(segue dalla prima parte).  Gli antichi persiani ritenevano che i bezoar – una massa a volte presente nel sistema gastrointestinale soprattutto dei ruminanti e composta da componenti indigeribili inorganici e organici  – avessero proprietà curative contro i veleni, infatti la parola “bezoar” deriva dal persiano pād-zah che letteralmente significa “antidoto”. La tradizione sosteneva che un bicchiere contenente un bezoar avrebbe neutralizzato qualsiasi veleno versato al suo interno. Una curiosità: i bezoar negli esseri umani di oggi vengono invece quasi tutti neutralizzati bevendo Coca Cola, e lo si fa per esempio quando si formano dopo avere mangiato cachi non ancora maturi.

Queste cosiddette “pietre di Bezoar” erano merci di valore e si riteneva curassero anche le ferite causate dagli animali rabbiosi e in particolare appunto da un misterioso “veleno”, come già citato. Ovviamente in tal senso non funzionavano affatto, ma la speranza è sempre l’ultima a morire. I bezoar di bue venivano e vengono tuttora usati nell’erboristeria cinese  e sono chiamati niu-huang.  La descrizione delle pietre di bezoar come oggetti medicinali – anche contro la rabbia – fu fatta dal medico andaluso Abū-Marwān ʻAbd al-Malik ibn Abī al-ʻAlāʼ Ibn Zuhr (1094-1162), noto in Occidente come Avenzoar e autore di Al-Taysīr fil-Mudāwāt wal-Tadbīr, ossia Libro di semplificazione concernente la terapia e la dieta, tradotto in latino ed ebraico e che influenzò il progresso della chirurgia.

Essendo allora gli arabi popolo di grandissimi scienziati, medici inclusi, anche in Europa venivano utilizzati i bezoar. Tuttora è conservato nel museo di famiglia il bezoar lasciato in eredità dal conte di Huntingdon a sir Simon of the Lee, un valente cavaliere scozzese, al fine di avere un rimedio contro i veleni, rabbia inclusa. La cosa fu ripresa nella novella The Talisman di sir Walter Scott (1771-1832) – autore tra l’altro di Ivanhoe e Rob Roy – in cui un misterioso oggetto che cura le vittime dei morsi dei cani rabbiosi viene riportato in Terra Santa dai crociati.

Un cane rabbioso sta mordendo un uomo, di Abdallah ibn al-Fadl, circa 1224, l’illustrazione – un acquerello opaco, inchiostro e oro su carta – è un foglio di una traduzione araba della Materia Medica di Pedanius Dioscorides (Freer Gallery of Art, Smithsonian).

Qualsiasi animale infetto poteva (e può) portare la morte, anche un gatto, donnola o procione, ma naturalmente un grosso cane o un lupo erano ben più letali in quanto non solo potevano infliggere ferite più profonde ma anche uccidere le vittime subito, durante l’attacco. Un simile animale è una furia, attacca in continuazione nonostante venga ferito più volte anche gravemente e morde indistintamente ogni cosa, altri animali selvatici, esseri umani, cavalli, bovini, cammelli o bufali, e anche gli alberi e i sassi. In pratica, è totalmente pazzo, senza più sentimenti, anche se fino a pochi giorni prima è stato il nostro fedele e amorevole cane.

Un cane affetto dalla rabbia morde qualsiasi cosa, anche il ferro.

 Non si conosceva cura per questo flagello, tanto che nel basso medioevo, nel XIII secolo, Pietro d’Abano – citando il caso di un cane rabbioso che camminava con la lingua fuori e la coda tra le gambe, ululando rauco – per curare gli esseri umani propose il trattamento mediante scarificazione, ossia con incisioni della pelle, coppettazione ossia attirando il sangue sulla superficie della pelle usando una tazza appositamente riscaldata, nonché il bagno in mare per salvare le persone che erano state morse, supponendo quindi che il sale servisse a qualcosa.

