Lo Shiba inu, probabilmente la razza giapponese più antica e discendente dai cani arrivati in Giappone durante il Periodo Jōmon, oggi è abbastanza diverso da quello originario. Sulla base delle analisi genetiche di oltre 1.500 cani giapponesi, il dottor Yuichi Tanabe della Gifu University ipotizzò che i primi cani giunsero in Giappone in due ondate di immigrazione: una volta dal Sudest asiatico attraverso Taiwan e le isole Ryukyu nello Jōmon, e di nuovo con gli immigrati attraverso la Penisola Coreana nel Periodo Yayoi e nel Periodo Kofun (dal 300 al 600 d.C). Quindi la prima popolazione sarebbe giunta da sud (dalla cinese Taiwan e poi alle isole giapponesi di Ryukyu).

Peccato che la prima popolazione venne invece da nord, ed erano gli ainu (sempre popolazioni Jōmon, di provenienza siberiana) che, grazie alle terre allora emerse e colleganti quelle che oggi sono isole, colonizzarono la penisola di Kamchatka, le isole Curili, l’isola di Sakhalin, Honshū e Hokkaidō. Le stesse isole Ryukyu, di cui la più grande è Okinawa, furono colonizzate da popolazioni affini agli ainu, e probabilmente dagli ainu stessi (e poi da altre cinesi e coreane). E pertanto non deve stupire che proprio il cane Ryūkyū sia il più vicino geneticamente al cane Hokkaidō-ken. Il fatto è che per la maggior parte del XX secolo, accademici e funzionari del governo giapponese hanno cercato di nascondere o sminuire la realtà storica degli ainu, che furono semplicemente conquistati e massacrati dai giapponesi. Ma nel 2006, sotto la pressione internazionale, il governo finalmente riconobbe gli ainu come popolazione indigena. Tale tentativo di celare le cose riguardò anche le razze canine.

Il cane Jōmon aveva all’incirca le dimensioni e proporzioni di uno Shiba, ma un po’ più alto, più snello e con denti canini più sviluppati. Grazie a numerosi reperti ossei provenienti dagli scavi – ricordiamo che in quel periodo i cani venivano sepolti e non mangiati come accadde in seguito – è stato possibile ricostruire il possibile aspetto di questo cane, pelo ovviamente a parte, con una riproduzione esposta al Tobinodai History Park Museum di Funabashi.

Shiba inu, inizi XX secolo.

Il cane Jōmon aveva il corpo robusto, mancava quasi totalmente dello stop (la depressione nella zona tra gli occhi che collega naso e fronte), aveva la testa relativamente stretta e il muso abbastanza largo. Lo stop poi si fece più marcato a causa della selezione e degli incroci con cani di popolazioni successive cinesi e coreane, e lo si nota confrontando i crani più antichi con quelli dei periodi Yayoi (dal 300 a.C. al 250 d.C.), Kamakura (1185-1392), Muromachi (1392-1573), Azuchi-Momoyama (1573-1600) e infine odierni. Nel cane Jōmon la discendenza lupina era ancora molto marcata, come nel caso dello Shikoku, e non sono da escludere successivi incroci spontanei o meno con il lupo di Honshū, che aveva dimensioni simili. Una curiosità: alcuni Shiba sembrano Shikoku e viceversa, e questo perché in Giappone anni fa furono fatti accoppiamenti fra le due razze al fine di rinsanguarle.

Da sinistra, teschio di un cane Jōmon e teschio di un contemporaneo Shiba.

 Sul lato sinistro si vede il teschio di un cane Jōmon, a destra il teschio di un contemporaneo Shiba. Il primo non presenta quasi stop, ha la canna nasale e i canini più lunghi e la cresta sagittale più grande al fine di ancorare muscoli delle mascelle più potenti.

 1) Testa Periodo Jōmon (2) Periodi Yayoi, Kamakura, Muromachi e Azuchi-Momoyama (3) Shiba attuale.

