(segue dalla prima parte) L’altro aspetto da analizzare sono le chiatte e la dura vita delle persone che ci lavoravano e vivevano. Capirete quindi che si usavano gli Schipperke non per vezzo ma perché erano validi e utili. In quel contesto sociale e periodo, non solo in Belgio, ognuno doveva “guadagnarsi la pagnotta”, altrimenti diventava inutile e veniva eliminato, cani inclusi.

I fiumi e i canali, non solo del Belgio, fino all’avvento delle barche a motore, erano affiancate da strade che servivano al traino da riva delle chiatte, o almeno, di quelle che andavano nei due sensi. Infatti un sistema di trasporto prevedeva solo l’andata, in direzione del mare: si disboscava una zona, con i tronchi si costruiva una grande zattera in grado di portare 30 o 40 tonnellate e anche molto di più, gli uomini la guidavano abilmente e una volta arrivati a destinazione la zattera veniva distrutta e i tronchi venduti come legna da ardere o da costruzione, e se nessuno li voleva li si bruciava. Moltiplicate per il numero senza dubbio enorme di questo tipo di trasporto e capirete che fine abbiano fatto i boschi di un tempo… Ovvio che le rive dei corsi d’acqua fossero le più disboscate. Le chiatte vere e proprie, vere imbarcazioni, non potevano naturalmente essere “usa e getta” e pertanto scendevano la corrente, ma dovevano andare anche contro corrente (nei tratti dove non c’era l’aiuto della corrente di marea), se non era troppo forte, e per farlo – se non c’era vento a favore, nel cui caso invece si alzava la vela – semplicemente si rimorchiava la chiatta con corde per decine o centinaia di chilometri. Il comandante stava al timone, e gli aiutanti o anche solo la moglie e i figli tiravano. In effetti la vita un tempo era durissima, inimmaginabile oggi.

Chi poteva per il traino usava cavalli o asini. Quando si veniva spinti dalla corrente tali animali venivano tenuti su una piccola barca assicurata alla chiatta o addirittura nella chiatta stessa, che quindi dava ai ratti tutta una serie di vantaggi: un luogo riparato e caldo, spazi tra le mercanzie o nella sentina irrangiungibili dai cani, cibo a volonta scegliendo tra quanto trasportato, inclusi la cucina di famiglia (che ripetiamo, viveva lì dentro) e il fieno e la biada degli animali da soma. Essendo soprattutto gli asini a volte riottosi nell’avanzare, quando serviva si facevano scendere gli Schipperke che a morsetti e infastidendoli li costringevano a muoversi. Poiché si avanzava a tappe dovendosi naturalmente riposare, quando la chiatta era ferma i cani oltre al resto dovevano pure fare la guardia, poiché il furto è diffuso da sempre e ovunque. Tutto ciò fa capire che lo Schipperke fosse un vero cane da lavoro, un fedele coadiutore del popolino piuttosto che dei ricchi.

Curiosamente alcuni hanno ipotizzato che i capitani delle barche fossero i responsabili dell’eliminazione della coda nello Schipperke, poiché un cane senza questa appendice avrebbe avuto meno probabilità di rovesciare le merci sulle chiatte. Riteniamo però che costoro non abbiano mai visto le casse e i pesanti sacchi caricati su queste imbarcazioni, altrimenti avrebbero capito che la coda di un cane di pochi kg certo non avrebbe mai potuto causare alcun spostamento.

Lo Schipperke ha la coda, portata bassa o arrotolata sul dorso (entrambe ammesse dallo standard), e quelli che non l’hanno state tranquilli che hanno subito un’amputazione che è vietata – però ancora permessa in Russia e alcuni stati limitrofi –  ma che tuttora avviene, spacciandoli per natural bobtail ovvero senza coda dalla nascita. Il fatto è che a volte nascono esemplari con un moncherino di coda di lunghezza variabile, poi asportato chirurgicamente con le scusanti più fantasiose (e tollerate). Da dove viene questa leggenda della coda corta o mancante? Da una storiella su questa razza: nel 1609 un calzolaio, adirato per i ripetuti sconfinamenti del cane del vicino, gli tagliò la coda. Il cane così amputato però piacque e divenne di moda, ovviamente con un tripudio di code tagliate.