Da notare che Pietro d’Abano (1250-1316), era medico e insegnante di medicina all’Università di Parigi e poi all’Università di Padova, era amico di Marco Polo (a cui senza dubbio chiese informazioni sulle cure dell’Oriente) e visse a lungo a Costantinopoli per imparare il greco e l’arabo studiando pure in originale i testi dei più famosi medici persiani e arabi. Insomma, si documentava e cercava informazioni, avendo la mente aperta. Anzi, tanto aperta che, seppure considerato uno dei più colti ingegni del suo tempo, la sua dottrina lo fece passare per un negromante facendolo accusare per  tre volte di magia, eresia e ateismo dal Tribunale dell’Inquisizione. Le prime due volte gli andò bene e fu prosciolto, ma l’ultima volta morì in prigione a causa delle torture subite, un anno prima della fine del processo. Il Tribunale dell’Inquisizione, condannandolo pure da morto, ordinò comunque di dissotterrare i resti del suo cadavere, facendoli ardere sul rogo. Insomma, anche nel XIII secolo la rabbia era un misterioso flagello come nell’antichità, nonostante si cercasse di capirne qualcosa. Idem in seguito.

Verso la fine del XV secolo nacque una misteriosa confraternita di curatori, i saludadores, che giravano di città in città offrendo protezione contro la rabbia essendo, a loro dire, dotati di poteri donati direttamente dai santi. Dicevano di potere debellare la malattia persino attraverso la loro saliva o il loro respiro. Ovviamente l’Inquisizione li considerò eretici, li fece catturare e quelli sotto tortura confessarono che si trattava di una frode. Si sa, con la tortura si finiva sempre per dire quel che volevano questi preti assassini facenti parte di una Chiesa assassina. Naturalmente furono poi messi al rogo.

Immagine medievale dell’uccisione di un cane idrofobo.

Ovunque davanti a un cane, lupo o altro animale dall’atteggiamento anomalo si fuggiva subito, cercando scampo. Tuttavia c’erano anche addetti all’uccisione di questi animali. In Germania fin dal 1406 esisteva la figura dell’Hundeschläger (anche Hundefänger), un tempo armato di lunghe reti e di spada o bastone. Tale pericolosa professione continuò fino alla fine del XIX secolo. Louis Dobermann, il famoso creatore di questa razza, fece appunto anche questo mestiere.

Le ricerche per trovare un rimedio continuarono: nel XV secolo uno studioso veneziano morì di rabbia dopo aver sondato la bocca di un cane rabbioso, mentre il veronese Girolamo Fracastoro (1476 circa-1553), considerato uno dei più grandi medici di tutti i tempi, nel 1546 dichiarò che la rabbia era comune sia in Italia che in Francia ed era causata da morsi di lupo. Studiando da vicino la malattia la attribuì a dei germi. Non si sapeva neppure dopo quanto tempo si potesse sviluppare la rabbia dopo essere stati contaminati.

Il medico Giovan Battista Codronchi (1547-1628), precursore della medicina legale-forense, studiò la rabbia e nel 1610 pubblicò il testo De rabie, hydrophobia communiter dicta. Descrisse casi di rabbia equina e stimò che l’incubazione della rabbia umana potesse variare da 40 giorni a… 40 anni. Non bisogna sorridere, oggi sappiamo che negli esseri umani il periodo tra l’inizio dell’nfezione e la presenza dei primi sintomi simil-influenzali è di circa 2-12 settimane, tuttavia sono stati documentati periodi di incubazione da quattro giorni e fino a sette anni, a seconda della posizione e della gravità della ferita contaminata, nonché della quantità di virus introdotto. Per chi volesse saperne di più ecco  qui:

