La terra dà i prodotti agricoli, l’agricoltura dà la civiltà, i terrier aiutano la civiltà. E per dirla in modo più diretto, i terrier aiutano a dare il pane. Almeno, in passato era così.  Senza l’agricoltura le grandi civiltà del passato non sarebbero mai nate. Con l’agricoltura la popolazione cresce, viaggia, mantiene eserciti, burocrati, insegnanti, artigiani, scienziati, medici e religiosi. Si evolve. Vi domanderete cosa c’entri tutto questo con i cani e in particolare con i terrier e nella fattispecie con i Fox Terrier. Ci arriviamo.

Il raccolto era basilare perché con quello si viveva. Tutta la produzione ossia grano, fave, uva, polli e quant’altro si trovava in aree sì disboscate e agricole ma comunque circondate da ambienti selvaggi nei quali prosperava una fauna selvatica numerosissima e variegata, attirata proprio da quel che si produceva nei campi e pascoli. Non bisogna affatto trascurare il danno che animali selvatici più piccoli, ben più numerosi di quelli grandi, possono apportare ai coltivi, agli orti o ai pollai. Il tasso, la faina o la volpe sono ghiotti di uva, grano, frutta e naturalmente galline o anatre. I numerosissimi conigli selvatici possono devastare un orto, la lontra i pesci dell’allevamento o gli anatroccoli. I topi fanno danni più di tutti, considerando che un topo campagnolo o domestico – nell’antichità il ratto nero e il ratto norvegese (che nonostante il nome è originario dell’Asia) non erano ancora giunti in Europa – ha un fabbisogno giornaliero pari al 20% del proprio peso corporeo. Insomma, sarebbe come se un uomo di 70 kg mangiasse 14 kg di cibo al giorno. Senza contare che ne danneggia o ne deturpa almeno il doppio.

Topo.

Ecco allora che serviva una protezione e difatti nell’antichità si usavano esemplari di mustelidi addomesticati, fino a un certo punto, come la donnola e il furetto. Quest’ultimo è una variante selezionata dall’uomo, in particolare da greci e romani, della puzzola europea. Sono buoni cacciatori ma anche se addomesticati predano pure pulcini e anatroccoli e pertanto non è che siano adatti a stare nelle fattorie. Anche animali del tutto selvatici venivano ben tollerati, come i serpenti – eccetto la vipera – quali il biacco, la natrice o il cervone che si stabilivano nei granai o nei dintorni e mangiavano i topi, e l’uomo non li molestava proprio perché utili. Ma servivano poco o nulla visto che dopo avere mangiato uno o due topi si rintanavano per un mese per digerirli. In quel frattempo una sola femmina di topo dava (e dà) alla luce da 3 a 15 cuccioli e ognuno di questi è pronto a riprodursi dopo un mese e mezzo, con circa 15 parti l’anno. In certi anni poi il numero dei topi letteralmente esplodeva, e accade pure oggi, ed era il disastro. https://www.youtube.com/watch?v=zWVw-j8eYSk

Serviva qualcos’altro ma il gatto fu raro nell’antichità in Europa, essendo stato addomesticato in Egitto verso il 2000 a.C. e forse anche prima  a Cipro e in Mesopotamia. E’ vero che in Europa e anche in Italia c’è il più grosso gatto selvatico, ma il suo carattere è talmente pessimo da non essere addomesticabile e addirittura neppure ammansibile. Anche incrociando un gatto selvatico con uno domestico si avranno cuccioli altrettanto ferocemente indipendenti. Difatti il gatto domestico discende dal più malleabile gatto selvatico africano.

Una cosa però è certa, prima le donnole e furetti, poi soprattutto i gatti, erano sì validi contro topi e piccoli animali ma certo non contro altri più grossi quali volpi e tassi che facevano incursioni nei pollai e nei coltivi. E neppure servivano a cacciarli. Per quello ci volevano i cani, anzi piccoli cani combattivi e attivi, già esistenti non solo in Grecia o Roma ma in quasi tutto il pianeta abitato dall’uomo e non solo dove c’erano grandi civiltà. Persino presso le popolazioni nomadi come i mongoli che cacciavano le marmotte tarbagan con piccoli cani. Cani da terra li avevano pure i greci e i romani, che li chiamavano terrarius, da cui deriva il nome generico terrier. I romani chiamavano un tipo di piccoli esemplari canis Melitaeus e sono i progenitori degli attuali Maltesi – senza dubbio molto diversi oggi per via della selezione umana e non sul campo. Servivano anche loro contro i piccoli animali selvatici, e per acciuffarli nei magazzini ingombri o nelle tane dovevano necessariamente essere agili, aggressivi e piccoli. Aristotele fu il primo a menzionarli attorno al 370 a.C., descrivendoli delle dimensioni di un mustelide, come la faina cacciatrice di conigli e topi sotto terra.

