Prendiamola alla lontana. La COVID-19, acronimo dell’inglese COronaVIrus Disease 19, è una tristemente famosa malattia infettiva respiratoria causata dal virus denominato SARS-CoV-2 appartenente alla famiglia dei coronavirus. A tutt’oggi ha fatto purtroppo milioni di morti nel mondo. Il virus si trasmette per via aerea, molto spesso tramite le goccioline respiratorie, tuttavia è possibile infettarsi anche dopo aver toccato superfici od oggetti ove sia presente il virus, portando poi le mani verso la bocca, il naso o gli occhi. Il virus, in condizioni ideali, può persistere su diverse superfici per ore o giorni. Coloro che sono infetti possono risultare asintomatici o presentare alcuni sintomi, tuttavia sembrerebbe che il SARS-CoV-2 possa comunque essere diffuso anche da persone  asintomatiche. Il periodo di incubazione varia da 2 a 14 giorni. Per individuare gli infetti si utilizza il tampone faringeo o ascellare, che viene quindi inserito in un apposito contenitore e inviato a un laboratorio di analisi. Insomma, ci vuole tempo.

Ma intanto il virus corre nel mondo e continua a mutare con sempre nuove varianti. E allora qualcuno ha pensato: perché non usare i cani, già impiegati con successo in medicina grazie al loro incredibile olfatto?

Sono già stati fatti studi come Detection dogs as a help in the detection of COVID-19 Can the dog alert on COVID-19 positive persons by sniffing axillary sweat samples? del dottor Dominique Grandjean (e molti collaboratori) dell’Université Paris Est, pubblicato all’inizio di giugno 2020. Questo studio è stato condotto con campioni sia positivi (101) sia negativi (97) al Covid-19 di sudore delle ascelle dei pazienti, prelevati da medici in diversi ospedali (Great Paris, Ajaccio, Beirut) seguendo le stesse procedure di protocollo. Per il campionamento sono stati utilizzati due tipi di supporti: tamponi di garza sterili o filtri di garza sterile utilizzati per il rilevamento di esplosivi; poi conservati in tubi di polimeri inerti utilizzati per il rilevamento di esplosivi, droghe o reperti criminologici. Il tutto chiuso in una busta di plastica con i relativi dati.

Il dottor Dominique Grandjean.

Lo studio ha coinvolto un totale di diciotto cani dei vigili del fuoco e della gendarmeria, già addestrati al rilevamento di esplosivi, alla ricerca e soccorso e per il rilevamento del cancro al colon con gas rettali. Non sono invece stati usati cani per il rilevamento di droghe poiché c’era sempre la possibilità che i pazienti esaminati, positivi o negativi al Covid, fossero consumatori di droga. Attenzione, tutti i cani, meticci inclusi, possono essere addestrati e  impiegati e il fatto che i diciotto cani utilizzati fossero in maggior parte Pastori Belga Malinois è dovuto solo al fatto che questa razza sia la più diffusa in Francia tra i cani da lavoro. I cani impiegati per la ricerca sono poi stati addestrati per il rilevamento degli ammalati di Covid-19.

Una cosa da valutare bene è questa: 1) I diciotto cani sono stati scelti tra quelli, tutti già addestrati, che svolgono quotidianamente mansioni nei vari enti. In pratica, selezionati tra cani a loro volta già selezionati, addestrati e operativi. 2) Di questi diciotto cani, tre sono stati ritirati dal protocollo per non essere in grado di adattarsi a una ricerca olfattiva su una linea di campioni, e altri sette sono stati ritirati per la necessaria riqualificazione di base, cioè un futuro ulteriore addestramento. 3) Quindi i cani impiegati sono stati otto (Guess, Gun, Oslo, Maika, Hk, Asko, Bella e Jacky) su diciotto, pertanto con tre diverse selezioni mirate. 4) Questi otto cani hanno dato risultati sorprendenti: quattro hanno avuto un successo del 100% e gli altri rispettivamente del 94%, 90%, 84% e 83%. Addirittura due campioni, definiti negativi dall’ospedale che li aveva consegnati, sono stati segnalati invece come positivi dai cani. Comunicata la cosa all’ospedale, si è scoperto che effettivamente i due pazienti erano infetti da Covid! 5) L’intero test è durato 21 giorni, perché la maggior parte dei cani non poteva lavorare su base giornaliera.

