Ma pensare di utilizzare il pur diffusissimo lupo per il traino era, per la maggior parte degli abitanti di quelle zone, un’idea assurda e pazza. Per creare il cane da traino c’erano in effetti voluti migliaia di anni e certo non qualche mese o anno come pensava qualcuno. Tanto che per procurarsi cani da slitta da vendere in Alaska e Canada il commerciante di pellicce russo William Gdosak nel 1908 andò a comprarli in Siberia. Si trattava dei cani oggi conosciuti come Siberian Huskies. In seguito altri fecero lo stesso. Il fatto è che il lupo fa il lupo, e non il cane. Quest’ultimo, per via della millenaria selezione, compie alcune mansioni come mai il lupo potrebbe (né vorrebbe…)  fare, sia fisicamente sia caratterialmente. Coloro che impiegarono i lupi per il traino lo fecero solo per un ritorno d’immagine, come nel caso di James Damrell il quale insieme alla moglie il 1 maggio 1912 partì da Seattle alla volta di New York con un carretto trainato da cinque lupi, come titolarono con grande enfasi i giornali.

Damrell, il quale crediamo fosse un “vecchio volpone”, in precedenza al giornale Eau Claire Leader Newspaper, che pubblicò la notizia il 16 febbraio 1912, raccontò che si era recato allo zoo di

Irvine Park dove acquistò due lupi adulti. Li avrebbe caricati lui stesso, insieme ai guardiani dello zoo, su un vagone ferroviario destinato a Mellen, nel Wisconsin, dove abitavano i Damrell. L’intenzione era quella di creare una muta di cinque lupi con i quali trainare un carretto pubblicizzante la “Cream of Rye”, era il una colazione a base di cereali prodotta da un’azienda alimentare. Quasi quattro mesi dopo, l’1 giugno, lo Stevens Point Daily Journal riportò che Damrell – ora si faceva chiamare professore… – stava addestrando i lupi a tirare il carretto proprio lì a Stevens Point, nel Wisconsin. L’intenzione era di fare in tal modo il percorso da questo stato fino alla città di New York. Come si potesse credere che due lupi adulti, senza dubbio terrorizzati dalla gente, treni, automobili e altro, potessero percorrere quasi mille chilometri trainando un carretto su strade colme di curiosi, è un mistero.

Fatto sta che una settimana dopo arrivarono a  Grand Rapids, sempre in Wisconsin, a poco più di 30 km dalla partenza. In una settimana intera! Cinque chilometri al giorno! Ovvio che della celerità a  Damrell non importasse nulla e del resto lui doveva fare pubblicità, mica una gara, e ciò significava arrivare in un paese o cittadina, fermarsi per soddisfare i tanti curiosi (a cui vendeva delle cartoline sulla sua “impresa”), andare in albergo (probabilmente gratis per via della pubblicità che gli faceva) e al ristorante (idem) e rinchiudere lupi e carretto da qualche parte per la notte. I giornali gli facevano da grancassa e la Janesville Daily Gazette ribadì che la mèta era New York. Damrell al giornale – forse dimenticandosi quanto detto prima sui due lupi adulti acquistati allo zoo, oppure cambiando versione davanti ai dubbi di alcuni – dichiarò che i lupi li aveva catturati lui a Cayuga, vicino a casa sua a Mellen, e che poi aveva allevato e addestrato pure gli altri tre.

Il 30 luglio – 44 giorni dopo essere partito da Grand Rapids – arrivò a Racine, sempre in Wisconsin, distante circa 190 km (meno di 5 km al giorno, quando una muta di cani da slitta ne percorre una quindicina in una sola ora!). C’è da dire che i lupi da cinque erano diventati quattro, non si sa come. Fatto sta che secondo il Racine Journal News crearono un incredibile interesse quando percorsero  la strada principale per fermarsi poi davanti al Teatro Bijou. Questa volta Damrell disse che era partito da Minneapolis (Minnesota) ma non era vero, il carretto era solo dotato di un cartello che pubblicizzava il mangimificio Minneapolis Cereal Co. che aveva sede in quella città! Per capire, da Minneapolis al vero punto di partenza di Stevens Point ci sono quasi 350 km… Già che c’era,  Damrell cambiò versione ancora una volta e disse che i lupi erano tutti stati catturati da cuccioli e che ora i più grandi avevano 4 anni di età e i più giovani 2. Non solo, dichiarò che prima della partenza era stato proprietario di un grande magazzino ad Ashland, Wisconsin, che aveva venduto per dedicarsi all’impresa.

