Bella la vera storia dei musher e dei cani che, affrontando una terribile impresa, portano in una sperduta località dell’Alaska l’antitossima con cui viene debellata la difterite, salvando la popolazione. Ci furono eroi a due gambe e a quattro zampe. Ma alcuni protagonisti si dimostrarono molto inferiori a quanto si pensa. Andiamo per ordine.

Curtis Welch. Unico medico del Maynard Columbus Hospital di Nome, che con ventuno posti letto e quattro infermiere (di cui una era sua moglie Lula, nata James, anestesista) rappresentava l’unico presidio sanitario nella città e zona circostante di quella parte dell’Alaska settentrionale. Il dr. Welch lavorava in quella zona da 18 anni e dal 1913 nell’appena costruito ospedale di Nome. I Welch vivevano in un appartamento d’angolo su un lato di Front Street, che correva parallela al mare. In una lettera così li descrisse nel 1926 (quindi l’anno dopo l’impresa di Nome) l’infermiera Gertrude Fergus, che li aveva incontrati nell’estate di quell’anno: Lui un ometto strano e irrequieto con una chioma di capelli bianchi, viso molto rosso, bruciato dal sole, pancia come Babbo Natale e un modo di parlare molto espressivo e vivace. Lula era alta, scura e piuttosto dittatoriale, una personalità piuttosto prepotente.

Il dr. Curtis Welch, unico medico di Nome e circondario.

Il dr. Welch ammise di non avere mai visto in vita sua un caso di difterite, ma senza dubbio sapeva cosa poteva fare un’epidemia visto che appena sei anni prima, nel 1919, l’influenza detta spagnola anche in quella zona aveva fatto strage, soprattutto di nativi. Nella penisola di Seward  aveva ucciso circa il 50% della popolazione eschimese, e l’8% in tutta l’Alaska.

Bene, la difterite, causata dal bacillo Corynebacterium diphtheriae, allora era una delle principali cause di malattia e morte tra i bambini. Gli Stati Uniti registrarono un picco di 206.000 casi nel 1921, con la morte di 15.520 persone (un rapporto di mortalità per caso del 7,5%). Peggio ancora, i tassi di mortalità per caso di difterite variano dal 20% circa per i minori di 5 anni e oltre i 40 anni, al 5-10% per quelli di età compresa tra 5 e 40 anni. La difterite è stata la terza principale causa di morte nei bambini in Inghilterra e Galles negli anni ’30. Ebbene, fu solo durante l’estate del 1924, mentre emetteva il suo ordine per le forniture mediche, che il dottor Welch scoprì che il suo stock di antitossina per la  difterite era vecchio di ben sei anni e quindi del tutto inutile. Conseguenza – disse –, ordinò una nuova fornitura, ma quando il suo ordine arrivò con l’ultima nave prima dell’inverno (e dei ghiacci che avrebbero bloccato per mesi la navigazione) avrebbe scoperto che mancava l’antitossina. Gliene rimanevano solo 7.500 unità ancora utilizzabili, quando 6.000 unità bastavano per un solo ammalato.

Quando il 15 dicembre 1924 visitò un bambino eschimese di due anni d’età, il dr. Welch diagnosticò una semplice tonsillite. Un’infiammazione, appunto, delle tonsille. Ma il bambino morì la mattina dopo. Nei giorni successivi ci fu un numero anormalmente elevato di casi di tonsillite e un altro bambino, precisamente il 28 dicembre, morì. Ancora tonsillite, diagnosticò Welch, anche se era già molto allarmato e avrebbe voluto fare l’autopsia al bambino, ma la madre non diede il consenso. Altri due bambini morirono. Tonsillite, disse. Poi si ammalò un altro, Bill Barnett, tre anni. Fu con questo caso che  il dr. Welch diagnosticò con certezza che era la difterite a uccidere, e che avrebbe compiuto un’ecatombe. Il medico era stato tentato di somministrare a Bill l’antitossina anche se scaduta, ma sarebbe stato troppo rischioso e non lo fece. Cercò di usare altri palliativi ma il bambino morì. Intanto a Nome i casi di difterite erano decine, e molti di più quelli sospetti.

