(Continua dalla seconda parte) I Borbone, quindi i sovrani del Regno di Sicilia e del Regno di Napoli, poi uniti nel Regno delle Due Sicilie, erano patiti di caccia e cani. Lo era Filippo V di Spagna e pure re delle Due Sicilie (attenzione, il nome è identico, ma il Regno delle Due Sicilie dei Borbone invece viene dopo), suo figlio Carlo di Borbone anche lui re delle Due Sicilie e il figlio di quest’ultimo Ferdinando I di Borbone (re di Napoli con il nome di Ferdinando IV di Napoli, nonché re del Regno delle Due Sicilie con il nome di Ferdinando III di Sicilia). Quest’ultimo, e scriviamo Ferdinando per brevità, che a quanto risulta non era mai stato prima in Sicilia anche se l’isola faceva parte dei suoi possedimenti, dai latifondisti isolani ebbe  in dono (per ingraziarselo, ma anche per sottolineare che quelle erano terre loro e non del re) l’area boscosa dei feudi di Ficuzza, Lupo e Cappelliere e ne fece una tenuta con tanto di costruzione della Casina Reale di caccia. Oggi il tutto rientra nella Riserva naturale orientata Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del Cappelliere e Gorgo del Drago (circa 7.398 ettari, facente parte del Parco dei Monti Sicani).

Bisogna sapere che in Sicilia erano stati quasi del tutto sterminati (per la caccia eccessiva, ma pure per l’immensa deforestazione fatta dall’uomo) cervi, caprioli, daini e cinghiali, ma alla Ficuzza qualcosa c’era ancora. E di lupi era pieno ovunque nell’isola, solo che non avendo quasi più prede si sfamavano col bestiame. Il sacerdote Giuseppe Calderone in un libro del 1892 scrisse a proposito di Ferdinando I che …dalle vicine Calabrie fé trasportare cinghiali, damme (daini, N.d.R.), e caprioli, che moltiplicaronsi in breve a dismisura. Facendo abbondare ai cinghiali abbondante cibo quotidiano, mentre a damme, e caprioli restava un vasto campo a pascere fra tanti boschi

Per cacciare la grossa selvaggina in Sicilia – così come faceva in continente e pure in altri stati – Ferdinando fece arrivare cani adatti dalla Calabria, Abruzzo e Molise, che da allora furono utilizzati non solo per il cinghiale ma pure per le grandi battute al lupo che si attuavano una volta ogni sette anni. E ci teneva ai cani,  ossia a quelli da caccia, mastini, corsi, levrieri e da pastore, tanto che alla Ficuzza andava a controllarli quando poteva, chiedendo notizie pure ai fattori. Attenzione, dai documenti storici trovati risulta proprio “mastini, corsi”, differenziandoli non perché fossero diversi come razza (anche se allora le razze non esistevano, così come le relative federazioni) in quanto era la stessa, ma perché si selezionavano linee diverse a seconda dell’utilizzo.

Cane da presa in lotta con un lupo, statua francese.

Sulla rivista Venatoria Sicula apparve nel 1955 la descrizione fatta da un certo Lopes, il cui nonno   partecipò a una battuta al lupo effettuata alla Ficuzza il 22 dicembre 1882, quindi molto tempo prima della pubblicazione. Tuttavia è interessante poiché cita (il nonno glielo raccontò nel 1920): …erano stati regalati due lupacchiotti, trovati in una grotta del sottobosco del Fanuso. Erano state loro mozzate le orecchie (dopo averli uccisi N.d.R.), come si usava fare coi cani vuccirischi, cani di grossa taglia, coraggiosissimi, importati in tempi precedenti dai Re Borboni di Ficuzza dalle Calabrie e dagli Abruzzi, fino a poco tempo fa esistenti nelle contrade di Ficuzza (…) seguendo la tradizione lasciataci dai Re Borboni, ogni sette anni si faceva all’interno della foresta di Ficuzza, che allora si estendeva quasi fino agli abitati di Godrano, Marineo, Corleone e Mezzojuso, una tuccata (battuta N.d.R.) ai lupi, allora numerosi (…) alle 7 in punto i battitori delle tre squadre si disposero ciascuna su una lunga fila e al suono di trombe, campanacci, tamburi ed arnesi simili con un vociare infernale lanciarono nel sottobosco i cagnacci di razza vuccirisca, dai collari armati di chiodi per non offrire punti deboli agli attacchi eventuali dei lupi.… Fu ucciso un lupo, portato poi in giro affinché i pastori dessero come d’uso un premio. I premi furono poi venduti e il ricavato distribuito in parti uguali ai battitori.

Da quanto sopra si traggono le seguenti conclusioni: 1) I cani Vucciriscu arrivavano anche dalla Calabria, dove li si conosceva come Bucciriscu. In pratica erano gli stessi e cioè Cani Corsi,  variante leggera del Cane da Presa meridionale. 2) Servivano sia per la caccia al cinghiale sia per quella al lupo. 3) Erano di grossa taglia intesa come robusta ma non tale da impedirgli di inseguire i lupi, persino in zone boscose ed erte come la Ficuzza.

Una curiosità, nella Reggia di Caserta c’è un quadro raffigurante uno di questi cani. Si chiamava Malacera e fu ucciso da un cinghiale durante una battuta di caccia. Il manto era beige, con una grande parte bianca che andava dal ventre al petto e a parte della testa. Le orecchie erano integre. Dopo il decadimento della tenuta reale della Ficuzza, da cui furono persino rubati i mobili, i Vucciriscu scomparirono dalla zona per vari motivi e cioè l’estinzione del cinghiale alla fine del XIX secolo (reintrodotto alcune decine di anni fa) e poi del lupo. Tuttavia, pur sempre più rari, rimasero in Sicilia ancora per decenni, utilizzati dai pastori, dai macellai o per la guardia.