Alcuni allevatori stanno riselezionando lo Shiba – con una variante non riconosciuta ufficialmente – al fine di avvicinarlo all’antico cane Jōmon suo diretto progenitore (ricostruzione scientifica, Tobinodai History Park Museum)

Lo Shiba è uno spitz ed è la più piccola fra le razze giapponesi. Tuttavia ha comunque il suo caratterino pugnace con gli altri cani ed è di norma riservato e indipendente con gli estranei, mentre è molto affettuoso in famiglia. A causa degli incroci con i cani occidentali, arrivati in Giappone durante la Restaurazione Meiji, dal 1912 al 1926 parve non ne rimanessero più di puri. Tuttavia si riuscì a compiere un buon lavoro di ricerca – infatti nelle remote zone montane ne erano rimasti – che fu però quasi vanificato dalle conseguenze della Seconda guerra mondiale. Di questo cane molto diffuso rimasero tre linee di sangue fra loro leggermente diverse, ossia lo Shinshu Shiba dalla prefettura di Nagano, il Mino Shiba del sud dell’attuale Prefettura di Gifu e il San’in Shiba dalle prefetture di Tottori e Shimane. Per salvare la razza questi tre ceppi furono combinati fra loro. Il primo standard di razza fu pubblicato nel 1934 e nel dicembre 1936 lo Shiba Inu fu riconosciuto come monumento naturale del Giappone grazie alla legge sulle proprietà culturali fortemente perorata dall’associazione cinofila Nihon Ken Hozonkai, detta brevemente Nippo.

Shiba Inu dell’Allevamento Mondo Shiba e Shikoku.

La chiusura al mondo esterno giapponese non resse però alla prova dell’8 luglio 1853, quando giunse nel porto di Nagasaki una squadra di navi da guerra statunitensi  al comando del commodoro Matthew Perry che ottenne con la forza, minaccianco di bombardare, la firma di accordi commerciali e la riapertura di tutti i porti giapponesi al commercio estero. L’umiliazione per i giapponesi fu enorme, seguita fra le altre da quella – molto minore quanto a importanza, ma cocente e continua – di vedere arrivare al seguito degli occidentali anche enormi e combattivi cani mai visti e che nei combattimenti tanto in voga umiliavano quelli locali. I cani giapponesi più grandi – ma di poco rispetto agli altri (Shiba escluso) – erano quelli della zona di Akita. Bisogna dire che ne esistevano linee più grandi della norma, poiché il loro accrescimento quanto a dimensioni, almeno in certe zone, era avvenuto già intorno al 1630, quando la casata della famiglia Sanehide cadde in disgrazia con lo shōgun Ieyasu Tokugawa e fu destinata nella zona di Akita con l’incarico di daimyō  (reggente locale). La famiglia Sanehide si appassionò ai cani della zona e li selezionò aumentandone la taglia.

Periodo Tokugawa, anche detto Edo.

Durante la barbara usanza dei combattimenti fra cani, molto popolari e ai quali potevano partecipare anche più di cento cani, il tipo Akita (da guardia) primeggiava essendo il più grosso, e i cani di Tosa – soprattutto gli Shikoku – avevano sovente la peggio. Per Tosa si deve intendere l’antico nome dell’odierna Prefettura di Kochi e non i molossoidi selezionati successivamente. Tuttavia, la situazione si capovolse quando gli Shikoku furono incrociati con i potenti cani europei che cominciavano a essere introdotti in Giappone, come il Mastiff, Alano, Bulldog, San Bernardo, Bull Terrier e persino Pointer. Naturalmente, anche gli Akita furono allora accoppiati sovente con queste razze. Fece scalpore un esemplare nato nel Tempio di Jououji – a Hayaguchi Kita-Mura, zona di Akita – e chiamato “Naka-no-no Moku Tera”, alto al garrese 85 cm. Dal pelo lungo e rossastro, sarebbe stato così forte da portare sulla schiena due bambini o un uomo adulto, e da poter combattere vittoriosamente anche contro tre cani alla volta. Fu ucciso nel 1871 dalla lancia di un ignoto samurai. Vi furono altri cani famosi per forza e inusitata grandezza, come “Saku” di Niisaawa-mura, “Jiku” di Matou-mura e “Goma” di Benzousama.

