(Segue dalla parte seconda) Nel 1779 un certo numero di persone e animali domestici furono morsi nel distretto di Belluno da un lupo idrofobo e molti morirono. Fu in Italia, sempre nel 1799, che Eusebio Valli (1755-1816) propose il primo vaccino antirabbia (per uso umano e veterinario), composto dalla saliva di un cane rabbioso, neutralizzato usando il succo gastrico di una rana. Non c’entra, ma vale la pena di scriverlo: Valli non solo era un grande scienziato, ma anche un uomo di cui purtroppo si è quasi perso lo stampo. Condusse esperimenti su numerosi vaccini. A Cuba, flagellata dalla terribile febbre gialla che colpiva soprattutto i ceti più poveri, al fine di studiarne meglio gli effetti si iniettò i germi di questa malattia, purtroppo morendone sessantenne. Eusebio Valli è sepolto nel Cimitero Monumentale “Cristobal Colon” a L’Avana. Il suo gesto lasciò basite pure le autorità cubane, che sulla sua tomba fecero incidere la frase: Victima de su amor à la humanidad.

Il medico-geografo francese François-Emmanuel Fodéré (1764-1835) descrisse la situazione delle Alpi Marittime, in cui i lupi erano molto numerosi fino all’inizio del XIX secolo. Cita che nel 1802 una lupa rabida seminò il panico sulla costa, da Sanremo a Nizza, mordendo ben diciotto persone. Si registrò però la morte di una sola bambina – a detta di Fodéré – poiché lui stesso curò i feriti con delle medicazioni al burro d’antimonio, uno dei pochi possibili o presunti rimedi conosciuti prima della vaccinazione antirabbica di Pasteur. Il burro di antimonio, o tricloruro di antimonio, è utilizzato per scurire l’acciaio, come mordente per i coloranti e come agente caustico in medicina. (F.E. Fodéré, Voyage aux Alpes Maritimes. Premier tome, Paris, 1821). Solo immaginabile, forse, il dolore di chi entrava in contatto con questo composto corrosivo, che provoca ustioni alla pelle, agli occhi, e alle mucose.

L’apparizione di un lupo, cane o altro animale dallo strano comportamento gettava la gente nel terrore. Poiché il cane è certamente l’animale che più spesso vediamo, spieghiamo quando il comportamento del nostro cane potrebbe preoccuparci. Come già scritto, esistono due forme di rabbia: paralitica e furiosa. Nella fase iniziale dei sintomi (prodomale) dell’infezione da rabbia, il cane mostrerà solo lievi segni di anomalie del sistema nervoso centrale. Questa fase durerà da uno a tre giorni. La maggior parte dei cani passerà quindi allo stadio furioso, allo stadio paralitico o a una combinazione dei due, mentre altri soccombono all’infezione senza mostrare alcun sintomo principale. La rabbia furiosa è caratterizzata da cambiamenti comportamentali estremi, tra cui aggressività palese e comportamento di attacco. La rabbia paralitica, nota anche come rabbia stupida, è caratterizzata da debolezza e perdita di coordinazione, seguita da paralisi e morte.

I seguenti sono alcuni dei sintomi della rabbia da tenere d’occhio nel nostro cane: convulsioni; paralisi; paura dell’acqua; incapacità di deglutire; cambiamento di tono delle emissioni sonore; mancanza di coordinazione muscolare; insolita timidezza o aggressività; eccitabilità eccessiva; irritabilità costante/cambiamenti di atteggiamento e comportamento; paralisi nella mandibola e nella laringe; salivazione eccessiva (ipersalivazione) o saliva schiumosa.

