(Segue dalla prima parte) Giovanni de Nantolio quei cani infine glieli trovò, esattamente nel Contado di Molise e nella Valle del Fortore, tra Campania, Molise e Puglia. Quegli esemplari  servivano a dare vita a un buon numero di Cani Corsi validi per qualsiasi caccia grossa, inclusa quella all’orso e al lupo, e questo anche perché Carlo I d’Angiò dai possedimenti in Africa importava pecore e arieti per migliorare con l’incrocio i propri greggi, che insieme all’allevamento bovino era un affare di Stato da parte dell’élite dominante. Insomma, i predatori erano certo un problema per quel business e per eliminarli tali cani erano l’ideale. Non dimentichiamo che i Cani Corsi erano utilizzati per la guardia, ma pure per la protezione del bestiame nei confronti di razziatori a due o quattro zampe, e questo andò avanti a lungo.

Napoli, 1870. Gregge di capre in città, scortate da un Cane Corso.

Sicilia, pastore di capre di razza siriana con Cane Corso, possibile Vucciriscu Siciliano.

Il poeta Teofilo Folengo nella sua opera Merlini Cocaii macaronicon o Baldo (pubblicata nel 1517 con lo pseudonimo di Merlin Cocai, Tipografia Paganini, Venezia) cita più volte il Cane Corso, come  al rigo 268: Così fa l’orso armato di artigli quando è circondato da numerosi cani corso, oppure al rigo 513: Così come ruggisce il leone ferito dal cacciatore, e con unghie e denti fa a pezzi i corsi e molossi che lo assalgono. Anzi, essendo Folengo nato a Mantova nel 1491 e morto a Campese (oggi quartiere di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza) nel 1544, ciò ci dà l’occasione per sottolineare che il Cane Corso non era certo conosciuto solo nel Centro-Sud d’Italia. Pure nel Nord veniva usato, e anche per la caccia. Addirittura, basti questo: nel 1792 apparve una misteriosa belva (poi abbattuta, era una lupa) nella zona di Milano che uccise e divorò una decina di bambini. Un testimone così la descrisse: L’animale sembra un grande cane corso, pelo rossiccio sul dorso e pelo bianco sul ventre, la testa grande come quella di un cane corso e le orecchie a punta. Conseguentemente le autorità ordinarono che tutti i proprietari di cane corso e altri cani feroci usi attaccare senza provocazione sono obbligati a tenerli sicuramente legati alla catena presso le proprie abitazioni in modo da non poter nuocere ad alcuno. Ciò ci fa capire quanto fosse comune anche in Nord Italia il Cane Corso.

Si va alla caccia con Cani Corsi e levrieri. Particolare di un quadro di Jacob Philipp Hackert (1737-1807), pittore che lavorò a lungo alla corte di Ferdinando IV Re di Napoli.

Naturalmente anche nel Nord Italia v’erano Cani Corsi di vario tipo, inclusi quelli più pesanti che erano riferibili più a mastini da guardia (ricordiamoci che si trattava sempre della stessa razza, anche se allora le razze ufficiali ancora non esistevano) e che non erano adatti alla caccia. Difatti Erasmo di Valvasone – nato nel 1523 appunto a Valvasone, Friuli, dove visse praticamente tutta la vita –  nel suo poemetto del 1591 La caccia nel Versetto 78 scrisse: Il Corso ha gran possanza, ardito assale La fera, e la ritien: poichè l’ha presa, Sciorre il dente non sa; ma poco vale Per raggiungerla poi, che in fuga è stesa: Non ha dal ciel sortita al nome eguale Prestezza il corpo suo, che troppo pesa: E la virtù diffusa in sì gran seno Mal lo riempie, e ne vien tosto meno.

Da notare che il condottiero e letterato Belisario Acquaviva (1464-1528), duca di Nardò e conte di Conversano, ambedue in Puglia, nel 1519 nel suo De venatione et de aucupio; de re militari et singulari certamine, sull’aspetto e caratteristiche dei cani da presa scrisse: C’è un terzo genere di cani che per la loro grossezza sono poco atti alla corsa e che in lingua volgare mastini vengono chiamati. Plinio dice che provengono dall’Albania mentre altri danno la Corsica come loro patria. Sono di animo aggressivo e capaci di affrontare qualunque fiera (…)  sguardo di fuoco; cervice e testa potenti; il labbro superiore che avanza su quello inferiore; occhi vivi; narici ben aperte; con fauci che sputano fuoco; denti acuti; il collo turgido e petto largo come nel leone; i piedi larghi con unghie dure in modo da far presa sul terreno mentre sopraffanno il selvatico. Con questo genere di cani il cacciatore potrà facilmente prendere ogni sorta di selvaggina. Insomma, Acquaviva prima dice che i mastini sono poco atti alla corsa ma poi asserisce che con loro si può prendere facilmente ogni sorta di selvaggina… Probabilmente intendeva distinguere tra la varietà mastino da guardia e quella del Corso più atletica e anche da caccia. Ovviamente questi cani non c’entravano nulla con la Corsica.

