Come scritto precedentemente, i primi a colonizzare il giappone furono gli ainu ma poi si ritirarono sull’isola di Hokkaidō e (in contatto con gli emishi) nel nord-est di Honshū, nella regione del Tōhoku, ossia l’area dell’attuale razza Akita. Con ogni probabilità il cane degli ainu era quello che oggi viene chiamato Hokkaidō-ken (ken, come inu, significa cane ma ken è più corretto perché lo si usa generalmente per indicare un luogo geografico) ed era abbastanza simile a quello chiamato oggi Akita inu. Ricordiamo che questi ultimi cani non erano grandi come oggi in quanto, secondo gli studi di Hyoemon Kyono e Katsusuke Ishihara, il cane dei “matagi” delle zone di Akita e Iwate raramente superava alla spalla 1 shaku e 9 sun, ossia approssimativamente 58 cm.  Esempi di questi cani erano, nei primi anni ’30,  i famosi Oyajiro-go di proprietà di Hyoemon Kyono, Fuji-go di Kesakichi Takahashi e Sentaro-aka di Keiji Takahashi.

L’Hokkaidō-ken, abbreviato in Dō-ken e chiamato anche Ainu-ken, è raro anche in Giappone e non esistono allevamenti in Italia. Dotato di folta pelliccia, resiste molto al freddo e, grazie al robusto petto, riesce a farsi largo fra la neve alta. Ha un innato senso dell’orientamento e dell’olfatto, tanto che alcuni esemplari furono usati nel 1902 quando un reparto di soldati dell’esercito imperiale giapponese si smarrì per via di una bufera di neve durante una esercitazione a gennaio sulle Montagne Hakkōda del nord Honshū (ci si preparava in vista della possibile, come difatti avvenne, Guerra russo-giapponese). Purtroppo quando il reparto fu trovato – ma solo grazie a un militare del reparto andato alla ricerca dei soccorritori e che conseguentemente perse braccia e gambe per l’assideramento – l’intervento fu portato a termine. Erano rimasti vivi, gravemente congelati, solo venti sui duecentodieci soldati del battaglione. Con quella tempesta e quelle che seguirono per giorni, anche i cani messi in campo dai soccorritori non erano riusciti a trovare nessuno, e credo che nessun cane ne sarebbe stato capace. C’è però da sottolineare che comunque l’Hokkaidō-ken, come tutte le altre razze giapponesi, non ha le qualità idonee per svolgere appieno compiti militari o di polizia. Per il resto sono affettuosi, molto coraggiosi, con un alto livello predatorio e piuttosto indipendenti.

Un ainu con un Hokkaidō-ken.

Il tipo di cane, non riconosciuto come razza, geneticamente più vicino all’Hokkaidō-ken è il rarissimo (poche centinaia di esemplari rimasti) Ryūkyū, vivente nell’altra estremità del Giappone nella regione di Yanbaru, nel nord dell’isola di Okinawa e sull’isola di Ishigaki. Ha le stesse dimensioni dell’Hokkaidō-ken ma ha il carattere più mite e il pelo è corto – a causa del clima molto più caldo – e in maggioranza tigrato tanto da essere soprannominati tigre con l’aggiunta del colore del manto: toola a Okinawa significa tigre, e i colori riconosciuti sono “kuro-toola” (tigre nera), “aka-toola” (tigre rossa), “shiro-toola” (tigre bianca) e “akain” (fulvo, non tigrato).

Ryūkyū inu.

Comunque, i giapponesi, dopo oltre un secolo di ostilità contro gli emishi, riuscirono nella conquista di quella parte di Honshū ma solo perché furono appoggiati da una parte degli emishi, ne adottarono gli usi anche alimentari e infine si dotarono pure loro di arcieri a cavallo. Ergo, l’esercito giapponese dovette tornare a incrementare  l’allevamento dei cavalli per motivi strategici, togliendo spazio alla coltivazione del riso, anche se questo uso era in atto a partire dal V secolo d.C., anche con pascoli gestiti dal governo.

