di Roberto Biza*

L’origine del Cane da Pastore Bergamasco si perde nella notte dei tempi e si confonde, inevitabilmente, con quella di tante altre razze da pastore europee, tutte legate da un unico filo conduttore: i flussi migratori che spostarono uomini e animali dall’est verso ovest. Partendo dal Tibet, attraverso gli sterminati territori della Russia meridionale, per poi scendere sino a noi, si possono trovare numerose razze a pelo lungo, di taglie differenti, ma esteticamente simili fra loro, come il Tibetan Terrier, il Cane da Pastore della Russia Meridionale, il Komondor, il Puli e il Pumi. La presenza dei più diretti predecessori del Bergamasco è storicamente accertata, lungo l’intero arco alpino, sin dai tempi dell’impero romano. Gli storici di allora descrivono un cane a pelo lungo e dal color bianco sudicio (nel quale è facile riconoscere il color caffèlatte, tecnicamente definito color “isabella”), utilizzato con grande soddisfazione dalle popolazioni cisalpine, al seguito degli armenti al pascolo.

Per tutti questi secoli, le Alpi furono abitate da cani da pastore a pelo lungo, molto simili tra loro e sicuramente provenienti da un unico ceppo originario. In epoche così remote, quando il contrasto del lupo e dei predatori in genere era una necessità diffusa, non è difficile ipotizzare che convivessero due distinte tipologie di cani da pastore, il conduttore agile e veloce dalla struttura lupoide, e il guardiano più robusto ma più lento dalla struttura molossoide. La prevalenza di un tipo sull’altro non fu casuale, ma diretta conseguenza all’evolversi delle condizioni di vita, dei flussi commerciali e del mondo del lavoro.

Il Cane da Pastore Bergamasco, Provincia di Bergamo (Luigi Re, 1957).

Mentre la presenza del lupo andò via via riducendosi, arretrando nel cuore delle Alpi, aumentò in modo significativo il numero di mandriani che utilizzarono questi cani per condurre le mandrie al pascolo, preferendo quindi una struttura più agile e più adatta alle necessità quotidiane. La tipologia del Bergamasco tendenzialmente molossoide non scomparve, ma si mantenne negli anni, anche se in termini marginali, a volte anche come conseguenza di incroci occasionali, e se ne conserva la memoria sino agli anni ’60 del secolo scorso, con una particolare diffusione nell’area geografica delle Alpi svizzere, dove non si praticava la transumanza e la necessità principale consisteva nel contenere le scorribande dei lupi. E’ sintomatico il fatto che nell’esposizione nazionale di Novara, tenutasi il 12 dicembre 1930, fu presentata una femmina imponente, di nome Lea, che misurava ben 63 cm al garrese e che ottenne il 1° premio.

Contemporaneamente, sul versante francese si sviluppò il Briard, mentre sul versante di lingua tedesca, sino ai primi del ‘900, era possibile trovare l’Altendeutscher, varietà Zothhaar, una delle differenti tipologie di pastori esistenti in Germania prima della selezione del pastore tedesco. A parte la coda particolarmente lunga, si nota una discreta somiglianza con il nostro Bergamasco, soprattutto al Bergamasco di quei tempi.

W. E. Mason, nel libro Dogs of all Nations edito nel 1915, nel capitolo dedicato alle razze italiane, parla del Pastore Italiano. La foto di corredo, propone un bel Pastore Bergamasco, tosato e pulito. La descrizione è la seguente: “Colore: giallo sporco, le tonalità scure non sono desiderabili; Altezza: 23 inches (pollici), pari a circa 58,5 cm; Peso: 62 lbs (libbre), pari a circa 28 kg; questo è un cane forte e tarchiato con il cranio un po’ arrotondato; gli occhi sono color nocciola e l’espressione è intelligente; le orecchie sono corte e pensili, rivestite da una pelliccia abbastanza lunga e dritta; la schiena è forte e dritta, la coda lunga, portata bassa e ben rivestita di pelo; il pelo è riccio e denso, tranne che sulla testa, dove dovrebbe essere liscio”. Il colore chiaro era genericamente preferito da pastori e mandriani perché rendeva il cane più facilmente visibile, sia di giorno che di notte, ma il color isabella, molto diffuso e tipico di cani forti e robusti, a differenza del bianco non comportava nessun spiacevole difetto collaterale dovuto all’albinismo.

Olmo, Pastore Bergamasco, maschio color isabella (1951).

La differenzazione e la caratterizzazione delle varie razze alpine, che un tempo facevano parte di una medesima e grande famiglia, fu naturalmente indotta dal tipo di lavoro che i singoli soggetti furono chiamati a svolgere nelle differenti aree geografiche. Nella Pianura padana si sviluppò, sin dal XIV secolo, l’allevamento delle vacche e si estese progressivamente a quasi tutte le aziende agricole. La presenza di vacche nelle stalle di pianura si mantenne molto elevata nel corso dei secoli, tant’è che, ancora oggi, la Lombardia è la prima regione agricola d’Italia. Questo importante primato è dovuto all’ingente produzione lattiero-casearia, garantita dalla presenza di circa un milione e mezzo di mucche nelle stalle poste nella pianura padana. Il latte ed i suoi derivati costituiscono il frutto principale delle stalle lombarde e la DOP Grana Padano è la DOP che fattura più di tutte in Europa.