Se fosse stato più coscienzioso e sollecito, avrebbe avuto l’antitossina che già trent’anni prima, nel 1895, fu somministrata per curare degli ammalati con tale successo al Boston City Hospital da fare crollare il tasso di mortalità al di sotto del 40%. Tra il 1895 e il 1925, quando si usava l’antitossina, la mortalità non salì mai al di sopra del 15%. La somministrazione precoce dell’antitossina era essenziale. I dati di Filadelfia avevano dimostrato che l’iniezione il 1° o il 2° giorno della malattia aveva limitato la mortalità all’1-3% circa, mentre il tasso di mortalità saliva a oltre il 16% se l’iniezione veniva fatta al 7° giorno.

Il 21 gennaio 1925 il medico partecipò a una riunione d’emergenza al consiglio comunale e comunicò al sindaco, George Maynard (l’ospedale locale era stato dedicato a lui…), che se non avesse ricevuto almeno un milione di unità di antitossina sarebbe stata una strage. A Nome e nel circondario vivevano circa 10.000 persone, di cui tremila di razza bianca, mentre i restanti erano eschimesi e indiani athabaska, ancora più soggetti alla malattia.  Nel consiglio comunale  si decise di mettere in quarantena tutti gli ammalati, sotto la cura dell’infermiera Emily Morgan, e di inviare telegrammi di allerta a tutte le città circostanti e alle autorità, invocando nel contempo soccorsi immediati. Welch in seguito si giustificò così: Ho praticato nelle vicinanze per diciotto anni e in tutto quel tempo non avevo visto, né è stato segnalato, un caso di difterite in questa divisione. In questi diciotto anni sono stati osservati molti casi che suggerivano difterite, ma il tempo ha sempre dimostrato che si trattava di una delle varie forme di malattie infiammatorie della gola… Per chi fosse interessato qui c’è la relazione, scritta da lui. https://jamanetwork.com/journals/jama/article-abstract/235279

Del tutto assurdo il telegramma da lui inviato il 22 gennaio 1925 al Servizio sanitario a Washington, DC: Un’epidemia di difterite è quasi inevitabile qui STOP Ho un bisogno urgente di un milione di unità di antitossina difterite STOP corrieri postali sono la sola forma di trasporto STOP Ho già fatto domanda al Commissario per la Salute dei Territori per l’antitossina STOP Ci sono circa 3000 nativi bianchi nel distretto. Capito? C’erano circa 3.000 nativi bianchi nel distretto. E gli altri 7.000 eschimesi e indiani non contavano?

Leonhard Seppala. Fu lui a fare conoscere e poi riconoscere i Siberian Husky (che erano cani russi e non americani) ma non ne sapeva nulla di loro prima che glieli mettesse a disposizione Jafet Lindeberg, pure lui norvegese e fondatore proprio di Nome (dopo avervi scoperto l’oro ad Anvil  Creek nel 1898 e avere fondato la Pioneer Gold Mining Company) insieme agli svedesi Erik Lindblom e John Brynteson. Lindeberg li fece arrivare dalla Siberia, acquistati nel 1913 per metterli a disposizione dell’esploratore Roald Amundsen affinché li utilizzasse per la sua imminente spedizione al Polo Nord. Ma poi l’impresa saltò e allora li mise a disposizione di Seppala, che era un suo dipendente. Insomma, non li importò Seppala, come qualcuno invece scrive.

 

Giornalisti, registi e follower nel mondo. Chissà perché Balto a un certo punto fu spacciato dai media come ibrido cane e lupo, ma in realtà era un Siberian Husky. Evidentemente faceva e fa chic, tanto che nel film d’animazione Balto (1995) diretto da Simon Wells e prodotto da Steven Spielberg a uno dei suoi amici orsi gli si fa dire: Ti voglio dire una cosa, Balto. Un cane non può fare questo viaggio da solo. Ma, forse…un lupo sì. Non solo, in questo film il suo antagonista si chiama Steele e addirittura rappresenta Togo, che fu invece il migliore cane dell’impresa di Nome. https://www.youtube.com/watch?v=LmnAzSvtGPw  Nella realtà nessun lupo o incrocio cane/lupo avrebbe mai potuto tirare una slitta come fecero Balto e gli altri (oltre 150) cani dell’impresa di Nome. E lo fecero tutti perfettamente, anche se alcuni ne morirono. Il lupo non ha ovviamente la struttura adatta per tirare una slitta, e in questo sarà sempre inferiore anche a un mediocre cane da slitta selezionato per millenni a fare proprio quello. Chi provò a fare tirare seriamente slitte dai lupi andò sempre incontro a un totale insuccesso.

Joe LaFlame in Ontario tentò, con nessun successo, di utilizzare lupi e coyote per tirare la slitta (1923).

