Le legioni di Giulio Cesare conquistarono nel 57 a.C. quelli che oggi sono il Belgio e i Paesi Bassi. Ci furono alcune rivolte ma cinque anni dopo la resistenza era finita. Cesare unì belgi, celti e aquitani nella provincia della Gallia Comata, che in seguito l’imperatore Augusto divise in tre parti. Alcune di queste tribù attraversavano la Manica e combattevano contro le tribù britanne, in quella che oggi e la Gran Bretagna. Del resto Cesare scrisse che re Diviziaco dei belgi suessioni regnò anche in Britannia, e che Commio degli atrebati, ex alleato di Cesare e poi sconfitto, fuggì con parte della sua tribù in Britannia. Anzi, sulla base delle monete sembra che la maggior parte delle tribù dell’Inghilterra sud-orientale al tempo dell’invasione romana fossero belgiche, o almeno che le aristocrazie dominanti lo fossero. Magnus Portus (Portsmouth) e Venta Belgarum (Winchester) sarebbero state città belgiche. Che significa questo? Che almeno alcune tribù belgiche erano dotate di navi e marinai, e si muovevano sia in mare sia nei fiumi.

Che l’allora Gallia Belgica necessitasse di ordine e leggi pare di capirlo dalla vicenda, per alcuni leggendaria e per altri invece storica, di un despota della zona, tale Druon Antigoon, grande e forte e che estorceva soldi a chi voleva passare il ponte sul fiume Schelda. Se non volevano o non potevano pagare, Antigoon gli amputava una mano e la gettava nel fiume. Filò tutto bene fino all’intervento dei romani, che lo uccisero e nel fiume buttarono la sua di mano. Sappiamo il nome del romano che lo fece concretamente, Silvius Brabo. Il nome della città di Anversa, in fiammingo Antwerp (chiamata “Antwerpen” in olandese, la provincia di Anversa, nelle Fiandre, confina con i Paesi Bassi), derivebbe appunto da handwerpen, che significa lancio della mano. Vi sono diverse statue e raffigurazioni di Brabo in Belgio, inclusa quella di fronte al municipio di Anversa, nella piazza del mercato principale, il Grote Markt. L’area del Brabante avrebbe preso il nome proprio da lui. Una curiosità, la prima menzione scritta della città di Anversa – battuta su una moneta – è romana, con il nome di Ando Verpia. Non solo, il primo insediamento ad Anversa fu romano e risalente al I secolo d.C. Fu ritrovato dagli archeologi nei pressi del castello medievale di Het Steen, lungo la sponda destra dello Schelda.

Silvius Brabo  nella statua al Grote Markt di Anversa.

L’esercito romano controllava la valle della Schelda con fortezze come quella di Famars vicino a Valenciennes (oggi Francia) e la provincia, con funzione anti-germanica, grazie alla presenza a est delle legioni Legio X Gemina, Legio XII Primigenia, Legio VI Victrix e Legio XXI Rapax. Questo garantì per secoli la sicurezza e lo sviluppo culturale ed economico della zona, grazie ai fiumi navigabili esistenti. Il fiume Schelda è lungo 355 km, nasce in Francia e attraversa Belgio e Paesi Bassi prima di sfociare nel Mare del Nord. I romani ne capirono subito l’importanza strategica e commerciale, poiché costruendo un porto in quella che divenne Anversa – ricordiamo che la città e il relativo porto (oggi per importanza il secondo scalo merci europeo dopo quello vicinissimo di Rotterdam) si trovano a 88 km dal mare – lo misero al sicuro dalle mareggiate, da incursioni piratesche e pure da massicce invasioni nemiche come quelle dei franchi attorno al 260 d.C., che però, ogni volta sconfitti in guerra, successivamente diventarono loro alleati.

Uno scorcio dell’area naturalistica dello Schelda.

Non solo, Lo Schelda  è un fiume lento e poco potente su cui l’influenza della marea si fa sentire fino a 160 km dalla foce, il che lo rende uno dei fiumi europei dove l’influenza delle maree è più importante. Questo significa poter navigare agevolmente verso il mare in alcuni orari, e tornare indietro in altri orari sempre spinti dalla corrente della marea. Altro grande vantaggio era, ed è, che la sua foce si trovava nel Mare del Nord, di fronte a quella del Tamigi in Inghilterra, un fiume del tutto paragonabile allo Schelda per lunghezza e portata e che ha notevolmente contribuito al commercio tra le Fiandre e la Gran Bretagna. Inoltre l’area era collegata ad altri fiumi affluenti – per esempio il Deule, Lys e lo Scarpe sono affluenti dello Schelda, mentre il Sambre, Mosa e la Mosella sono affluenti del Reno che ha una foce quasi in comune con la Schelda – che quindi rappresentavano corsi d’acqua in cui la flotta romana poteva muoversi agevolmente trasportando ovunque beni e mercanzie. I romani, grazie alle straordinarie capacità ingegneristiche, diedero enorme sviluppo all’area, anche con la costruzioni di canali e porti. Ricordiamo che il loro cemento idraulico induriva persino sott’acqua.

