Il Brasile è immenso, tanto da essere il quinto paese del mondo per estensione dopo Russia, Canada, Cina e Stati Uniti. Ci sono ben tre fusi orari e foreste, montagne, pianure e macchia selvaggia. Può essere arido (la Grande Siccità del 1877-78 fece mezzo milione di morti) o estremamente piovoso, e ci sono savane così come foreste di conifere. Ci sono zone dove gela e nevica. Scriviamo questo per fare capire che in un Paese del genere ci sono tanti tipi di cani, adatti alle diverse condizioni e selezionati per particolari attitudini. Le razze ufficialmente riconosciute sono ridottissime, ma quelle comunque in uso da molto tempo e non riconosciute – e neppure conosciute fuori dal Brasile e a volte manco lì – non sono certo poche.

Il Fila Brasileiro è un grande cane da guardia ma senza dubbio pericoloso se in mano a gestori non esperti, inconsapevoli e imprudenti. Per capire, un neopatentato come prima autovettura dovrebbe comprarsi un’utilitaria e non una Ferrari… Di certo però il Fila Brasileiro (se dotato di carattere, e la cosa non è così scontata) è aggressivo con gli sconosciuti, ma è stato creato per quello e comunque, pur con una certa indole di base che di fatto ha, lo diventa se c’è un motivo. Del resto, se non si vogliono problemi, basterà ricordarsi che le museruole le hanno inventate alcuni millenni fa. In famiglia invece è affettuoso, affidabile e pacato, soprattutto con i bambini. Ma attenzione, lo sarà con i bambini della famiglia, non con gli altri bambini. E neppure lo sarà con i vostri parenti o amici, a meno che non stiano sempre con voi. Ripeto, non spesso ma sempre. E se si ricevono ospiti, è d’obbligo chiudere bene il cane altrove, perchè essendo testardo potrebbe non ascoltare gli ordini del padrone. Questo oggi, tuttavia ritengo non avvenisse un tempo, in quanto un cane siffatto sarebbe stato abbattuto dallo stesso padrone poiché non sarebbe stato ammissibile che un simile guardiano non facesse esattamente ciò che si voleva.

Chacal, Fila Brasileiro dell’Allevamento Fila del Toro.

Nel XVII secolo in Brasile furono introdotte le coltivazioni del tabacco e della canna da zucchero e questo significava manodopera, meglio se gratis, e così si fecero arrivare dall’Africa gli schiavi, i quali venivano trattati come bestie. Ovvio che tentassero di fuggire, ribellarsi, rivoltarsi e non raramente anche di ammazzare i loro aguzzini. Erano tanti e disperati. Per tenerli a bada, rintracciarli se fuggivano e persino eliminarli c’erano però guardiani armati e senza scrupoli e i loro cani. Essendo terra di frontiera, si dovevano anche temere delinquenti, assassini e briganti, specie dopo che nella regione di Minas Gerais furono scoperti grandi giacimenti di oro e di diamanti nella zona di Tijuco.

Il Fila Brasileiro è una razza spartana, alimentata nei luoghi d’origine con pastoni di acqua e farina di mais arricchiti, quando c’erano, da scarti di cucina. Un tempo non erano affatto colossali, come alcuni esemplari, per la verità poco tipici, che si vedono oggi: i maschi si aggiravano intorno ai 70 cm al garrese e con un peso che comunque non scendeva al di sotto dei 50 kg, livello minimo che resta a tutt’oggi prescritto in tutti gli standard di razza. Le femmine, più piccole, arrivavano a pesare poco oltre i 40 kg. Il pelo era, ed è, liscio e corto, di colore fulvo (in varie tonalità che vanno dal più chiaro al più scuro), rossastro, tigrato. Erano, e possono essere tuttora, presenti aree bianche sul mantello anche se la selezione e gli standard via via aggiornati tendono a ridurre al minimo la loro estensione.