I samurai allevavano cavalli e altro bestiame, che lo mangiassero o no in quanto era utile per i trasporti, e  cacciavano regolarmente gli animali selvatici per il loro stesso consumo, ritenendo che una dieta a base di carne desse forza e quindi fosse essenziale per il successo dei signori della guerra dell’epoca. Non è da escludere che questa opinione sia stata ancor più accreditata dai tentativi del XIII secolo di invasione del Giappone da parte dei mongoli di Kublai Khan. I mongoli, che conquistarono un enorme impero, erano famosi per cibarsi essenzialmente di carne e latticini.

In Giappone – come in Cina, Corea e Paesi limitrofi – i cani venivano utilizzati in determinate occasioni anche a livello militare, per la vigilanza e perlustrazioni, come messaggeri (i dispacci venivano inseriti in cilindri di bambù legati al collo) e per i trasporti di cibo specie durante gli assedi. Tali operazioni di rifornimento dovevano essere sì improvvise ma condotte, probabilmente di notte, con grande dispiegamento di cani in quanto il carico che può portare un singolo animale di dimensioni medie (in Giappone fino al XIX secolo i cani erano tutti da caccia e di dimensioni medio-grandi) è ridotto. Questi interventi potevano riuscire magari solo in parte, finendo anche in mano al nemico, ma questa è una cosa che si mette sempre in conto. Durante la Guerra in Indocina e poi nella Guerra del Vietnam, i rifornimenti paracadutati rispettivamente dai francesi e poi dagli statunitensi finirono direttamente e involontariamente anche al nemico.

I soldati acclamano l’arrivo di notte (si noti la torcia) di un cane con un sacco di riso.

Sappiamo che gli arcieri, inclusi i samurai, si addestravano al “tiro sul cane” (inuoumono), liberando molti di questi poveri animali in grandi recinti e bersagliandoli mentre fuggivano. Questo addestramento  tuttavia fu sempre criticato, finché si giunse all’obbligo di usare frecce spuntate, e infine al divieto. Ammesso, e non è detto, che non fosse considerato un divertimento analogo a quello dei combattimenti fra cani, pare servisse a imparare a colpire obiettivi piccoli e veloci come i cani e quindi rendesse più facile colpire in battaglia i più grandi e lenti soldati nemici.

Inuoumono.

Questi atti contrastavano però con la religione, che vietava di uccidere o maltrattare qualsiasi animale (tranne quelli esonerati, pesci e molluschi), regola però del tutto inosservata in alcuni ambiti, come il combattimento fra cani esistente già almeno in epoca Kamakura (1195-1333). In seguito continuarono, anche se mal visti alla corte imperiale, soprattutto con l’avvento di Tokugawa Tsunayoshi (1646-1709), quinto shōgun dello shogunato Tokugawa e passato alla storia per molte cose, fra cui il fatto di essere “mammone” (si faceva consigliare solo dalla madre ed era attratto dai giovanetti) e di amare moltissimo i cani, ma fece molto anche per la popolazione povera. Non solo era nato nell’anno del cane del calendario cinese, ma qualcuno gli aveva fatto credere che nella vita precedente Tsunayoshi era stato un cane.

Fu così che a partire dal 1694 promulgò lo Shorui Awaremi no Rei, il primo di diversi editti a protezione dei cani, soprattutto di quelli randagi o malati. Qualsiasi violazione, non importa quanto minore, portava alla reclusione e in almeno un caso addirittura alla pena di morte, come accadde quando un apprendista fu condannato a morte per aver ferito un cane. In pratica, Tsunayoshi stabilì che la vita di un cane valesse più di quella di un essere umano. Non solo, fu creata la figura dell’Inu-metsuke, sovrintendente che faceva regolari controlli nelle strade per verificare l’osservanza della legge e descriveva i cani visti indicandone sesso, colore e presunta età. I dati finivano nel Kazukesho, un registro. Man mano che la legge diventava sempre più severa, un numero crescente di persone si liberò dei propri cani per evitare guai e conseguentemente i cani abbandonati aumentarono, andando ad aggiungersi alla massa dei randagi. Tsunayoshi allora, forse su consiglio della mamma, pensò di risolvere il tutto facendo allestire nel 1695 a Edo (l’odierna Tokyo) dei canili in cui tenerli, e sappiamo (grazie al Kazukesho) che nel 1697 il numero di questi cani ammontò a 48.748, tutti mantenuti con pastoni di riso e pesce giornalieri. Tuttavia alcune fonti affermano che il totale fosse di 100.000, ma bisogna sospettare che qualche funzionario poco onesto delegato al settore avesse interessi economici ad aumentare la cifra). Per questi motivi Tsunayoshi fu soprannominato Inu-Kubō  oppure Oinusama e cioè “il regnante cane”.