Un tempo, poiché si sapeva quale atroce fine aspettasse chi veniva morso, si preferiva alleviarne gli spasimi. In Francia, intorno al 900 d.C., un orso rabbioso morse venti persone che tentarono di ucciderlo, di cui sei  svilupparono la malattia e di conseguenza nello spazio di 27 giorni, man mano che i sintomi apparivano, furono tutti soffocati a morte dagli stessi amici e parenti. Ci si chiederà come mai gli altri quattordici non abbiano contratto la malattia, e la spiegazione è che, tranne miracoli sempre possibili per chi ci crede, si sarà manifestata in seguito – variando i tempi di incubazione da caso a caso – e quindi non siano rientrati nel resoconto della vicenda. Anche se mosso da fini pietosi, tale “trattamento” fu deplorato e criticato da Bernard-François Balzac (1746-1826), amministratore dell’ospedale di Tours nonché padre del famoso romanziere Honoré de Balzac. La sua preoccupazione principale, tuttavia, era che alcuni pazienti venissero eutanasizzati pur essendo solo affetti di idrofobia immaginaria. Insomma, che venissero sbrigativamente eliminati col solito modo, strangolamento con le lenzuola o soffocamento con il cuscino (poi bruciati). C’è da dire che Balzac temeva anche l’uso spiccio, con la scusa della rabbia, da parte dei parenti ansiosi dell’eredità o di nemici del paziente.

Un affetto da rabbia in ospedale (foto European Centre for Disease Prevention and Control).

Una delle persone azzannate (27, di cui 15 morirono quasi subito, per le altre non si hanno dati) l’11 maggio 1766 nel villaggio di Ozein, parrocchia di San Martin d’Aymaville, in Valle d’Aosta, in preda alle convulsioni e sbavante, benché legato tentò persino di mordere la madre (da J.C. Perrin., Aymaville, Aosta, 1997, p. 48). Nell’inverno 1879-80 un uomo di Vausse, nell’Avallon, dopo essere stato morsicato da un lupo rabido venne soffocato con un cuscino dai suoi stessi familiari, che non sapevano trovare altra soluzione per alleviare le sue atroci sofferenze. I più coraggiosi e avveduti, scoprendo la malattia e sapendo di non avere speranze, finché ragionavano preferivano suicidarsi.

In Francia, Italia, Belgio e altrove la gente comune sperava nella fede, e la prevenzione dal lupo, secondo il volgo dello Yonne (Borgogna), poteva avvenire tagliando in quattro parti una pecora e ponendole ognuna agli angoli di un campo, recitando poi: Santa Maria, re del Lupo, imbrigliate il lupo, Santa Agata, legategli la zampa, Santo Lupo, torcetegli il collo. Si celebravano anche apposite messe che, come il resto, non pare abbiano mai sortito risultati concreti. Ancora nel XIX secolo si poneva sul fuoco la chiave di una chiesa, applicandola poi, rovente, sulla fronte della vittima. Nel 1826 Collin de Plancy riferì nel Dictionnaire Infernal (Vol. 4, La Librairie universelle de P. Mongié aîné, Paris 1826, Ia edizione nel 1818, pp.339-40) di una Chiave di San Pietro consegnata dal primo pontefice a Sant’Uberto (656-727) e custodita nell’omonima chiesa delle Ardenne. Si diceva guarisse dalla rabbia.

La Chiave di Sant’Uberto, riprodotta sul libro Antiquités sacrées conservées dans les anciennes de
S.Servais, di Franz Bock e Michel Antoine Hubert Willemsen, Maestricht, 1871, pag. 71.

Vista la presunta, o spacciata, efficacia, di tali chiavi ne comparirono altre, come quella di Santo Stefano custodita nella chiesa cimiteriale della Madonna del Carmine di Prascorsano: In questa chiesa conservossi la chiave della vetusta cappella di S. Stefano, ove era sotterrata l’Adelaide. Superstiziosamente si correva quivi dai morsicati da cani arrabbiati per essere tocchi dalla detta chiave, creduta miracolosa (Antonino Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, vol. 6, F.L. Curbis, Ivrea, 1873, pag. 432). Fatto sta che l’ultimo venuto in cerca di salvezza fu visto morire sul posto dal prevosto e forse per tale motivo l’arcivescovo Franzoni la fece ritirare.

