Sarà bene chiarire subito che un tempo non esistevano le razze canine ma solo tipi ed era  quasi impossibile distinguere tra loro quelli che oggi sono il portoghese Cão de água, lo spagnolo Perro de agua, l’italiano Lagotto Romagnolo e i francesi (ma allora pure tedeschi, ossia i Pudel) Barbet e successivamente Barbone. Barbone e Barbet poi fino al XIX secolo erano lo stesso cane, anche se dal XVI secolo cominciarono a esserci varianti più leggere e meno rustiche esteriormente per via della moda a livello nobiliare e di una specifica selezione in quegli ambiti.

Una curiosità, o meglio un mistero: il Barbone non ha sottopelo, ma il Barbet invece sì. O meglio, per alcuni allevatori francesi l’ha, per altri appena un velo, per altri ancora proprio non l’ha. Il problema è che gli standard delle razze italiane sono redatti in modo scrupoloso e molto approfondito, mentre gli standard di razze estere sono sovente molto più vaghi. Con il termine generico barbet, che significa barba o barbone (termine usato per la prima volta nel XVI secolo dal cinofilo Jacques du Fouilloux), venivano chiamati tutti i cani di questo genere e di tale aspetto. Per evitare di ripetere le stesse cose, in questo testo citiamo solo il Barbone comprendendo però tutta questa tipologia di cani differenziatisi tra loro solo molto dopo.

Si noti il cane al centro in Livre de chasse, scritto tra il 1387 e il 1389
da Gastone di Foix detto Febus (1331-91)

Dobbiamo anche chiarire che sia il Lagotto Romagnolo sia il Barbet sono stati “ricostruiti” (il Barbet anche con una notevolissima ed estemporanea approssimazione, con alcuni esemplari di origine ignota) dopo che i pochi esemplari rimasti erano stati incrociati con altri cani  di diverse razze e quindi quelli di oggi non sono quelli del passato. I Barbet, secondo l’unica allevatrice italiana della razza e che ha gli esemplari più puri al mondo, istintivamente puntano la selvaggina come un Pointer. In effetti un altro nome del Barbet era Griffon d’arrêt à poil dur laineux, in pratica un cane Grifone da ferma a pelo lanoso.

Ci sono varie ipotesi attinenti le origini del cane Barbone, sistematicamente copiate da enti, associazioni, allevatori, studiosi e semplici appassionati. Alla prova dei fatti ce n’è una sola, basata su fatti storici e documentati che illustreremo dopo, mentre le altre sono fantasie, oppure cronologicamente sono molto successive. La prima supposizione recita che esistano antichi manufatti egizi che  raffigurano gli antenati del Barbone durante la caccia in palude. Non è vero, e difatti nessuno porta immagini di questi manufatti. Solo invenzione, subito copiata da chi reputa inutile e scomodo fare una minima ricerca, eppure basterebbe per appurare che tra i sette tipi di cani degli antichi egizi, nessuno di quelli raffigurati e studiati dagli archeologi può minimamente essere ritenuto una sorta di Barbone. La più antica raffigurazione di quello che potrebbe invece essere una sorta di Barbone toelettato – i romani toelettavano i cani – ma non a caccia, è una moneta appunto romana, esattamente un denario risalente al 112 a.C. Un cane che potrebbe essere stato di questo genere lo si vede anche nel disegno copiato da una stele romana e pubblicato nel libro Der Deutschen hunde di Richard Strebel (Monaco, 1905).

Moneta romana risalente al 112 a.C. Si noti il cane toelettato.

Denario, Repubblica Romana, Lucio Cesare (LCAESI), O: busto giovanile e drappeggiato di Vejovis a sinistra, visto da dietro, scagliante un fulmine, monogramma ROMA a destra. R: due Lari seduti, ciascuno con un bastone e con un cane in piedi tra loro. Collezione Ex Archer M. Huntington, ANS 1001.1.24953.

Stele romana, dal libro Der Deutschen hunde. 