Il 17 ottobre 1912 The Decatur Review pubblicò che Damrell e la moglie alla guida del carretto erano arrivati a Decatur (Illinois) verso le 5 del mattino e che (forse per via dell’ora) non avevano attirato nessuna attenzione. Il giornale specificò che ora la muta era formata da tre lupi siberiani (!), un Husky, un grosso cane dell’Alaska e un lupo canadese.  Damrell dichiarò anche che prevedeva di terminare il viaggio entro la metà di dicembre e di accettare un’offerta per andare a lavorare per due anni per l’Esposizione di Panama. Sappiamo che Damrell e signora non arrivarono affatto a New York – non ci sono notizie – e che procedettero verso la California, sempre fermandosi in città e paesi vendendo cartoline e cercando visibilità. Dovette essere una vita ben grama. A Hollywood vendettero la muta a un certo capitano Smith, addestratore di cani, ma dovettero tornarvi più volte per gestire i lupi. Damrell si vantava, e probabilmente diceva il vero, di essere l’unico uomo ad avere addestrato e usato dei lupi per il traino. Altri vi tentarono, incrociando lupi con cani Malamute e Huskies, ma fallendo. Si stabilirono infine a Plainwell, Michigan. Sappiamo dal giornale The Ironwood Daily Globe che il 4 ottobre 1937 tornarono a Mellen, dove avevano abitato e ideato l’impresa, per visitare degli amici. Poi più niente.

Attenzione, l’impresa di James Damrell comunque fu eccezionale, quantomeno per il coraggio che quest’uomo dimostrò nell’affrontare giorno dopo giorno difficoltà e imprevisti sempre presenti. I lupi (e così pure i cosiddetti ibridi, che sospettiamo a un certo punto siano stati in parte usati), come già detto, non sono cani: a pari dimensioni mangiano molto più dei cani; i cuccioli di lupo in cattività vengono solitamente prelevati dalla madre all’età di 14 giorni e comunque mai oltre i 19 giorni (a differenza dei cani che possono ancora essere socializzati all’età di 16 settimane); tendono molto più a lottare dei cani; in cattività sono molto diffidenti, timidi e persino paurosi e pronti alla fuga; hanno un istinto predatorio molto più sviluppato di quello dei cani (la muta di Damrell avrebbe potuto correre, carretto incluso, dietro a una gallina, un gatto o un cervo senza obbedire più all’uomo); necessitano di maggiore tempo per essere addestrati (i lupi fanno volentieri e bene solo quello che vogliono fare); non c’é certezza che obbediscano sempre, possono rivoltarsi contro il padrone e sicuramente molto più contro gli sconosciuti; si annoiano a svolgere operazioni ripetitive e dopo poche volte non lo fanno più; sono maestri nell’individuare modi per fuggire, e non sono certo obbedienti come la maggioranza dei cani che invece desiderano compiacere il loro padrone; i metodi coercitivi con i lupi non funzionano, perchè cercheranno di fuggire oppure di attaccare ma non cambieranno atteggiamento. Lo faranno solo con le buone, e finchè lo vorranno.

Un’altra cosa: la natura non ha certo creato il lupo per il traino, mentre l’uomo ha selezionato per migliaia di anni i cani per questa funzione. Nessun lupo potrà mai competere in tal senso con un cane di questo tipo e che, per le lunghe distanze, dev’essere compatto e forte ma non troppo grande. Un cane grande il doppio ha solo il 30% di capacità polmonare in più (però necessità di una maggiore quantità di cibo). Ci si domanderà quanto potessero, e possano, trainare i cani da slitta. Ecco un esempio. Nel 1975, Tatigat, un cacciatore, tornò a Igluliq (territorio di Nunavut, Canada) con la sua famiglia dopo un mese di caccia. Sulla slitta, di 6,5 metri di lunghezza per 1,2, c’erano la moglie, un neonato  e due bambini sotto i dieci anni di età, quattordici carcasse di caribù (renna selvatica), trenta pelli di foca, diversi teloni imbottiti, due scatole di legno con strumenti e utensili da cucina (pentole, padelle, ecc), due bauli, un grande mastello e per finire cinque cuccioli di cane di un mese d’età. I quattordici cani avevano tirato questa slitta, con una temperatura di -30°, per 130 km in sole 17 ore (incluso il tempo di fare allattare i cuccioli). Insomma, ogni cane tirò almeno un quintale, ossia 3-4 volte il suo peso, con un consumo giornaliero a cane di un chilogrammo di carne, grasso e pelle di foca, pari a 3.000-6.000 calorie. La differenza con una motoslitta è che quest’ultima, anche se più veloce e comoda, una volta spenta diventa gelida (il cane invece dà calore finchè vive), non trova da sè la strada di casa (come invece fanno i cani) e se rimane senza benzina non funziona più (i cani sopportano senza subire problemi digiuni di una settimana) e non si può mangiare in caso di necessità (i cani sì).