Il Giappone intanto, così come si era chiuso al nuovo in passato, ora si muoveva attivamente in senso opposto, cercando la modernità e il progresso in tutti i settori. Il passato interessava poco, e valeva anche per i cani nazionali che, del resto, erano stati massicciamente incrociati con cani soprattutto europei. Ma non si era sbarazzato solo di quelli: si era liberato del governo Tokugawa, anche perché aveva permesso l’onta dell’umiliazione americana; i tanto rispettati lupi ora erano accusati di divorare i cavalli di cui l’esercito aveva molto bisogno e così si chiese l’intervento dell’allevatore dell’Ohio Edwin Dun che li estinse con una terrificante campagna di bocconi avvelenati. Non solo, Dun insegnò ai giapponesi come allevare bestiame (e mangiare finalmente carne e latte); persino i samurai erano ormai ritenuti obsoleti e furono sterminati infine dal moderno esercito nipponico nella battaglia di Shiroyama del 1877.

A proposito di questi, forse il più famoso fu Saigō Takamori, morto proprio in quella battaglia e reso famoso dal film L’ultimo samurai (2003, The Last Samurai) diretto da Edward Zwick e con Tom Cruise e Ken Watanabe, anche se il riferimento a Takamori lo si intuisce solo. Ebbene, persino il vero Saigō Takamori aveva un cane sì, di nome Tsun, ma era un meticcio con le orecchie basse di origine occidentale. Alla fine si decise di dedicare comunque una statua a questo grande samurai, ma quando fu presentata al Parco di Ueno (Tokyo) nel 1898 e si notarono le orecchie del cane a lui giustamente affiancato nella statua, se non ci furono svenimenti fu un miracolo. Lo scultore l’aveva fatto identico alle descrizioni storiche, ma questa era una macchia sulla dignità dell’eroe e della nazione! Lo scultore fu costretto a modificare la statua mettendo orecchie erette al cane…

Il vecchio cane giapponese aveva perso terreno, anche se fortunatamente si era conservato nelle zone più remote, e veniva sostituito dai nuovi. Le fotografie di cani esemplari di inusitate dimensioni – come quella raffigurante una coppia di enormi Akita inu presentata nel 1899 al principe ereditario Taisho – con ogni probabilità sono relative a esemplari ottenuti con incroci con razze forse molossoidi provenienti da altre nazioni. Naturalmente questi incroci non avevano più nulla a che fare con i veri Akita e gli altri cani giapponesi, e mai avrebbero potuto essere usati nei compiti che richiedeva la realtà rurale di quelle isole, e prima di tutto la caccia al cervo o all’orso. I combattimenti fra cani furono aboliti solo nel 1909 da Masataka Mori, governatore della Prefettura di Akita.

Gli Akita presentati nel 1899 al principe ereditario Taisho.

L’Akita, razza che ha un valore particolare in Giappone tanto che ai neonati e agli ammalati è uso regalare a mo’ d’augurio una statuetta raffigurante questi cani – ebbe il suo secondo tracollo storico a partire dalla conquista giapponese nel 1914 della penisola di Shandong, in Cina, allora territorio coloniale della Germania e in cui la piccola comunità tedesca teneva un limitato numero di questi cani. I giapponesi letteralmente impazzirono per lo shepādo – così veniva chiamato in Giappone il German Shepherd –, che a livello di addestrabilità ed efficacia militare e poliziesca effettivamente surclassava qualsiasi cane giapponese. Il successo dei Pastori Tedeschi – ritenuti il cane ideale per un guerriero e per un impero – in Giappone fu tale che dal 1920 cominciarono le domande d’acquisto dell’esercito, che ne necessitava per il controllo di una parte del territorio cinese della Manciuria, acquisito a seguito della vittoria nel 1905 nella Guerra russo-giapponese. C’era da vigilare su basi  militari, miniere di carbone, linee e stazioni ferroviarie.

Del resto, dell’utilità di quei cani stranieri ne era ben cosciente lo stesso Saito Hirokichi, presidente della Nihon Ken Honzonkai (Società per la preservazione del cane giapponese), che negli anni ’30 fu in contatto con il creatore del Pastore Tedesco, von  Stephanitz. Questo perché il 18 settembre 1931 ci fu il cosiddetto incidente di Mukden, creato e sfruttato dal Giappone per invadere definitivamente la Manciuria. In questa vicenda bellica grande fama ebbero Kongō e Nachi, due cani da Pastore Tedesco che si comportarono magnificamente venendo infine uccisi, tanto da essere definiti eroi e osannati persino nelle scuole giapponesi, facendo diventare un mito la razza.