Tra le diverse razze di cane tipo “barbone”c’è anche il Lagotto Romagnolo, che secondo il relativo club cinofilo sarebbe riconoscibile in raffigurazioni di caccia e pesca ritrovate nella necropoli etrusca di Spina (vicino a Ferrara) e quindi relative al VI-V secolo a.C. Fosse così il primato storico su questa tipologia di cani spetterebbe a loro. Purtroppo non siamo riusciti a trovare le suddette raffigurazioni, che non sono neppure citate ne Il cane in Etruria Padana: usi domestici e valenze rituali di Antonio Curci e Sara Sertori, rispettivamente del Centro di Ricerche di Bioarcheologia e della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici, entrambi dell’Università di Bologna. Lo studio riguarda non solo Spina ma anche Adria e Marzabotto (Kainua). Lo stesso prof. Curci, da noi contattato direttamente, ha detto di non essere a conoscenza di raffigurazioni con presunti cani di tale genere.

Un’altra tesi che si è voluto fare circolare sull’origine del cane Barbone ipotizza che il primo antenato fosse un cane da pastore asiatico che viaggiò verso ovest con tribù di Goti per diventare infine un animale da caccia tedesco. Ma non esiste alcun reperto o descrizione sui cani dei goti, i quali senza dubbio li avranno avuti ma di cui non sappiamo nulla su come fossero o a che servissero. L’unico collegamento tra goti e cani è quello descritto dallo storico romano Ammiano Marcellino (330-332 circa – 397 circa) in Storie, in cui si riporta che nel 376 d.C. i goti in fuga dagli unni e richiedenti asilo a Roma, furono bloccati sul Danubio dalle legioni e pesantemente derubati e affamati dai funzionari di frontiera, che arrivarono a farsi dare in ostaggio i loro bambini in cambio della carne di un cane per ciascuno. I cani erano stati appositamente raccolti dai romani in quella zona danubiana. Altre citazioni su goti e cani non ne abbiamo trovate.

C’è poi un’ovvia – ma evidentemente non valutata – considerazione da fare: i goti erano originari del nord Europa, probabilmente della Svezia, poi passarono nel bacino della Vistola nella Polonia settentrionale e ancora nell’area che si estende dal Mar Baltico al Mar Nero fino agli Urali. Bene, dall’area di partenza fino agli Urali non esiste alcuna antica razza canina da riporto in acqua simile al Barbone, e neppure è citata in alcun modo nei testi storici o nei reperti. Sarà bene chiarire subito che un’attuale razza di cani esteriormente simile e cioè l’ungherese Puli non è affatto un cane da caccia e non ha mai lavorato in acqua, ma è ed era da protezione del gregge, come il più grande Komondor, entrambi giunti in Ungheria nel medioevo al seguito dei cumani (Komondor significa appunto cane dei cumani). Considerando che in Ungheria questi cani erano così considerati da valere quanto il salario annuale di un pastore, pare molto difficile che ne inficiassero la funzionalità incrociandolo con cani da caccia.

Però, secondo i fautori di questa teoria, tali cani spuntano all’improvviso tra le file gote e arrivano in quelle che oggi sono Francia, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Marocco, Tunisia e altri Paesi dell’area. Dobbiamo però ricordare due fatti assodati: Roma aveva effettivamente cani simili già secoli prima di Cristo (e ben prima dell’arrivo dei goti), come abbiamo visto dalle monete e da altri reperti dell’epoca; e tutti gli odierni stati citati prima facevano e fecero parte per secoli dell’Impero romano. Pertanto, questa è la nostra ipotesi, il progenitore del Barbone parte semmai da Roma e poi si distribuisce nell’impero, non viceversa.

Un’altra tesi ipotizza che il Barbone discenda da cani introdotti dai mori durante le guerre di conquista della Penisola iberica, almeno così riteneva Georges Louis Leclerc, conte di Buffon (1707-88), che nella sua Histoire Naturelle Générale et Particuliè cita: Il Barbet e lo Spaniel sono originari della Spagna e delle Barbarie. Lì, quasi tutti i cani hanno il pelo lungo a causa del clima. Sono stati portati in Inghilterra dove hanno cambiato il colore da bianco a nero e sono diventati cani da caccia e da compagnia. L’unica differenza tra il Barbet e lo Spaniel è che il Barbet con il suo mantello spesso, lungo e riccio, va in acqua più facilmente dello Spaniel che ha un mantello elegante e meno denso. Secondo il cinofilo e allevatore Rawdon Lee però Buffon era uno dei naturalisti più inaffidabili.