Aggressivo e coraggioso, ma anche prudente, il Fila Brasileiro doveva esserlo per forza, in quanto doveva affrontare non solo i bovini recalcitranti ma persino puma e giaguari che attaccavano (e attaccano) spesso le mandrie. Le specie più pericolose per i cani però sono il pecari dal collare (Pecari tajacu), pesante 15-30 kg e che può formare branchi anche di 50 esemplari, e il pecari dalle labbra bianche (Tayassu pecari), pesante 25-40 kg e i cui branchi possono arrivare anche a 300 esemplari con casi record di 2.000. Entrambi se minacciati possono essere molto aggressivi e pericolosi visti i lunghi e acuminati canini: si nutrono anche dei prodotti dei coltivi e all’occasione di piccoli animali selvatici e domestici. Per i cani, sempre più d’uno, che dovevano anche tenere lontani dai raccolti questi animali in branco, il compito era non solo spesso letale ma sovente  impossibile senza la presenza degli uomini armati di fucile. Anche giaguari e puma, predatori dei pecari, attaccano d’improvviso solo esemplari di pecari isolati dal branco, portandoli poi velocemente sugli alberi.

Un pecari.

Gli indigeni amazzonici per la caccia utilizzano da sempre i cani, seppure di piccole dimensioni (prima dell’arrivo degli occidentali in tutta l’America non ne esistevano di grandi dimensioni). I cani non solo servivano a individuare le prede selvatiche ma anche a raggiungerle, ucciderle se possibile oppure nel caso di felini costringerli a salire sugli alberi, dove i cacciatori li uccidevano con le frecce. La caccia al puma e al giaguaro – rara, ed effettuata in casi particolari, per esempio quando questi attaccavano le persone, maggiormente il giaguaro –  era estremamente pericolosa senza i cani che in parecchi, senza avvicinarsi troppo, abbaiando lo frastornavano obbligandolo a salire sugli alberi. Un puma o un giaguaro a terra era invece estremamente pericoloso essendo sempre possibile un fulmineo contrattacco contro i cacciatori. Il puma, nelle zone in cui convive con il più potente giaguaro, tende a dimensioni inferiori alla norma (non più di 50 kg) per evitare competizione alimentare. Il giaguaro, a seconda del sesso e della sottospecie, va da 35 a 130 kg, con record di 160.

Ín questo quadro di Johann Moritz Rugendas (1802-1858)  si intuisce la pericolosità di questa caccia senza cani e con il giaguaro a terra.

Gli indigeni della foresta pluviale, ieri come oggi, erano nomadi e si spostavano di alcune decine di chilometri e ricostruivano case e villaggi, mangiando letteralmente qualsiasi cosa commestibile, non solo vegetali ma animali: dai ragni agli uccelli, dai pesci ai tapiri, dai serpenti fino ai giaguari e puma. Quando non c’era quasi più nulla si spostavano, e nella zona abbandonata tornavano gli animali. I cani, che in caso di necessità venivano mangiati pure loro, erano fondamentali e capitava che cuccioli rimasti orfani venissero allattati dalle donne.

Un indigeno yanomami macella un puma ucciso. Notare i cani.

Uno studio – di Pedro de Araujo e Lima Constantino pubblicato da Cambridge University Press nel 2018 – fatto su 49 villaggi della tribù brasiliana degli Huni Kuin rivela i vantaggi dati dai cani, non solo per gli uomini ma pure per le specie animali selvatiche. Infatti le specie da loro cacciate sono quasi tutte a rapida riproduzione, sono attirate e razziano i coltivi e pertanto le battute di caccia grazie ai cani (che tra l’altro proteggono anche le piantagioni) si svolgono al massimo a 2,6 km dai villaggi, entro i quali viene ucciso il 95% delle prede, soprattutto pecari e cervi mazama (Mazama americana). Le specie più vulnerabili e rare infatti vivono in aree lontane dall’uomo. I cani da caccia si sono integrati in molte società di popolazioni forestali, poiché aiutano a prevenire le perdite di bestiame agricolo e di piccola taglia abbaiando a potenziali predatori e a specie che razziano le colture, proteggono donne e bambini dalle minacce degli animali e mangiano gli avanzi che normalmente verrebbero scartati. In pratica, con i cani si riesce a ottenere anche il 40% di prede in più rispetto a chi non usa i cani, e in minore tempo e con meno sforzo. Come in altre aree neotropicali, gli Huni Kuin fanno inseguire la preda dai cani, che la costringono in una tana o stagno, su un albero o un tronco, e la uccidono con frecce.