Pur preceduto da una serie di eventi bellici e acquisizione di territori da parte giapponese, il vero conflitto fra Cina e Giappone, ossia la Seconda guerra sino-giapponese – il più grande conflitto asiatico del XX secolo,  con una stima di circa 500.000 morti giapponesi e 20-35 milioni di vittime cinesi – iniziò il 7 luglio 1937 e finì il 2 settembre 1945, con la resa del Giappone nella Seconda guerra mondiale. Lo scoppio della guerra acuì il bisogno di cani, e del resto i giapponesi avevano già attivato la relativa fornitura anche grazie ai contatti, fin dal 1935, fra Saito Hirokichi e Max von  Stephanitz. Il Giappone acquistò migliaia di pastori tedeschi, e in misura ridotta (circa il 10%) anche Dobermann e Airedale Terrier. Su circa 25.000 cani ricevuti dalla Germania, prima e durante la Seconda guerra mondiale, circa 10.000 andarono all’esercito e 15.000 furono distribuiti alla Marina e alla polizia, anche coloniale.

Soldati nipponici con Pastori Tedeschi durante la Seconda guerra sino-giapponese.

E le razze giapponesi? Inutili, e così si ordinò di sterminarli tutti per utilizzarne la pelle e la pelliccia per usi militari, nonché per mangiarli. Anzi, il possedere cani agli occhi della tenace e orgogliosa popolazione giapponese era considerato un tradimento verso la patria e il proseguimento della guerra, in quanto il cibo che veniva dato ai cani sarebbe stato più utile per nutrire i soldati al fronte. Alcuni appassionati allora accoppiarono gli Akita con i Pastori Tedeschi, sperando così di aggirare gli ordini di abbattimento delle razze giapponesi. L’Akita arrivò alla soglia dell’estinzione. Ne era rimasta una dozzina.

Dopo la guerra un certo numero di Akita – o presunti tali, almeno in parte – fu adottato dai soldati statunitensi di stanza in Giappone e inviati in patria. Si trattava di cani, soprattutto della linea Dewa (l’altra principale era la Ichinoseki), che risentivano molto degli incroci con grossi cani europei ed erano quindi grandi e robusti. Soprattutto quelli forniti dal nisei (ossia un nippo-americano) Michael Shitara, che allevava o si procurava tali esemplari per venderli oltreoceano. Si trattava di esemplari grossi non solo a causa dei precedenti incroci ma anche per via di una iper-alimentazione. E non era il solo. L’esperto Mutsuo Okada, in modo piacevolissimo, raccontò di avere visto l’allevatore Takeo Sato dare a ciascuno dei suoi Akita litri e litri di latte fino a riempire un lavandino (!) e poi, non contento, spalancargli la bocca facendogli trangugiare di forza altri sostanziosi alimenti, quasi fossero oche. Il tutto sotto gli occhi del giovane e costernato assistente Shotaro Matsushima, che bofonchiò: “Questa è la prima volta che vedo l’alimentazione forzata di un cane”. E si può ben capirlo, durante la guerra, e anche subito dopo, non solo i cani ma anche la gente avevano sofferto la fame. Agli americani i cani piacevano grossi e pertanto dovevano mangiare di conseguenza.

Il campione fu Kongo go, nato nel 1947 e che divenne un famosissimo stallone in Giappone, come del resto i suoi discendenti (con non poca consanguineità) che sbancavano le manifestazioni cinofile vincendo premi su premi grazie proprio alla grandezza. Questa linea derivante da Kongo go ebbe grande successo ma solo per pochi anni, perché sempre più allevatori giapponesi cominciarono a domandarsi che mai c’entrassero quei grandi e pesanti cani, che a volte avevano persino le labbra pendenti e sbavavano, con il vero e antico Akita inu. Non solo, erano troppo mansueti verso gli estranei.

Un esemplare dell’Allevamento Kumatani Akita.