Tuttavia vogliamo ricordare che i mori erano musulmani come gli altri sebbene fossero soprattutto berberi (gli arabi venivano invece chiamati saraceni dagli europei). I mori conquistarono e popolarono gran parte della Penisola iberica (al-Andalus) per oltre 800 anni e la Sicilia (Emirato di Sicilia) per 264 anni (dall’827 al 1091). Bene, perché avrebbero portato per primi i progenitori del Barbone nella Penisola iberica, quando invece in Sicilia erano già presenti e il meridione della Penisola iberica, il Nord Africa e la Sicilia erano già in stretto contatto tra loro facendo parte dell’impero bizantino? Inoltre, per quel poco che può valere, chi scrive ha fatto ricerche e studi cinofili sul campo nelle zone berbere africane, e in ambito pastorale e venatorio non ha mai visto un solo cane che avrebbe potuto ricordare un Barbone o un suo progenitore. Se cani da riporto in acqua esistevano allora – e in Nord Africa non mancano le zone umide, basti pensare a quelle del Marocco –, perché non ce ne sono oggi?

La stessa religione islamica fondata da Maometto (570 circa-632) avversava e avversa i cani e pertanto secondo la Sharia – il corpus delle leggi morali e sociali islamiche – si specificava che colui che possiede un cane, a meno che non sia riservato alla caccia, alla guardia delle pecore o delle terre, vede la sua ricompensa (ultraterrena) diminuire ogni giorno di un qirat (antica misura araba di peso dei metalli, da cui deriva il nostro carato). Insomma, compiva un peccato. Un tempo i soldati cristiani potevano portare con loro in guerra i propri cani, e questo fino almeno al XIX secolo, ma quelli islamici non lo facevano per le ragioni dettate dalla Sharia in quanto, ripetiamo, i berberi nella Penisola iberica non andavano a caccia ma in guerra di conquista. Magari qualche sultano o ricco funzionario durante i secoli di dominazione avrà portato con sé o fatto arrivare dei cani – ma soprattutto levrieri, apprezzatissimi dagli islamici che li consideravano una cosa a parte dal resto dei cani – tuttavia i numeri riteniamo non fossero minimamente sufficienti a dare vita a un’espansione come quella dei progenitori del Barbone. E del resto non esiste a quanto sappiamo neppure una raffigurazione medievale islamica con cani assimilabili ai Barboni, mentre con i levrieri sì.

Musulmani e levriero in un quadro di John Lavery (1856-1941).

Una cosa però gli islamici fecero conoscere molto, e fu la falconeria che come vedremo c’entra molto con questi cani da riporto in acqua. Gli antichi romani praticavano diffusamente l’aucupio, ossia la caccia agli uccelli, ma utilizzavano reti e trappole. Molto probabilmente appresero dell’uso dei rapaci per la caccia, ossia la falconeria, dai sarmati, che furono loro alleati oppure nemici a fasi alterne. Gli stessi goti citati prima – e pure con questi i romani ebbero rapporti di pace e di guerra – l’appresero dai sarmati e poi dagli unni ai quali furono assoggettati nel V secolo d.C. La pratica venatoria con i rapaci passò anche ad altre popolazioni germaniche e conseguentemente fu più conosciuta tra i romani, il cui esercito all’epoca aveva una grande componente di soldati o alleati di origine barbara. Tuttavia Avito, imperatore romano nel 455-456, era nato presso i celti arverni delle Gallie eppure non conosceva la falconeria, segno che anche lì era una pratica sconosciuta o poco diffusa. La apprese proprio dai goti, insieme ai quali i romani sconfissero gli unni di Attila nella battaglia di Chalons nel 451.

In effetti, l’unica testimonianza archeologica romana pervenutaci della falconeria risale proprio al 500 circa ed è un mosaico romano raffigurante un cacciatore con un falco che preda anatre rinvenuto nella ribattezzata “Villa del Falconiere” di Argos (Grecia). Vi domanderete che c’entra quanto sopra con il cane Barbone… Ci arriviamo.