Le cose tuttavia riteniamo abbiano uno “spessore” diverso: in Belgio, come altrove, le autorità cercavano di combattere il randagismo, anche perché allora (e fino agli inizi del XX secolo) in Europa (e ancora oggi altrove, come in India) imperversava la terribile e letale rabbia o idrofobia, il cui più diffuso vettore erano proprio i cani. Roba da decine di migliaia di morti ogni anno in Europa, per intenderci. Solo in India, ancora oggi, oltre 30.000 persone muoiono ogni anno a causa dei morsi di cani rabidi.

In Belgio nei centri abitati era vietato detenere cani di grande taglia, come per esempio cita un manoscritto del 1356 ritrovato nella città di Lovanio: gli unici autorizzati (inclusi i levrieri) erano i nobili e l’esercito nel caso dei cani da guerra. In seguito furono autorizzati anche la polizia e in particolare i guardiani notturni, in particolare a Liegi nel XVIII secolo, e forse anche prima. Comunque sia, tutti i cani dovevano essere legati o tenuti al guinzaglio. Ad Anversa nel 1404 un regolamento di polizia proibì ai mendicanti di possedere un cane e nel 1429 fu esteso anche alle suore. Nel 1550 e 1650 tali divieti furono ribaditi. Persino i cani da caccia e i cani dei pastori dovevano essere immediatamente riconoscibili come padronali e quindi se liberi dovevano avere un bastone lungo alcune decimetri appeso al collo.

Quelli senza o i randagi venivano catturati e uccisi. Addirittura nel medioevo alcune città belghe come Ath, Mons e Lille pagavano addetti dotati di grossi e aggressivi “cani killer” per risolvere il problema degli animali randagi. L’addetto sguinzagliava il cane, purché non avesse notato particolari sospetti nel povero randagio da uccidere che potessero evidenziare l’idrofobia. Questi cani uccisori di solito erano molossi, ossia lo stesso tipo di cane mastino usato frequentemente dai  macellai e che a volte, fuggendo e mordendo la gente, faceva intervenire le autorità con sanzioni al proprietario (che pagava una tassa) o l’abbattimento dell’animale. Tali situazioni erano particolarmente attenzionati dalle autorità di comuni belgi come Chimay, Huy, Virton e Charleroi.  Le autorità belghe, quando il numero di randagi era oltre la norma o si verificavano emergenze sanitarie, effettuavano campagne di avvelenamento con la stricnina.

Cani ovunque nel quadro di Pieter Bout, Représentation théâtrale sur la place des Bailles,  fine XVII sec.
(Musée de la Ville de Bruxelles – Maison du Roi).

Da notare che i cani da lavoro avevano la coda amputata (non quelli da caccia e dei pastori, già riconoscibili come appena scritto) proprio per identificarli. Per esempio i Mastini Belga da traino l’avevano corta e oggi chi sta ricostruendo questa razza si danna perché ha sempre la coda lunga (ovvio, prima gliela tagliavano…). Pertanto anche agli Schipperke dei calzolai, essendo cani da lavoro, probabilmente veniva tagliata, per evitare che finissero ammazzati visto che gli abitanti di Bruxelles venivano soprannominati Zinneke, lo stesso nome con cui nel medioevo venivano chiamati i cani randagi che si aggiravano intorno allo Zenne, il piccolo fiume che attraversava la città e le cui sponde, appunto, pullulavano di zenneke o zinneke, ossia cani randagi (con la coda lunga) portatori pure di malattie e quindi da sterminare.

Si racconta che intorno al 1690 i calzolai del quartiere di Saint-Géry organizzarono una mostra competitiva di Schipperke nelle domeniche designate sulla Grand Place di Bruxelles. A quel tempo, gli operai esercitavano spesso la loro ingegnosità realizzando collari di ottone o rame martellato o intagliato per i loro Schipperke. Sempre mantenuti scintillanti, questi collari venivano indossati solo la domenica e venivano allacciati in modo tale da non danneggiare il pelo dei cani. Su questa storia però qualche dubbio viene: perché mai i calzolai, che avevano il cuoio ed erano capaci di lavorarlo, avrebbero dovuto fare invece i collari tutti in metallo, che era tutt’altro lavoro? Quando in tutto il mondo i collari venivano fatti proprio in cuoio? Forse un collare di cuoio non può essere abbellito, lucidato, intarsiato e decorato?