Leonhard Seppala. Questo grande musher non apprezzava affatto Balto, di cui era proprietario così come di Togo e Fritz. Da cucciolo lo aveva valutato in modo negativo, lo aveva fatto castrare e poi lo utilizzò come un semplice cane da traino, uno dei tanti, e mai come capomuta. Insomma, per lui valeva poco o nulla. Quando Seppala scelse i cani per l’impresa di Nome (dal canile della ditta  Hammon Consolited  Gold Fields, per cui lavorava), vi lasciò ovviamente gli altri, Balto incluso. Quando arrivò Gunnar Kaason prese i cani dallo stesso canile, compreso Balto che utilizzò come capomuta. Bene, Kaason era l’ultimo della staffetta, arrivò al traguardo e lui e Balto vennero acclamati come eroi, quando in effetti chi aveva affrontato il percorso più lungo e pericoloso erano stati Seppala e Togo. Seppala si infuriò, sbottando: Quello che mi spiace di più è il fatto che Balto, quel cane miserabile, ha ottenuto gli onori invece di Togo, che li meritava. Forse il motivo dell’acredine di Seppala fu anche che tutti si resero conto che non era stato capace di valutare Balto per quel che era, ossia un ottimo cane da slitta che persino salvò la vita a Kaason e agli altri cani?

Leonhard Seppala.  A  Gunnar Kaasen la  HK Mulford donò 1.000 dollari. Non solo, alla fine di febbraio sempre del 1925 gli arrivò un telegramma di Sol Lesser, un filmmaker che aveva avuto successo ed era divenuto proprietario di una catena di teatri e cinema e che dal 1921 con la sua Principal Pictures Corporation  produsse film western e di Tarzan  a basso budget. Gli propose di andare a Hollywood con Balto e gli altri cani della squadra (tutti, altrimenti la proposta decadeva) per girare il film Balto’ Race to Nome e di partecipare a un tour di promozione negli Stati Uniti, tutto in cambio di una somma cospicua. Bene, Kaasen accettò, ma poté farlo perché anche Seppala, proprietario di Balto, accettò. Non l’avesse fatto, il clamore per il suo cane tanto denigrato si sarebbe presto sopito. E invece accettò. Perché? I soldi. Ebbe una percentuale su quanto incassato da Kaasen? O Seppala vendette addirittura Balto e gli altri? Perché a un certo punto è chiaro che lo fece.

Le statue.  Al Central Park di New York City tutti dicono che c’è la statua di Balto, opera di Frederick George Roth, noto scultore dell’epoca. Non è vero, basta leggere la targa: Dedicata all’indomabile spirito dei cani da slitta che trasportarono sul ghiaccio accidentato, attraverso acque pericolose e tormente artiche l’antitossina per seicento miglia da Nenana per il sollievo della ferita Nome nell’inverno del 1925. Resistenza — Fedeltà — Intelligenza. Non c’è scritto Balto, anche se tutti dicono che è dedicata a lui, spesso per motivi di promozione turistica. Tuttavia Kaasen e Balto, che erano in tour, furono invitati all’inaugurazione avvenuta nel 1927, tutto lì. Seppala si imbufalì, dichiarando Era più di quanto potessi sopportare quando Balto, il cane della stampa, ricevette per la sua “gloriosa impresa” una statua che lo raffigurava con i colori di Togo. Quali colori, se la statua è di bronzo? https://www.youtube.com/watch?v=Rl5cZQlsDqA

Se il tour lo fa Gunnar Kaasen con Balto, perché non posso farlo io? Leonhard Seppala pensò probabilmente di prendersi una rivincita facendo lui un tour in Canada e negli Stati Uniti con Togo, Fritz (altro grande cane che partecipò con lui all’impresa di Nome, che però Seppala non menzionava quasi mai) e altri suoi cani. Detto e fatto, arrivarono a Seattle il 2 novembre 1926, a bordo del mercantile Tanana, dell’Alaska Steamship Company. Sulla nave i fotografi volevano immortalare lui e Togo, ma qualcuno – erano presenti Ralph Lomen della Lomen Brothers Company di Nome e WC McGuire ex presidente del Nome Kennel Club (che probabilmente vedeva lontano, visto che Fritz divenne un prezioso stallone della razza) – disse che non sarebbe stato male inserire anche Fritz, e così fu.

Seppala con Fritz (chiaro) e Togo, ormai tredicenne, sul mercantile Tanana.

