(Segue dalla prima parte) A seconda della disponibilità, i cani delle Giubbe rosse venivano generalmente nutriti una volta al giorno, il pomeriggio o preferibilmente la sera, con un chilogrammo di salmone (al costo di 80 centesimi nel 1897) essiccato o cotto poiché si riteneva che quello crudo li facesse ammalare gravemente. Gli si dava in alternativa anche pastoni cotti di sego, ossia grasso animale, o pancetta con farina di mais, oppure di riso cotto, farina di mais e di avena con pancetta. Il pemmican (carne magra essiccata di bisonte pestata e miscelata con grasso fuso e bacche) era un alimento base per i cani – e per i viaggiatori – perché in apposite sacche si conservava per lunghi periodi di tempo in quasi tutte le condizioni. Il 27 settembre 1897 il commissario delle Giubbe rosse della base di Regina scrisse al ministro degli Interni: “Oltre alle normali razioni ho inviato 1.500 libbre (N.d.R. 680 chili) di pemmican. Questa quantità alimenterà 21 cani e 4 uomini per 7 giorni”. Nel 1897 il pemmican costava 35 centesimi per libbra (N.d.R. 450 grammi). La carne di cavallo di scarsa qualità costava da 5 a 25 centesimi a libbra.

I rischi erano sempre presenti, e di varia natura. L’agente Charles R Thornback scrisse: “Uno dei miei cani si era ammalato e si trascinava nella sua bardatura, ostacolando gli altri della muta, e sembrava troppo malato per continuare. In precedenza aveva mostrato segni di cedimento e non c’era niente che potessi fare per questo. Una pallottola in testa è stata la fine misericordiosa e immediata della sua sofferenza. Con dolore, scavai una buca profonda nella neve, tagliai alcuni rami di abete per il suo letto e la sua copertura e lo seppellii. Eravamo tutti affezionati ai nostri cani. Avevamo lavorato con loro per settimane, chiamandoli per nome. Hanno mostrato affetto e fedeltà; erano obbedienti e lavoravano sodo. La perdita anche di un solo cane non è stata piccola”.

Morirono anche non poche Giubbe rosse. Nel gennaio del 1911 l’ispettore Francis J Fitzgerald lasciò Fort McPherson per un pattugliamento fino a Dawson. Con lui c’erano gli agenti Kinney e Taylor e un certo Sam Carter. Arrivò la bufera e a circa  metà strada si persero. Alcuni Siberian Husky morirono ma gli altri cani non ne vollero mangiare la carne e così le Giubbe rosse, per mantenerli in forze, dovettero dargli le loro razioni di salmone essiccato. L’ispettore Fitzgerald scrisse nel suo diario: “Subito dopo mezzogiorno ho rotto il ghiaccio e ho dovuto accendere un fuoco, ho scoperto di avere un piede leggermente congelato. Stanotte ho ucciso un altro cane; ora ho solo cinque cani, posso fare solo pochi chilometri al giorno…”. Una seconda pattuglia in seguito trovò i corpi congelati di Fitzgerald, Kinney, Taylor e Carter. I cani sopravvissuti erano fuggiti, lasciando intatti i corpi dei quattro uomini.

L’impiego dei cani da slitta, non solo per quanto riguarda quelli delle Giubbe rosse, ebbe un tracollo nei primi decenni del XX secolo. Per esempio, i Canadian Inuit Dog, molto numerosi nel XIX e inizi del XX secolo, diminuirono spaventosamente in poco più di quarant’anni, nel 1920 erano circa 20.000 esemplari, nel 1963 ne risultò uno solo iscritto al Canadian Kennel Club e all’American Kennel Club, tanto che la razza fu dichiarata estinta. Tuttavia fu salvata dal governo canadese e dalla Northwest Territories, che finanziarono la Eskimo Dog Research Foundation (EDRF) fondata nel 1972 da William Carpenter e John McGrath. Questa fondazione rintracciò e acquisto gli ultimi 200 esemplari miracolosamente sopravvissuti in zone remote nelle aree di Baffin, Boothia e Melville e iniziò l’allevamento proprio per preservarli. Dal 1986 il Canadian Kennel Club registrò nuovamente la razza come esistente.

