con la collaborazione di Luca Summa

La scomparsa

Venerdì 26 novembre 2010 la tredicenne Yara Gambirasio si recò attorno alle ore 17, 30 nel centro sportivo di Brembate di Sopra (BG), dove si allenava in ginnastica ritmica, distante da casa sua appena 700 metri. Non aveva in programma alcun allenamento: tre giorni dopo ci sarebbe stata una gara, lo stereo si era rotto e l’insegnante aveva chiesto a Yara il suo. Si fermò per qualche decina di minuti a guardare le sue compagne allenarsi, scambiando quattro chiacchiere e poi se ne andò. Non arrivò mai a casa.  Le telecamere di sorveglianza del centro sportivo erano tutte fuori uso e pertanto inutili per le indagini. L’ultima traccia fu un sms inviato in risposta a un’amica. Alle 18,47 il suo cellulare era agganciato alla cella di Mapello, un comune a circa tre chilometri di distanza. La madre, preoccupata, tentò di chiamarla, ma il cellulare di Yara dopo le 19 risultò ormai spento e così si rivolse ai carabinieri e scattarono le ricerche.

Il caso fu infine risolto – con la condanna nel 2016 all’ergastolo di Massimo Giuseppe Bossetti, confermata dalla Cassazione nel 2018 – grazie alle eccezionali capacità e determinazione degli inquirenti e dai periti nominati. Del tutto vane e deludenti furono invece le ricerche da parte degli addetti e volontari. Ma questo potrete leggerlo di seguito, oltre che documentarvi qui  https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/upload/Trib_BG_Bossetti.pdf

Yara Gambirasio e nel riquadro Massimo Giuseppe Bossetti.

Iniziano le ricerche

Le forze dell’ordine – decine e poi centinaia di uomini, tra carabinieri, vigili del fuoco, protezione civile e sommozzatori – iniziarono le ricerche di Yara, vane, e quindi il 29 novembre fu richiesto l’ausilio del Soccorso alpino. Erano già passati tre giorni dalla scomparsa di Yara. A intervenire intorno alle 14 circa sempre del 29 novembre fu Luca Summa, che ci racconta: “Fummo chiamati per la ricerca di una ragazzina nel comune di Brembate, al momento non sapevamo se si trattava di scomparsa volontaria o involontaria, non avevamo la più pallida idea di quello che era successo, la cosa che preoccupava era solo il fatto che questa ragazzina non si trovava da più di due giorni… All’epoca lavoravo come cinofilo nel CNSAS. Ci recammo con il mio collega e responsabile delle UCRM del CNSAS sul luogo”.

Per iniziare le ricerche il cane ovviamente deve capire chi deve rintracciare ed è pertanto basilare fargli fiutare qualcosa della persona. E così Summa fece con Wallace, il suo bloodhound: “Mi occupai subito del prelevamento dei ‘campioni di odore’ fondamentali per la ricerca, i carabinieri mi accompagnarono in una stanza della caserma dov’erano presenti i genitori di questa ragazzina, rimanemmo nella stanza io, la mamma e il papà di Yara, gli feci alcune domande di prassi per capire se gli indumenti e gli effetti personali di Yara potevano risultare contaminati da parte dei componenti della famiglia, informazione fondamentale per la ricerca. Mi diedero uno zainetto da palestra, fatto portare ai genitori dai carabinieri, dove trovai diverse cose utili e le prelevai con tutti i sistemi convenzionali per evitare contaminazioni. Cominciai il lavoro e dopo poche ore arrivarono anche altre Unità Cinofile da Mantrailing del CNSAS in supporto”. Esattamente furono portati i bloodhound Piergiorgio (arrivato quello stesso pomeriggio dalle Marche) e Pluto (il giorno dopo, da Cuneo). Tutti questi cani erano addestrati a cercare persone vive.

Luca Summa e il suo cane.