C’erano anche le Chiavi di Candia Canavese e di Rivalta. A proposito di quest’ultima nel 1853 la Gazzetta Medica Italiana citò il caso di un bambino dodicenne di Piossasco ricoverato il 10 dicembre 1853 presso l’Ospedale San Giovanni di Torino. Morsicato da un cane il 15 novembre 1853, il bambino era stato trattato a Rivalta con la chiave (però qui chiamata “di San Pietro”), che salvava la vita se applicata entro tre giorni dal morso. La Gazzetta Medica Italiana titolò l’articolo, e crediamo non potesse fare altrimenti visto che erano appunto medici, Un caso d’idrofobia per pregiudizi religiosi. Non erano medici ma semplici giornalisti, però, quelli de Il Lampione che in un articolo del 13 agosto 1861 ironizzarono sulle superstizioni legate a questa e altre chiavi miracolose antirabbiche. Del resto il 9 dicembre 1862 una diciottenne di Coazze, mandamento di Giaveno –  morsicata al mento un mese prima da un cane rabbioso – era stata portata vanamente dai genitori alla chiesa di San Pancrazio per farle applicare l’omonima chiave. Comunque era passato un mese, troppo per qualsiasi tentativo, medico o religioso.

Bisogna ammettere che i preti cercavano di fare l’impossibile, almeno nel dare qualche speranza e consolare i parenti. Magari esagerando un po’, visto quel che si legge nella benedizione della Chiave di San Pietro: Havvi in questa veneranda Arcipretura un’antiqua benedizione fausto retaggio de li frati del convento di detto luogo di Ripalta già nomatissima et illustre Abbadia Cistercense. Avvegnachè li terrazzani di detto luogo di Ripalta et eziandio le incola delle propinque terre di Orbassano, Villarbasse et Villar di mezzo (vide licet Roncaglia et Corbiglia) siano azzannati per le morsa de li cani rabidiet eziandio de le volpi et simili animali selvatici con numia fede et fiducia appropinqueno alla Chiesa di Rivalta il cui archipresbitero ha la facoltà della benedizione antirabbica. In apposito stipo della sacrestia invenitur clavis Sancti Petri Apostoli cum serico lemnisco, numisma clavium ferente atque stola rubra cum orationibus et deprecationibus congruentibus.

Una di queste chiavi – di foggia comunissima – fu ritrovata  il 9 maggio 2014 da don Stefano Revello (Gino Gallo, Storie rivaltesi, Alzani, 2015): è in ferro, lunga 17 cm e ha legata una medaglia con incisa la scritta Divo Petro Signum A. G. B. La sigla forse significa Ad Gesta Bellarum, ossia contro i morsi delle bestie. Anche dopo la scoperta del vaccino da parte di Pasteur –  ammesso che ci si vaccinasse prima dell’insorgere dei sintomi poiché in tal caso manco quello serviva –  buona norma era chiedere un aiuto ultraterreno, con tanto di immaginette.

Ex voto del militare Francesco Andreone, morsicato a una mano da un cane rabido il 30 novembre 1888. A destra c’è San Pietro con la chiave in mano (Archivio Parrocchiale di Rivalta, plico 204/6, Giuseppe Ricci)

Ex voto, Candido Cerano, morso da un cane idrofobo il 2 settembre 1899. Si affidò a Maria Ausiliatrice. (Archivio Parrocchiale di Rivalta, plico 204/6, Giuseppe Ricci)

Presunte cure, sempre del tutto inutili, esistevano ovunque. Presso i copti la persona morsa da un animale idrofobo veniva portata davanti a un sacerdote della Chiesa copta ortodossa, mentre un gruppo di sette bambini gli girava attorno sette volte cantando. Il sacerdote gli dava sette volte un pezzo di pane azzimo, poi sette volte un pezzo di formaggio e altre sette volte dei datteri, il tutto fra preghiere e canti. La persona veniva quindi unta con un cosiddetto “Olio di Apocalisse” e – dopo avere fatto tutte queste cose per sette giorni di fila – a parere del sacerdote e del volgo sarebbe guarito grazie alla benedizione di Dio e alle preghiere di Sant’Abu Tarabu (o Tarbu o Tarabo). Si specificava che questo rito poteva essere fatto sia sui cristiani sia sui non cristiani, nel senso che tanto l’efficacia era la stessa…