Sembra che Seppala avesse con sé cinquantadue cani e pure delle renne:  dodici cani dovevano essere portati a Hollywood, in California, da Merle Lavoy, un fotografo cinematografico, e Arthur Keogh per apparire in un film. Gli altri quaranta cani dovevano partecipare a varie gare negli Stati Uniti orientali e in Canada. Al suo arrivo a Seattle, Seppala venne però a sapere che gli agenti che avrebbero pagato le sue spese per il tour nazionale erano falliti, e così lui e i suoi cani furono accolti dalla comunità norvegese locale. I cani esattamente furono ospitati in una stalla da cavalli. Si presentò poi un agente il quale offrì a Seppala 1.500 dollari se avesse fatto un tour di otto giorni a Bellingham, una città a nord di Seattle, Washington. Seppala accettò e il 6  novembre 1926 con venti cani si trovava nel centro della città, davanti alla chiesa battista svedese in Champion Street e non alla presenza di un folto pubblico.

9 novembre 1926, Seppala con i cani a  Bellingham, a terra era stata gettata della segatura
(Whatcom Museum of History & Art, Bellingham)

Seppala e i suoi cani avrebbero dovuto essere filmati dalla Fox e da Pathe News nella zona di Heather Meadows, nella Baker National Forest che si trova a est di Bellingham, ma presto si dovette interrompere a causa della forte pioggia. Fu rinviato tutto alla primavera successiva. Il famoso musher e i suoi cani lasciarono Bellingham il 12 novembre per Kansas City e altre città. A Seppala non spiaceva l’onda di questa celebrità, che poteva dare buoni riscontri. Fece pure – lui che non fumava – il testimonial delle sigarette Lucky Strike.

Sol Lesser. Ricordate l’organizzatore del tour di Kaasen? Bene, dopo oltre nove mesi di tour il bottino l’aveva fatto. Inoltre Seppala aveva iniziato il suo tour negli Stati Uniti e ciò avrebbe fatto concorrenza. Pertanto chiuse il contratto con Kaasen (col quale pare abbia avuto discussioni riguardo ai pagamenti pattuiti) e si trovò tra le mani i cani. Balto era castrato e quindi come stallone non esisteva proprio, gli altri sopravvissuti della squadra – Alaska Slim, Fox, Billy, Sye, Old Moctoc e Tillie – erano comuni cani da slitta. Decise di venderli, e questo dimostra che Seppala li aveva senza dubbio ceduti. Ma non li volle nessuno e allora Lesser, che doveva avere più pelo sullo stomaco di un orso grizzly, li vendette a un individuo già al centro di episodi di maltrattamenti di animali il quale li espose in una misera mostra-circo della caldissima Los Angeles.

Gunnar Kaasen con la sua muta di cani. Balto è il secondo da sinistra, in alto.

I cani stavano tutti alla catena in una piccola stanza, illuminata da una sola finestra, e per vederli si pagava un biglietto. Insomma, veri cani da slitta abituati a correre per decine di chilometri all’aperto – e per di più eroi – erano finiti non solo in un mondo che non conoscevano né capivano, ma chiusi in una stanza calda, con poco cibo e acqua. Fortunatamente dopo un po’ li vide, malconci e denutriti, George Kimble, un ex pugile divenuto imprenditore a Cleveland, il quale, scandalizzato, si offrì di portarli con sé, facendogli fare una vita migliore. Il proprietario però voleva 2.000 dollari (allora erano un sacco di soldi, e li voleva entro due settimane!) e allora Kimble chiese e ottenne il supporto del giornale di Cleveland Plain Dealer per fare una pubblica raccolta di fondi, alla quale aderirono pure la Lega protezione degli animali, la Western Reserve Kennel Club e il giudice James Ruhl. In dieci giorni furono raccolti 2.300 dollari e così i cani il 19 marzo 1927 furono portati – con una parata trionfale – e ospitati in migliori condizioni al Brookside Zoo (ora Cleveland Metroparks Zoo). E Gunnar Kaasen? Se ne tornò in Alaska con la moglie, e per lui la cosa finì lì. Morì a Everett nel 1960.