Il racconto narra di una decisione piacevole e simpatica, ma scavando un po’ si scopre il peggio. Saint-Géry era la più grande isola del fiume Zenne (anche detto Senne) a Bruxelles. Anzi,la città nacque lì e il suo simbolo, l’iris, è dovuto alla gran quantità di tali fiori che crescevano sull’isola. Durante il medioevo Saint-Géry ospitò una grande quantità di pescivendoli, i quali usavano il fiume per cambiare l’acqua nelle loro vasche in cui allevavano il pesce, che era estremamente importante poiché i digiuni prescritti dalla chiesa erano rigorosamente rispettati, ma era consentito mangiare pesce. Quando però sull’isola si insediarono conciatori di pelli, tintori e calzolai, cominciarono a scaricare i propri rifiuti tossici nel fiume. Ergo, addio pesce. Il fiume divenne terribilmente inquinato e a ogni inondazione riempiva di liquami nauseabondi la città, finché intorno al 1870 lo Zenne in quel punto fu coperto e l’isola cessò di esistere. Ovvio che calzolai e conciatori avessero gli Schipperke. Nel XVII secolo i ratti, attirati dalle pelli, che mangiavano, e del tutto indifferenti all’acqua inquinata (possono bere tranquillamente l’acqua di fogna e vivere per mesi bevendo acqua di mare tre volte più salata), potevano essere contrastati, poco, solo da cani e gatti. Diciamo che l’iniziativa dei calzolai oggi appare più un tentativo di crearsi un’immagine e riscuotere qualche simpatia tra quelli di poca memoria. Sarebbe come se oggi la società Autostrade per l’Italia donasse a ogni abitante di Genova un modellino del ponte Morandi…

Lo Schipperke, anche un fedele e gioioso cane di casa.

Il nome della razza, Schipperke, tuttavia appare solo nel 1883 nel primo volume del Libro Genealogico Belga, intitolato Livre des Origines Saint-Hubert (LOSH) e che lo definisce cane da pastore, visto che il suo lavoro originario e primario era la conduzione di pecore e oche. Una curiosità: l’American Book of the Dog del 1891 citò un residente di Anversa il quale disse: Sono sempre stati chiamati Spits in Belgio, e se si chiedesse a un commerciante di cani qualcosa sullo Schipperke, non saprebbe di cosa si parli. Il nome Schipperke è stato dato quando alcuni allevatori hanno creato il club, e quando gli ho chiesto, in seguito, perché non avessero dato alla razza il suo nome comune, risposero che il Pomerania era già stato chiamato Spitz in Germania, e inoltre che un nome strano avrebbe reso il cane più attraente per gli stranieri!

La dicitura nel primissimo libro genealogico belga citava curiosamente terrier a pelo corto, con orecchie erette, senza coda, una razza fiamminga, Schipperke. Ovviamente non si tratta di un Terrier e in effetti le autorità cinofile belghe e la FCI non hanno mai avuto in mente o preso in considerazione di classificare gli Schipperke nel III Gruppo di razza FCI, il gruppo dei Terrier, o nel Gruppo V, il gruppo dei tipi nordici, spitz o primitivi. Lo Schipperke, un tempo meno compatto di quanto lo sia ora, non è neppure un Pastore Belga in miniatura, essendo anche più antico. Victor Fally, uno dei fondatori dello Schipperke Club, scrisse che il monaco Venceslao nel XV secolo riportò che le corporazioni dei commercianti di Bruxelles possedevano un cane da casa senza coda, e quindi secondo Fally non poteva essere altro che lo Schipperke. Chissà… Non si capisce chi sarebbe stato questo  “monaco Venceslao”, a meno che non intendesse Venceslao di Lussemburgo, che non era un monaco ma un monarca, ergo qualcosa di più essendo sovrano del Sacro Romano Impero, re della Boemia e duca di Lussemburgo. La moglie di Venceslao fu Giovanna di Brabante, tra l’altro duchessa di Brabante (titolo utilizzato dagli eredi di sesso maschile al trono belga) e duchessa di Limburgo (parte del Belgio).

