In quello che è l’attuale Belgio vivevano molte tribù – Giulio Cesare ne citò sedici – alcune delle quali attraversavano la Manica e avevano territori nel sud della Britannia, in quello che oggi e il meridione della Gran Bretagna. Quando i belgi sepperò dell’avanzata delle legioni romane, che però si trovavano ancora in Gallia Cisalpina, si allearono con tribù amiche e nemiche per contrastarlo. Cesare venne a saperlo, accorse con le truppe e dopo una serie di battaglie ne sterminò gran parte e sottomise i sopravvissuti nel 57 a.C. Ci furono alcune rivolte ma cinque anni dopo la resistenza era finita. Cesare unì belgi, celti e aquitani nella provincia della Gallia Comata, che in seguito Augusto divise di nuovo in tre parti. L’esercito romano controllava quel vasto territorio con fortezze e grazie alla presenza a est delle legioni Legio X Gemina, Legio XII Primigenia, Legio VI Victrix e Legio XXI Rapax, che servivano a rintuzzare i tentativi di invasioni dei germani non sottomessi. Questo garantì per secoli lo sviluppo culturale ed economico della zona.

La Provincia Belgica, in rosso scuro, nell’impero romano.

Le legioni lungo i limes, come quello orientale, impiegavano diffusamente il canis pugnax e cioè il Molosso Romano (di provenienza greca) in varie mansioni, e soprattutto nella vigilanza delle fortificazioni, come spiegato anche da Publio Flavio Vegezio Renato ne l’Epitoma rei militaris (conosciuta anche come De re militari o con il titolo italiano L’arte della guerra), testo scritto fra il IV e il V sec. d.C. Si tratta di un compendio di opere precedenti scritte da Catone il Censore, Varrone, Aulo Cornelio Celso, Paterno, Frontino e altri. Nel testo (Libro IV, cap. XXVI) c’è scritto: Illud quoque usus inuenit, ut acerrimos ac sagacissimos canes in turribus nutriant, qui aduentum hostium odore praesentiant latratuque testentur. In pratica, Vegezio dice che sulle torri venivano tenuti cani da guardia aggressivi e di grande fiuto che percepivano l’arrivo del nemico e abbaiando davano l’allarme. Da notare: sulle torri, quindi con i soldati, in posizione elevata per meglio vedere e fiutare e al sicuro da eventuali nemici esterni o traditori interni che avrebbero potuto avvelenarli o comunque uccidere. Questo può fare capire la possibilissima origine del potente Mastino Belga, oggi estinto ma in “ricostruzione”.

I romani capirono subito l’importanza strategica e commerciale di quell’enorme area percorsa da fiumi navigabili e costruirono un porto in quella che divenne Anversa (che è nell’entroterra), strade efficentissime e nodi stradali protetti che divennero anche mercati prosperi. La Belgica, benché allora coperta da enormi foreste e paludi – che andavano ininterrottamente dall’attuale Francia fino alla Germania e di cui, come racconta Giulio Cesare, non si arrivava alla fine neppure dopo sessanta giorni di marcia – aveva comunque una prospera agricoltura, descritta da Plinio il Vecchio nella sua Storia naturale. Roma da lì esportava anche bestiame e lana. E finalmente qui parliamo di cani.

Nella Gallia, inclusa quella Belgica, pullulavano lupi, orsi e linci e pertanto dovevano esserci anche lì cani da protezione del bestiame, insieme con i pastori. Il problema è che non se ne sa nulla. L’unico cane belga conosciuto in grado di svolgere questa mansione, un tempo era il progenitore del Bovaro delle Fiandre, selezionato presso l’Abbazia delle Dune (in francese Abbaye des Dunes, in fiammingo Abdij Ten Duinen). Era un antico monastero cistercense delle Fiandre occidentali in cui furono incrociati cani progenitori degli Irish Wolfhound e Deerhound con grossi esemplari locali al fine di creare ausiliari in grado di fare la guardia, tirare carretti e così via. Tuttavia l’Abbazia nacque nel XII secolo e quindi non c’entra nulla con il periodo romano e neppure con quello precedente. Ricordiamo che nel Nord Europa i cani erano solo di tipo spitz, al massimo di dimensioni medie e assolutamente non in grado di fronteggiare fisicamente il lupo, mentre altri come il progenitore del Broholmer – che però è medievale – erano snelli cani da caccia in muta, specie al cervo, ben diversi da quelli attuali.