La linea Kongo non era mordace verso l’uomo. Una volta Ryuo go, un enorme esemplare alto quasi 76 cm e pesante oltre 62 kg, in un’esposizione canina uccise un cucciolo di quattro mesi che passava lì vicino. Ovviamente il padrone si inferocì e prese a calci Ryuo go, spalleggiato da alcuni amici che, a loro volta, aizzarono i loro due Akita pur tenendoli al guinzaglio. Ryuo go però non reagì, perché chi lo attaccava erano degli uomini, e si limitò a guardarli. Per i giapponesi fu una reazione sconcertante e un gravissimo difetto, mentre per gli americani era anzi una dimostrazione di forza e quindi quello era un cane ideale. Si capirà che, una volta negli Stati Uniti, dei cani troppo aggressivi sarebbero stati un problema. Naturalmente, consigliamo di non provare simili imprese, perché i cani come le persone hanno caratteri diversi da uno all’altro. Bene, proprio la linea di Kongo partì per l’America, mentre in Giappone scomparve, sostituita da quella Goromaru, meno grande ma più aggressiva.

Gli Akita – questo nome fu deciso nel 1931 per includere le varie tipologie similari dei diversi cani esistenti nell’area  – ormai in Giappone venivano invece selezionati con l’obiettivo di un ritorno alla passata purezza e quindi divenivano simili a quel che erano un tempo, ossia meno pesanti e più atletici. Tanto per creare un po’ di confusione – che nella storia dell’Akita certo non manca, inclusi i diversi club di razza in conflitto fra loro fin da subito – negli Stati Uniti occidentali si trovano però esemplari simili a quelli attuali giapponesi, mentre sulla costa orientale se ne trovano di simili a quelli giapponesi ma di 30 o 40 anni fa. Comunque sia, per i giapponesi quelli giunti in America non erano più Akita. Non solo erano più grandi e pesanti, ma erano di tutti i colori e avevano il muso nero, chiaro segno della “contaminazione” col Pastore Tedesco e mastini. L’American Kennel Club nel 1955 monitorò la varietà americana e ne approvò lo standard nel 1972, anche se fino al 1992 continuarono ad arrivarne dal Giappone.

Alla fine a livello internazionale si giunse alla decisione di … prendere due decisioni. L’American Kennel Club, Canadian Kennel Club e Australian National Kennel Council stabilirono che quelli giapponesi e quelli americani erano varietà della stessa razza, mentre la Federation Cynologique Internationale (FCI),  Kennel Club, New Zealand Kennel Club e Japan Kennel Club asserì che erano due razze diverse. Nel 1999, per evitare confusione, la FCI chiamò gli Akita americani Great Japanese Dog, nome cambiato nel 2006 in American Akita.

In Giappone, fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, ci furono appassionati che fecero molto per valorizzare finalmente sei razze canine nazionali, tanto da riuscire a farle dichiarare fra il 1931 e il 1937 ufficialmente Monumento Nazionale del Giappone, cosa detta e ridetta con giusto orgoglio dagli allevatori di queste razze. Tuttavia, per dovere di cronaca, dobbiamo precisare che in Giappone godono di questa definizione ben 2.961 siti storici, 266 luoghi di bellezza paesaggistica e 2.985 Monumenti Naturali designati a livello prefettizio e 12.840 siti storici, 845 luoghi di bellezza paesaggistica e 11.020 Monumenti Naturali designati a livello comunale. I “Monumenti” includono anche le specie endemiche giapponesi, come il fagiano, coniglio, lepre, ratto gigante, talpa di montagna, pollo a coda lunga, ecc. Solo le specie o sottospecie animali endemiche giapponesi sono ben 297, e fra queste ci sono 6 razze canine e precisamente Akita, Kai, Kishu, Shiba, Shikoku e Hokkaido.

Il Kai è un robusto spitz relativamente diffuso come cane da fattoria e il Kishu è simile ma nella maggior parte dei casi bianco (prima nella maggioranza dei casi non lo era). Sull’isola di Karafuto (nome in lingua ainu, in russo Sakhalin) esisteva il cane da slitta Karafuto-Ken ma pare non esistano più esemplari puri. I sovietici usarono questi cani per il traino durante la Seconda guerra mondiale ma ben presto li abbandonarono perché non si adattavano a una dieta diversa dal salmone, come avveniva a Sakhalin. Gli Akita a pelo lungo che occasionalmente nascono devono probabilmente questa caratteristica all’immissione di sangue di Karafuto-Ken avvenuto nel passato.