Gli anni 1691 e 1693  furono terribili, con una grande epidemia di rabbia specialmente tra i cani in diverse province italiane. A proposito della zona del corpo in cui si subivano i morsi, la testa era sempre la più pericolosa. Questo fatto si verificò a Orio Litta, che oggi fa parte del Lodigiano. Una lupa, forse spinta dalle grandi inondazioni avvenute giorni prima, giunse intorno alle 6 del pomeriggio del 21 novembre 1765 presso la casa di Paolo Angiolo Pozzone, dove attaccò il cane da guardia, sbranandolo. Il Pozzone uscì da casa sparando con un fucile, ma fu attaccato dalla lupa che lo azzannò al braccio e alla mano destra prima di fuggire, dirigendosi poi verso Orio Litta, dove giunse verso le 8 di sera. I cani infatti ovunque presero ad abbaiare. Intorno alle 10 di sera l’animale giunse alla contrada Valisella e attaccò Valentino Folli mentre stava uscendo da casa, ferendolo a una mano. Poi andò alla cascina detta de Strozzi dove morse alla faccia e alla coscia sinistra Bernardo Pagano, che dovette però abbandonare per l’accorrere di soccorritori. Il lupo corse allora alla contrada detta de’ Ratti e attaccò il cane di Innocente Bossi. L’uomo allora uscì di casa per salvare il cane ma nonostante fosse armato di un bastone fu azzannato alla testa, al volto e alla mano destra.

Verso mezzanotte la belva attaccò il cavallo di Pietro Grossi, che era legato davanti a un carretto. La lupa ferì il cavallo alla bocca, ma, colpita da una zoccolata, ancora più furiosa si slanciò sotto l’animale e prese ad azzannarlo al ventre. Il conducente del cavallo, credendolo un cane, le lanciò contro una pietra, colpendola e mettendola in fuga in direzione della corte di S. Andrea, dove sbranò cinque persone, ossia Giovanni Battista Fontanella, Giuseppa Rosa Bizini, Francesco Ciresa, Giovanni Battista Spineta e Caterina Cavallona.

Subito dopo incontrò una carovana di dieci carri, ognuno trainato da quattro buoi, e ogni carro era scortato da due uomini. I carri stavano andando a caricare al fiume Po dei barili di vino per portarli nel vicino monastero. Due buoi furono azzannati alla testa. Il lupo quindi, sempre di corsa, giunse alla Frazione Mezzana di Orio e attaccò un gruppo di pescatori, ma questi lo misero in fuga. Mentre passava davanti alla casa di Domenico Battaglia, questi gli sparò, mancandolo. Dopo il lupo incontrò e ferì alla testa la ventiseienne Maria Maddalena Maroni, che andava al mercato. Infine giunse alla casa di Lorenzo Rossi e lo attaccò all’improvviso mentre questi usciva di casa. Il Rossi, pur avendo la testa stretta fra le fauci del lupo e nonostante il dolore, lo strinse alla gola e cercò di tenerlo fermo sotto di sé, mentre il nipote colpiva l’animale con il manico di un badile. Finalmente il lupo fu quindi ucciso. Aveva ferito sedici persone, oltre agli animali, e tutti morirono per le ferite poiché il lupo era rabbioso. I cani che avevano lottato con il lupo, e che erano sopravvissuti, furono tutti abbattuti. La lupa, ormai vecchia, misurata e appesa risultò essere lunga trentatré once milanesi e un pollice. Un’oncia milanese corrispondeva a 3,6 centimetri e quindi l’animale era lungo circa 119 centimetri, coda esclusa. Trattandosi di una femmina, generalmente più piccola del maschio, si tratta di una dimensione di tutto rispetto. Delle persone attaccate, quattro furono azzannate alla testa, due in altre parti del corpo e per le altre non si hanno dati.

Altro caso. Rivolta d’Adda, nel Cremonese, 24 dicembre 1765. Un lupo idrofobo azzannò diverse persone nella vicina Cassano d’Adda, poi giunse in territorio di Rivolta d’Adda dove ferì un ragazzo, di cognome Gambirago. Inseguito dalla gente, giunse alla cascina Crocetta dove attaccò un cane, ma fu messo in fuga a fucilate dal fittabile. Il lupo corse allora nella vicina Cascinetta, dove si scontrò con il grosso cane da guardia che dopo furiosa lotta lo mise in fuga. La belva tornò quindi alla cascina Crocetta, dove sbranò il cane attaccato poco prima, trascinandolo poi fin fuori dalla Porta Palladino di quel paese, in vicinanza dei Mulini. Portatosi al sito detto del Dosso, raschiò sulla porta di casa del massaro Vittore Gariboldo, il quale ritenendo che qualcuno bussasse aprì l’uscio. Il lupo lo azzannò alla testa e lo trascinò sull’aia, staccandogli tutta la parte destra del viso inclusa la mandibola. Il poveretto fu soccorso dal figlio, ma morì subito dopo. Tutto questo era avvenuto intorno alle 20.