Un cane di Francesco I, quadro eseguito da J.H.W.T. Tischbein nei primi anni del XIX secolo (Reggia di Caserta).

Il Cane Corso veniva utilizzato anche per la caccia all’istrice, ora specie protetta in Italia e in grande espansione anche al nord della Penisola. Lo si cacciava perché era ottimo da mangiare, grosso (anche 20 kg) e per via dei danni da questa specie causati ai coltivi, cibandosi di grano, granturco, frutta, cereali e prodotti vari degli orti. Su molti siti, soprattutto di allevatori di questa razza, si leggono ingenuità incredibili, tutte uguali in base al più sfrenato copia/incolla.

E prive di buon senso. Come questa: Altro utilizzo tradizionale era la caccia all’istrice, le cui carni sono particolarmente prelibate; ricordano infatti quella del maiale ma più magre. Questo tipo di caccia si svolgeva di notte, usando cani corso veloci, di taglia leggera, ma ugualmente robusti (in modo da riuscire a penetrare nelle tane), di colore bianco o frumentino, poiché maggiormente visibili. Il cane corso è particolarmente adatto a questo compito poiché dotato di grande resistenza al dolore e pervicacia nella lotta, nonostante debba affrontare gli enormi aculei dell’istrice che non di rado causa cecità nei cani: una volta che il cane ha afferrato la preda nella tana, il cacciatore lo prende per il moncone della coda e lo tira fuori, estraendo cane e preda.

Premettiamo che i predatori dell’istrice nel mondo sono in particolare la volpe (ma solo sui giovani), alcuni mustelidi (come il fisher americano) e il leopardo. Tutti, quando ci riescono, lo predano girandogli intorno velocemente e azzannandolo con estrema precisione alla testa, stando bene attenti a non avvicinarsi in particolare alla parte posteriore dell’istrice, che è la più pericolosa. Se non muore subito per la frattura del cranio, l’istrice si dissangua, si indebolisce, viene ribaltato colpendolo tra le zampe e ucciso per sventramento. Nessun predatore balza sull’istrice e meno che mai lo afferra da dietro, in quanto la sua tecnica è proprio quella di arretrare velocemente conficcando così i suoi acuminatissimi aculei lunghi anche 35 cm nel nemico. Gli aculei si staccano immediatamente e quindi certo non si può afferrare l’istrice come dicono queste storielle.

Istrice.

Se l’istrice è in tana o riesce a rifugiarcisi, blocca il varco proprio con la sua parte posteriore più protetta. E le tane sono spesso profonde e lunghe, come possa fare un Cane Corso ad arrivare fino in fondo, pur scavando, è un mistero. Gli aculei, una volta penetrati, spesso si spezzano, rimanendo nella carne e provocando gravi infezioni. Non si sciolgono, non escono, non vengono infine assorbiti dall’organismo che viene perforato. In India alcuni aculei lunghi anche 25 cm sono stati ritrovati in tigri vive, ma menomate, dopo anni da quel tentativo di predazione (che spesso coincide con la loro antropofagia, non riuscendo più a cacciare le usuali prede selvatiche essendo ormai invalide).

Cane gravemente ferito dagli aculei di un istrice.

Chi avrebbe voluto un cane così avventato da farsi ferire gravemente senza risultati, specie in zone e tempi in cui i veterinari non erano anche economicamente alla portata di molta gente? Il cane, fosse un Corso o no, doveva mordere solo al muso – ma quanti potevano riuscirci? – o più semplicemente cercare di intimorire e frastornare l’istrice non permettendogli di rifugiarsi nella tana, in attesa dell’arrivo del cacciatore, che lo uccideva.

Anche la caccia al tasso con il Cane Corso era tradizionale in Italia, ma oggi vietata essendo una specie protetta. Lo si cacciava, di notte, per la carne e pure per il grasso a cui la credenza popolare attribuiva proprietà curative antireumatiche, nonché per la pelliccia utilizzata nella selleria per guarnire i finimenti e i basti degli animali da soma. La pelliccia si vendeva bene, per esempio a Boiano, nel Matese, nel 1811  una pelle valeva da 8 a 12 carlini (lo stesso per la faina), 15-25 quella del lupo e 3 quelle di lepre e volpe.

Tasso.

Era difficile che la pelle del tasso, estremamente resistente, venisse perforata dai denti dei cani e la morte di norma sopraggiungeva per lesioni da pressione alle ossa e agli organi interni. Il tasso – pesante 15-20 kg e a volte anche di più –  opponeva, e oppone, una strenua difesa e per via dei denti e degli artigli era un pericoloso avversario. Messo alle strette si gettava con la schiena a terra e colpiva verso l’alto. La pelle è lassa e pertanto non era facile fare una buona presa. Un buon Cane Corso non doveva mordere a caso o lottare, ma azzannare e fratturare la testa. Questa tecnica vale per qualsiasi tipo di cane esperto: nel bosco di Busso (Campobasso) un grosso cane da pastore che aveva imparato a spiare i tassi aspettando che uscissero dalla tana, mordendoli all’improvviso alla testa, arrivò a predarne cinque nell’inverno del 1912.

Oggi i Cani Corsi in Italia – legalmente – non vengono più impiegati in queste cacce, ed è meglio così. Ma all’estero, a volte incrociandoli con altri cani, accade ancora, soprattutto contro i cinghiali e i maiali selvatici.

Cane Corso in una battuta al cinghiale.