Di certo nel I secolo a.C.- I d.C. neppure le popolazioni belgiche potevano avere cani britanni tipo Mastiff in quanto allora tale tipo di cane non esisteva. I romani difatti in Britannia incontrarono solo piccoli cani detti Agassian e, in seguito, i grandi progenitori degli Irish Wolfhound e Deerhound, che erano potenti levrieri da caccia (inadatti quindi per la pastorizia) e da guerra che peraltro, checché se ne dica, mai combatterono contro le legioni romane e che quando furono importati a Roma nel III secolo d.C. furono ritenuti talmente inferiori ai Molossi Romani da essere mandati a morire nei circhi. Il Mastiff Inglese apparve storicamente solo dopo l’occupazione romana della Britannia, con ogni probabilità grazie a incroci Molosso Romano/progenitori Irish Wolfhound.

Eppure pare inpossibile che sia in Britannia – i lupi esistettero fino al XVIII secolo in Gran Bretagna – sia nella Gallia Belgica (i celti in quella che è l’attuale Francia avevano grossi cani, ma non se ne sa molto) non fossero presenti grandi cani da protezione sia prima sia durante il dominio romano lungo cinque secoli. Ricordiamo che in Europa molte attuali razze nacquero lungo le strade legionarie o dove c’erano presidi militari: il Garouf poi San Bernardo, il Grande Bovaro Svizzero, il Dogue de Bordeaux, il Rottweiler e così via. Si può supporre che l’estinto Mastino Belga, con ogni probabilità discendente del Molosso Romano, sia stato allora impiegato anche per la protezione del bestiame, almeno prima di avere un utilizzo primario e diffusissimo come cane da traino.

Mosaico romano di un Molosso incatenato, Parco Archeologico di Lilybaeum, Marsala, Sicilia.

Possiamo però ipotizzare che altri tipi di cani da pastore della Gallia, quella per intenderci francese, fossero impiegati anche lì. Ma allora perché non hanno lasciato traccia in Belgio, Paesi Bassi (quella che chiamiamo genericamente Olanda, anch’essa conquistata dai romani nello stesso periodo) e Germania? Ricordiamo che l’unico cane da pastore, a parte il bovaro Rottweiler in uso nel meridione, nell’antica Germania era l’Hovawart, che però ha origini medievali. Lo stesso vale per aree nord europee che in seguito diverranno la Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca. Niente grandi cani da protezione del bestiame.

Qualcuno potrà pensare che questi cani siano diventati inutili e quindi scomparsi, relativamente al Belgio, a causa dell’estinzione del lupo (che però vi è tornato in questi anni), ma il fatto è che questo predatore lì fu presente fino agli inizi del XX secolo. Re Leopoldo I del Belgio nel 1845 uccise un “enorme lupo” a Custinne; nella zona di Chimay l’ultimo lupo fu ucciso nel 1861; Auguste II de Bellefroid ne uccise un altro nel 1866 ad Habay, oggi imbalsamato al Museo della caccia del castello di Lavaux; un altro fu abbattuto da Grégoire Massange a Stavelot nel 1870 e l’ultimo delle Hautes Fagnes fu ucciso l’anno dopo da un oste di Bevercé; ancora nel 1878 un altro dal signor Brabant a Opont, vicino a Paliseul; un altro lupo nei boschi di Olingen (Betzdorf) ucciso il 24 aprile 1893, forse l’ultimo esemplare sopravvissuto nel Granducato di Lussemburgo; l’ultimo della regione d’Erezée fu abbattuto nel  1897, ma ancora nel febbraio 1902 accanto ai resti di un vitello furono notate le tracce di tre lupi al mulino di Mitauge, nel territorio di Gross Fays, a una decina di chilometri da Gedinne.

