di Freddy Barbarossa*

Prendo spunto per questo articolo dalla tragedia avvenuta nello scorso agosto in Calabria, dove  presunti cani da guardiania cosiddetti maremmani hanno sbranato e ucciso una ragazza di vent’anni. Sono stato contattato da un giornalista di una rivista online, Kodàmi, facente parte del gruppo Fanpage, per un parere. Ovviamente le mie sono considerazioni non precipue rispetto ai fatti del caso, di cui non ho sufficiente conoscenza, ma ho espresso semplicemente dei concetti in linea generale.

Purtroppo c’è chi sfrutta anche un lutto così grave per sostenere le proprie convinzioni e le proprie politiche. Il succo della sequela di sciocchezze – scritte sì su facebook, ma da un allevatore e persona che gode di considerazione nell’ambiente del cane pastore Maremmano Abruzzese, – è che la ragazza era morta perché il cane guardiano non aveva il pedigree. In sostanza, sostiene che solo il pedigree attesta l’appartenenza a una determinata razza e può dare garanzie sulle attitudini caratteriali del cane e sulla sua idoneità al lavoro.

Mentre la prima parte del concetto è del tutto condivisibile, sulla seconda ci sono un bel po’ di cose da dire. È indubbio che un cane con pedigree dia un’attestazione attendibile su chi siano i suo genitori e del rispettivo albero genealogico. Allo stesso modo garantisce, o almeno dovrebbe, la corrispondenza morfologica allo standard di razza. E già qui non sempre vi è la assoluta certezza. Quello in cui un pedigree invece non costituisce affatto garanzia è sul carattere e/o le attitudini al lavoro. Non è un segreto che in pressoché tutte le razze di cani allevati a scopo di compagnia o fini espositivi, ovvero selezionate per compiacere l’occhio degli appassionati, la selezione del carattere viene posta in secondo piano. Tant’è che i cani da lavoro nella stragrande maggioranza morfologicamente tendono a differire anche di molto dai loro parenti  fotomodelli.

Ciò per fare un parallelo con i fotomodelli bipedi.  Chi vuole fare il fotomodello o l’indossatore non ha bisogno di saper recitare, cantare, o magari fare il presentatore. L’importante è che abbia una conformazione fisica e un aspetto il più confacente possibile al concetto di estetica di quel periodo. Questo non esclude che ci siano modelle o modelli che sappiano recitare, cantare o altro, ma certo non costituisce una caratteristica richiesta, ricercata  o fondamentale per svolgere il loro lavoro. Quindi le capacità artistiche o intellettive sono del tutto ininfluenti, non  incidendo pertanto nella selezione. Esattamente quello che succede con i nostri amici a quattro zampe non destinati ad una attività di supporto a quelle dell’uomo. Per cui sostenere che nei cani da pastore il pedigree costituisca garanzia di equilibrio caratteriale e affidabilità è pura demagogia.

Cani Maremmani Abruzzesi in passarella in uno show cinofilo.

Badate bene, a me gli estremismi non piacciono e come non sono un “no vax” o  robe simili non sono un “no pedigree”.  Per dovere di verità devo dire che esistono alcuni ambienti cinofili dove standard di razza e attitudini al lavoro vengono coniugati benissimo.  Anche se non è certo la regola. Ma quello che bisogna tenere in conto quando questo binomio riesce è che parliamo di razze addestrate attraverso un condizionamento operante dove la relazione e simbiosi uomo/cane viene ulteriormente stimolata; dove essa è propedeutica alle capacità lavorative del cane. Nel contesto dei cani da guardiania il problema invece si pone perché ci troviamo in un contesto completamente diverso. Sono fermamente convinto che i cani da guardiania debbano essere certificati e che non vi sia nulla di più scellerato che tentare di mischiare razze con caratteristiche diverse, spesso valutate impropriamente e senza consapevolezza. Quindi è giusto che si conoscano genitori e nonni dei cani utilizzati. È indispensabile che vi sia traccia delle capacità lavorative e delle attitudini caratteriali dei progenitori.