Anche i greci avevano cani grandi e piccoli e questi ultimi erano chiamati alopekis – dal greco ἀλώπηξ ossia alópex, volpe – buoni sia da compagnia sia come cani da cortile. Venivano chiamati così perché somigliavano a piccole volpi, svegli, vivaci, eleganti, vigili e utili nell’eliminare topi e piccoli animali ritenuti nocivi, nonché nel custodire pollame, anatre e oche proteggendoli proprio dalle volpi. Li si teneva pure sulle navi mercantili per eliminare i topi che, si sa, vi sono sempre presenti.

Reperto risalente circa al 350 d.C., Puglia.

Naturalmente cani di questo genere venivano impiegati anche per la caccia, che fu sempre un’attività importante a livello alimentare anche perché allora la selvaggina era definita res nullius, ossia di nessuno e quindi cacciabile da chiunque. Ben diversamente accadde in seguito, dal medioevo in poi. L’economia agro-silvo-pastorale comprendeva la caccia ad animali minori che comunque dava introiti sotto forma non solo di carne ma anche in pelli da usare o vendere nonché grasso e derivati. Per esempio il tasso, una delle specie ricercate con i cani da tana, veniva cacciato in particolare in autunno perché più grasso, raggiungendo anche i 20-25 kg, con punte eccezionali di 30. Fino al XIX secolo con il sangue e grasso si preparavano pomate e unguenti utilizzati contro la tosse, slogature e altre necessità similari. Con le zampe posteriori si preparavano prosciutti affumicati molto apprezzati. Il pelo serviva per i pennelli. Ma tutti gli animali un tempo cacciati con i cani venivano mangiati, come topi, ricci, conigli e persino volpi. Pertanto i cani da tana erano utilissimi per eliminare i predatori nelle aziende agricole, le specie che potevano razziare le coltivazioni e infine per l’approvvigionamento alimentare e la vendita di altri derivati animali. Non trascurando la guardia, che tutti i cani – chi più chi meno – fanno.

Quando i romani invasero la Britannia – l’attuale Gran Bretagna – vi trovarono molte tribù e cani di vari tipi, come i cosiddetti agassian, così descritti da Oppiano di Apamea, autore probabilmente dopo il 211 del poema in quattro volumi sulla caccia Cynegetica: C’è una forte razza di cani da caccia, di piccole dimensioni, ma non per questo meno degna di gran lode, delle tribù selvagge di britanni dalla schiena tatuata, chiamati con il nome di Agassian (…) sono tozzi, emaciati, ispidi, con gli occhi opachi, ma dotati di zampe armate di potenti artigli e con la  forte bocca dai denti serrati che lacerano. È in virtù del suo olfatto, tuttavia, che l’Agassian è più considerato, e per la ricerca della pista è il migliore che ci sia, perché è molto abile a scoprire le tracce di quel che cammina e anche a percepire gli odori nell’aria.  L’agassian parrebbe essere stato, anche, un cane da tana, o quantomeno utilizzabile per alcuni animali che si rifugiavano in tana. Naturalmente, essendo entrata a far parte dell’impero romano la Britannia era ora coinvolta in un sistema enormemente sviluppato di flussi commerciali e contatti che includevano, fra le altre cose, pure i cani, che si accoppiavano con quelli colà già esistenti a seconda del tipo e funzione.

Terriers Rabbitting, circa 1840, di Edward Walter Webb (1810-1851).