Comunque sia, che fossero cani o lupi, una volta rabbiosi pareva avessero una resistenza innaturale alle ferite. Il 26 maggio 1824, in pieno giorno, si vide una lupa aggirarsi lentamente e senza timore vicino alle case di Argenteuil, Francia. Il giorno dopo l’animale si avvicinò a un gregge, azzannò il cane da pastore e poi sbranò una pecora. Il proprietario del gregge e un altro uomo accorsero armati di fucile. La lupa abbandonò la carcassa e si diresse verso di loro. Colpita con una fucilata da una ventina di metri, parve non risentirne. Lo stesso dopo essere stata colpita una seconda volta. Alla terza fucilata cadde senza un grido, si rialzò sanguinante e se ne andò tranquillamente. La stessa mattina, intorno alle 11, venne organizzata una battuta e la lupa fu trovata grazie alla scia di sangue. Le spararono, mancandola, e allora l’animale attaccò ripetutamente il quarantaquattrenne Edme Maison, il quale nonostante fosse disarmato e azzannato alle mani riuscì a gettarla a terra tre volte di fila.

La lupa allora azzannò alla testa il diciassettenne Jacquard, poi corse in direzione di Argenteuil, dove inseguì il cane di un certo Payot. L’uomo accorse per difenderlo, e la lupa lo morse alla testa. Poi vide quattro bambini, azzannandone tre, e morse un uomo adulto, un ragazzo e il muso di un cavallo. Arrivata all’entrata del villaggio, ferì una pecora e un pastore, poi un altro uomo. Ricevette un colpo di vanga sulla schiena, ma non si fermò. Altri tre uomini adulti furono morsi alla testa e alle braccia. Corse poi verso un gruppo di donne ma gli uomini sopraggiunti la colpirono a sassate e colpi di vanga, uccidendola. La lupa, non grande e di circa due anni di età, durante gli attacchi si era rotolata nell’acqua di un ruscello e questo fece ritenere che non fosse idrofoba. Ma uno dei cani morsi pochi giorni dopo evidenziò di essere stato contagiato. Il ritardo dell’apparire dei sintomi fece sì che le ferite non venissero cauterizzate col fuoco com’era la norma (del resto praticamente inutile se le ferite erano profonde) e con i sali di antimonio. Su quattordici persone azzannate se ne salvò solo una, ferita leggermente. Il virus della rabbia portava sovente al ferimento o all’uccisione di più persone, spesso adulte perché proprio queste accorrevano a fronteggiare il pericolo.

Il terrore era anche giustamente motivato dalla visione delle vittime: Charolais, 1775: La mia parrocchia è stata teatro dello spettacolo più orribile e terribile del passaggio di un lupo rabbioso (…) Molti uomini, ragazzi e ragazze, avevano i loro volti strappati via e altre parti del corpo crudelmente lacerate. Per quanto riguarda i bovini utili al bene pubblico, in particolare i buoi, molti sono stati morsi da questa bestia crudele. Molte parrocchie del mio quartiere hanno avuto lo stesso destino (…) Questa terribile scena è arrivata il 9 di questo mese nella mia parrocchia e lo stesso giorno fortunatamente questo animale è stato ucciso nella parrocchia di Marizy-en-Charolais; questo non impedì a una dozzina di persone di quest’ultima parrocchia di essere vittime dei suoi denti arrabbiati. (Fonte: Archivio  Dipartimento Saone-et-Loire, 12 dicembre 1775, lettera del parroco di Confrançon al vescovo di Macon). Testimonianza confermata da quella del medico Blais, che si prese cura delle vittime (Fonte: Archivio Dipartimento Côte-d’Or, C 25, lettera del 3 gennaio 1776): A Confrançon questo animale feroce ha fatto danni spaventosi (…) fece a pezzi la moglie di un uomo di nome Barat: questa sfortunata donna era sola, indifesa e troppo lontana dalle case per chiedere aiuto. Questo animale crudele ha mangiato tutta la testa, spezzato i denti, strappò il seno, trascinò le viscere a più di 40 passi di distanza (…). Il marito di questa sfortunata donna fu costretto a raccogliere con un forcone le ossa e i resti terribili della ferocia di questo lupo, li mise su un lenzuolo e subito dopo sono stati dati sepoltura. Dodici giorni dopo, il luogo in cui questa povera donna fu sbranata era ancora macchiato con il suo sangue, si poteva vedere un ciuffo di capelli e un pezzo della pelle del cranio incastrato contro una zolla di terra.