Difficilmente però tali informazioni si ottengono attraverso un pedigree concepito e rilasciato per  scopi del tutto diversi. Il grande gap che si crea tra i cani cosiddetti di razza e quelli che lavorano sul campo, è che i secondi si riproducono in libertà nel branco e ciò è dovuto a un diverso condizionamento durante la crescita. Come più volte spiegato nei miei libri, è la capacità di valutazione di situazioni diverse e di un effettivo  pericolo, da parte del cane, che consente di avere una reazione commisurata all’azione. È fondamentale scindere il vero branco, ovvero una piccola società organizzata sulla base di una  gerarchia piramidale, da un gruppo di cani vaganti. In quel caso il  termine branco, in senso scientifico, è del tutto fuori luogo. Il vero status di branco svolge  un ruolo molto importante per la pacifica convivenza all’interno del gruppo e per l’organizzazione funzionale, evitando ed eliminando ogni reazione eccessiva e irrazionale. Questa capacità di valutazione delle situazioni molto spesso viene meno proprio nei cani di razza certificata che crescono con il loro padroncino, spesso in simbiosi, strappati dal loro contesto originario e con una comunicazione interspecifica che non consente loro uno sviluppo confacente alla propria specie di appartenenza. Il cane domestico oggi spesso ha disimparato a comunicare in modo corretto con i propri conspecifici. Ha disimparato ad avere timore delle cose che non conosce. È soggetto a reazioni esagerate o esasperate per mancanza di capacità di valutazione delle situazioni emergenti.

Non voglio neanche arrivare al problema ancora maggiore della gameness  incentivata e selezionata nelle razze dei cani da combattimento. Quello che ritengo sia importante sapere è che un cane cresciuto in famiglia o in un rapporto di coppia interspecifica, è molto meno affidabile di quanto non lo siano i cani cresciuti in un vero branco. Intanto un cane di carattere, ovvero di polso, che non è diffidente verso l’uomo, non ha timore di aggredirlo. Il cane cresciuto in branco, e non “abbrancatosi” da grande, ha quasi la medesima diffidenza verso le persone e le situazioni insolite, come il lupo. Ed è proprio la capacità di autodeterminazione e l’istinto di autoconservazione a dissuadere  loro dall’esporsi inutilmente a situazioni di rischio. Chi ha avuto tempo e voglia di scorrere le pagine del mio sito probabilmente avrà letto, in una delle due perizie pubblicate, che la cagna Maremmano Abruzzese che aggredì la signora che passò vicino al gregge era proprio l’unica munita di  pedigree. Questo perché spaventata e incapace di valutare le situazioni di pericolo,  cadendo così nella “reazione critica” di Hediger (panico),  aggredendo alla cieca.

Per cui, per quanto mi riguarda, pedigree si, ma non come attestazione di equilibrio e capacità lavorative. Necessitano ben altri sistemi di certificazione per garantire una vera predisposizione attitudinale. Esorterei pertanto certe persone di restare nel loro campo, onde evitare di arrecare danni ulteriori.

 

 * Freddy Barbarossa, prima Sostituto commissario della Polizia di stato e poi investigatore privato, da sempre è appassionato di cinofilia. I suoi studi, non direttamente collegati a questa passione, gli hanno però consentito di traslare quanto appreso anche nel mondo animale e dunque di dedicarsi successivamente allo studio dell’etologia. Proprio il suo spirito investigativo lo ha sempre portato a cercare di indagare a fondo sulle cose e a non accontentarsi delle soluzioni troppo banali. Pertanto nel tempo libero si dedica allo studio delle origini, sviluppo e situazione attuale del Cane da Pastore Abruzzese in particolare, ma anche dei cani da guardiania più in generale.