L’utilizzo e lo stoccaggio di mangimi è una pratica, tutto sommato, moderna, che consente di mantenere le mucche in stalla e contemporaneamente coltivare grano e frumento. Ma per tutti i secoli precedenti, per poter coltivare grano e frumento si è dovuto ricorrerere alla pratica dela transumanza. Con l’avvento della primavera, infatti, era necessario, se non indispensabile, svuotare le stalle e condurre le mucche all’alpeggio dove poter trovare sufficiente nutrimento senza impoverire i pascoli d’origine, utilizzati per altre più preziose colture.

Nel mese di marzo quindi, dalle montagne bergamasche scendevano a valle i “bergamini”, unico esempio conosciuto in Italia (ma anche in Europa) di mandriani transumanti che, coadiuvati dai loro insostituibili cani, raccoglievano mandrie di 2-300 capi, dette appunto anche bergamine, per poi condurle, con un viaggio che durava settimane, sino agli alpeggi dei duemila metri. Ogni anno non era uguale al precedente, si può ben immaginare, e si racconta che, negli anni più floridi, il numero delle vacche che componevano le mandrie, arrivasse sino a 6-700 capi. E’ facilmente ipotizzabile che ci fosse un rapporto stabile e continuativo fra i vari gruppi di bergamini e i proprietari delle stalle, poste prevalentemente nel Lodigiano e nel Milanese, da ciascuna delle quali ricevevano le mucche in custodia, sino a formare la mandria.

Bergamino con il suo Pastore, femmina color grigio a macchie (1942).

I bergamini erano mandriani transumanti e contoterzisti, proprietari di cani e non di mucche, che non hanno eguali in europa e rappresentano un esempio estremamente tipico della cultura orobica. Si muovevano da soli, accompagnati dal mulo e da due-tre cani, ma prevalentemente in comitive organizzate, che potevano contare su tre o quattro bergamini, un paio di casari, 4-5 muli e una trentina di cani, per lavorare con centinaia e centinaia di mucche. Era un lavoro molto delicato, che richiedeva grande professionalità, basato sulla piena fiducia nelle capacità e nella correttezza dei bergamini stessi. La professione era rispettata e ben remunerata, anche in considerazione della notevole quantità di prodotti caseari che i bergamini riuscivano a trasformare e trattenere per sé e le proprie famiglie. Essi svolgevano la propria attività sia sul versante lombardo delle Alpi, sia su quello svizzero, senza apparenti distinzioni; normalmente abituati a vivere sotto le stelle in condizioni di grande difficoltà e fatica, erano legati fra loro da vincoli solidali fortissimi; in particolare avevano sviluppato una propria lingua, il “gaì”, ancora più ostico del già incomprensibile dialetto bergamasco, per mezzo del quale comunicavano, passandosi informazioni preziose sulla percorribilità dei valichi, sulla possibilità di trovare cibo e riparo per la notte o su come contrabbandare merci di prima necessità evitando problemi con la polizia di frontiera.

Quello del bergamino era un lavoro dignitosissimo e molto importante, funzionale all’economia dell’intera Lombardia, e storicamente comprovato. Senza la possibilità di spostare le mandrie di mucche, non ci sarebbero stati né gli spazi, né le braccia per coltivare i fertili campi di pianura. La professione del bergamino era ben remunerata e l’intera famiglia, di riflesso, godeva di un certo benessere proprio grazie all’insostituibile aiuto di questi cani. Il bergamino nutriva un grande rispetto nei confronti dei suoi cani, fondamentali compagni di lavoro ma anche di vita, ed era estremamente attento a praticare una selezione che garantisse la trasmissione di tutte le doti peculiari che un bravo  cane Bergamasco doveva avere.

La sua selezione si svolse nell’arco di centinaia e centinaia di anni in base a rigidissimi criteri attitudinali, giustificata da inderogabili necessità lavorative, incrociando i soggetti migliori, più abili e capaci, pescando in un bacino di biodiversità ampio e policromo, ma che si fondava sempre su soggetti forti e sani, dal fisico atletico, resistenti alla fatica ed alle condizioni climatiche avverse, altamente equilibrati dal punto di vista psichico, capaci di apprendere e lavorare in branco, collaborando in modo sinergico e fattivo. Le caratteristiche estetiche che si andarono, via via, a definire e fissare, furono una conseguenza accidentale della selezione attitudinale e non fu mai attribuita alcuna importanza a simili dettagli perché la capacità di svolgere un lavoro era l’unico obiettivo perseguito. Fermo restando che un qualunque soggetto non idoneo fisicamente a svolgere un lavoro così difficile e faticoso non arrivava all’età per riprodurre. Il branco era anche in grado di affrontare il lupo e dissuadere qualunque predatore, consentendo al  cane Bergamasco di abbinare alle preziose capacità di conduttore quelle, sempre utili, del guardiano.

Lupi appenninici.

La vita dei bergamini era estremamente disagiata, ma una volta scelto il percorso gran parte del lavoro veniva scaricato sui cani che, bilanciandosi infaticabilmente dal vertice alla coda della mandria, la tenevano compatta e la guidavano attraverso difficoltà e pericoli per giorni e giorni sino alla fine della stagione. La notte poi, toccava sempre ai cani assicurarsi che la mandria non si scomponesse o vigilare contro il pericolo di furti o affrontare il predatore più temuto: il lupo. (Segue nella seconda parte)

Due tori difendono una vacca attaccata dai lupi, di Jacques Raymond Brascassat (1804-1867).