Dopo la morte di Tsunayoshi nel 1709, la legge fu prontamente revocata, con grande gioia della popolazione tormentata dai cani e punita per qualsiasi maltrattamento ai cani, vero o presunto. Le gabbie dei canili furono spalancate e i cani liberati (o cacciati) per le strade, con aggravamento del problema. Nonostante la protezione dei cani ordinata da Tsunayoshi, lontano dai centri di controllo imperiale i combattimenti continuarono poiché si riteneva che tali cani incarnassero e rappresentassero lo spirito combattivo dei  guerrieri samurai.

Facendo un passo indietro nella storia, nel 1543 una nave cinese venne spinta verso l’isola di Tanegashima (a sud di Kyūshū) da una tempesta. A bordo c’erano alcuni portoghesi, che fraternizzarono con i locali e le autorità e in seguito, al loro ritorno in India, spinsero i compatrioti  ad aprire nuovi mercati commerciali. Tutto ciò contribuì a creare scambi di vario genere con colonie portoghesi come Macao, Malacca, Ternate e Goa. Fra i vari “prodotti” fatti conoscere ai giapponesi è probabile ci fossero anche i cosiddetti cani tipo Tsin Suiken e Sjok-ken, importati da Macao dai portoghesi e che venivano là allevati a fini alimentari. I portoghesi furono seguiti il 15 agosto 1549, provenendo dalla Malacca, dallo spagnolo Francisco Javier della Compagnia di Gesù, il quale fondò la prima comunità cristiana nell’isola di Kyūshū. Quando Javier lasciò il Giappone, arrivò il gesuita italiano Alessandro Valignano (1539-1606), personalità molto importante per la diffusione del cristianesimo in Giappone, seguito dai francescani. Un buon numero di giapponesi aderì al cristianesimo, scoprendo il mondo occidentale e i suoi tesori anche tecnologici e persino alcune specie allevate come bestiame. Con i primi cristiani giunsero in Giappone anche cani spagnoli e portoghesi e pertanto già da allora dovette verificarsi almeno in parte un meticciamento con i cani giapponesi, ma si suppone a livello locale a Nagasaki, che divenne una zona autorizzata di contatto e commercio con l’Europa e con il continente asiatico.

I portoghesi, essendo commercianti senza peli sullo stomaco, fra i “prodotti” giapponesi da esportare diedero grande spazio agli schiavi, ossia uomini ma soprattutto donne giapponesi come concubine, che vendettero ovunque. Nel 1598 il gesuita Luis Cerqueira riportò che al mercato degli schiavi di Macao addirittura non era insolito che uno schiavo africano comprasse per sé degli schiavi giapponesi. La cosa fu infine vietata da re Sebastiano nel 1571 e ancora da re Filippo nel 1595 forse anche per via delle rimostranze da parte dello shōgun Toyotomi Hideyoshi, il quale indignato dalla tratta dei suoi connazionali nel Kyūshū scrisse il 24 luglio 1587 una lettera al padre vice-provinciale dei Gesuiti, Gaspar Coelho, chiedendo la fine della tratta e il rimpatrio degli schiavi venduti. Lo fece più che altro per nazionalismo, perché lui stesso pochi anni dopo attivò una enorme tratta di prigionieri di guerra coreani venduti come schiavi in Giappone e ai portoghesi stessi, frutto delle invasioni giapponesi della Corea (1592-98).

