di Giovanni Todaro

Era il 2010 e mi trovavo in Egitto, tra panorami piatti fino all’orizzonte in certe zone, e altrove tra dune di sabbia a perdita d’occhio intervallate da oasi e selvagge zone rocciose con alti ciuffi d’erba e, di primo acchito, nessuna forma di vita. Vidi e parlai con diversi pastori, ma di pecore e capre. Dromedari e cammelli niente, c’erano senza dubbio ma io non li incontrai.

Il gregge più grande lo vidi ad Alessandria d’Egitto. Non nella zona di Alessandria ma proprio dentro la città, nel quartiere Anfushi, che per la cronaca è dedicato all’ufficiale di artiglieria italiano Augusto Anfossi per il suo comportamento valoroso durante la guerra del 1839 contro i turchi, venendo nominato colonnello dal sovrano d’Egitto Ibrāhīm Pascià. Comunque, lì si tiene un suq, il classico mercato, ed è incredibile. Bancarelle ovunque, anche sulla strada in cui passano i mezzi pubblici. Quando arrivano si fermano, le prime bancarelle vengono velocemente spostate, e appena il mezzo pubblico è passato, rimesse a posto. E così via. Insomma, il pullman procede alla velocità di una lumaca, ma a loro va bene così. Ciò avviene al passaggio di ogni pullman. Bene, finito il mercato vengono lasciati lì scarti di ogni tipo e, prima che qualcuno vada a pulire, arriva il bestiame: capre, pecore, asini, che si nutrono degli scarti di verdura. Nel centro città! Del resto la monnezza, plastica inclusa, abbandonata ovunque a mucchi rivaleggia con il malcostume di Roma e altre città del centro-meridione d’Italia.

Dopo un tragitto di circa 600 km arrivai a Siwa, un’oasi berbera di 80 km di lunghezza per 20 km di larghezza tra la depressione di Qattara e il Grande Mare di Sabbia nel Deserto Occidentale, a circa 50 km a est del confine libico. Ovunque asini piccoli e snelli, forse 70-80 kg, che trainavano carretti con merci o intere famiglie; datteri squisiti di moltissime varietà; e tanta storia. Siwa è famosa per le vestigia dell’antichità, e pure per la diffusa e secolare omosessualità maschile con relativi matrimoni e tentativi delle autorità di insabbiare e censurare la cosa.

Giovanni Todaro. Intorno, l’oasi di Siwa.

Comunque sia, li trovai il lupo, o meglio i cani che lo contrastavano. Notai infatti un cane da pastore con un vreccale, ossia un collare metallico munito di lunghe e acuminate punte basilari per proteggere il collo dai morsi dei lupi.

Collare metallico con punte.

Procedendo per alcune centinaia di km a sud ovest, in un territorio misto tra dune e zone montuose e rupi con rara vegetazione, non vidi segni di vita animale. Neppure sollevando grossi sassi – con cautela, poiché sotto avrebbero potuto esserci scorpioni o serpenti velenosi – trovai lucertole o insetti. La guida berbera mi disse che in zona non c’era nessun animale pericoloso, ma ovviamente sapevo che non diceva il vero, non so perché lo facesse. Infatti poco dopo scovai la pista di una, credo, vipera della sabbia, la ceraste, molto probabilmente della notte prima. Il fatto che fosse salita su un cumulo di sabbia sormontato da ciuffi di alte erbe apparentemente secche, oltre al fatto che non ci fosse neppure un po’ di brezza, aveva fatto sì che i granelli di sabbia non scivolassero cancellando la pista. Per avanzare sulla sabbia questi serpenti velenosi si spostano muovendosi lateralmente, alzando prima la testa e portandola avanti. Quando questa è poggiata sulla sabbia, il resto del corpo si solleva e ricade più avanti, e così via.

Il fuoristrada, la guida, il nulla nel deserto egiziano.

In questo girovagare, ogni tanto ai margini del deserto di dune sabbiose si incontravano lungo la strada casupole in cui si poteva bere tè o altro e mangiare carne alla brace. Ogni casupola aveva a fianco la consueta montagna di rifiuti, vere e proprie discariche. Inenarrabili le condizioni igieniche all’interno di quei locali. Per gli occidentali non residenti lì e quindi non assuefatti, assolutamente mai bere acqua, neppure minerale, anche se da bottiglie apparentemente mai aperte. Di cani non se ne vedevano, non li vidi mai neppure nelle postazioni della polizia che apparivano ogni tanto: una baracca, qualche agente spesso non in divisa, una sbarra abbassata e intorno il nulla. Non si potevano fotografare quelle catapecchie, pena guai, perché si sa che in Egitto e stati vicini spesso le autorità hanno idee del tutto personali su cosa siano i diritti della gente. Tornando ai cani randagi, non pensavo di trovarne nel deserto sabbioso ma nelle zone rocciose, con ripari e vegetazione invece sì. Ma niente da fare. Naturalmente sapevo che occorre cautela con i cani, perché in Egitto ogni anno mordono circa 200.000 persone, di cui una sessantina muoiono di idrofobia o rabbia.

Desideroso di cercare di vedere qualche animale, decisi di dormire fuori dalla tenda, con un piccolo fuoco per riscaldarmi visto che di notte nel deserto non solo fa freddo ma c’è moltissima umidità, nel senso che il mio giubbotto impermeabile dopo poco gocciolava acqua. Il cielo era fantastico, con miriadi di stelle. Mi allontanai un poco dalla tenda, salii su una duna e scesi dall’altra parte, ma poi capii il rischio che stavo correndo. Il piccolo fuoco da campo non era più visibile e stavo per perdermi. Fortunatamente con la torcia elettrica seguii le mie impronte risalendo la duna giusta e vedendo con sollievo il campo. Francamente, poco prima ero convinto che la direzione da seguire fosse un’altra. Se ci fosse stato vento e la sabbia avesse ricoperto le impronte mi sarei perso.