Si racconta di Guglielmo I, principe d’Orange (1533-1584, noto anche come Guglielmo il Taciturno), leader olandese all’inizio della Guerra degli Ottant’anni per l’indipendenza dalla Spagna  ed eroe nazionale d’Olanda e Belgio. Sarebbe stato salvato da un aspirante assassino da due cani neri e senza coda e pertanto si ritiene fossero Schipperke. Storicamente però non ci risulta. Quello che viene definito “un aspirante assassino” in realtà erano nientepopodimeno che 600 soldati scelti e capeggiati da un certo Julien Romero, durante l’assedio di Mons del 1572. L’attacco notturno a sorpresa causò grande strage ma fu tanto veloce e perfetto che Guglielmo non se n’era reso conto. Fu il suo cane – che si chiamava Pompeo e che dormiva nella tenda – a svegliarlo.  Guglielmo, che prudentemente teneva sempre il suo cavallo già sellato vicino alla tenda, fu tanto lesto da montarlo e fuggire, mentre i suoi segretari e attendenti non riuscirono e furono trucidati. Come scrisse in Rise of the Dutch Republic John Lothrop Motley, da allora e fino al giorno della sua morte il principe tenne un cane della stessa razza nella sua camera da letto. Spesso le statue del principe lo raffigurano con un cagnolino ai piedi. Per esempio, la statua realizzata da Hendrick de Keyser il Vecchio – che fu contemporaneo di Guglielmo, avendo 19 anni quando il principe fu assassinato (di giorno e a tradimento da un ospite, con un colpo di pistola) – mostra un cane, e non è certamente uno Schipperke. E neppure un Carlino, come dicono altri.

La tomba di Guglielmo I, opera di  Hendrick de Keyser il Vecchio,
chiesa di Nieuwe Kerk, Delft,  Paesi Bassi. Si noti il cane.

Lo Schipperke era il cane dell’uomo comune, ma divenne noto quando lo ebbe la regina Marie-Henriette de Habsbourg-Lorraine, moglie del famigerato re Leopoldo II del Belgio – quello che fece sterminare oltre 10 milioni di indigeni in Congo e faceva tagliare le mani a chi non raccoglieva abbastanza caucciù, con cui si producevano allora gli pneumatici delle autovetture. I due furono costretti a sposarsi per motivi politici, e il matrimonio fu un tragico evento. Basti pensare che al momento dell’incoronazione come re, Leopoldo costrinse la moglie, madre dei suoi tre figli, a scendere dal palco e sedersi tra il pubblico… Comunque Marie-Henriëtte, ungherese, era bella, grande cavallerizza e amante degli animali, tanto che ebbe una scimmia, vari cani di razza Grifone di Bruxelles, una cinquantina di cavalli – fattrici, pony e stalloni (alcuni li domò lei stessa!) – pappagalli e pesci. Ad una mostra nel 1885 vide uno Schipperke, ne fu colpita e lo acquistò. A proposito di quel che abbiamo scritto sopra, non era nero ma fulvo (incrocio con Volpini di Pomerania?)… Probabilmente la regina  Marie-Henriëtte vide questi cani ancora prima, poiché a un certo punto abbandonò il marito lasciandolo alle sue note amanti e si trasferì nella villa reale di Spa. E proprio all’esposizione di Spa la razza fu riconosciuta nel 1882.