I test funzionavano così: i cani fiutavano in un cono corrispondente a ogni contenitore (ce n’erano fino a sette) con il campione e quando ne individuavano uno positivo vi si sedevano di fronte. Un successo è stato definito se il cane individuava il contenitore contenente il campione di sudore positivo. Un errore è stato definito se il cane indicava un campione negativo, anche se ne aveva  indicato correttamente un altro positivo. Non erano quindi ammessi sbagli. Tutti i portacampioni sono stati disinfettati con acetone e manipolati – dopo ogni prova e al fine di evitare qualsiasi contaminazione o interazione olfattiva – dalla stessa persona, che indossava protezioni sanitarie e un paio di nuovi guanti chirurgici ad ogni prova. Nessuna malattia, sintomo o anomalia clinica è stata segnalata su nessuno dei cani coinvolti nello studio durante l’intero periodo del test.

Una cosa da tenere da conto sono i fattori esterni, perché i cani devono essere concentrati. I motivi di alcuni dei segni di falso negativo verificatisi erano i seguenti: un cavallo passato all’esterno ma vicino alla sala dei test;  la presenza di una troupe televisiva troppo zelante che non ha rispettato le procedure stabilite; il campione negativo di una donna, la quale però durante il tampone era nel suo periodo fertile. Ben due cani, maschi, sono stati attratti dai suoi feromoni, anche se umani, e ciò dimostra che tali situazioni dovrebbero essere previste quando si utilizzano cani per questi test/interventi pubblici.

I risultati di questo primo studio di prova dimostrano che le persone positive al Covid-19 producono un sudore ascellare che ha un odore diverso, per il cane da rilevamento, rispetto alle persone negative. Ciò suggerisce fortemente l’ipotesi secondo cui i cani possono essere addestrati a rilevare persone infette.

Un altro studio, pubblicato il mese dopo, nel luglio 2020, è Scent dog identification of samples from COVID-19 patients – a pilot study dalla dottoressa Paula Jendrny (e altri ricercatori) dell’Università di Medicina Veterinaria di Hannover. La presentazione dei campioni, sia positivi sia negativi al Covid e provenienti da due ospedali, ai cani è stata condotta tramite un dispositivo chiamato Detection Dog Training System, della Kynoscience UG di Hörstel, Germania, che addestra cani e conduttori in particolare per il rilevamento di esplosivi, e vende dispositivi come appunto il DDTS. Questo dispositivo è composto da sette fori, con una griglia. Dietro ogni foro, due tubi conducono a due contenitori di metallo, di cui uno con il campione target e l’altro con il campione di controllo. Solo un contenitore è presentato in ogni foro in un dato momento poiché le coppie di contenitori si trovano su guide mobili all’interno del dispositivo.

La  dottoressa Paula Jendrny (a destra).

Dopo un processo di assuefazione di due settimane al DDTS, gli otto cani hanno avuto bisogno di  sette giorni di addestramento fino a quando il tasso di rilevamento è stato superiore alle probabilità. Non conosciamo le razze dei cani messi in campo, né se avessero precedente addestramento ed esperienza operativa negli enti deputati alla sicurezza, come invece è avvenuto con lo studio francese citato prima. I cani utilizzati dall’Università di Hannover sono andati in crescendo: hanno raggiunto un tasso medio di rilevamento del 50% il secondo giorno di addestramento, del 70% il quinto giorno e dell’81% il settimo giorno. In particolare, durante una presentazione di 1.012 campioni randomizzati, i cani hanno raggiunto un tasso di rilevamento medio complessivo del 94%. Tutto il personale era in piedi dietro il cane durante le prove per evitare distrazioni.