Proprio quest’ultimo passaggio fa capire che i Fila Brasileiro non erano, e non sono (quelli da lavoro), cani da caccia ma semmai cani che contrastavano e inseguivano gli animali solo in prossimità di ciò che dovevano difendere, ossia proprietà e bestiame, costringendo occasionalmente sugli alberi puma e giaguari. In effetti, una ricerca fatta da K9 Uomini e Cani non ha trovato effettivi riscontri di impiego di Fila Brasileiro nella caccia, ma solo di un esemplare in posa a fianco di un giaguaro morto, non sappiamo in quale contesto.

Il fatto che il Fila Brasileiro venga anche chiamato cabeçudos onceiros, ossia “testa grossa cacciatore di giaguari” non deve trarre in inganno, le fotografie trovate mostrano sempre e solo gruppi di cani piccoli o medi, comunque sempre molto veloci, agili e sfuggenti: il compito era straordinariamente difficoltoso e pericoloso. I cani dovevano spaventare il felino e nel caso affrontarlo fisicamente per bloccarlo o almeno trattenerlo in attesa degli uomini armati. Attenzione, affrontarlo mordendolo dietro e ai fianchi mentre altri cani lo fronteggiavano, perché qualsiasi cane, anche in gruppo, che lotti corpo a corpo con questo felino semplicemente è destinato a morire.

La pelle umana, e anche quella delle scimmie, non è spessa né resistente e quindi le ferite da taglio e penetrazione sono sempre evidenti o gravi. La pelle di altri animali invece è spessa e dura, molto resistente. Abbiamo appositamente chiesto ad alcuni pellicciai informazioni e in particolare su quella del giaguaro, quando tali pelli erano commerciabili. Bene, per tagliare la pelle di questo felino occorreva una speciale lama in acciaio molto dura e affilatissima, e si faceva fatica. Difficile pensare che il morso di qualsiasi cane possa ferire significativamente un animale del genere.

E’ opinione diffusa che una delle principali ed apprezzate caratteristiche del Fila Brasileiro, la pelle lassa, potesse avere una funzione di miglior protezione contro le zampate del giaguaro, ma alla luce dei fatti ciò pare non essere affatto vero. Il giaguaro può sì dare zampate letali, tuttavia la sua arma più efficace è il morso, a parità di dimensioni il più potente fra tutti i felini, pari a quello della iena maculata. Pertanto, contro questo animale non serve la grandezza e la pesantezza di cani di taglia gigante, ma la tempra unita ad agilità, un giusto peso e soprattutto il “gioco di squadra”. La pelle lassa non darebbe alcuna protezione.

Molti allevatori iniziarono coscientemente a incrociare il Fila originario delle fazendas con esemplari di Alano, Mastiff, Mastino Napoletano e altro ancora, arrivando alla proliferazione di esemplari parecchio più grossi e massicci, nonché differenti a seconda della razza apportata. Tra questi anche quelli contraddistinti da un forte eccesso di pelle, causata dall’immissione di sangue Bloodhound, ritenendolo una razza storicamente valida. Il fatto è che uno dei tipi di cani che contribuirono alla nascita del Fila era stato il Cuban Bloodhound (incrocio fra levrieri e molossi) e non il Bloodhound.