Fatto sta che di conseguenza gli Schipperke divennero famosi nel mondo nobiliare, non solo belga, e quindi sarebbero stati talmente richiesti ed esportati in Gran Bretagna, che il loro numero in Belgio diminuì tantissimo. Sappiamo che c’è chi crede a questa storiella, ma noi di K9 Uomini e Cani di sicuro no. Lo Schipperke era uno dei cani più comuni del Belgio, come mai avrebbe potuto accadere nell’arco di pochi anni? Si scrive che gli inglesi perlustrarono tutto il Belgio alla ricerca di Schipperke e che di solito riuscivano a procurarseli a un prezzo molto basso, finché alcuni cinologi belgi decisero di intervenire fondando lo Schipperke Club nel 1888 (quello britannico fu fondato nel 1890) e nel giugno dello stesso anno redassero il primo standard. Come diceva un famosissimo politico italiano, a pensare male si fa peccato però spesso si azzecca… Potremmo sospettare che, oltre a essere interessati alla razza, gli allevatori fondatori del club belga  fossero anche – del tutto legittimamente – ingolositi dal potenziale business. Ricordate ciò che abbiamo scritto e che riportò l’American Book of the Dog? Un nome strano avrebbe reso il cane più attraente per gli stranieri! E dove c’erano gli stranieri più abbienti? Proprio a Spa, e potremmo dire che organizzare proprio lì il riconoscimento della razza sia stata un’iniziativa lungimirante.

Spa, nella provincia di Liegi e nei pressi della Foresta delle Ardenne, era una località di destinazione termale già nel XIV secolo e fu particolarmente popolare dalla seconda metà del XVIII secolo per tutta la nobiltà europea. Fu Giuseppe II, imperatore del Sacro Romano Impero, che, soggiornando a Spa nel luglio 1781, dichiarò la città Café de l’Europe. Grazie all’afflusso di turisti inglesi (notoriamente patiti di cani), il nome Spa divenne, e lo è tuttora, un termine generico mondiale per il termalismo. Non solo, lì nel 1761 nacque il primo casinò moderno d’Europa (poi seguito da un altro) con sale da ballo, giochi e teatro, e tra  le personalità che vi soggiornavano c’erano Victor Hugo, lo zar Pietro il Grande, Giacomo Casanova, Voltaire, Alexandre Dumas padre e tanti altri.  Tutta la nobiltà europea vi si riuniva ogni estate. Inoltre, Spa, di lingua francese, era ai confini della Renania di lingua tedesca, dei Paesi Bassi meridionali di lingua olandese ed era vicina, con il suo principato di Liegi, alla Francia. Insomma, per citare Woody Allen nel film Amore e guerra del 1975, Spa era un posto dove i morti trapassano e i vivi se la spassano! https://www.youtube.com/watch?v=VWITAwrzLNA Esisteva persino il giornale Liste des seigneurs et des dames en séjour à Spa, una sorta di Novella 2000 che faceva gossip spettegolando sui cosiddetti Vip lì in vacanza. Quale migliore posto per presentare a gente danarosa una bella, simpatica, sconosciuta all’estero e accattivante razza di cani?

Comunque sia, in breve la razza fu fatta conoscere anche grazie a vari club in diversi continenti, tuttavia negli anni Cinquanta del XX secolo la fama degli Schipperke iniziò a scemare. In Italia è una razza poco diffusa e conosciuta, diversamente che in America e Russia dove è largamente allevata e molto ricercata. Ma merita di più: robusta, longeva, atletica, molto intelligente e addestrabile anche per gli sport e per la ricerca nel soccorso pubblico, equilibrata e affettuosa, particolarmente adatta anche ai bambini. Spiega Cinzia Vicini, dell’Allevamento Luna Cremisi: “Per essere una razza piccola è particolarmente prolifica, cinque-sei cuccioli sono la media ma si arriva anche a otto. I cuccioli nascono molto grossi, oltre i 180 grammi, in rapporto alla taglia da adulti, e sono precocissimi, a tre settimane mangiano già crocchette o carne, probabilmente perché un tempo le madri tornavano presto al lavoro. Essendo cani da lavoro le cucciolate non erano seguite dagli umani quindi probabilmente un alto numero e un peso considerevole alla nascita assicurava un’alta percentuale di sopravvivenza dei cuccioli”.

In Italia abbiamo avuto allevamenti di importanza mondiale come quello della Val Metauro della signora Angela Di Stefano, la cui opera (ed esemplari) è passata all’Allevamento Luna Cremisi della signora Cinzia Vicini. Lo standard americano e quello inglese prevedono una certa varietà per lo Schipperke. Esistono in questi paesi soggetti ammessi color crema, cioccolato e fulvo, ma lo standard belga e quindi anche della FCI e dell’ENCI ammettono solo un colore, il nero, che si addice a questo “piccolo diavoletto”.