Un’ora dopo il lupo attaccò un soldato di guardia dopo aver superato la porta di S. Michele, ma il milite, abbassatosi istintivamente, scansò i morsi che lacerarono solo il suo cappello. Il soldato, con altri due accorsi, inseguì il lupo, trovandolo mentre stava mordendo un caporale ormai a terra. L’animale fuggì, per aggredire subito dopo Rosanna Raimonda e la figlia di 10 anni, entrambe morse alle braccia. Incontrato un certo Barnabino Pallavicini, lo atterrò per tre volte di fila nonostante questi fosse un uomo grande e robusto, mordendolo alla testa. All’arrivo dei soldati attaccò ancora il caporale ferito prima, che si era unito agli altri soldati, atterrandolo e azzannandolo alla testa. Il lupo fuggì ancora, ma fu ritrovato mentre sbranava il cane di un certo dottor Gerli. Attaccò allora i soldati, uno dei quali riuscì a evitare l’attacco alla testa, mentre gli altri lo abbattevano a colpi di archibugio e spada. Tutti i feriti morirono di idrofobia. Come possiamo notare il lupo attaccò prevalentemente alla testa (come fanno sovente anche i cani).

Iran, 1955, persone attaccate da cani idrofobi, con morsi alla testa.
Grazie alla tempestiva vaccinazione si salvarono tutte.(Fonte: Knowledge, attitude and practice of people regarding rabies in rural area of Jammu: a cross sectional study, di Kamna Singh e Nidhi Gupta)

In Francia nel 1766 ci fu una “piaga della rabbia” ancora più virulenta del solito. Nella zona di Roanne il 14 aprile due contadini della parrocchia di Villemontais stavano conducendo un carro di vino trainato da quattro buoi, quando furono attaccati da un lupo pervaso da una terribile e innaturale aggressività. Addirittura durante l’attacco morse pietre, cespugli e alberi con inaudita ferocia, chiaro segno della rabbia. Il lupo balzò da dietro un cespuglio su uno dei buoi, azzannandolo gravemente nonostante l’intervento dei due robusti uomini che giunsero persino a rompergli sulla schiena i loro bastoni.

Apparentemente insensibile, la bestia li attaccò in una lotta selvaggia durata quasi dieci minuti durante la quale fu colpita molte volte a coltellate, ma anche entrambi gli uomini erano rimasti feriti, e soprattutto uno al quale era stato scarnificato il braccio sinistro fino all’osso. Il lupo cessò l’attacco e, seppur ferito, si allontanò verso un pascolo. Le grida dei due conducenti, unite ai muggiti dei buoi, furono intanto sentite da alcuni pastori che erano nei pressi i quali, capendo subito che il lupo era rabido, abbandonarono le pecore – sulle quali il lupo si gettò facendo una carneficina – e si arrampicarono sugli alberi. Intervennero allora alcuni contadini armati di fucile che inseguirono l’animale e l’uccisero. Difficile ipotizzare che i conducenti feriti non siano in seguito deceduti quanto meno per malattia, poiché allora contro l’idrofobia non c’era quasi rimedio.