Anche nella Gallia Belgica (allora più grande del Belgio attuale) i romani costruirono strade efficentissime, con luoghi di accoglienza e alloggio dei viandanti e nodi stradali protetti che divennero anche mercati prosperi. La Belgica, benché allora coperta da enormi foreste e paludi – che andavano ininterrottamente dall’attuale Francia fino alla Germania e di cui, come racconta Giulio Cesare, non si arrivava alla fine neppure dopo sessanta giorni di marcia – aveva comunque una prospera agricoltura, descritta da Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale: cipolle, cavoli, fagioli, diverse varietà di meli, oltra ad arinca (una varietà di frumento) e orzo con cui si faceva il pane e la birra. Le coste fornivano il sale utilizzato per la conservazione del pesce e della carne: famoso era il prosciutto di Menapio, salato o affumicato, importato fino a Roma così come smalti e gioielli, lino, bestiame e lana. E finalmente qui parliamo di cani.

Nella Gallia, inclusa quella Belgica, pullulavano lupi, orsi e linci e pertanto dovevano esserci anche lì cani da protezione del bestiame, insieme con i pastori. Il problema è che non se ne sa nulla. Ricordiamo che nel Nord Europa, prima dell’arrivo dei Molossi Romani insieme alle legioni, i cani erano solo di tipo spitz, al massimo di dimensioni medie e assolutamente non in grado di fronteggiare fisicamente il lupo, mentre altri come il progenitore del Broholmer erano snelli cani da caccia in muta, specie al cervo, e sono di origine medievale.

Una donna guida un carro, pittura rupestre, Gotland. Si noti il cane di tipo spitz.

Tuttavia c’erano saccheggiatori ben più numerosi vicino o insieme all’uomo: i piccoli topi, magari pure graziosi, però quelli selvatici si riproducono cinque volte l’anno con fino a sei piccoli a parto, che dopo ventuno giorni sono svezzati e cominciano a riprodursi quando hanno appena cinque mesi. Poiché si cibano anche di semi e cereali, dato il grande numero potevano – e possono anche oggi – mangiare i semi a dimora e le scorte alimentari. Il cosiddetto topo domestico, originario dell’India e diffusosi nel Mediterraneo orientale intorno al 13.000 a.C, e nel resto d’Europa solo intorno al 1000 a.C., è ancora più dannoso: si riproduce anche quindici volte l’anno, dà alla luce anche quattordici piccoli a parto e dopo un mese e mezzo ognuno di questi si riproduce. Si cibano parecchio delle scorte di granaglie e di qualsiasi cosa sia commestibile per loro (quasi tutto).

Ovvio che gli agricoltori cercassero – vanamente – di eliminarne il più possibile utilizzando anche gatti e pure cani. Per prendere meglio un piccolo topo serve un piccolo e agile cane. La stessa azione necessitava nei magazzini di stoccaggio, in particolare quelli dei porti.

Cani simili ne esistevano ovunque, anche presso i greci e i romani, e pure in Belgio se ne usavano, conosciuti come Spitzke e anche Spits, piccoli e con le orecchie erette. Il loro ruolo era pastorale, in qualità di attente sentinelle che appena notato qualcosa di insolito abbaiando attiravano l’attenzione dell’uomo. E nelle fattorie scovavano e uccidevano qualsiasi piccolo animale predatore che attentasse alle scorte alimentari, ai polli e così via. O per meglio dire, uccidevano qualsiasi piccolo animale diverso da quelli conosciuti della fattoria, inclusi talpe, topi e qualunque cosa si muovesse. Questi cani avevano e hanno – il loro discendente Schipperke – mezzi adeguati per farlo: grazie alla cortesia di Cinzia Vicini, del noto allevamento della razza Luna Cremisi, abbiamo chiesto di misurare i canini superiori e inferiori di alcuni esemplari e il responso è arrivato fino a 2,2 cm per quelli superiori e 1,8 per gli inferiori. Analoga misurazione abbiamo chiesto ad Angela Di Stefano, storica allevatrice già titolare di quello della Val Metauro, e la misurazione ha dato 2 cm per i canini superiori e 1,6 per quelli inferiori. Nel caso sembrasse poco sottolineiamo che lo Schipperke pesa 3-8 kg. Per fare qualche paragone, nell’Alano (oltre 70 kg) e certi Pastori Tedeschi (circa 40) arrivano a 2,7 cm, nel lupo appenninico (40 kg) a 3-3,2.