Perché abbiamo fornito questi dati? Perché i portoghesi, come gli spagnoli, impiegavano i cani anche sulle navi per tenere sotto controllo gli schiavi, africani o giapponesi che fossero, e pertanto dobbiamo ritenere che qualcuno di tali cani fosse presente almeno a Nagasaki. L’arrivo dei cani europei è del resto testimoniato anche dai quadri dell’arte Nanban che si riferisce all’arte giapponese dei secoli XVI e XVII influenzata dal contatto con i Nanban o “Barbari del Sud”, come i giapponesi definivano commercianti e missionari europei e in particolare portoghesi. Questo aspetto è molto interessante e nel contempo misterioso in quanto i cani da schiavo erano senza dubbio più grandi e potenti di qualsiasi cane giapponese e di indole feroce e battagliera. Come mai il meticciamento avvenuto nel XIX secolo non si verificò già allora?  Forse perché i governanti giapponesi, prima ben disposti, quando cominciarono a sospettare che gli occidentali si preparassero a divenire possibili invasori repressero il cristianesimo dal 1587 e cominciarono a eliminare anche con metodi spicci e brutali tutto ciò che fosse straniero.

Arte Nanban: i portoghesi in Giappone. Si noti il cane.

Tuttavia nel 1615 una nave olandese fece naufragio sulle coste giapponesi. A bordo c’era William Adams, il quale divenne una persona ben accolta e specialmente da Ieyasu, il primo shogun del periodo Tokugawa. Proprio Ieyasu accordò ad Adams un onore mai concesso a uno straniero, ossia di divenire un samurai con il nome di Anjin (Pilota). Questo comportò l’apertura di nuovi commerci, in concorrenza con i portoghesi. Ieyasu era di mente aperta – potremmo definirlo un esterofilo – e appassionato di cani, tanto che se ne procurò una settantina, anche europei e definiti semplicemente Kari inu. Tuttavia, dopo la morte di Ieyasu nel 1640, suo figlio e poi gli altri shogun Tokugawa iniziarono il loro lungo isolamento, mantenendo aperta per i contatti con gli stranieri occidentali solo Nagasaki. I commerci con la Mongolia, Corea e Cina invece continuarono, ma in altri porti. Il consequenziale arrivo di cani occidentali, oltre che di altre merci e persone, fu quindi definitivamente bloccato con il Sakoku, nome con cui si indica in Giappone la politica di autarchia praticata durante il periodo Edo dallo shogunato Tokugawa, iniziata con un editto dello shōgun Tokugawa Iemitsu nel 1641 e terminata per opera del commodoro statunitense Matthew Perry nel 1853. In pratica, tranne che in pochi porti strettamente sorvegliati e in casi eccezionali, era stato vietato qualsiasi contatto con gli stranieri. Senza un permesso scritto agli stranieri era vietato l’ingresso nel Paese e ai giapponesi era proibito lasciarlo; per i trasgressori vigeva la pena di morte.  Gli stranieri furono in massima parte espulsi o massacrati, soprattutto i cristiani.

Come già accennato, Nagasaki per due secoli e mezzo fu l’unica zona autorizzata di contatto e commercio con l’Europa. Proprio lì giunse Philipp Franz von Siebold, un  ufficiale medico olandese che rimase dal 1823 al 1829 a Nagasaki e che nel 1842 pubblicò il libro Fauna Japonica riguardante anche i lupi giapponesi e le razze di cani locali. Questi ultimi venivano genericamente suddivisi in quattro tipi: il Kari-inu, anche chiamato No-inu (da caccia); il Bawa-inu detto anche Kai-inu oppure Muku-inu (cane da strada, meticcio incrociato con i cani cinesi e indiani);  il Makura Tsin detto anche Suiken Tsin e Sjok-ken (cani da casa); e infine l’Ookame, il cane randagio a volte frutto dell’incrocio di cani con lo jamainu, ossia il lupo giapponese di Honshū. Anche l’Ookame veniva mangiato, mentre il lupo no, credendo che la sua carne fosse nociva all’uomo e che una disgrazia avrebbe colpito l’uccisore.

Antica stampa raffigurante lupi di Honshū.

La descrizione fatta da Philipp Franz von Siebold è evidentemente vaga e lacunosa e quindi è necessario un approfondimento, partendo dal fatto che le attuali razze che descriveremo sono solo una parte dei tipi di cani effettivamente presenti un tempo in Giappone e che si sono estinti o sono state assorbiti da quelle rimaste.