Cani Corsi ma pure mastini (forse intesi questi ultimi nel senso di cani pastore da protezione, come l’Abruzzese) vengono citati come cani da caccia nel Trattato cinegetico, ovvero della caccia, pubblicato nel 1626 a Milano e scritto due anni prima da Francesco Birago durante una passeggera infermità che lo tenne lontano dal suo svago prediletto, appunto la caccia. Birago scrisse: Varrone (Marco Terenzio Varrone, nato nel 116 a.C. e morto nel 27 a.C., fu un letterato, militare e agronomo dell’antica Roma. N.d.R.) nel primo libro dell’Agricoltura, cap. 9, fa due sorti di cani, una da caccia, e l’altra da guardia, e veramente che sotto questi due generi tutte le sorti di cani vi si comprendono: perciocché sotto quei da caccia, e corsi, e alani, e mastini vi si contengono, come quelli che si adoprano contra lupi, cinghiali, cervi, e altri animali grossi, e crudeli; sotto quei da guardia vi si numerano tutti li cani che, non assuefatti alla caccia, custodiscano le case, e le mandrie.

I Cani Corsi venivano addestrati alla caccia fin da cuccioli, in modo che conoscessero nel dettaglio la pericolosità delle prede. Infatti Giuseppe D’Alessandro descrisse la cosa nella sua opera del 1723 (pubblicata postuma a Napoli dal figlio Ettore, essendo lui morto nel 1715). Il titolo dell’opera, decisamente lungo come si usava allora, è Pietra di Paragone, Opera D. Giuseppe DAlessandro, duca di Peschiolanciano, divisa in 5 libri, né quali si tratta delle regole di cavalcare, della professione di spada, e altri esercizi darmicon laggiunta di alcune Rime, Lettere e Trattati di fisonomia, pitturadedicata alla Cesarea e Cattolica Maestà di Carlo VI Imperatore.

Ecco cosa scrisse in proposito: I Cignali anticamente in Regno si predavano con reti di fune à i riposti, poscia si pratticò ammazzarli col schiedo (probabilmente lo spiedo, una sorta di spada N.d.R.) à Cavallo, e col scapolargli addosso i Corsi, quali per non esser offesi dal cignale, devonsi primieramente assuefare col porco, domestico, addestrandogli ad addentare il muso del porco, e l’orecchio, procurando però che stringendo l’orecchie, quasi si cusciano col porco, acciò la Zanda (ossia la zanna del cinghiale N.d.R.) non abbia campo d’offendergli. (…) Volentieri si ritrova dentro le selve rintracciando la sua pedata, qual differisce dal Porco domestico col trapassare i piedi di dietro più di quelli d’avanti; O pure dall’istesse selve vien cacciato dal gran strepito de Menatori de’ Cani, ed altro. I bracchi benche non posson afferrarlo, pur qualche volta lo raggirono con bassargli attorno, e tal’ora con mordergli le gambe…

Giuseppe D’Alessandro nacque nel 1656 a Pescolanciano, provincia di Campobasso, in quello che veniva chiamato Citeriore Aprutio. Aveva il titolo nobiliare di duca e barone dei feudi di Pescolanciano, Carovilli, Castiglione, Pietrabbondante, Civitanova e Civitavecchia. A questi domini si aggiunsero i paesi di Roccaraso, Castelgiudice e Roccacinquemila, portati in dote dalla moglie, la baronessa A. M. Marchesani, d’origine salernitana.

I cani durante le battute a determinate specie animali erano di vario tipo, ma potevano andare d’accordo tra loro. Tuttavia in alcuni casi venivano fatti agire in tempi diversi: prima i segugi per rintracciare la preda, poi i levrieri per inseguirla e raggiungerla e infine i cani da presa per bloccarla in attesa dell’arrivo dei cacciatori a cavallo. Vincenzo Tanara nel suo L’Economia del Cittadino in Villa pubblicato nel 1644 a Bologna, a pag. 303 scrisse: Con tre sorte di cani si caccia: dieci segugi, dieci levrieri, e cani grossi specie mastini e còrsi

Two Views of a Dead Boar with a Mastiff and two other Dogs, quadro di Jacob Philipp Hackert (1737-1807).