Visto che i terrier – comunque già esistenti se si intendono generici cani anche da tana – sono stati selezionati in Gran Bretagna, trattiamo quel Paese. I terrier devono moltissimo ai lupi, anzi alla loro scomparsa avvenuta a causa dell’uomo in Inghilterra durante il regno di Enrico VII (1485-1509), in Scozia nel 1743 e in Irlanda nel 1786. Ebbene, il lupo (e la lince, estintasi ancor prima) in Gran Bretagna erano gli unici mammiferi a predare la volpe. Scomparsi questi predatori, per il piccolo canide selvatico fu una pacchia, anche grazie ai romani che nel 43 avevano introdotto il coniglio in Britannia. Quanto sia prolifico il coniglio lo sanno tutti. La scomparsa del lupo, inoltre – seppure in misura molto minore – favorì anche il tasso, pure lui predato occasionalmente. Accadde quindi che le volpi divennero numerosissime, cibandosi sì di selvaggina (cosa ovviamente malvista dall’uomo, che la cacciava pure lui e quindi era in competizione) ma anche di piccoli animali domestici. Ecco che i terrier furono ancora più necessari per cacciare la volpe, nonché altre specie, per limitarne il numero.

Disegno di J. Scott Copper, pubblicato l’1 maggio 1801 a Londra.

Poiché questi cani dovevano entrare nelle tane e affrontare, anche lottando sanguinosamente, faine, tassi e volpi, è chiaro che dovevano sì essere piccoli ma pure tenaci, aggressivi e senza paura. Che anche oggi è la caratteristica di questi cani. Li si selezionava in modo assolutamente cruento nelle fattorie, oppure nei ring facendoli combattere contro un tasso – dagli inglesi spesso chiamato col nomignolo brock –, spettacolo crudele che però piaceva alla gente finché non fu vietato nel XIX secolo (oggi il tasso è specie protetta, anche se in Gran Bretagna illegalmente lo si fa ancora). Un terrier, fosse anche un Pitbull Terrier, ben difficilmente potrebbe uccidere un tasso adulto e sano, estremamente aggressivo se messo alle strette e con la pelle durissima da penetrare. Il famoso tasso chiamato Old Hoary a Londra nel 1763, durante una serie di combattimenti all’ultimo sangue detti badger-baiting, in due giorni uccise uno dopo l’altro sei grossi Bull and Terrier. Al fine di selezionare e addestrare questi cani cercando di evitargli gravi ferite, spesso al povero tasso gli si tagliavano gli unghioni, strappavano i canini oppure si legavano le mascelle.

Ovvio che il terrier, durante la caccia, si trovasse invece ad affrontare un animale del tutto integro e difatti non erano pochi i cani gravemente feriti o uccisi. A volte gli si legava una lunga corda a una zampa posteriore in modo da poterli estrarre dalla tana se in pericolo di morte, ma poteva essere troppo corta – le tane possono essere lunghe molte decine di metri, con curve e vari livelli – oppure d’impaccio per lo stesso cane.

La volpe in tana senza dubbio è un avversario meno pericoloso per un terrier, ma non è sempre così. Difatti questo canide selvatico a pari peso è parecchio più grande di un cane e questo perché le ossa sono meno dense di quelle del cane pesando circa il 30% in meno. Ha anche molto pelo. Inoltre ha in petto stretto e pertanto nel buco dove passa una volpe può infilarsi solo un cane più piccolo, ma pure più robusto. In questi anni vengono sempre più frequentemente segnalate volpi di dimensioni particolarmente grandi, in alcuni casi del tutto eccezionali, e questo parrebbe essere una conseguenza della scomparsa dei suoi predatori e di una maggiore disponibilità di cibo, incluso quello lasciato comunemente all’esterno delle case per alimentare i gatti. E’ chiaro che siffatti esemplari siano del tutto incompatibili con l’utilizzo di molte piccole razze di terrier, in quanto semplicemente troppo grandi. Quella della foto, uccisa all’inizio di gennaio 2012 nel Kent, Inghilterra, pesava oltre 15 kg e aveva predato anche agnelli e gatti adulti. Negli anni sono stati abbattuti altri esemplari eccezionalmente grandi.