I cani stavano meglio, visitati comunque da migliaia di persone, soprattutto bambini, ma gli anni passavano e man mano morirono, Prima Fox, poi Old Moctoc, Billy, Tillie e Alaska Slim. Balto era quasi cieco, sordo e soffriva di artrite, e nel marzo 1933 il capitano Curly Wilson, custode che accudiva i cani allo zoo e che ci si era affezionato, e il veterinario WT Brinker capirono che era giunta la sua ora. Balto fu soppresso con una iniezione dal dottor RR Powell il 14 marzo 1933, aveva 14 anni. Il corpo di Balto fu donato al Cleveland Museum of Natural History, dove fu tassidermizzato, e lì è sempre rimasto, se si esclude una permanenza in prestito per cinque mesi, nel 1998-99, all’Anchorage Museum of History and Art. Sye rimase solo e, ululando sommessamente ogni tanto, morì un anno dopo. Dall’impresa di Nome né Balto né gli altri cani avevano più rivisto l’Alaska. Visto quello che fecero e si erano meritati, invece di sfruttarli ancora per ricavarne denaro, non sarebbe stato più onesto e doveroso lasciarli nel loro mondo, le sterminate e boscose terre innevate d’Alaska?

Questa foto fu scattata nel 1933 allo Zoo di Brookside. Balto viene esaminato dal dr. WT Brinker. A fianco c’è il capitano Curly Wilson, custode dello zoo. Poco dopo Balto fu soppresso.

Ancora Seppala. Dopo la grandiosa impresa del trasporto dell’antitossina a Nome, Leonhard Seppala insieme a Togo (che aveva ormai 13 anni) ottenne altri grandi successi, come nella Poland Spring Carnival Race. Del suo cane diceva: Era un  vero prodigio! Non ho mai avuto un cane migliore di Togo. La sua capacità di resistenza, la lealtà e l’intelligenza non potevano essere migliorati. Togo è stato il miglior cane che abbia mai percorso le piste  dell’Alaska. Erano amici, e Togo gli aveva anche salvato la vita più volte. Durante la Poland Spring Carnival Race, Seppala aveva conosciuto Elizabeth P. Ricker Jr., della famiglia sponsorizzatrice dell’evento (avevano un hotel) nonché musher partecipante alla gara, e decisero di creare lì a Poland un centro di allevamento di Siberian Huskies, collaborando fino al 1931. Seppala diceva di avere capito che il fedele amico era ormai troppo vecchio per quella dura vita e quindi lo lasciò, con altri Siberian Huskies, alla signora Ricker. Seppala raccontò: Fu una triste separazione in una fredda e grigia mattina di marzo. Togo appoggiò una zampa sul mio ginocchio, come per chiedermi perché non lo portassi con me anche quella volta.

Togo rimase a Poland Spring per due anni, probabilmente sempre in attesa del suo amico, accudito dalla Ricker.

Togo e Seppala nell’autunno del 1926,  Akutan, Isole Aleutine.

Qui c’è però qualcosa che non va. Perché Seppala non tenne con sé Togo fino alla sua morte? Sapeva bene che il cane quello desiderava. Voi direte che forse si doveva trasferire e non ne aveva i mezzi. Magari andava ad abitare al decimo piano di un condominio in cui i cani erano vietati… invece no, nel 1928 costruì una casa di legno su una collina a Chatanika, a nord-est di Fairbanks, Alaska, appena ad est del campo della società FE, una miniera d’oro. Una casa con una bella staccionata bianca intorno e un enorme giardino fiorito e intorno betulle e abeti. La FE per estrarre l’oro aveva bisogno dell’acqua e per questo negli anni ’20 era stato realizzato un condotto lungo 135 km che sovente aveva guasti e perdite, pertanto bisognava controllarlo. Bene, Seppala fu assunto, con altri, per pattugliarne la lunghezza, cosa che in inverno si faceva con le slitte trainate da cani. Anzi, Seppala divenne il responsabile di questo servizio.

Anche se Togo ormai era vecchio e non poteva più trainare slitte, cosa impediva a Seppala di tenerlo con sé nella nuova casa, fosse anche solo ad aspettarlo? Niente. Semplicemente ormai a Seppala il fedele amico Togo non serviva più, spiace dirlo. E se ne liberò. Togo, abbandonato dal padrone, campò male e poco e il 5 dicembre 1929 fu “addormentato”. Aveva 16 anni. Tutti i giornali, e non solo statunitensi, ne celebrarono la morte. Seppala ne donò il corpo all’Iditarod Trail Sled Dog Race Museum di Wasilla, in Alaska, dov’è ora in mostra imbalsamato. Lo scheletro invece è al Peabody Museum of Natural History dell’Università di Yale.