Noi di K9 Uomini e Cani abbiamo chiesto a Luca Summa se c’erano altri addetti cinofili sul campo all’inizio, e lo facciamo perché in questo settore ci sono persone che, con una sorta di sciacallaggio, in casi simili si attribuiscono interventi e collaborazioni mai verificatesi. “Nessuno, a parte i miei colleghi del CNSAS e un poliziotto del reparto Cinofilo Svizzero Ticinese convocato dal mio Responsabile CNSAS. Nessun’altro si può fregiare di aver lavorato con i cani da Mantrailing al caso di Yara. Purtroppo ci sono alcune persone che vantano nel proprio curriculum la presenza in questo caso o altri in Italia, tipo le gemelline Schepp o Melania Rea. Mi chiedo dove avranno preso i campioni olfattivi per lavorare in Mantrailing, forse avranno inventato un sistema nuovo, tipo sussurro il nome della persona da cercare e il cane la cerca?”.

Era arrivato anche un carabiniere delle unità cinofile con un pastore tedesco, ma vedendo Summa con il bloodhound gli disse che neppure l’avrebbe fatto scendere dall’autovettura di servizio in quanto il cane del Soccorso alpino era più adatto. Nei giorni successivi furono messi in campo molti cani da superficie di diversi gruppi di protezione civile, pastori tedeschi, border collie e altri. Su richiesta del responsabile dell’intervento arrivarono anche due cani da cadavere, provenienti con i loro gestori da Rosignano, Toscana.

Nel frattempo, il 30 novembre, la Protezione Civile di Bergamo aveva messo a disposizione delle autorità una sonda chiamata “Life Detector”, in quanto è in grado di rilevare anche i più deboli segni vitali. Viene solitamente utilizzata per rintracciare persone disperse sotto le macerie, cavità o pozzi. Si contava comunque molto sui cani e in particolare sui bloodhound, anche se è una fesseria identificare questa razza come “cane molecolare” (cosa inventata da un giornalista e che prese subito piede) perché tutti i cani lo sono, così come qualsiasi altro essere che analizzi col naso le molecole d’aria, serpenti ed esseri umani inclusi. Valerio Zani, vicepresidente del Corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico, spiegò: “Questi animali  seguono la traccia e sono in grado di riconoscere quello specifico odore anche tra mille altri e pure a distanza di giorni”. Ma qui la cosa era più difficile in quanto Yara con ogni probabilità doveva essere stata portata via su un’automobile, e certo non a piedi.

Wallace fu portato alla palestra e iniziò a fiutare, guidando gli investigatori a un’uscita di sicurezza, in cui Yara era stata vista l’ultima volta. Poi tirò in direzione di Mapello, un paese distante circa tre chilometri. Non verso la casa di Yara – la ragazza era arrivata da lì a piedi – ma in direzione opposta. Come mai? Lo spiega Summa: “Questi cani seguono la pista sempre nella direzione presa da chi devono cercare, la traccia più forte, l’ultima. Un po’ come un lupo che trova la pista della preda, non la segue in direzione da dove arrivava, con la pista più ‘fredda’, ma verso la pista più recente, più ‘calda’. I cani fanno lo stesso”.

Si decise di provare la stessa cosa anche con gli altri bloodhound della squadra, e quelli si comportarono nello stesso modo. La pista seguita dai cani confermava l’ultimo segnale inviato dal cellulare della ragazza, che agganciava infatti la cella di Mapello. Un chiarimento, Yara Gambirasio fu fatta salire o caricata a forza dal suo assassino su un furgone, e quindi si crederebbe che la pista odorosa si interrompesse, ma non era così. Spiega Summa: “Basta lasciare anche poco un finestrino aperto e le molecole d’odore escono, depositandosi lungo il percorso. Succede lo stesso anche con l’aria condizionata dell’automobile, a meno che non si inserisca il ricircolo dell’aria”.

Mentre le ricerche comunque continuavano, il giorno dopo 30 novembre, fu messo in campo un altro bloodhound richiesto e fatto appositamente arrivare dalla Svizzera e gestito da Omar Barchi, della polizia cantonale svizzera: Joker, un esemplare di 6 anni, più esperto dei primi due e che aveva risolto il 64% dei casi di ritrovamento di persone in cui era stato messo in campo. Anche Joker, che aveva annusato calzini e calzamaglia appartenenti a Yara, seguì la stessa direzione degli altri due cani, ovvero, uscito dal centro sportivo si era diretto non in via Morlotti, a sinistra verso casa di Yara, bensì in via Caduti dell’Aeronautica, la via opposta, che conduce verso l’area industriale e, più in là, verso la località Tresolzio, via Marconi e le campagne, in direzione di Mapello. Finché arrivò nel cantiere dell’ex Sobea, dove si stava costruendo un centro commerciale. Stessa cosa fecero gli altri cani. Difficile che tutti gli esemplari, ben addestrati, potessero sbagliare.