Attenzione, lo studio specifica però: “I risultati dello studio attuale sono promettenti, sebbene debbano essere considerati preliminari e l’idoneità per questo metodo di rilevamento sul campo può essere acquisita solo dopo che sono state condotte ulteriori ricerche. Il nostro lavoro fornisce i primi passi per lo sviluppo di un nuovo metodo di screening SARS. La sensibilità di rilevamento da parte dei cani può anche variare nel corso della malattia. La ricerca futura dovrebbe quindi concentrarsi sulla capacità dei cani di identificare i diversi fenotipi della malattia COVID”. Si tratta di studi preliminari, servono ulteriori ricerche! E lo studio specifica ancora: “Capire meglio perché esiste questa gamma di sensibilità e come migliorarla potenzialmente sarebbe importante prima di considerare l’uso di cani da rilevamento sul campo“. Ripetiamo, prima dell’uso sul campo.

Il governo britannico ha stanziato 500.000 sterline per l’addestramento a tal fine di sei cani tra Labrador Retriever e Cocker Spaniel, con il coordinamento della London School of Hygiene Tropical Medicine e della Durham University. Anche in Corsica è partito un addestramento simile con il supporto delle unità cinofile dei vigili del fuoco di Ajaccio. Spiega Enrico Alleva, presidente della Federazione italiana delle scienze della natura e dell’ambiente e membro dell’Accademia dei Lincei: “C’è un interesse crescente verso questo ambito di ricerca, tanto che anche in Italia si sta valutando uno studio analogo all’Università statale di Milano”.

Infatti conferma Federica Pirrone, docente di Etologia veterinaria e Benessere animale del Dipartimento di Medicina veterinaria dell’Università degli Studi di Milano: “Anche noi stiamo analizzando la fattibilità di una ricerca specifica sui cani nella diagnosi del Covid-19. A differenza del tumore, però, il coronavirus può dare patologie multiorgano (polmonari, gastroenteriche, alterazioni nella coagulazione), quindi bisogna capire se il virus abbia una firma odorosa specifica e successivamente dove farla cercare ai cani. Non ultimo occorre disporre di un ambiente che garantisca la massima biosicurezza, sia per gli operatori che per gli animali. Finora i rarissimi casi di coronavirus nei cani sono stati frutto di contagio da parte dei padroni, quindi va valutato anche questo aspetto. L’addestramento dei cani non sarebbe lungo da tre a sei mesi, meno della messa a punto di un vaccino comunque indispensabile né difficile e del tutto analogo a quello per fiutare un tumore o sostanze stupefacenti. L’obiettivo sarebbe quello di poter disporre dei cani in fasi precliniche visto che sono in grado di individuare, a esempio nei tumori, soggetti paucisintomatici, con sintomi lievi o assenti, anche in una fase iniziale della malattia”

La dottoressa Federica Pirrone.

Negli aeroporti si attuano vari metodi per rilevare il virus nei viaggiatori, tra cui screening della saliva, controlli della temperatura e tamponi nasali. Ma dagli inizi di agosto 2020 all’aeroporto di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e in collaborazione con la Dubai Health Authority, operano  binomi i cui cani sono stati addestrati per controllare i passeggeri in arrivo. Dicono che percepiscano i potenziali infetti fiutando tamponi strofinati al momento sotto le ascelle con un successo del 92%. https://www.youtube.com/watch?v=PZ5UVB2rMGc

Da settembre 2020 anche all’aeroporto di Helsinki viene offerto un test volontario senza che sia necessario un tampone nasale: i passeggeri in arrivo vengono  invitati a passarsi sul collo delle salviette per raccogliere campioni di sudore, poi le salviette vengono messe in appositi contenitori che vengono fatti fiutare, insieme ad altre con campioni senza dubbio negativi, da un cane addestrato. Se il cane segnala la presenza di Covid-19, questo campione positivo fa sì che il viaggiatore venga indirizzato al centro sanitario dell’aeroporto per ulteriori analisi.

Questa tecnica è stata studiata dalla dottoressa Anna Hielm-Bjorkman, ricercatrice dell’Università di Helsinki, che sta monitorando il processo e che ha sottolineato: “Sappiamo come i cani rilevano il Covid-19 dall’odore, ma non abbiamo ancora idea di cosa rilevano. Se lo scopriremo, potremo addestrare migliaia di cani in tutto il mondo“. Analoghi studi sono stati fatti da istituti scientifici di vari stati. Wise Nose, organizzazione finlandese specializzata nel rilevamento degli odori, ha collaborato con l’Università di Helsinki addestrando sedici cani, di cui quattro iniziarono a lavorare a settembre in aeroporto, mentre una parte non fu in grado di lavorare in un ambiente rumoroso, come dichiarato da Virpi Perala, rappresentante della rete di ospedali e cliniche veterinarie  Evidensia che ha finanziato la prima fase della sperimentazione.

