse altro per il suo morboso attaccamento agli ovini. Quindi questo detto atavico, anche nella sua accezione più schietta, calza perfettamente per il nostro antico guardiano bianco, maestro nella difesa del gregge. Questa sua millenaria abilità nel valutare autonomamente eventi e situazioni diverse, risolvendole con autorevole disinvoltura, fanno di lui uno dei cani più affidabili ed equilibrati, capace di adattarsi a tutte le situazioni che gli si pongono, senza mai divenire un cane esigente. Infatti oggi difende aziende, giardini e case con la massima dedizione senza pretendere riconoscimenti o effusioni.

 


* Freddy Barbarossa, prima Sostituto commissario della Polizia di stato e poi investigatore privato, da sempre è appassionato di cinofilia. I suoi studi, non direttamente collegati a questa passione, gli hanno però consentito di traslare quanto appreso anche nel mondo animale e dunque di dedicarsi successivamente allo studio dell’etologia. Proprio il suo spirito investigativo lo ha sempre portato a cercare di indagare a  fondo sulle cose e a non accontentarsi delle soluzioni troppo banali. Pertanto nel tempo libero si dedica allo studio delle origini, sviluppo e situazione attuale del Cane da Pastore Abruzzese in particolare, ma anche  dei cani da guardiania più in generale. Infatti il suo primo libro, La vera storia del cane da pastore abruzzese, tratta sostanzialmente di questo, mentre il nuovo libro ormai prossimo alla pubblicazione verte sulle origini filo e ontogenetiche dell’aggressività nei canidi e su come essa intervenga in modo proficuo nell’opera dei cani da guardiania.