Una curiosità: è indubbio che il Fila Brasileiro discenda da diverse razze o tipi di cani europei. Ci fu però anche chi pensò di fargli fare il percorso inverso, dall’America all’Europa, nella speranza di ridare vita all’estinto Saupacker, il “morditore di tori” tedesco che potremmo senza troppa tema di errare fare rientrare nei cosiddetti Bullembeisser, pure loro estinti ma che almeno per il 70% sono riconducibili agli attuali Boxer (quelli grossi e potenti un tempo tipici, e non gli esemplari piccoli e spauriti che sempre più spesso si incontrano). Ad avere questo progetto era (morì nel 1996, a 91 anni) Albrecht Michael Luitpold Ferdinand, duca di Baviera. Suo nonno era Ludwig III di Baviera, l’ultimo re di Baviera, deposto nel 1918.

Fatto sta che questo duca Albrecht von Wittelsbach – e non von Bauer come si legge spesso anche sui siti specializzati sul Fila Brasileiro – conosceva bene il Brasile e così anche il dottor Paulo Santos Cruz, definito il creatore della razza del Fila, che accompagnò in diversi viaggi fin nelle più sperdute località alla ricerca di esemplari di questi cani. Nel 1954 fu il primo a importare in Europa  due Fila Brasileiro, il maschio Dunga e poi la femmina Garoa de Parnapuan, allevandoli nel suo allevamento Von der Einenlithe. Ma le sue cucciolate si limitava a distribuirle ad amici e conoscenti. Il duca era un appassionato di qualsiasi cane e pure di caccia, tanto che i suoi Fila Brasileiro finirono quasi tutti a nobili proprietari terrieri in Germania e in Austria. Il progetto di ricreare il Saupacker tuttavia non si concretizzò.

Albrecht von Wittelsbach, seduto, mentre parla con un suo amico. A fianco uno dei suoi Fila.

Pure in Brasile esistevano i briganti, chiamati cangaceiros, che combattevano contro i soldati e la polizia privata dei grandi possidenti terrieri. I cangaceiros facevano uso di cani sia per la caccia sia per la guardia e l’attacco, ed erano sempre gli stessi esemplari in grado di fare tutto. Anche se qualsiasi esemplare andava bene purché vigile e adeguato, il tipo più usato era il rustico Boca Preta Sertanejo – selezionato sul campo in quell’ambiente e utilizzato per la caccia, guardia e pastorizia – nonché molossoidi tipo Fila Brasileiro e loro incroci. Per via di questo utilizzo i cani dei cangaceiros, e qualunque cane sospetto, venivano immediatamente uccisi a vista dai reparti che ricercavano questi briganti, come le Volantes sprezzantemente indicate appunto come ammazza cani.

Un gruppo di cangaceiros, 1936. Il cane a sinistra pare essere da caccia, quello a destra è un multiruolo Boca Preta Sertanejo. Erano del luogotenente Cristino Gomes da Silva Cleto, detto Corisco (primo a sinistra), della banda di Lampião.

Cangaceiros, con un altro Boca Preta Sertanejo.

Il cangaceiro più famoso fu Virgulino Ferreira da Silva, detto Lampião (Lampada, dalla fiamma scaturita dalla canna del fucile durante lo sparo), che agì per una ventina di anni col suo centinaio di uomini nel Nord-Est sopravvivendo a circa duecento fra scontri a fuoco e imboscate. Fu individuato e ucciso, insieme con la sua compagna Maria Bonita e il resto della banda, il 28 luglio 1938. Lampião, come Maria Bonita, amava i cani e ne ebbe anche nella sua “carriera” malavitosa, come il Fila Brasileiro Dourado, ucciso da una fucilata durante un combattimento con i soldati, e diversi Boca Preta Sertanejo come Guarani, Ligeiro e Seu Colega. Anche gli altri cangaceiro della sua banda (ma accadeva anche nelle altre) avevano cani, come il luogotenente Cristino Gomes da Silva Cleto, detto Corisco.

Lampião con Dourado. Questo cane aveva un collare molto decorato.