Allora, per catturare gli uccelli i romani usavano trappole di vario tipo nonché reti gettate sugli uccelli nascosti fra la vegetazione e segnalati (puntati) dai cani. Oppure sempre i cani spingevano lentamente gli uccelli – almeno quelli che decidevano di non volarsene via subito e fulmineamente  come spesso fanno quaglie, pernici o fagiani –, verso le reti già piazzate. Questo perché con le armi dell’epoca, checché se ne pensi, era difficilissimo colpire un uccello in volo e pertanto non serviva un cane che si gettasse in acqua per recuperare l’anatra o l’oca colpita, in quanto tale eventualità era del tutto remota, che si tirassero frecce o sassi.

Si consideri che all’epoca non esisteva la fionda poiché la gomma di caucciù fu portato per la prima volta in Europa da Charles Marie de La Condamine nel 1736. Nell’antichità esisteva già la frombola – per capire, quella famosa di Davide contro Golia – capace di lanciare un sasso o un proiettile di piombo anche a 300 metri di distanza ma con pochissima precisione se non da vicino, e meno che mai centrando qualcosa in volo. E anche così erano pochi i frombolieri, e molto richiesti erano gli ispanici delle isole Baleari.

La nascita e la diffusione dei cani da riporto in acqua, come scritto sopra, ebbe luogo molto probabilmente come conseguenza dell’arrivo dei mori islamici in Spagna, grandi esperti di falconeria e che la diffusero. In pratica, i mori a nostro parere non portarono gli antenati di questi cani ma solo l’arma con cui abbattere da lontano gli uccelli. Niente frecce o sassi, ma falchi. E gli europei ebbero l’acume di utilizzare cani per il riporto dall’acqua degli uccelli uccisi dai rapaci. Non fosse così, riteniamo che in Nord Africa avrebbero usato e userebbero ancora rapaci e cani tipo barbone, cosa che non è. Le specie di rapaci utilizzate in falconeria, a seconda delle loro caratteristiche morfologiche e al tipo di volo, si suddividono in tre categorie: gufi (poco usati); rapaci di alto volo come il falco pellegrino, lanario e sacro che una volta lanciati in volo salgono in quota e catturano la preda dopo una picchiata; e rapaci di basso volo come l’astore, poiana e sparviere che vengono lanciati direttamente dal pugno all’inseguimento di una preda, dalle ali corte e volo con grande accelerazione.

Caccia con cani e falco nel medioevo.

Tutti questi rapaci una volta ferita gravemente o uccisa in volo la preda, se grossa la lasciano cadere e se questo è un uccello da palude come un’anatra o un’oca ci sono alte probabilità che cada in acqua e quindi qualcuno deve andarla a recuperare. Chi? Il cane da riporto in acqua, proprio come scrisse il poeta e cappellano del re (nonché appassionato cacciatore) Claude Gauchet nel suo libro del 1583 Le Plaisir des champs in cui racconta appunto la caccia alle anatre con falchi e Barbet insieme nella zona di Dammartin-en-Goële, nell’Île-de-France, ai margini della foresta di Villers-Cotterêts. Poiché la falconeria era basata sulla scala nobiliare come simbolo del proprio rango, l’aquila reale era riservata all’imperatore, il girfalco al re, il falcone pellegrino femmina al principe e così via. L’unica che avrebbe potuto riportare la preda al falconiere, fino a 3-4 kg di peso, sarebbe stata l’aquila dell’imperatore, o eventualmente di un re molto potente, rendendo però solo teoricamente inutile l’ausilio del cane.