E questi sono solo i casi conosciuti oggi. Ricordiamo che anche se le attuali Ardenne coprono un’area molto più piccola – ma comunque ancora vasta –, in epoca romana la foresta Arduenna Silva si estendeva dal fiume Sambre in Belgio fino al Reno in Germania. Ancora nel XX secolo non c’era l’assoluta certezza che in quell’area non ci fossero più lupi. Insomma, i cani da protezione servivano ancora, ma non ne abbiamo alcuna illustrazione o fotografia, cosa stranissima. Eppure i pastori per controllare e proteggere il bestiame dall’alto – in uno stato con un’altezza media sul livello del mare di soli 100 metri e che nel Massiccio delle Ardenne arriva solo a 450, con la “vetta” a 694 metri – in Francia ma anche nel Belgio si erano inventati degli alti trampoli. In quei pantani e zone spesso allagate stavano in piedi saldamente grazie all’appoggio dato da un terzo bastone altrettanto lungo. A Namur, in Belgio, questo impiego è esistente fin dal medioevo e si organizzava anche una sorta di battaglia ludica tra trampolieri, non ben vista dalle autorità. Si studiava come tenere d’occhio il bestiame, ma non ci si dotava di cani che affrontassero il nemico?

Pastori su trampoli, 1830, di Jean Louis Gintrac (1808-1886).

Il fatto è che i cani del Belgio, con l’eccezione del Bovaro delle Fiandre che comunque pesa circa 40 kg nei maschi – e un tempo meno, soprattutto quelli dei pastori –, erano e sono tutti conduttori e non protettori, certo molto intelligenti, addestrabili, attivissimi, rustici, ma di meno di 30 kg e assolutamente non in grado di sopravvivere in un vero scontro con il lupo anche solo uno contro uno, e specialmente con il lupo euroasiatico Canis lupus lupus che viveva in Belgio e che poteva e può pesare anche il doppio di quei cani. Si cita che il progenitore del Pastore Belga sia il Leuvenaar, un cane di colore sovente nero impiegato fin dal XVII secolo nella zona di Lovanio (in fiammingo Leuven), che è il capoluogo della provincia del Brabante Fiammingo nel centro delle Fiandre e del Belgio, distante circa 30 km da Bruxelles. Ciò che stride – lo scrivono persino cinologi e allevatori cinofili belgi – è che questo cane sarebbe servito per proteggere il bestiame. Ma come potesse farlo pesando al massimo 18-20 kg è un mistero.

Herder in cirkel mangaan, Johannes en Henderkien.

Nei centri abitati era vietato detenere cani di grande taglia, come cita un manoscritto del 1356 ritrovato nella città di Lovanio: gli unici autorizzati (inclusi i levrieri) erano i nobili e l’esercito nel caso dei cani da guerra. I randagi venivano catturati e uccisi. I cani dei pastori però potevano legalmente essere grandi e infatti la pubblicazione La Maison Rusticique del 1640 trovata ad Amsterdam (Belgio e Paesi Bassi erano un tutt’uno) li descrive: Da schaepherdershondt in moet niet soo grof noch soo swaer zyn als die van de hoeve.. maer wel so sterck ende vroom… in eenichsins dapper in light .. meer lanc dan cort midts dat alle beesten die lanck van lichaam zyn rasscher loopen dan die cort en vierkant zyn. Che tradotto dall’olandese dice: “Il cane pastore non dovrebbe essere rustico e pesante come quello della fattoria, anche se dovrebbe essere forte e resistente. Molto coraggioso. Leggero, un po’ più lungo che corto, perché il cane più lungo si muove più velocemente (…) deve camminare a fianco del gregge e proteggere il bestiame dai lupi e dai ladri. Ubbidire al pastore e condurre il gregge”.