Il 19, sempre di aprile di quell’anno, a Rodez, nell’Aveyron, ci fu un attacco simile. Un animale senza alcuna provocazione né essere inseguito entrò in due villaggi della zona mordendo tutti quelli in cui si imbatteva alle braccia, gambe, viso e ovunque potesse. Azzannò oltre venti persone e si ritenne che i feriti, se anche non fossero morti per i morsi, sarebbero comunque rimasti storpi. La belva uscì poi di corsa dall’abitato e nella sua furiosa corsa attaccò e azzannò decine di pecore e buoi, poi si diresse verso il villaggio di La Carrouche – a una quindicina di chilometri di distanza – e corse verso due uomini, un trentenne di nome François detto Lafleur, nativo di Roquès, parrocchia di Valadi, e il trentatreenne Jean Boyer, di Marcillac. I due uomini, robusti e coraggiosi, vedendo la belva correre verso di loro, al posto di fuggire preferirono attenderla a piè fermo. Quando il lupo gli balzò addosso, François, che era stato azzannato al ginocchio, lo afferrò per il collo, lo rovesciò a terra e lo bloccò così strettamente che per il suo amico Jean fu questione di un attimo sgozzarlo con un coltello.

Questo altro fatto avvenne invece il 17 aprile 1781 a Varallo Sesia. Un lupo rabido, arrivato probabilmente dal monte Salbianca, intorno alle 10 giunse in paese e morse al braccio Caterina Maria Longhetta, poi si diresse in direzione di Varallo dove attaccò Pier Antonio Zanolio, ma questi riuscì a tenerlo lontano a calci e colpi d’ombrello. Il lupo allora corse fin nei pressi dell’oratorio di Loreto e attaccò Angela Margherita De Gasperi, di tredici anni, staccandole una guancia e azzannandola alla testa e al collo. Il padre, poco distante, accorse ma il lupo attaccò anche lui, che si difese a bastonate. La belva fuggì allora verso un altro gruppo di case, detto Le Ghiare, da cui fu scacciata. Arrivò davanti a un collegio delle suore Orsoline, dove fu messa in fuga a calci da alcuni muli e a sassate dalla gente. Ma il lupo poco dopo ferì Maria Maddalena Del Grosso alla guancia sinistra, azzannò al volto Caterina Danelli, alla testa Gianbattista Scagliotto, Giuseppe Del Grosso e sua madre e poi si diresse verso altre persone che però lo misero in fuga. Poco dopo strappò l’orecchio a Domenica Folghera. Intanto in zona si dava l’allarme con le campane e oltre trecento uomini si armavano di fucili, picche e forconi. Il lupo idrofobo intanto giunse alla località detta Barattina e azzannò, sempre alla testa, in faccia o alle braccia Giuseppe Cesa, Margherita Lana e la vedova di Gaudenzio Zuccone.

A quel punto cambiò direzione e dopo aver percorso sempre a balzi alcuni chilometri azzannò Carlo Antonio Prino, Giacomo Zaquino, Domenica Prina, Marta e Domenica Bordiga e un’altra donna. Intercettato dagli armati, riuscì a fuggire e poco dopo azzannò Giovanni Longhetto e il suo giovane fratello. Irrefrenabile, si spostò ancora e morse Domenico Raito, Marianna Magna e Domenica Morotta. Poi, ed era ormai pomeriggio, assalì Giovanni Comola a cui, nonostante fosse armato di falce, staccò con un morso il naso. Un archibugiere lo centrò con un colpo. Il lupo, pur mortalmente ferito, riuscì ancora a correre, ma poco più avanti fu centrato da altre tre fucilate. Finalmente era morto. Tutte le persone morsicate erano però ormai condannate, tanto che la sola parrocchia di Varallo registrò, fra il 5 maggio e il 15 giugno, dieci decessi per idrofobia. Il lupo era un maschio di cinque anni, di normali dimensioni e ben nutrito. Aveva però le fauci e la lingua secche e livide, segno della rabbia. Per quanto riguarda quindi i morsi, possiamo vedere che su 23 persone aggredite, 11 furono senz’altro azzannate alla testa, una al braccio e per quanto riguarda le altre 11 vittime non abbiamo dati. (segue nella parte terza)

Per Joseph Fabre, morso nel 1788 da un lupo rabbioso, l’unica speranza fu la fede.
Ex voto nella chiesa di Notre-Dame-de-la Pitié, a Roquebrune-sur-Argens (foto Michel Royon).