Il biologo e scrittore Paolo Breber ne Il cane da pastore maremmano-abruzzese (1977, Editoriale Olimpia, Firenze) cita il Cane Corso: Il cane corso, un molosso leggero una volta molto comune che io ho potuto conoscere in Puglia e Molise. La razza ha una statura paragonabile al cane da pastore abruzzese; ha il pelo corto dal colore nero, grigio, tigrato, ed in passato, anche bianco; piuttosto esigente nell’alimentazione e trattamento, ha una spiccata propensione per l’addestramento. In tempi recenti la si vedeva trottare sotto i carretti, alla guardia delle masserie, ed accompagnare le guardie campestri; usata pure come cane bovaro, bloccava il capo mandria serrandogli il musello, in modo da permettere l’agevole cattura delle vaccine disorientate; anticamente era impiegata anche nella caccia alla grossa selvaggina dove non era solo necessario scovare gli animali ma anche assalirli. Questi usi fanno ben capire al lettore che si tratta di un molosso atletico e slanciato…

Cane Corso, Allevamento dei Martinotti.

A proposito dell’impiego del Cane Corso nella caccia in Molise e Abruzzo, i cacciatori Giuseppe Di Girolamo e Germano Castellano raccontarono: In questi ultimi decenni il cinghiale si è talmente diffuso nell’alta Val d Sangro e dintorni che molte squadre di cacciatori si dedicano intensamente a questa selvaggina. E’ una caccia che non si può improvvisare ma richiede cani adatti (…) Il metodo di caccia preferito è di prendere l’animale con l’aiuto di grossi cani aggressivi appena lo si scova, senza perdersi in lunghi inseguimenti o battute.

Una squadra è formata da tre a otto cacciatori e da quattro a otto cani (…) Nella muta ci deve essere un cane con più sangue, spinone o segugio che deve portare la passata (…) Gli altri cani sono di altro tipo, grandi, agili ed aggressivi per incalzare ed assalire la fiera. Quando la muta ha localizzato dove il cinghiale sta rintanando, in genere una macchia di cespugli bassi, si mette ad abbaiare ed è il momento di prepararsi a tirare (…) Il compito dei cani è di costringere il cinghiale ad uscire dalla cofa e circondarlo in un punto scoperto. I giovani cani sono più ardimentosi, mentre l’esperienza fa più cauti gli anziani. L’animale frastornato si mette in difesa e non pensa al cacciatore che cosi può mirare e colpire con calma. I cani migliori per assalire il cinghiale sono i Corsi, ma si trovano con difficoltà. Ora abbiamo un amico che ce li procura dalle Puglia. Molto usati sono i mastini abruzzesi che prendiamo dai pecorai. Tuttavia, in genere, qualunque cane grosso e ben costruito viene accettato da queste mute se promette bene. Per saggiare la predisposizione di un soggetto lo portiamo al cospetto di un cinghiale: se s’intimorisce viene subito scartato, ma se si riscalda viene senz’altro arruolato.

Parecchi cani vengono uccisi in questa caccia, specialmente i giovani inesperti. Il cane, un po’ preso dalla foga, un po’ dal desiderio di difendere il padrone, a volte lascia la prudenza e finisce sotto le zanne del porco selvatico. A titolo d’esempio, uno di noi in 33 anni di attività venatoria ha perso 40-50 soggetti. Quando si ha una muta di cani da presa di comprovata qualità si usa abbattere il cinghiale all’arma bianca. E’ una grande prova sportiva che richiede destrezza e sangue freddo. I cani prima devono avere immobilizzato l’animale; lo afferrano ai prosciutti e al codino. Preso di fronte il cinghiale è molto pericoloso e specialmente le femmine danno dei morsi terribili. La lama va infilata tra la spalla e la base del collo. Se in una zona non si trovano cinghiali si passa alla montagna dopo. Una cacciata va dall’alba al tramonto.

Sarcofago romano, molossi, II secolo a.C.

A volte nella caccia al cinghiale si impiegavano due Cani Corsi per bloccare un cinghiale, anche se il numero ideale era almeno di quattro – cinque esemplari che addentavano, se ci riuscivano, punti molto sensibili come il naso, le orecchie, la coda o le zampe, nonché i testicoli se il cinghiale era ovviamente maschio. Cosa più facile a dirsi che a farsi. I Cani Corsi da caccia potevano essere grandi, però in altri casi pure relativamente piccoli ma sempre atletici, come nel caso del Vucciriscu siciliano e Bucciriscu calabrese.

Calabria, caccia al cinghiale. Si nota un Bucciriscu.

I Cani Corsi, come già scritto, potevano essere di diverso tipo, addirittura a seconda del tipo di caccia fatta. Chi cacciava cervi o caprioli li selezionava ancora più snelli e veloci, addirittura a volte incrociandoli con i levrieri e ottenendo così lo Straviere. Cane da presa per levriere infatti era una delle diverse possibilità, più attuate di quanto si creda, e avviene anche oggi per esempio negli Stati Uniti con la creazione dei cosiddetti Staghound, simili per impiego agli antichi e cosiddetti Lurcher, incrociando levrieri per Pitbull o similari.

Probabile Straviere, statua di Romolo Ferrucci detto Romolo del Tadda (1544-1621), Giardino di Bobo, Firenze.

 

                                                                                                                             (continua nella terza parte)