La casa della famiglia Seppala a Chatanika.

Seppala e la moglie nel 1946 si trasferirono a Seattle, Washington. Nel 1961 il grande musher ebbe il desiderio di rivedere la sua Alaska, dove fu accolto, giustamente, come un eroe. Seppala morì a 89 anni, il 28 gennaio 1967.  A lui è stata dedicata la Seppala Drive, strada di Nome che collega con l’aeroporto; l’Alaska Airlines ha istituito il Leonhard Seppala Humanitarian Award; a Tromsø in Norvegia c’è la strada Leonhard Seppolasvei; nell’altra città norvegese di Skibotn gli hanno dedicato un monumento. Le sue ceneri furono sparse lungo la Iditarod Trail. Un grande uomo di sicuro, ma che avrebbe potuto esserlo molto di più – specie ai nostri occhi di oggi – se non avesse lasciato morire il suo cane lontano da lui.

Seppala andò a rivedere l’imbalsamato Togo al museo, 31 anni dopo la sua morte.
Seppala si sarà fatto un esame di coscienza?

Fritz. Questo splendido e puro Siberian Husky (figlio di Sepp e Dolly), che diede grande impulso alla razza, lo possiamo citare come lo sfigato tra i grandi cani di Seppala. Partecipò con onore all’impresa di Nome, era capomuta insieme al fratellastro Togo (figlio dell’incrocio Suggen – Siberian Husky x Alaskan Malamute – con Dolly), vinse gare e non mollò mai. Ma lo stesso Seppala, pur parlandone bene quando proprio gli strappavano un commento, lo cita pochissimo.

Fritz e Togo.

Alla fine del suo tour negli Stati Uniti, Seppala arrivò nel New England (che è un’area geografica comprendente sei stati, incluso il Maine) nel gennaio del 1927. Aveva con sé quarantatre cani portati da Nome, quasi tutti siberiani, tra cui Togo (con il padre Suggen, ancora vivo), Fritz e altri cani eccezionali come Bonzo, Tosca, Chenuk e Rosie. Invitato dal famoso musher Arthur Walden a una gara a Poland Springs, nel Maine, accettò. Seppala vinse distanziando di 7 minuti la slitta di Walden composta solo da esemplari della potente razza da lui creata (i Chinook, più grossi e con apporti molossoidi). Entrambi comunque infransero il record del mondo di velocità in tale ambito. Lì Seppala conobbe l’appassionata Elizabeth Ricker, proprietaria insieme al marito di un hotel, sponsor della gara succitata. Successivamente, Seppala e la Ricker fondarono l’allevamento Sakonnet proprio a Poland Springs partendo da trentacinque (alcuni però mai registrati dall’American Kennel Club) dei cani portati lì da Seppala. L’allevamento andò avanti solo per cinque anni in quanto la  Ricker si era separata dal marito e risposata con Kaare Nansen (figlio dell’esploratore Fridtjof Nansen). La coppia partì per un lungo viaggio nella sua terra natia, la Norvegia, e i cani furono ceduti a Harry Wheeler di St. Jovite, Quebec (Canada).

E Fritz, ormai dodicenne? Era stato dato da Seppala alla Ricker, che lo aveva utilizzato ancora, però infine i due decisero di venderlo. Seppala, come aveva fatto con Togo (allora già morto), disse anche in questo caso che lo faceva per dargli una vita migliore… e lo vendette al dr. Beverly Sproul, che aveva un canile a Lake Placid, NY (New York). Rimase lì tre anni, in vendita. Addirittura nel 1932, con altri cani di Sproul, fu esposto nel periodo natalizio come merce da acquistare sulla terrazza dei grandi magazzini Gimbels Brothers di New York city. Ormai aveva 17 anni, era ridotto a 17 kg rispetto ai precedenti 30 circa, vecchio e acciaccato. Chi mai lo avrebbe acquistato? Morì al canile di vecchiaia l’anno dopo, nel 1933, e finì imbalsamato al Carrie M. McLain Museum di Nome. Fu l’unico dei tre eroi della corsa al siero a morire di morte naturale e si dimostrò essere il più longevo. Aveva passato gli ultimi anni, secondo Seppala,  facendo una vita migliore…

Spiace dirlo, ma questa grande storia aveva e ha anche dei buchi, e come giornale di approfondimento dovevamo fare più degli altri. Qualcosa non quadrava, aveva delle falle, come un cappello pieno di pioggia.