Un piccolo fuoco acceso prima delle tenebre.

Stavamo spostandoci ancora più a sud, nei pressi del confine libico – teorico, visto che non ci sono recinzioni o altro, solo deserto. Anzi, forse eravamo già in Libia – e la guida mi avvertì che era pericoloso. Nel 1977 era scoppiata la guerra libico-egiziana e furono piazzate lungo il confine non si sa quante mine, incluse quelle antiuomo. Che fossero nascoste nel terreno da oltre trent’anni non significava nulla. Rimangono attive per decenni, in attesa che qualcosa, animale o essere umano, le calpesti. Non ragionano, non bevono né mangiano, non si affaticano e non provano sentimenti. Aspettano.

Un giorno incontrai un altro animale, o per meglio dire, trovai le sue impronte. Si trattava di una iena striata, le cui impronte sono simili a quelle del lupo egiziano ma più grandi. Le indicai alla guida e lui, che parlava un po’ inglese, disse guardandosi attorno con apprensione: dabe, dabe mukhatat, striped hyena… ossia iena, iena striata. In Egitto, e pure altrove, le iene non sono ben viste, come del resto i lupi. Entrambi sono ritenuti pericolosi per gli esseri umani, anche mangiatori di persone. E a dire il vero è anche capitato, specie se sono in gruppo o le vittime sono bambini. Casi comunque eccezionali, ma sia i lupi sia le iene – che come tutti gli animali selvatici hanno un ruolo naturale – vengono uccisi ogni volta che capita, o cacciandoli intenzionalmente in quanto non protetti dalla legge.

Iena striata.

Impronta di iena striata.

Seguii le impronte. La zona era un labirinto roccioso di pietre bianchissime, alto parecchie decine di metri e con diverse rientranze che parevano piccole grotte, con un reticolo di larghi tratti sabbiosi ma da cui spuntavano ciuffi di erba verde, ritta, che diventavano sempre più fitti. La iena era andata in quella direzione. Dissi qualcosa alla guida, però non mi rispose e così mi girai. Era a qualche decina di metri di distanza, fermo, e gli chiesi ad alta voce che stesse facendo lì. Fu solo a quel punto che il berbero gridò: Alrimal almutaharika! Quicksand! Sabbie mobili! Ecco il perché dell’erba, sotto c’era l’acqua. Ma la guida mica mi aveva avvertito. O forse non l’avevo sentito… La iena senza dubbio conosceva il territorio e sapeva dove mettere i piedi, ma io no.

Dopo varie peripezie incontrammo un pastore – e poi altri – con capre e pecore. C’erano anche i cani, notevolmente aggressivi verso di noi, che il pastore fece allontanare con qualche urlo. Erano quattro, non grossi, sui 20-25 kg, e francamente non riconobbi in loro nessuna razza o tipo da me allora conosciuto. Chiunque li avrebbe definiti semplici meticci, e probabilmente lo erano. Solo due avevano il collare con le punte.

Cane da pastore.

Un pastore nel deserto.

Il pastore, un tipo gioviale, alle mie domande tradotte dalla guida rispose che sì, in zona c’erano iene ma anche sciacalli e lupi, e che questi ultimi due erano diversi tra loro. Lo sciacallo poteva cercare di predare capretti e agnelli, non di più, ma il lupo uccideva pecore e capre adulte, anche asini e dromedari se erano più d’uno. Spiegò che i lupi erano diversi, più alti e grandi degli sciacalli, insomma grossi come i suoi cani. Tutti lì sapevano la differenza tra il dhib, il lupo, e lo sciacallo chiamato invece abn awaa. Da notare che lo stesso mi disse un pastore della zona a sud di Al Jaghbub, Libia.

Un lupo lungo le rive del Nilo, Egitto.

Una curiosità: personalmente non ho mai visto cani vaganti o al guinzaglio nelle oasi egiziane, tuttavia i cani randagi in Egitto, specie nei sobborghi dei centri abitati in cui non è presente bestiame, sono ovunque. Ma suppongo che i cani vaganti vengano scacciati o uccisi nelle zone pastorali a causa degli attacchi che possono portare a pecore e capre, oltre al pericolo già citato della rabbia, diffusa in grandissima percentuale proprio dai cani affetti. I cani possono trasmettere la rabbia ai lupi, e viceversa, dove si incontrano, come accadeva in una grande discarica nei pressi di Luxor in cui venivano gettati i rifiuti commestibili delle navi da crociera e degli alberghi galleggianti sul Nilo. Quando cani randagi e lupi diventavano troppi e si verificavano degli attacchi si procedeva a battute di caccia, appendendone poi i cadaveri agli alberi (come si faceva anche in Europa fino al XIX secolo). In Nord Africa e in Medio Oriente avviene anche oggi, tranne che in Israele e Oman dove il lupo è protetto ed è conseguentemente numeroso.

Per chiudere, quando in un convegno organizzato in un importante museo di storia naturale, subito dopo il mio ritorno in Italia, comunicai che il lupo era presente in gran parte dell’Egitto e non solo in Sinai, qualcuno del museo fu effettivamente interessato, ma notai che gli altri mi avevano preso per matto. E addirittura per pazzo furioso quando aggiunsi anche la Libia all’areale del lupo. Bene, oggi si sono ricreduti, se hanno avuto il coraggio di ammetterlo.