La volpe uccisa all’inizio di gennaio 2012 nel Kent

I cani tipo terrier furono usati in quella che oggi è la Gran Bretagna, anche nel medioevo, ma non dalla nobiltà appassionata di caccia a cavallo con mute di cani di diverso tipo e dimensioni e su enormi territori. La pressione venatoria fu tale che si estinse il cinghiale, probabilmente nel XIII secolo, più volte reintrodotto fra il 1610 e il 1700 ma sempre vanamente perché gli esemplari venivano abbattuti prima ancora che potessero prosperare. Il numero di cervi calò notevolmente, tranne in zone selvagge del  Dartmoor, Exmoor e Lakeland, e poi crollò nel XVII a causa della fame della popolazione e quindi del bracconaggio causati dalla guerra civile. La volpe veniva cacciata raramente dai nobili, ma nel XVII secolo cominciarono a fare grandi battute con cani da volpe, detti Foxhound. La grande diffusione di questa caccia iniziò però nel secolo successivo. Tuttavia, visto che le volpi si rifugiavano nelle tane e che i Foxhound erano troppo grossi, servivano cani che lo facessero e che le scacciassero da lì. I piccoli, coraggiosi e aggressivi terrars, poi detti terrier, erano quel che serviva ed erano già presenti.

Questi cani non erano certo belli, dal pelo spesso duro, di tutti i colori, bassi, spesso ricoperti di cicatrici. Ma ciò non importava a nessuno, perché il vero terrier dev’essere soprattutto di carattere, da lavoro. Servivano anche cani che fossero abbaiatori, sia per frastornare il selvatico, se andava bene, fino a spingerlo a fuggire e riemergere in superficie, sia per segnalare ai cacciatori, che li udivano, l’evolversi della situazione nella quale si trovavano, là sotto. E sopra c’erano parecchi uomini – i contadini, mica i nobili elegantemente vestiti e spesso spocchiosi – con vanghe e pronti a scavare velocemente il terreno fino ad arrivare al cane in difficoltà, eventualmente sostituendolo con un altro se stanco o ferito malamente.

Questi cani dovevano, e devono visto che li si usa tuttora, avere obbligatoriamente determinate caratteristiche fisiche per operare nelle tane. Il primo era il torace stretto, visto che in caso contrario per avanzare avrebbero dovuto scavare, affaticandosi e surriscaldandosi. Inoltre, se troppo grossi, dovendo scavare e gettare la terra dietro di loro era facile che rimanessero incastrati, visto per di più che le tane prima o poi vanno in discesa. Inoltre c’era il problema della respirazione, poiché più è stretta la galleria e meno flusso d’aria ci sarà. In definitiva, un cane piccolo era avvantaggiato rispetto a uno più grande.

Bene, abbiamo capito che i terrier dovevano essere così. Naturalmente un vantaggio in una cosa può diventare uno svantaggio in un’altra. E nella nuova organizzazione della caccia alla volpe, ossia quella nobiliare a cavallo, il difetto era… proprio il vantaggio, ossia la piccolezza. Presto spiegato: la caccia alla volpe si svolgeva con cavalli al galoppo, saltando o attraversando corsi d’acqua anche profondi, balzando agilmente sopra continui muretti e steccati. I cavalli ovviamente ce la facevano senza problemi. Lo stesso valeva per la muta di Foxhound, veloci, agili, resistenti, grandi. Ma un piccolo terrier dalle zampe corte non poteva tenere a lungo quel ritmo. Bisognava quindi portarcelo fino a lì, ma c’erano altri problemi che analizzeremo nel prossimo servizio.

Essendo i terrier piccoli e non in grado di correre alla stessa velocità della muta di Foxhound, venivano portati a cavallo in un’apposita bisaccia. Non uno solo, ma diversi. E’ vero che di norma si faceva entrare nella tana un solo cane, visto il poco spazio, ma quelle delle volpi possono essere più d’una e hanno diversi ingressi e uscite.

Anzi, non raramente la tana viene scavata da un tasso – e capita che i due animali le usino contemporaneamente, tollerandosi – e possono essere lunghe anche centinaia di metri, tutte collegate fra loro. Gli inglesi le chiamano sett. Per evitare questo problema l’addetto ai terrier, detto appunto terrierman, ispezionava attentamente il territorio nel quale si sarebbe svolta la caccia, individuava – se ci riusciva – tutte le varie tane e i relativi accessi, e il giorno prima della battuta ne faceva scacciare le volpi dai terrier e provvedeva a chiuderli con fascine e paletti. Tranne due, quello da cui entrava la volpe e poi il cane e quello dal quale sarebbero usciti, visto che lo spazio delle gallerie ben difficilmente permetteva l’inversione di direzione.