Pare di capire che la descrizione sia attinente un cane bovaro, anche se ne esistevano almeno di tre tipi: il già citato Bovaro delle Fiandre, il più piccolo Bovaro delle Ardenne con le orecchie a punta e la coda corta conosciuto un tempo come “bergeot”, e il più grande e robusto Bovaro di Roeselare (città belga un tempo passata alla Francia con il nome di Roulers e poi ai Paesi Bassi, e ancora al Belgio), un molossoide  dal pelo liscio. Senza dubbio queste tipologie di bovari si accoppiarono tra loro, con esemplari molto diversi uno dall’altro.

Attenzione, i bovari erano e sono pure loro cani da pastore, perché per pastorizia si intende l’allevamento del bestiame e cioè ovini, caprini, bovini, suini ed equini. Citando i bovari qualcuno potrebbe credere che badassero solo ai bovini, ma non è così, non erano e non sono specializzati. A leggere i testi di allevamenti, club ed enti parrebbe che nelle Fiandre si allevassero solo bovini. Ma le Fiandre fin dal medioevo erano famose per la loro produzione di tessuti di lana e, appunto, di lana, mica per i bovini. Nella seconda metà del XII secolo, con la crescita della popolazione e la richiesta di lana, si svilupparono centri di produzione nelle Fiandre e in Piccardia, come Bruges, Ypres, Gand, Tournai, Lille, Arras, Douai e Saint-Omer e, in minore misura, in Brabante, Malines, Bruxelles, Lovanio, Normandia, Caen, Saint-Lo, Bayeux, Rouen. L’allevamento locale non ce la faceva a esaudire la domanda, tanto che dalle Fiandre si comprava lana dalla Scozia, seppure meno pregiata. Le città delle Fiandre, Champagne e Piccardia formarono la Lega anseatica nel XII secolo che riuniva infatti venticinque città produttrici di lana. Nel XVIII secolo le città di Verviers (Belgio), Bradford (Inghilterra) e Roubaix (Francia) erano considerate le capitali mondiali dell’industria della lana.

Questo fa capire che le pecore anche nelle Fiandre erano preziose e che evidentemente erano protette da grossi cani e cioè da quelli che oggi vengono chiamati bovari. Arrivavano i lupi ma i cani bovari non venivano messi in campo perché “loro lavoravano solo per i bovini”? Ovviamente no. Non erano solo bovari infatti, ma cani da pastore come gli altri, buoni per tutto: per proteggere pecore, bovini, maiali, polli e case, tirare i carretti, e poi andare in guerra e in polizia, ecc.

Notare la robustezza e stazza di questo Bovaro delle Fiandre.

Una cosa che non appare affatto indagata in cinofilia – e che abbiamo fatto noi di K9 Uomini e Cani con notevole fatica, a dire il vero, attraverso rare documentazioni – è l’impiego del cane nella pastorizia in Belgio (e similari aree limitrofe). Bene, il concetto era, ed è, del tutto diverso da quello italiano, spagnolo o balcanico, in cui il pastore si avvale da millenni di un gruppo di affiatati e grossi cani da protezione.