Una pista errata

Una volta nel cantiere Joker puntò dritto al magazzino degli attrezzi, al container adibito a spogliatoio degli operai e in particolare a uno stanzino interrato che serviva allo smistamento dei cavi elettrici. “Sembrava impazzito”, dichiarò il suo gestore. Lo stesso fecero gli altri cani. Le forze dell’ordine bloccarono e delimitarono il cantiere che venne messo sottosopra. La proprietà distrusse il pavimento a proprie spese pur di collaborare alle indagini, ma non fu rinvenuta altra traccia di Yara se non quella fiutata dai cani. Furono utilizzati i georadar – strumenti che permettono di rintracciare un oggetto seppellito sotto il cemento fino a 12 metri di profondità –  che però non individuarono nulla. Yara non si trovava lì o non si trovava più lì. Comunque ci andò di mezzo un operaio marocchino, prima sospettato e poi finito in carcere per alcuni giorni, ma che non c’entrava nulla. Chiariamo che il muratore Massimo Bossetti, poi condannato per questo omicidio, non lavorava in quel cantiere.

Conseguentemente il pm Letizia Ruggeri, magistrato della Procura di Bergamo, bocciò i cani, citando anche il caso di Laura Winkler, una tredicenne di Brunico (Bolzano). I bloodhound messi in campo avevano fiutato le sue tracce fino ai bordi della strada provinciale, all’altezza di un hotel chiuso in località Bagni di Salomone. Ma il corpo di Laura Winkler giaceva invece in un burrone nella Valle di Anterselva. Quindi per quanto riguardava Yara l’ipotesi del cantiere di Mapello fu scartata dal magistrato inquirente perché, disse: “I cani possono aver sbagliato”. Spiega Summa: “I cani, anche addestrati, non sono infallibili. Lo stanzino dei cavi elettrici, e quindi l’interno del cantiere, erano collegati all’esterno per mezzo di grossi tubi. Forse le molecole dell’odore di Yara vi penetrarono, arrivando fin lì”.

Anche nel cantiere del centro commerciale furono diversi i cani da ricerca impiegati.

Il Soccorso alpino.

Il comunicato: “La Presidenza nazionale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, desidera precisare con serena fermezza quanto segue: Pur trattandosi di un’attività di ricerca effettuata in scenari non di stretta competenza del Soccorso alpino e speleologico, la Direzione nazionale, su specifica richiesta delle Autorità, aveva deciso di impegnare le proprie unità cinofile nel caso della scomparsa di Yara Gambirasio, garantendo il massimo impegno e qualità operativa. Proprio i bloodhound, infatti, erano stati prescelti per la specifica e delicata attività in ragione del fatto che in attività istituzionale del CNSAS si fossero registrati – e si registrano tutt’oggi – numerosi casi certificati di ritrovamenti assolutamente complessi. Ciò non toglie che, nonostante l’assoluta preparazione dei conduttori e nonostante il rigido e faticoso iter formativo e certificativo ai quali sono sottoposti anche i cani, gli stessi possano sbagliare la traccia, quindi l’obiettivo del ritrovamento, per motivazioni tecniche ed ambientali più diverse. In questo senso, si desidera ricordare come da sempre, – è approccio metodologico normalmente in uso al Soccorso alpino – ci si affida alle unità cinofile con grande fiducia, ma alla fine nell’attività di ricerca in ambiente ostile e impervio di competenza del CNSAS le scelte operative, ovvero quelle di carattere decisionale le compiano gli uomini e… non già il cane, pur importante, spesso fondamentale, per gli aspetti indiziari. Ciò premesso, si rimarca, come dovrebbe essere in realtà già ovvio e scontato, la sintesi investigativa non possa essere fatta dai nostri bloodhound o da altre razze appartenenti al CNSAS diversamente impegnate in attività di ricerca, bensì spetti di necessità ad altri soggetti ed Autorità. Pensiamo, quindi, che il ‘flop’, come già la pubblica opinione avrà compreso, debba essere diversamente indirizzato”.