La dottoressa Anna Hielm-Bjorkman.

Susanna Paavilainen, addestratrice cinofila di bio-rilevamento nonché amministratore delegato di Wise Nose, ha l’obiettivo ovviamente di mettere in campo un maggiore numero di cani addestrati e loro gestori, anche perché non possono operare continuativamente e quindi devono farlo a turni. ogni giorno. Alla Wise Nose in questo campo si è recentemente aggiunta la Nose Academy il cui staff, oltre alla Paavilainen, comprende tra gli altri anche Jouko Vepsäläinen, professore di farmacia all’Università della Finlandia Orientale, e un altro professore universitario. Nel loro sito specificano, simpaticamente, che tra tutti hanno sette cani, otto galline e due galli, tre  cavalli, due pecore e un pappagallo, e che quindi “capire gli animali è qualcosa per cui lavoriamo”.

Test all’aeroporto di Helsinki.

Sarebbe splendido se i cani fossero in grado di aiutarci nella lotta contro il Covid-19, e siamo dell’idea che lo possano fare. Salverebbero moltissime persone. Salverebbero l’economia non solo italiana, ma potenzialmente del pianeta. Ridarebbero il lavoro a interi settori oggi allo stremo causa pandemia. Già, ma dovrebbero essere messi in campo solo cani e gestori perfettamente addestrati e in stretta collaborazione con istituti scientifici. Insomma, roba seria.

Il rischio, e speriamo di sbagliarci, è che si inneschi in un prossimo futuro la discesa in campo di società raffazzonate (e non ci riferiamo certo a quelle succitate), professionalmente meno che valide, attratte dall’enorme business. Quante province, regioni, Asl sono disposte, giustamente, ad affrontare spese ingenti, seppure solo per pochi mesi di interventi, pur di bloccare il Covid-19? Tante, tantissime. E se i risultati saranno positivi, gli incarichi saranno prorogati, uno dopo l’altro. Il problema è il “se”. E di cani e gestori ne servirebbero moltissimi: se la Finlandia – che ha solo poco più di 5,5 milioni di abitanti e che ha un flusso turistico estero infinitesimale rispetto all’Italia che tra l’altro ha una popolazione undici volte superiore – ipotizza l’utilizzo di circa 1.000 cani anti Covid negli aeroporti, quante migliaia dovrebbe allora averne l’Italia? Quanti addetti e cani per i controlli nelle scuole di ogni ordine e grado, enti, ospedali, case di cura e così via?

Se gli esperimenti fossero positivi e se vi fossero garanzie e quindi autorizzazioni per un diffuso utilizzo, quante attività private si avvarrebbero di tali cani e gestori pur di tornare al precedente volume d’affari? Si pensi alle piste da sci, grandi discoteche, piscine, ipermercati e altri che perdono molti milioni di euro a causa della pandemia. Attenzione, benissimo se tale servizio fosse sempre di altissimo livello scientifico e operativo – e creerebbe anche posti di lavoro, che sono necessari – ma con la nota mentalità italica (all’estero non è detto sia diverso) si vedrebbe un proliferare di tali servizi, senza dubbio al ribasso e con relative conseguenze. E visto il potenziale business, magari la nascita di pseudo corsi, brevetti e attestati che arricchirebbero innanzitutto proprio chi li propone.