Altri in seguito si cimentarono in tali imprese, come Bill Brown, partito il 5 maggio 1912 da Nome in Alaska e che percorse addirittura 37.000 km attraversando il Canada e tutti gli Stati Uniti e terminando l’incredibile viaggio a Washington D.C. il  4 maggio 1918. La muta era composta da cani e lupi canadesi, con leader Duke, un Terranova. Fa persino sorridere pensare a un paragone con gli attuali Terranova che si vedono negli show cinofili di oggi…

Un altro che utilizzò i lupi, e pure i coyote, per il traino a dire il vero ci fu: il canadese Joe LaFlamme (1889-1965), famoso per la sua taglia e forza (e la sua personalità sovradimensionata), campione di wrestler, ma anche per la sua esperienza con i lupi. Nativo della zona di Montreal, visse dal 1920 a Gogama, situata sul lago Minisinakwa circa 190 km a nord di Sudbury. Quando nel 1923 perse la maggior parte dei suoi cani a causa del cimurro, iniziò a cacciare con le trappole. In una di queste un giorno finì un lupo e da quel giorno decise di prenderne altri e addestrarli per il tiro della slitta.

Durante un inverno, LaFlamme portò persino una muta composta da otto Husky, un lupo mezzosangue e quattro lupi canadesi (lupi del fiume Mackenzie, Canis lupus mackenzii) a New York, dove li guidò lungo Broadway, e più tardi, sul ghiaccio durante una partita di hockey al Madison Square Garden  tra Rangers e Bruins.

Joe LaFlamme con uno dei suoi lupi.

Portò la sua slitta con i lupi anche nel centro di Montreal, Toronto, Boston e  Rochester in aereo, lasciandoli – si dice – tutti e dieci liberi nella carlinga. Addestrava anche cervi e alci e anzi uno di questi, Mushkeg, il suo favorito, lo seguiva ovunque andasse, dalle eleganti sale per banchetti per un’insalata al pub locale per una birra (cosa indubbiamente rischiosa, essendo l’alce più pericoloso e imprevedibile di un lupo). Mushkeg partecipò persino a una convention Loyal Order of Moose a Columbus, nell’Ohio. Fu pure intervistato (l’alce…) dal vivo dalla radio ABC a New York…

Anche LaFlamme era convinto di una cosa e cioè: “Non si può mai domare un lupo, sono selvatici e il selvatico è sempre dentro. Devi capire cosa stanno pensando e come potrebbero reagire”. Quest’uomo decisamente ardimentoso – per sbarcare il lunario faceva pure il contrabbandiere – addestrò anche orsi e organizzò uno spettacolo in cui il suo orso Louis combatteva con il lupo  Maheegan. Ovviamente i due animali giocavano e si capisce che pure LaFlamme, come il citato prima James Damrell, pur amando gli animali, li utilizzava per guadagnare soldi. Quando i problemi di salute lo costrinsero a richiedere cure mediche regolari, tornò a Montreal, tuttavia aprì  un suo zoo privato e divenne un appassionato ambientalista.

Joe LaFlamme con i suoi lupi davanti all’Hudson’s Bay Company Outpost di Gogama.

Forse incuriosito, o incoraggiato, dalle esperienze con i lupi da traino di James Damrell e  Joe LaFlamme, decenni dopo volle sperimentare la cosa anche il noto biologo esperto di lupi Erik Zimen. Ma il suo esperimento fallì poiché i lupi ignorarono la maggior parte dei comandi e furono molto più inclini a combattere dei cani da slitta. Pure l’esercito degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale utilizzò con buoni risultati non lupi puri, ma incroci (selezionati e addestrati al centro di Camp Rimini) tra Alaskan Malamute, Husky, lupo e Pastore Tedesco, in quanto sapevano fare un po’ tutto ed erano facilmente addestrabili, anche per il traino. La finalità dei cani da slitta era soprattutto il recupero e trasporto di soldati feriti e aviatori abbattuti in luoghi molto disagevoli e montani. Ne salvarono durante il conflitto  un centinaio, senza contare i materiali trasportati.

In particolare, quando nel dicembre 1944 le forze blindate tedesche tentarono la controffensiva delle Ardenne, contarono molto sulle condizioni meteorologiche che difatti non permisero agli aerei alleati di intervenire. Fece così freddo, e cadde così tanta neve, che i mezzi si bloccavano e non si poteva trasportare i feriti (gli elicotteri allora non c’erano). Molti morirono, anche congelati. La situazione perdurò nella successiva e terribile battaglia. A quel punto gli Usa fecero partire dalla Groenlandia, Labrador, Terranova e da altre zone del Canada i 209 cani da slitta che furono caricati su quattro grandi aerei da trasporto. I cani erano legati – e stipati – all’interno degli aerei e per prevenire le zuffe fra cani che non si conoscevano si adottò il semplice stratagemma di volare a un’altitudine di quasi 3.500 metri. La diminuzione dell’ossigeno provocò nei cani una sonnolenza sufficiente da tenerli pacati, tranne due più caparbi degli altri. La zuffa finì comunque “solo” con un orecchio staccato. Molte vite furono salvate dai cani nelle Ardenne, sia statunitensi che tedesche.