Stupisce che nel comunicato si dichiarasse che i bloodhound possano sbagliare la traccia, cosa praticamente impossibile. Può capitare che perdano la traccia, ma non sbagliare e finire per seguire la pista di altri…

Il bloodhound

Racconta Luca Summa: “Lavorammo per diversi giorni seguendo tracce, verificando tutte le deposizioni fatte su probabili fatti collegati alla scomparsa. Lavorammo da lunedì a venerdì fino allo stremo delle forze, sotto pioggia, vento e nevischio”.

I bloodhound, a differenza di altri segugi, non rilevano l’odore umano nell’aria, ma annusano un oggetto della persona sparita e poi, con il naso a terra, individuano la scia che tutti ci lasciamo dietro. In condizioni ottimali possono dare grandi risultati anche dopo una decina di giorni, però è più difficile con acqua, fango e l’asfalto delle strade. Molto forte, impetuoso, resistente e agile, il conduttore fa parecchia fatica a trattenerlo quando segue una traccia.

Il ritrovamento

Il 26 febbraio 2011, a tre mesi esatti dalla scomparsa, quel che restava di Yara fu scoperto per caso in un campo incolto alla periferia di Chignolo d’Isola, un quarto d’ora d’auto da Brembate, dieci km di distanza. Ovvio che i cani, anche quelli da cadavere giunti dalla Toscana, facessero fatica a trovarlo.

Racconta Luca Summa: “L’ultimo lavoro lo feci io quel pomeriggio, il mio Wallace si diresse percorrendo la statale per alcuni chilometri, ad un certo punto perdemmo la traccia, vuoi per il clima vuoi che si stava percorrendo una statale ad alta densità di traffico, mi fermai, non riuscivamo a continuare. Solo pochi mesi dopo venimmo a sapere del ritrovamento del cadavere e la relativa posizione, eravamo sulla strada giusta, all’incirca a un chilometro in linea d’aria, che apparentemente è tanto ma se consideriamo che da Brembate ne avevamo percorsi con tutto il team del CNSAS ben 12,6, non eravamo molto distanti da Chignolo d’Isola. Tanto rammarico per questa vicenda, forse se fossimo riusciti ad arrivare fino in fondo sarebbe stato più semplice risolvere il caso da parte degli inquirenti, ma chi può dirlo. Credo che accusare di fallimento la missione non sia giusto, i bloodhound benché ottimi cani non sono infallibili, e noi siamo uomini, non macchine”.

Il cadavere fu notato per caso da un appassionato di aeromodellismo, che stava facendo volare il suo aeroplanino, che era caduto in un campo di erbacce di circa 7.000 metri quadrati. Ironia della sorte, si trovava a non più di 300 metri dal comando della polizia locale dell’Isola Bergamasca, che coordinava i volontari nelle ricerche di Yara. L’area si trova ai margini di una strada asfaltata, via Bedeschi, che porta in una zona frequentata da cacciatori e amanti del jogging, costellata ai margini da capannoni industriali.

Il punto in cui giaceva il corpo della vittima.

La persona che trovò il cadavere, vestito e in avanzato stato di composizione – anche se faceva freddo erano passati esattamente tre mesi dalla scomparsa – dichiarò che il modellino era caduto in mezzo al campo e lui si era messo a cercarlo con l’ausilio di un localizzatore. Si era addentrato tra le sterpaglie e gli arbusti spinosi, lo aveva raccolto e nel tornare indietro si era imbattuto nel cadavere, del quale non si era accorto nel percorso di andata, perché mimetizzato tra il terriccio e le sterpaglie. Nonostante ci fosse ancora luce, il cadavere non era visibile a una distanza superiore a un metro. Compreso che si trattava di un corpo umano, aveva telefonato al 113, i cui operatori gli avevano chiesto di rimanere sul posto fino al loro arrivo. Non sopportando la vista del corpo, si era allontanato di qualche metro e il cadavere era subito uscito dalla sua visuale, tanto che si era visto costretto a ricercarlo nel timore che la polizia lo prendesse per pazzo.