Viola della Val Metauro e Merlin Od Prachovskych Skal, Allevamento Luna Cremisi.

Splendido cucciolo di Schipperke, Allevamento Luna Cremisi.

Comunque sia, questi cani belgi si comportavano esattamente come i nostri Volpini Italiani. A volte venivano chiamati Moorke, che significa “piccolo animale nero”, cosa che solleva dubbi non capendo perché mai dovesse essere solo di questo colore. Facendo praticamente lo stesso lavoro, come mai lo Spitzke avrebbe dovuto essere nero, ma il Volpino bianco? Con ogni probabilità entrambi avevano il manto di diversi colori, essendo il particolare del tutto ininfluente. L’importante per i proprietari era che fossero rustici, piccoli e vigili. Un’altra diatriba è se lo Spitzke fosse del tipo Spitz o un cane da pastore, come se una cosa escludesse l’altra. Forse non sono razze da pastore (pure le renne rientrano nella pastorizia) il Finnish Lapphund, il Norwegian Buhund  o lo Swedish Lapphund, che sono Spitz? Ricordiamo anche che Spitz è un termine generico e molto vago indicante un tipo in generale, tanto che discende dalla parole tedesca spitz che significa solo “appuntito”.

Si cita che il progenitore dello Schipperke (e dei Pastori Belgi) sia il Leuvenaar, un cane – si dice – di colore sovente nero impiegato almeno fin dal XVII secolo nella zona di Lovanio (in fiammingo Leuven, da cui appunto deriva Leuvenaar), che è il capoluogo della provincia del Brabante Fiammingo nel centro delle Fiandre e del Belgio, distante circa 30 km da Bruxelles. Ciò che stride – curiosamente lo scrivono persino cinologi e allevatori cinofili belgi – è che questo cane sarebbe servito per proteggere il bestiame. Ma come potesse farlo pesando 10-18 kg è un mistero. Gli esemplari più grandi di Leuvenaar divennero gli antenati dei primi Pastori Belgi, che comunque erano e sono pure loro da conduzione e non da protezione.

Gli Schipperke vengono definiti “cani da chiatta belgi” o “cani da nave belgi”, cosa che ha dato vita a continue discussioni e incomprensioni con altri che invece asseriscono che lo Schipperke sia un cane da pastore, e questi ultimi hanno senza dubbio ragione. Tuttavia ciò non toglie che questi cani – ma anche piccoli e semplici meticci di pari indole, sia chiaro – fossero usati spesso sulle imbarcazioni fluviali della zona, inclusa l’olandese Rotterdam che, non dimentichiamolo, dista circa solo 150 km dalla zona di Lovanio e che aveva, e ha, continui scambi commerciali e fluviali con il Belgio (e la lingua ufficiale del Belgio settentrionale è l’olandese). Cani inclusi. Appare quindi chiaro che gli olandesi indicassero lo Schipperke come cane da barca, in quanto schipper in olandese significa comandante o capitano, ma di una piccola imbarcazione come potrebbe essere una chiatta. Infatti l’affisso ke aggiunto a schipper è un diminutivo e indica pertanto un piccolo comandante, un piccolo barcaiolo, una piccola imbarcazione. Tuttavia, nel dialetto delle zone di Lovanio e Bruxelles, ossia la zona di origine dello Schipperke, scheper significa “pastore”.

Vecchia foto con Schipperke.

Il fatto che questo cane venisse spesso usato sulle piccole imbarcazioni non significa naturalmente che sia prerogativa di queste, o addirittura che sia stato selezionato appositamente per questo fine. Anche perché, lo ripetiamo, è un cane da pastore. Anzi, nessun tipo o razza di cane al mondo è mai stato selezionato sulle navi o barche. Servivano ad altro, ma erano molto utili anche per questo. Sarebbe come pensare che nelle miniere inglesi siano stati selezionati i terrier per combattere i ratti che vi vivevano. No, i terrier furono selezionati e venivano usati nelle fattorie o pure in città, ma poiché servivano li si portava nelle miniere. Neppure i cani americani Terranova e Labrador Retriever furono selezionati sulle navi, aiutavano i pescatori di certo, ma avevano un ruolo come cani da tiro e anche da guardia sulla terraferma.