Chien qui attrape un canard, di Jacques-Charles Oudry (1720-78)

Fu proprio nell’VIII secolo, in concomitanza con la conquista islamica della Penisola iberica e le guerre bizantino-arabe in Sicilia, che la pratica della falconeria si diffuse massicciamente in Europa, e a tal punto che per far sì che i preti passassero più tempo a salvare anime, invece che andare a caccia con i falchi come facevano, Carlo Magno (742-814), fondatore del Sacro Romano Impero, glielo proibì per legge. Il Regno di Francia, con Luigi IX (regno 1226-70), fu tra i primi ad istituire la figura ufficiale del “Falconiere Reale” ed entro il XIII secolo la falconeria era divenuta un aspetto fondamentale della vita sociale nobiliare europea. La prima citazione scritta di un cane da acqua risale a poco dopo, nel 1297 pare in Portogallo, quando un monaco citò il salvataggio di un marinaio che stava annegando in mare da parte di un cane con mantello nero, i peli lunghi e ruvidi tagliati dalla prima costola e con un ciuffo alla coda. Un altro riferimento a questo tipo di cane risale al 1387 in Francia, citato nel libro scritto da un conte guascone.

Poiché la falconeria era attività da nobili e la caccia praticamente vietata quasi ovunque al popolino – a eccezione di alcune specie ritenute nocive come il lupo – è ovvio che i cani come il Barbone non potessero cacciare nelle paludi delle proprietà private. Tuttavia in seguito la legislazione dell’Ancien Régime tollerava le pratiche di pesca e la caccia in palude, e quando in diverse occasioni il Dipartimento delle Acque e Foreste cercò di vietare e multare pesantemente la caccia agli uccelli migratori nelle paludi del principato di Sedan, nel 1705, il Consiglio di Stato con  un decreto del 10 luglio 1708 sentenziò che c’era differenza tra la caccia ordinaria e quella in palude e che se era giusto che la prima non fosse permessa (tranne ai proprietari dei terreni) nei boschi, sulle montagne o in pianura, lo era invece nei luoghi paludosi e lungo i fiumi. Lo stesso principio valeva per la pesca in palude, tanto che per esempio in quella di Posquières i pescatori potevano anche costruire capanne come ricoveri.

Chi cacciava in palude, legalmente o no, dal XII secolo e cioé prima dell’avvento del fucile utilizzò la balestra, di cui un tipo non lanciava  dardi ma proiettili di argilla pressata e cotta oppure di altro tipo. Anche così era difficilissimo colpire un uccello in volo ma agevole ucciderne uno in acqua anche se relativamente distante. Una balestra di tal tipo impiegata nel XVI secolo poteva scagliare contemporaneamente anche vari pallini di piombo. In quello stesso secolo furono usati anche i fucili a palla o pallini e la caccia divenne più facile. Chi usava l’arco o la balestra che scoccava dardi – spesso munita in tal caso di punta smussata ma comunque in grado di uccidere o stordire la preda – anche mirando un uccello in acqua poteva naturalmente mancare il bersaglio. Come recuperare il dardo di legno galleggiante lontano dalla riva? Lo faceva il cane da riporto.

Il Barbone veniva – ma non sempre – toelettato per facilitargli il lavoro nell’acqua. La tosatura nella parte posteriore del corpo aveva il fine di lasciargli maggior libertà nel nuoto con gli arti posteriori, mentre nella parte anteriore il pelo veniva lasciato crescere per dare una protezione, dal freddo e dal vento, agli organi più importanti come i polmoni e il cuore, nonché per proteggere il corpo dai graffi delle piante. Il ciuffo sulla coda era invece ritenuto utile per renderlo visibile al padrone quand’era in acqua o fra la vegetazione. Per aumentare tale visibilità a volte gli si legava alla coda anche un nastro colorato. Naturalmente il cane non veniva tosato nei mesi invernali, perché altrimenti tra il freddo e l’acqua gelata in cui doveva cacciare avrebbe sofferto molto e si sarebbe disabilitato, se non peggio. Inoltre ricordiamo che in quel periodo non c’erano le norme sulla caccia di oggi e quindi le anatre si cacciavano anche nella bella stagione e non solo in autunno/inverno.

Sarà bene chiarire che tale uso, seppure storico, si basa su mere opinioni nate sul campo e poi diffusesi, e non corroborate da alcuna vera e provata necessità, altrimenti sarebbero così anche le altre razze da riporto che pur operando in ambienti e climi identici non venivano né vengono toelettate, eppure sono altrettanto valide. Senza andare troppo lontano, il simile Lagotto Romagnolo oggi viene usato per la ricerca del tartufo ma prima, fin dall’antichità, era un cane da riporto in acqua e largamente impiegato nelle zone paludose del delta del Po e in particolare nel Ravennate e nelle pianure di Comacchio. Gli veniva tagliato il pelo come il Barbone? Di norma no. Il Lagotto funzionava lo stesso in acqua e tra la vegetazione delle paludi? Sì.