Sarà meglio anticipare una cosa: non ci sono fotografie di Seu Colega, ma di Guarani e Ligeiro sì e sono ben diversi dal Boca Preta Sertanejo che si sta selezionando attualmente in Brasile e che è alto al garrese circa 50 cm e pesa una quindicina di chilogrammi. Quindi, delle due una: i Boca Preta Sertanejo dei cangaceiros (perché di tal tipo sono descritti) erano tutt’altra cosa rispetto a quelli di oggi così chiamati, oppure erano incrociati – come appunto scritto in precedenza – con molossoidi più grandi come il Fila. Dalla fotografia sotto infatti si nota che Guarani e Ligeiro erano ben più alti, robusti e pesanti, pur essendo atletici.

Da sinistra: la cangaceira Nene accarezza il cane Ligeiro, il suo compagno Luís Pedro e Maria Bonita con il cane Guarani. Sullo sfondo, il cangaceiro Juriti. Foto di Benjamim Abrahão, 1936.

Le maggiori dimensioni e struttura di Ligeiro e Guarani – che si tratti di una diversa selezione o di incroci – potrebbero essere spiegati dal fatto che i cangaceiros per passatempo facessero combattere tra loro i cani. Sappiamo infatti che questi briganti al campo amavano lottare tra loro per dimostrare forza e aggressività, e la stessa cosa facevano fare ai loro cani che, curiosamente, venivano chiamati come i loro nemici ossia i militari e i paramilitari delle Volantes. Quindi, come raccontò Frederico Pernambucano de Mello, sappiamo che il tenente Manuel Neto lottò contro il tenente Odonel (rappresentando quindi rispettivamente Pernambuco contro Bahia) o  Manuel Henrique contro José Rufino (Sergipe contro Bahia). Non erano uomini a lottare, ma cani.

Ecco qualche informazione aggiuntiva sul Boca Preta Sertanejo. Secondo alcuni risalirebbe a cani autoctoni allevati da tribù native nel nord-est del Brasile,  probabilmente incrociati con cani di tipo podengo o altri tipi di cani da caccia europei. Possibilissimo. Secondo il libro História da Missão dos Padres Capuchinhos na Ilha do Maranhão e Terras Circunvizinhas, del 1614, furono trovati cani presso gli indigeni nel nord-est del Brasile, simili a levrieri francesi. Questo particolare viene usato però a sproposito, perché furono descritti così dall’autore, il missionario Claude d’Abbeville, che era francese e pertanto li paragonò ai cani francesi che conosceva. Tutto lì.

Il Boca Preta Sertanejo – detto anche Cão Sertanejo, Cachorro de Vaqueiro, Pé Seco, Pé-Duro, Roça, Orelhudo, Canindé – , adattatosi col tempo, era stato selezionato non solo dall’uomo (forse) ma soprattutto dall’ambiente e dalla povera società, e quindi dalle frequenti siccità di questa arida regione del Brasile e dal poco cibo. La sua importante funzione era quella tipica delle aree rurali: fare la guardia, proteggere il pollame e altro dai piccoli predatori e coadiuvare l’uomo nella caccia anche grazie, tra l’altro, agli spessi cuscinetti dei piedi che resistevano, e resistono, a spine, calore del suolo e terreno accidentato. Pesa un quindicina di chilogrammi ed è alto circa 50 centimetri al garrese. Il pelo è corto, liscio e di vari colori uniformi, nero focato, anche striato. Le orecchie possono essere erette o cadenti e il muso a volte nero. Dal 2014 è riconosciuto dalla Sociedade Brasileira de Cinofilia.

Attuale Boca Preta Sertanejo.

A quanto ci risulta non esistono  in Italia esemplari di Boca Preta Sertanejo – ammesso che la selezione finora sia stata abbastanza valida da renderli riconoscibili a fianco di un qualsiasi cane meticcio similare –, mentre esistono (in numero inferiore alle dita di una sola mano) ottimi e storici  allevamenti di Fila Brasileiro.