A metà gennaio è stata fatta una presentazione all’Aeroporto di Cuneo con due cani, un Bloodhound e uno Staffordshire Bull Terrier, in quanto si  prevedeva da febbraio l’utilizzo di cani per annusare la presenza di positivi al Covid fra i passeggeri in transito. https://video.lastampa.it/cuneo/melampo-e-paco-i-cani-che-fiutano-il-covid-all-aeroporto-di-cuneo/126754/126889

I cani in addestramento anti-Covid sarebbero sei e le aspettative sono ovviamente molte, tanto che La Stampa ha scritto forse con troppa enfasi che un cane addestrato sarebbe in grado in soli sei secondi di annusare ben dieci campioni, quando invece i vari studi scientifici indicano che ci vogliono dieci secondi per esaminarne uno. Non sappiamo chi abbia potuto riferirgli tale cosa. Ma non è questione di secondi, semmai di selezione e addestramento dei cani e dei conduttori nonché dei protocolli scientifici. Abbiamo cercato di saperne di più, ma ci è stato risposto dal legale di uno dei partner che “è stato ritenuto di non veicolare tali informazioni”. E perché mai, visto che si tratta di sanità e quindi di salvaguardia dell’incolumità pubblica e, se attuata operativamente, pagata da tutti noi e che ci riguarda?

Sappiamo che a un’azienda sanitaria partner – che lo fa gratuitamente, sottolineiamo – sono stati richiesti 500 tamponi negativi e 300 positivi al Covid-19 per l’addestramento dei cani e che questi vengono ritirati con cadenza circa settimanale. Questi tamponi, e altri, vengono portati per l’addestramento dei cani nei locali della Maxiemergenza 118 predisposti dal Dipartimento Interaziendale 118 della Regione Piemonte. Il problema è sapere come avvenga l’addestramento e in base a quale protocollo scientifico, visto che non esiste in Italia. Ci si è attenuti a quello finlandese? In Italia si usa quello della Finlandia? Convalidato e autorizzato da quale ente italiano?

Siamo certi che se lo siano chiesti, e si siano conseguentemente informati, com’è loro dovere, anche l’assessore alla Sanità del Piemonte Luigi Genesio Icardi e il responsabile Maxi Emergenza regionale 118 Mario Raviolo – entrambi con esperienza lavorativa decennale nelle Asl – ed entrambi presenti alla dimostrazione tra fotografi e giornalisti. Non solo, l’assessore Icardi sul sito della Regione Piemonte dichiara: “Può aprire scenari molto interessanti sul fronte della Sanità, rivelandosi più efficace degli stessi test molecolari, proprio per la capacità di anticipare l’esito diagnostico. E’ un progetto pilota unico in Italia che sosteniamo con entusiasmo e convinzione fin dall’inizio con la Maxi Emergenza regionale. Metodo innovativo, pronti all’impiego sul campo”. Solo che dal mondo scientifico nazionale e internazionale arrivano invece studi che dicono che non si è pronti, tutto qui. Ma il livello di interesse nel mettere in campo questa possibilità è così in tutto il mondo.

Dimostrazione all’aeroporto di Cuneo.

All’inizio di febbraio 2021 si è tenuta una presentazione di prossimi cani da rilevamento Covid-19 anche a Roma, all’aeroporto di Fiumicino. I tre esemplari  – il Pastore Belga Malinois Punish di 6 anni, e i Pastori Olandesi Lucy di 5 anni e Max di un anno e mezzo – infatti a oggi non sono ancora operativi ma in fase di addestramento, della durata media di 6-8 settimane. Sono i primi cani anti-Covid della Italpol Vigilanza di Roma, che impiega binomi cinofili. I cani vengono messi a disposizione dalla New Generation Service (NGS) sempre di Roma, che è una giovane realtà nel panorama della security italiana, in particolare per quanto riguarda i cani da rilevamento di esplosivi. Una branca della NGS è la Security Dogs che a Roma ha un’area destinata anche a campo di addestramento. Davide Plescia, direttore operativo, ci ha spiegato che stanno addestrando una decina di Pastori Tedeschi anti-Covid e che continuano ad arrivare richieste in tal senso. A domanda diretta ha risposto che i tamponi di infetti e non, necessari per l’addestramento, sono regolarmente autorizzati e manipolati secondo le norme. Il problema è che non esistono ancora protocolli scientifici in materia. Anche per Plescia esiste il timore che questo tipo di interventi vengano proposti da persone non adeguate.

Tuttavia, visto che abbiamo parlato con molti in questo nuovo ambito e tutti ci hanno risposto che sono sempre “gli altri” a non essere adeguati, sarà bene che le autorità pubbliche intervengano subito per controllare severamente e dare una linea scientifica obbligatoria, con tutti gli interventi repressivi che si rendano necessari.