L’Ookame – il cane a volte frutto dell’incrocio con il lupo di Honshū (che però esisteva in tutto il Giappone, escluso Hokkaidō in cui viveva un diverso lupo) – con ogni probabilità è il Kochi-ken detto anche Mikawa Inu e meglio conosciuto come Shikoku, dichiarato Monumento Naturale vivente del Giappone. Parte dell’estinto  lupo di Honshū vive in questa razza, che è quella nipponica più simile al progenitore selvatico. Nello stesso tempo lo Shikoku, allevato per la caccia ai cervi e cinghiali nei distretti montuosi della prefettura di Kochi e un tempo anche chiamato Tosa, fu la base per la nascita del relativamente recente molossoide giapponese Tosa inu, creato con l’aggiunta di cani europei al fine di primeggiare nei combattimenti fra cani. In pratica, il cane giapponese più lupino diede vita all’unico cane molossoide giapponese. Lo Shikoku è uno splendido cane affettuoso, coraggioso, agile, energico e dall’istinto predatorio elevato fuori, mentre in casa è calmo e silenzioso. Alto alla spalla 43-53 cm, si ritiene che un tempo  ne esistessero tre varietà, oggi confluite in una: l’Awa, l’Hongawa e l’Hata, dal nome dall’area in cui sono stati allevati sull’isola di Shikoku. La linea Hongawa era ritenuta la più caratteristica.

Tutte le razze di cani giapponesi – a parte il piccolo Chin da compagnia di discendenza cinese e il Tosa inu creato per i combattimenti accoppiando molossoidi europei – sono da caccia, inclusa quella al cervo, orso e cinghiale (quest’ultimo non è presente a Hokkaidō). In Europa prima dell’avvento delle armi da fuoco per la caccia a questi animali, specialmente per l’orso e cinghiale si impiegavano grandi e potenti cani che, in gruppo, addentavano e cercavano di tenere fermo l’animale affinché il cacciatore potesse colpirlo mortalmente da vicino con una lancia o un apposito pugnale.

I cani giapponesi cacciavano queste stesse prede, ma invece piccoli o medio-piccoli. Come mai?Perché il territorio giapponese è prevalentemente ripido e montuoso e quindi un cane agile e leggero è l’ideale. Tuttavia l’Italia è montuosa quanto il Giappone circa, ma con montagne più alte, e i cani, più pesanti di quelli giapponesi, venivano usati per l’orso pure da noi. Quindi la spiegazione non può essere questa, ma semmai che in Italia ed Europa per la caccia grossa non si usavano armi avvelenate, mentre in Giappone e altre parti d’Asia sì. Se la caccia era invernale, i cacciatori giapponesi avvalendosi dei cani dovevano trovare la tana in cui l’orso andava in letargo, generalmente da novembre e per quattro mesi. Poi accendevano un fuoco e col fumo costringevano il plantigrado a uscire allo scoperto, colpendolo con frecce solitamente di bambù e dalla punta intrisa di veleno estratto dall’aconito.

Due esemplari di Shikoku dell’Allevamento Mondo Shiba e Shikoku.

A Hokkaidō e Honshū si usava il veleno estratto dalle radici della pianta Aconitum yezoense, a volte miscelato con il veleno del pungiglione del pesce razza rossa giapponese Hemitrygon akajei; a Sachalin l’Aconitum sachalinense, alle Curili l’Aconitum maximum e così via. I cacciatori testavano la potenza del veleno posizionandone un po’ sulla lingua o tra le dita e se provavano una immediata sensazione di bruciore significava che era abbastanza forte per far sì che l’orso colpito riuscisse a percorrere poche  centinaia di metri prima di crollare a terra. Poi lo si colpiva con la lancia. Poiché gli orsi sono molto più veloci di qualsiasi essere umano, si capirà che i cani servissero solo a trovarlo e in seguito soprattutto a disorientarlo e tenerlo lontano dai cacciatori giusto il tempo necessario affinché il veleno facesse effetto. Non serviva che fossero grandi, ma coraggiosi e agili sì. Pure con i cinghiali giapponesi (Sus scrofa leucomystax), pesanti anche più di un quintale, la tecnica era la stessa, con la differenza che questi suidi hanno una maggiore resistenza al veleno. I fulminei cani Shikoku erano quindi ideali per queste cacce. Una curiosità, spesso ci si ostina a scrivere che i cani giapponesi cacciavano anche il daino (Dama dama) ma questo animale non esisteva allo stato selvatico in Giappone. Quello presente era il cervo sika (Cervus nippon nippon), solo maculato come il daino.