Una volta iniziata la caccia, la muta di Foxhound inseguiva la volpe, fiutandola o a vista e, se la furba preda non riusciva a ingannarli (essendo appunto una volpe…), andava a nascondersi nella tana. Se non riusciva a raggiungerla in tempo, i cani la sbranavano. Una volta giunto il terrierman, il cane veniva messo davanti all’ingresso della tana e subito ci si infilava. La volpe poteva essere ancora lì dentro o magari era già fuggita da un’altra uscita non individuata precedentemente. Se la volpe non c’era, il terrier uscendo rischiava di essere subito sbranato proprio dagli eccitati Foxhound essendo sporco di terra e pervaso fortemente dall’odore della volpe. Ciò poteva accadere soprattutto con i terrier usati nel settentrione dell’isola e precisamente in Scozia dove si usavano i cosiddetti fell terrier dal pelo liscio, lungo o duro di colore  marrone, nero, rosso, o nero e marrone. In Galles e Inghilterra, dove queste cacce erano molto più in voga, si usavano invece i cosiddetti white fox terrier, di colore bianco o comunque prevalentemente chiaro dal quale probabilmente discesero, fra gli altri, lo Smooth Fox Terrier e il Wire Fox Terrier.

Nel caso la volpe fosse uscita da un’altra parte, i cani ripartivano all’inseguimento, ma non il terrier che era ancora là sotto a perlustrare. Bisognava aspettare che uscisse, cosa che accadeva non in poco tempo perché le gallerie erano lunghe. Ecco perché di cavalieri con terrier portati nella bisaccia ce n’era più d’uno. Ciò poteva rallentare notevolmente la battuta e quindi il divertimento di quella truppa di nobili persone ricche e ben vestite. Ovviamente per la volpe di divertimento non ce n’era proprio, e da parte dell’uomo non c’era alcuna pretesa di lealtà. Quelle che riuscivano ad arrivare integre fino al tramonto venivano “graziate” dai cacciatori, ma la verità è che quei bellimbusti erano ormai sfiancati. L’unico vantaggio per la volpe era la sua densità, in quanto  nei boschi e campi ne vivevano diverse e pertanto c’era la possibilità che la muta di cani, inseguendone una, incrociasse la pista di un’altra, non stanca, e quindi che il tutto ricominciasse con un diverso rapporto di forze fisiche.

Muta di Foxhound in caccia.

Se la volpe invece veniva presa e sbranata dai cani, il master ossia il conduttore della caccia intingeva le dita nel sangue della povera bestia e con quello segnava due righe sulle guance dei partecipanti per la prima volta a quella gloriosa lotta, che invece era un vero atto di vigliaccheria. Gli unici coraggiosi erano i terrier. Non ci si stupirà se oggi in Gran Bretagna, esclusa l’Irlanda, la caccia alla volpe e ad altri animali con le mute di cani sia vietata con gran dispetto per i nobili, ma sollievo della maggioranza della gente che la riteneva e ritiene pura crudeltà. Nel caso la volpe si fosse salvata, la volta dopo aveva esperienza sufficiente per non uscire dalla tana, preferendo affrontare il terrier combattendo a morte. Finita la caccia il terrierman andava a riaprire gli ingressi bloccati affinché le volpi superstiti potessero riutilizzarle. Il fine infatti non era quello di sterminare questi predatori. Anzi, quando i contadini subivano danni dalle volpi i proprietari terrieri preferivanbo rimborsarli per evitare che prendessero a ucciderle.

Comunque sia, si cominciò a pensare che ci sarebbe voluto un terrier bianco per evitare il rischio di  farlo sbranare dai Foxhound nonché dotato di zampe più lunghe per essere veloce e stare al passo della muta, senza doverselo portare dietro nella bisaccia.