Giovanni Francesco Barbieri, soprannominato il Guercino, e la sorella Lucia Barbieri assieme
a un cane Lagotto Romagnolo, ritratto di Paolo Antonio Barbieri (1603-49).

I re e il loro seguito nobiliare divennero grandi detentori e appassionati di Barboni dal XVI secolo, non solo toelettandoli ma selezionandoli di minori dimensioni rispetto al Barbet da lavoro. Anche il colore del manto, diversamente dai classici Barbet, diveniva sempre più monocolore per puro vezzo. Il colore “solido” di oggi è solo una scelta selettiva e non ha nulla di originario. Insomma, era aperta la strada verso il Barbone, prima variante e molto dopo razza a sé stante. Fortunatamente, nonostante questo, non aveva perso nulla caratterialmente e morfologicamente e viene tuttora impiegato con successo nella caccia.  Una curiosità: il Barbone per via della toelettatura citata prima e quindi con quella sorta di criniera intorno alla testa e sul petto, veniva chiamato anche “cane leone”. L’auge partì nel XVI secolo e proseguì in quello successivo. Un motivo di questo successo fu dovuto alla somiglianza tra le parrucche tanto in voga e l’aspetto del cane toelettato, che era simile. Insomma, tale cane tale padrone.

Non bisogna pensare che questi cani selezionati dai nobili fossero la parodia dei Barbet, perché si sbaglierebbe di molto. Avevano tempra, resistenza e carattere tali da passare dagli agi di sontuose dimore alle dure condizioni dei campi di battaglia. Il principe Rupert del Rhine (1619-82), durante la Guerra dei Trent’anni, fu catturato nella  battaglia di Vlotho (17 ottobre 1638)  e imprigionato a Linz, dove ricevette in regalo dal conte di Arundel – perché allora evidentemente anche la galera differiva parecchio, a seconda che si fosse nobili o semplici mortali –, come passatempo e per compagnia, un cucciolo di Barbone bianco, che chiamò Boy.

Boy.

I due divennero l’ombra l’uno dell’altro. Una volta liberato, Rupert del Rhine riprese la sua vita avventurosa e soprattutto da generale, combattendo in molte battaglie. Boy, così come dormiva sul suo letto, così lo seguiva abbaiante nel combattimento contro il nemico incurante delle cannonate, fucilate e quant’altro. I soldati di Rupert lo trattavano con rispetto e addirittura lo nominarono sergente maggiore generale. In tal senso fu il primo cane ufficialmente facente parte dell’esercito inglese. Si diceva che Boy fosse invulnerabile e in grado di afferrare al volo con i denti le pallottole.

Il cane però ormai non era solo una mascotte ritenuta dalla truppa un portafortuna, ma divenne un bersaglio per gli schieramenti nemici. Ritenevano che se fosse morto, i suoi “commilitoni” si sarebbero demotivati e sarebbero fuggiti.

Si capirà che Rupert sul campo di battaglia era già relativamente individuabile (a 18 anni era alto 1,95 m), se poi aveva a fianco un piccolo cane bianco abbaiante sarebbero diventati, lui e il cane, il bersaglio di tutti i soldati nemici. Rupert del Rhine forse lo capì oppure lo venne a sapere e pertanto, visto che non voleva fare rischiare inutilmente la vita all’amico cane, nel 1644, prima della battaglia di Marston Moor, lo fece legare nell’accampamento. Quella battaglia Rupert la perse e per di più quella sera seppe che Boy era riuscito a liberarsi e che l’aveva rincorso fin dentro la battaglia, cercandolo. E una fucilata l’aveva ucciso. Fu sepolto nello stesso campo di battaglia di Marston Moor. Rupert morì in Inghilterra nel 1682, all’età di 62 anni, ma non dimenticò mai Boy. (segue nella seconda parte)

Rupert del Rhine e Boy.