Canadian Inuit Dog col padrone, Canada.

Ci fu persino chi sospettò un’oscura trama governativa tendente a cancellare il modo di vita degli eschimesi proprio con l’eliminazione dei loro cani,di qualsiasi razza da traino. Proprio l’accusa fatta da alcuni anziani inuit su questa presunta cospirazione contro cani ed eschimesi attivò una scrupolosa indagine governativa (750 pagine di rapporto finale), benché svolta nel 2005 e quindi decenni dopo i presunti fatti, con la quale si appurò che il calo dei cani fu causato dal crollo del commercio di pellicce di volpe, dall’avvento della motoslitta, da periodiche epidemie canine (per esempio, nel 1960 nella zona di Pangnirtung morì l’80% dei cani), dall’inurbamento e quindi dall’abbandono del precedente tipo di vita e infine dall’attuazione di una legge del 1929 che autorizzava la cattura o abbattimento dei molti cani vaganti – problema causato dall’abitudine da parte degli eschimesi di lasciare che i loro cani trovassero da sè di che sostentarsi – divenuti pericolosi per la collettività.

Comunque, l’ultima pattuglia di Giubbe rosse con slitte operò nel marzo 1969, composta da due squadre con un totale di 21 cani e sul percorso di 750 km tra andata e ritorno. Altra razza da loro molto usata – ricordiamo però che gli incroci erano comuni – era l’Alaskan Malamute, comunemente ritenuto un cane esteticamente quasi identico al lupo, pure questa cosa nient’affatto vera. Visto che quest’affermazione continua a circolare universalmente – anche grazie ad alcuni allevatori che artatamente lo fanno credere o magari ne sono loro stessi convinti – basti considerare che paragonando un lupo nordamericano di una quarantina di chilogrammi a uno di questi cani dello stesso peso si noterà che il lupo è mediamente più lungo (testa e corpo) di almeno 20 cm, più alto di almeno 10 cm, con petto più stretto e testa parecchio più grande, piedi quasi doppi e coda avviamente tenuta bassa. L’Alaskan Malamute senza dubbio è più grande, massiccio e forte del Siberian Husky, ma le misure accettate vanno da poco più di 58 cm al garrese e fino a 34 kg per le femmine a oltre 63 cm e 39 kg per i maschi, anche se vi sono esemplari leggermente più piccoli o grandi. Gli Alaskan Malamute acquistati dai bianchi durante la corsa all’oro venivano a volte  incrociati con razze più grandi – soprattutto San Bernardo o Terranova (del vecchio tipo, ben più atletici e del tutto differenti da quelli di oggi) – presumendo di aumentarne l’efficienza. Anzi, a un certo punto ogni grosso cane da slitta veniva chiamato genericamente Malamute.

Padre, figlio e Malamute.

Alaskan Malamute decisamente grandi.

La razza merita un approfondimento: l’Alascan Malamute è un discendente dei cani del mahlemut, tribù inuit dell’Alaska nord-occidentale che forse da millenni li usava  per la caccia, guardia e naturalmente per trainare le slitte grazie alla loro grande forza ma non eccelsa velocità. Tuttavia, non siamo affatto convinto che i cani Malamute, così come li intendiamo noi, fossero una caratteristica della tribù mahlemut.

Questa tribù – di sole 630 persone secondo il Report on Population and Resources of Alaska at the Eleventh Census: 1890 elaborato nel 1893 dall’United States Census Office – Alaska (l’Ufficio Censimento degli Stati Uniti, di cui l’Alaska fa parte) – aveva contatti e scambi con molte altre, e non solo eschimesi. I mahlemut, o  mahlemiut, vivevano nella zona di Kotzebue Sound, che è un braccio del Mare di Chukchi nella regione occidentale dell’Alaska. Si tratta di  un’area di circa 160 km di lunghezza per 110 km di larghezza, a nord della Penisola di Seward, di norma libera dai ghiacci dai primi di luglio fino ai primi di ottobre. Un chiarimento, Kotzebue non è un termine eschimese, ma il cognome del tenente tedesco Otto von Kotzebue che nel 1816 esplorò, al servizio della Russia, la zona durante la ricerca del passaggio a Nord-Est.