Altro orrendo caso a Cenrechery (Haute-Marne), 1785: (…) nei vigneti, l’animale feroce si gettò su Nicole Poissenot, moglie di Jean Bouteille, viticoltore. La donna di 32 anni era incinta di otto mesi. La lupa rabbiosa inizialmente la morse gravemente nel fianco, la buttò a terra, la lasciò più volte e tornò anche diverse volte alla carica.  Ha rosicchiato e strappato tutta la sua testa, le ruppe i denti, niente più occhi, orecchie, guance, labbra, niente più fronte, nessuna figura più umana; c’erano solo pochi pezzi di carne rimasti; la bocca era solo un buco sempre aperto, nero e orribile. Non era possibile per lei muovere la lingua anche se mugolava ad alta voce e distintamente, non più carne sul collo, non più pelle sulla testa, il marito spaventato è scappato (Fonte: Archivio  Dipartimento  Haute-Marne, relazione del parroco di Decemy, Haute-Marne, 1 gennaio 1786).

Sarà bene chiarire una cosa. Spesso si sente dire o si legge che i casi del passato in cui i lupi uccisero e divorarono delle persone sono imputabili solo a lupi rabbiosi o addirittura a branchi di lupi rabbiosi. Questa è una totale falsità, anzi spesso una menzogna sapendo di mentire. L’animale in questa fase rabbiosa non beve, da cui il nome idrofobia, e non mangia e dunque la vittima non viene mai consumata, a parte l’eventuale e involontaria ingestione di piccole parti della vittima a causa dei morsi. Non sono mai esistiti dunque lupi rabidi conclamati che fossero antropofagi, e meno che mai branchi di lupi rabbiosi in quanto gli esemplari ammalati tendono a isolarsi. Lo stesso accade con i cani. Si noti questo pover’uomo, poi morto, e si capirà. https://www.youtube.com/watch?v=TOzIEQSaZjY&fbclid=IwAR35k0A5h3F2FLg9nSGZ0701xpMpQiqh9DOv-3t8UiLWESWuunF08RuXz24

Attenzione, l’innaturale aggressività, l’insensibilità ai colpi e alle ferite subite degli esemplari rabidi riguarda tutte le specie, non solo i predatori. Nell’agosto 2018  Dan Wherley si trovava su un kayak in un fiume della Pennsylvania con sua figlia di 7 anni e il cane, quando furono attaccati da un castoro.  Wherley raccontò: Ho sentito qualcosa afferrare il mio kayak e ho pensato fosse il mio cane che era saltato giù, invece era un grosso castoro che mordeva con gli enormi incisivi la barca. Continuavo a colpirlo con la pagaia, ma non si arrendeva, non ho mai visto un animale così insensibile e persistente. Mia figlia con il suo kayak ha raggiunto la riva e il castoro l’ha seguita. Allora sono saltato giù e ho continuato a colpirlo con la pagaia, con un bastore e con un grosso sasso preso dalla riva. Alla fine è morto e per fortuna non è riuscito a mordere nessuno di noi, il nostro cane segugio si era impaurito ed era scappato fin dall’inizio. Il corpo del castoro è stato sottoposto ad analisi da parte dei biologi, i quali hanno confermato che era affetto da rabbia. https://www.wral.com/lifestyles/pets/video/17760921/

Dan Wherley e il cadavere del castoro rabbioso.

La rabbia si dice abbia aver avuto origine in Europa, ma non siamo per nulla concordi. Si dice che la prima diffusione tra gli animali in Nord  America si verificò a Boston nel 1768 e da lì si propagò, nel corso degli anni, in diversi altri Stati fino a diventare comune. Tuttavia l’America fu colonizzata decine di migliaia di anni fa da popolazioni provenienti dall’Asia e che erano accompagnate da cani. Tutti sani? Forse. Inoltre in Centro e Sud America esistevano ed esistono specie di pipistrelli portatori di rabbia come il vampiro comune (Desmodus rotundus) originario appunto delle Americhe e che si nutre di sangue di animali ma pure, seppure in minore misura, di quello umano. Colà, dal Messico in giù, ci sono anche altre due specie di vampiri, il pipistrello vampiro dalle zampe pelose (Diphylla ecaudata) e il pipistrello vampiro dalle ali bianche (Diaemus youngi). (segue nella parte quarta)