Da notare, ed è evidenziato nella sentenza, che chi cercò lì Yara lo fece in modo approssimativo e insufficiente, anche se bisogna ammettere che le nevicate di alcune giornate nel complesso possano aver peggiorato le cose. Esattamente è scritto: “I volontari della protezione civile che avevano a suo tempo perlustrato quello come altre centinaia di terreni non si erano spinti all’interno del campo, limitandosi a perlustrare le fasce perimetrali e i boschetti intorno”.

Non potevano, probabilmente, vedere invece nulla coloro che sorvolarono per tre mesi la zona con gli elicotteri della protezione civile, carabinieri e polizia, incluso Iro Rovedatti, del Volo a vela di Valbrembo, il quale disse: “Se ci fosse stato lo avrei notato durante i miei voli”. Invece il cadavere era sempre stato in quel punto, nonostante qualcuno dicesse il contrario, ossia che fosse stato portato lì il giorno prima da un altro luogo, dall’assassino. Neppure i pensionati che portavano i cani lungo quelle strade ebbero modo di accorgersi di nulla, e questo dimostra che i cani non addestrati possono anche percepire l’odore di un cadavere umano, ma non esserne per nulla interessati. Per loro è solo uno dei tantissimi odori percepiti ovunque ogni giorno. Il commissario Dario Radaelli del Gabinetto di Polizia Scientifica di Milano confermò che il cadavere non era avvistabile se non da distanza ravvicinata, e men che meno dalle strade che costeggiano il campo, poste a 115 metri da un lato e 89 dall’altro rispetto al cadavere.

Yara Gambirasio, ferita a coltellate, era stata gettata in quel campo dall’assassino, ma era ancora viva. Morì tra le 19 e le 22 del 26 novembre, conseguenza delle ferite, nessuna delle quali letale, e di ipotermia, ossia di freddo. Cristina Cattaneo – nota anatomopatologa, responsabile del laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università di Milano, nonche’ fondatrice del Labanoof, istituto specializzato nell’analisi dei resti umani – incrociando i rilievi sul corpo con nozioni di botanica ed entomologia riuscì a stabilire che Yara era morta nello stesso luogo dove era stata ritrovata: le tracce di calce trovate sul suo corpo aprirono la strada all’ipotesi che l’assassino potesse provenire dal mondo dell’edilizia, come poi si constatò (l’assassino pugnalando Yara si era ferito a un dito e attraverso l’esame del Dna si arrivò infine a lui). Colpiscono le parole della dottoressa Cattaneo: “Il volto di Yara ce l’ho sempre davanti agli occhi. E l’indagine mi tormenta la mente ogni giorno. Io ho fatto la mia parte e ho consegnato la relazione, ma il suo ricordo è sempre vivo”.

Sono passati dieci anni e i cani messi in campo non ci sono più. Joker morì nel novembre 2015 di una grave malattia, a 10 anni di età. Raccontò il sergente capo Omar Barchi della sezione cinofila della polizia cantonale svizzera, con sede a Pambio Noranco: “Aveva prestato servizio per nove anni, in oltre 350 interventi. Joker era davvero speciale e non solo per le capacità innate della sua razza. Fu il terzo Bloodhound ad entrare in servizio in Ticino. Era il più grosso della cucciolata e da adulto era arrivato a pesare 60 chilogrammi, ma nonostante le dimensioni era particolarmente docile ed estremamente affettuoso con tutti. Ciò che più colpiva era l’estrema ‘professionalità’, quando lavorava si concentrava a tal punto che nulla poteva più distoglierlo. Mi mancherà”. Anche Wallace ha lasciato il suo amico e gestore Luca nel febbraio 2020, all’età di 12 anni, di morte naturale.

Se uno spregevole maniaco assassino non le avesse tolto la vita, Yara oggi avrebbe 23 anni.

Joker e Omar Barchi.