Naturalmente i mahlemut, come altre tribù inuit, non vivevano permanentemente a Kotzebue Sound poiché in tal caso sarebbero miseramente annegati visto che d’estate il ghiaccio che copre il mare si scioglie. Difatti in quel periodo si spostavano sulla Penisola di Seward, sulla costa occidentale dell’Alaska, e quindi sulla terraferma. Oltre ai pesci che mangiavano tutto l’anno, in estate cacciavano soprattutto, uccelli, caribù (ossia renne selvatiche) e buoi muschiati e in inverno mammiferi marini come beluga, foche e trichechi. Si capirà pertanto che i cani fossero necessari per spostare la popolazione e le loro cose da un punto all’altro. Una caccia frequente ma pericolosa era quella all’orso polare. A Kotzebue nel 1960 fu ucciso il più grande esemplare al mondo, lungo 340 cm, pesante 1002 kg e alto al garrese 170 cm.

Era soprattutto in inverno, grazie ai ghiacci che coprivano il mare e collegavano l’Alaska anche alla Siberia, che i mahlemut si spostavano, incontrando altre tribù. In pratica, c’erano scambi e rapporti, fra gli altri, con  i nunatogmiut anche detti noatuk, kuangmiut (kowak oppure koovuk), kingigumiut e i cosiddetti kopagmiut che non erano una tribù ma un termine indicante qualsiasi persona abitante nelle valli fluviali, in quanto significa “gente del grande fiume”. Non solo, incontravano anche tribù provenienti da Norton Sound, Cape Prince of Wales,  dalle Isole Diomede e persino dalle coste della Siberia, nonché tribù di indiani athapascan dell’Alaska con i quali commerciavano nelle pause fra i non pochi scontri cruenti. Orbene, visto che tutte queste tribù avevano lo stesso tipo di vita e allevavano cani da slitta, è ovvio che ci fossero scambi e accoppiamenti – non solo fra cani, si sposavano pure le persone, con relativa dote personale includente i cani. Pertanto, non riteniamo affatto che il cane Malamute sia frutto esclusivamente della tribù dei  mahlemut. Cani simili o identici li avevano tutti in quella zona. I cani dei mahlemut erano diversi dagli attuali Alaskan Malamute –  selezionati in vare linee come i Kotzebue, M’Loot e Hinman-Irwin, poi confluite nella razza che conosciamo oggi  – , ossia meno grandi e tozzi e con la coda bassa.

Una famiglia inuit con Malamute, estate 1915.

La razza si fece ben apprezzare dalle Giubbe rosse, a cui non interessava per nulla il fatto che fossero meno veloci degli Huskies, poiché avevano soprattutto bisogno di cani resistenti su cui fare affidamento nei continui e lunghissimi spostamenti. Rimanere senza cani e quindi appiedati significava la morte. Inoltre, come già scritto, non raramente venivano accoppiati Malamute e Huskies.

Giubba rossa con slitta e Alaskan Huskies, Canada.

Gli Alaskan Malamute sono affettuosi con la famiglia, totalmente inadatti alla guardia attiva e ben gestibili da proprietari che sappiano instaurare la giusta gerarchia, nel senso che non dev’essere il cane a credersi il “capobranco”. I rapporti con gli altri cani devono essere improntati alla cautela, e totalmente evitati i contatti con altri animali estranei (e con i bambini, che non devono mai essere lasciati da soli né con questa razza né con altre), specie se piccoli, avendo questi cani, come tutti quelli eschimesi, un elevato istinto predatorio. Sono cani gioiosi e atletici, pertanto necessitano di adeguato movimento. Anche senza arrivare oggi agli eccessi  – sono stati selezionati per correre e tirare slitte per decine di chilometri al giorno – , ricordiamo che il moto fa bene a loro e a noi (segue nella terza parte).

Il balzo di un esemplare dell’Allevamento Il Can per l’Aia.