Il primo esemplare oggi conosciuto con queste caratteristiche – dei tanti che senza dubbio ci furono prima ma nel più totale anonimato – fu Pitch, che menzioniamo solo perché il suo proprietario ebbe modo e mezzi per farlo ritrarre nel 1790 dal pittore inglese Sawrey Gilpin, specializzato in cavalli e cani. Il proprietario del cane era il colonnello Thomas Thornton, patito di caccia e di donne, tanto che alla fine morì senza un soldo e la sua casa nello Yorkshire e gli altri beni finirono ai creditori. Che di generici fox terrier come Pitch – sorta di piccolo cane da tana dal fisico ricordante un cavallo da caccia – ce ne fossero già in giro in quegli anni è dimostrato da quanto scrisse il politico e scrittore Edmund Burk nel XXIII secolo: Potente, elegante, fiero, sempre attento e vigile, dotato di grande ossatura, sia in stazione che in movimento, deve coprire molto terreno. Esaminando la testa di un bel cavallo, studiando la proporzione di questa con il corpo e con gli arti e in che rapporto questi stanno fra loro, dopo che sono state determinate da queste proporzioni lo standard della bellezza dell’animale, prendete un Fox ed esaminate il risultato delle stesse proporzioni fra la sua testa ed il suo collo, fra questi ed il suo corpo e così via. Nessuna misura esatta è necessaria alla bellezza. Da notare che  Edmund Burk nacque nel 1729 e morì nel 1797, quindi molto prima del 1876, quando fu fondato il Fox Terrier Club e redatto lo standard di questa razza facendo riferimento proprio ad alcune analogie fisiche fra questi cani e i cavalli da caccia. Eppure già prima, ossia nel secolo precedente,  Burk accennava al cavallo e a un siffatto standard di riferimento. Ciò significa che il Fox Terrier Club non fece altro che sancire quel che già esisteva ed era la prassi, senza inventare nulla di nuovo.

Il colonnello Thornton era un appassionato di falconeria e il fatto che Pitch – dalla testa piccola e forse con sangue di Whippet – fosse prevalentemente bianco e con quelle caratteristiche morfologiche non è da trascurare affatto perché l’esigenza era la stessa riscontrata fra terrier e mute di Foxhound, citata prima. Pitch grazie al fiuto rintracciava la preda e la scovava: se questa si rintanava, la scacciava da lì e allora interveniva il più veloce rapace che la raggiungeva e abbatteva. E’ ovvio però che nelle fasi concitate della caccia il rapace non dovesse confonderla da lassù con il cane, che per tale motivo era bianco e pertanto subito identificabile. Nel caso della caccia alla volpe il falco non osava attaccarla, però con voli radenti e veloci e finti attacchi poteva confonderla e frastornarla, dando tempo a cane e cacciatore di arrivare.

Disputed Game, 1850, di Thomas Hewes Hinckley (1813-1896)

La collaborazione che Pitch faceva aveva con il falco, avrebbe potuto averla anche con i Foxhound. Thornton doveva fare una prova e pertanto quando nel 1802 si recò in Francia con l’intenzione di acquistare una tenuta di caccia, portò con sé dodici Foxhound, un cane da punta e Vixen, forse  discendente di Pitch e dotata di gran carattere. Difatti Thornton partecipò lì, insieme ai nobili locali con i loro cani, a una caccia al lupo. Quest’ultimo, già stato colpito a fucilate, riuscì a fuggire finché fu raggiunto dai cani. Anche Vixen lo aveva azzannato al fianco furiosamente senza mollare la presa, finché il lupo, un maschio di quattro anni, pur con tutta la muta addosso riuscì a ferire alcuni cani, inclusa Vixen al muso, ma questa non cessò la lotta. Il lupo fu finito a fucilate.

Un’altra dimostrazione del coraggio e caparbietà dei terrier la si ebbe decenni dopo, sempre con un lupo, il 29 aprile 1834. Da secoli presso la Torre di Londra esisteva un serraglio, precursore dello Zoo di Regent Park, dove venivano detenuti animali selvatici. Quel giorno un lupo fuggì da una gabbia ma il sergente Cropper, custode del serraglio, riuscì a chiudere il cancello, mentre il suo piccolo terrier attaccò il lupo, fuggendo però subito dopo. Ma quando vide il lupo, forse più frastornato e spaventato di lui, andare verso l’abitazione di Cropper, abitava nel serraglio con la moglie e la figlia, lo inseguì e l’attaccò ancora, finendo purtroppo sbranato. Tuttavia nel frattempo la moglie e la figlia erano riuscite a fuggire. Questo può fare capire l’incredibile coraggio dei terrier.

Fortuna, eccezionale Fox Terrier dell’Allevamento Star Pride, uno dei più prestigiosi al mondo.