In passato sono state descritte tre varietà di Schipperke, e cioè quelli di Lovanio, Bruxelles e Anversa. Come pubblicò E.R. Spalding nell’American Book of the Dog nel 1891, citando una lettera scritta da John Lysen di Anversa (un’autorità riconosciuta sul Setter Inglese e altri cani da caccia inglesi), gli Schipperke  non erano uniformi ed erano certamente diversi da quelli di oggi: alcuni avevano una testa da terrier grossolana, mentre quello di Bruxelles assomigliava a un incrocio di bulldog. Anche la posizione delle orecchie e la loro dimensione differivano per tipo. Alcuni avevano grandi orecchie che stavano ai lati della testa. Il tipo che emerse e fu descritto nello standard come cane ideale od obiettivo di allevamento aveva tuttavia la testa appuntita, simile a una volpe, con piccole orecchie distintamente erette. L’attuale struttura anatomica robusta e la forma o sagoma della razza sono il risultato di programmi di allevamento a lungo termine che hanno tale aspetto come obiettivo. Si potrebbe pensare che, almeno per un certo periodo, per le imbarcazioni fluviali si preferissero gli esemplari più piccoli per mere ragioni di funzionalità e di spazi dettati dai loro antagonisti e dalle stesse chiatte fluviali. Analizziamole.

I topi sono piccoli e si insinuano dappertutto. Le chiatte erano stipate di prodotti trasportati e c’era poco spazio. Non dimentichiamo che i viaggi erano lenti e lunghi e il comandante viveva lì sopra e pure con la famiglia. Oltre al cibo per la famiglia, la chiatta trasportava anche quello per gli animali da soma, e lo tratteremo dopo. Comunemente si pensa che il più grosso ratto nero sia arrivato in Europa nel XIV secolo, ma in realtà in Gran Bretagna ne sono stati trovati resti di ossa risalenti al periodo normanno e quindi all’XI secolo. Il periodo normanno riguarda l’invasione e l’occupazione dell’Inghilterra da parte di un esercito composto da normanni, bretoni, fiamminghi e uomini provenienti da altre province francesi guidati da Guglielmo il Conquistatore. Appare evidente che, o all’andata oppure al ritorno, le navi che attraversavano la Manica avessero a bordo questi roditori. Anzi, sarebbero giunti in Europa, dall’Asia, ancora prima a seguito della conquista romana. L’India sudoccidentale infatti era il paese principale da cui i romani importavano le loro spezie.

Il ratto nero spodestò dalle chiatte (quindi uno spazio ristretto e delimitato) e magazzini portuali il topo. Sono considerati onnivori e mangiano ognuno circa 15 grammi al giorno e bevono circa 15 millilitri d’acqua al giorno. Quindi non solo si cibavano di quanto trasportato di commestibile dalle chiatte, inclusi i topi, ma rosicchiando – i roditori devono farlo per limitare la screscita continua degli incisivi – guastavano o rovinavano il resto. Inoltre i ratti sono portatori di gravi malattie, come la peste. Ovvio quindi che cani, ma pure gatti, fossero diffusi in tali contesti.

Sempre dall’Asia almeno nel XVIII secolo arrivò il più grosso ratto marrone – detto anche ratto norvegico, anche se quanto a origine non c’entra nulla con la Norvegia – onnivoro pure lui ma molto più aggressivo, predatore di piccoli animali ma in gruppo persino di pecore e maiali, con attacchi anche a bambini. Molto legato agli ambienti umidi, come le rive dei fiumi, è prolifico quanto il ratto nero: per fare capire, la popolazione partendo da soli 2 esemplari potrebbe arrivare teoricamente a 15.000 in un solo anno. Le navi ne erano infestate. Una di queste, durante una spedizione scientifica al Polo Nord, ne era talmente piena che l’equipaggio mise nella stiva due cani eschimesi affinché li uccidessero. Ma i ratti li assalirono e dovettero tirarli fuori subito e malconci. La situazione fu risolta mettendo nella stiva due volpi polari, ben più piccole e agili, che in breve sterminarono gran parte dei ratti.

Questo fa capire perché i cani utilizzati sulle chiatte in Belgio fossero piccoli e attivi, benché con risultati tutto sommato limitati vista la prolificità di topi e ratti e il fatto che di nuovi ne salissero su navi e chiatte per mezzo delle funi di ormeggio, se non munite di apposite protezioni para-ratto.

(segue nella seconda parte)