Riassumendo, in Belgio: 1) Esisteva il pastore comunale, che badava al bestiame di tutto il villaggio. All’alba suonava il corno e allora i proprietari (che dovevano anche pagare una tassa per ogni capo di bestiame che si alimentava su terreni pubblici) liberavano gli animali – capre, maiali, cavalli, pecore e bovini –  che, ormai abituati, accorrevano da lui per venire portati al pascolo di proprietà comunale. Alla sera lo riportava, suonava ancora il corno e i proprietari aprivano le stalle e i recinti, con il bestiame che vi rientrava autonomamente (ma le riottose pecore facevano disperare e le raccoglievano i figli dei proprietari). La maggior parte del bestiame portava al collo un campanello o “campana” in modo che, se si fosse perso al pascolo, si potesse ritrovarlo. Secondo loro serviva anche a scacciare i lupi, che erano numerosi.; 2) Il pastore (uno tra i vari che si proponevano, scelti in base alle minori richieste economiche o per la nota capacità), che riceveva l’incarico dal sindaco sotto giuramento e che prima doveva superare delle prove di lavoro alla presenza dei proprietari del bestiame, in base all’articolo 12 dell’ordinanza del 1669 e alla legge del 29 settembre 1791 doveva essere obbligatoriamente uomo di buona reputazione e di riconosciuta probità; 3) Il pastore, diversamente da quelli francesi, non pare fosse armato della tipica “baionetta” ossia un bastone avente un’acuminata punta in ferro. Aveva solo un bastone molto ricurvo a una estremità unite da una corda su cui scorrevano due o tre piattini di metallo che, agitando il bastone, sbattevano e facevano rumore. Se due animali creavano problemi, per esempiò due cavalli o buoi in lotta, gli lanciava questo attrezzo, spaventandoli. Il cane allora lo prendeva e glielo riportava. Se il bestiame sfuggiva e danneggiava i vicini coltivi il pastore doveva rimborsare il danno, e se i lupi divoravano del bestiame il pastore, per non risarcirlo, doveva riportare qualche resto dell’animale; 4) Era vietato a chiunque non aderisse al pascolo collettivo pubblico di allevare bestiame, a meno che non avesse bastante terreno per produrre il fieno necessario al bestiame, questo perché sennò sicuramente l’avrebbe fatto pascolare abusivamente su terreni altrui o pubblici. La multa era salata, 3 fiorini la prima volta, la seconda il doppio e così via; 5) Il pastore, che poteva anche essere una donna, aveva ai suoi ordini piccoli aiutanti figli dei proprietari e il suo compenso era di circa 200-250 franchi l’anno, inoltre riceveva un tot per ogni capo dai proprietari, un paio di scarpe, regali vari dalle famiglie e aveva diritto (così come i maestri di scuola in base al numero di scolari, per esempio nella regione di Sûre) a mangiare – incluso il suo cane – a casa delle famiglie, a rotazione, per tante giornate quanti erano gli animali che faceva pascolare. Il lavoro cessava ad autunno e ricominciava a primavera, ma il pastore il giorno dell’Epifania andava di porta in porta cantando e riceveva da ognuno una forma di pane, vino, salumi, qualche soldo e altro.

Questa mansione andò sempre più riducendosi a causa del disboscamento, dei fertilizzanti che permisero raccolti anche in zone meno fertili, così i proprietari raccoglievano il fieno e recintavano i terreni. Quindi meno spazio per il pascolo, poco bestiame a cui badare e pertanto il lavoro del pastore divenne sempre meno pagato, fino a cessare se non nelle aree paludose e non coltivabili.

Finalmente arriviamo ai cani. Bene, questo “pastore comunale” di norma ne aveva uno solo, difatti leggiamo: accompagnato dal suo cane di grossa taglia, appositamente addestrato; il cane da pastore doveva essere provvisto di un bastone appeso al collo lungo un piede e mezzo; a La Gleize  ogni famiglia doveva mantenere lui e il suo cane per un certo numero di giorni all’anno, numero proporzionato al numero delle pecore appartenenti alla casa; a la Meuse il pastore ha un cane, e qualche volta un aiutante;  intorno al 1885 a Olloy il pastore si chiamava Cabaroun e aveva un cane e una capra di sua proprietà. Pur con un’attenta ricerca storica in varie lingue, non siamo riusciti a trovare dati sulla predazione del lupo sul bestiame all’epoca, che pure dev’esserci stata visto che tali predazioni sono iniziate appena il lupo è tornato in modo naturale in Belgio, pochi anni fa.

Torniamo ora al Mastino Belga, razza estinta ma in fase di ricostruzione da parte di alcuni appassionati. Dalla conquista romana al medioevo non si sa praticamente nulla, anche a causa della distruzione di fonti storiche. Durante la Prima guerra mondiale le truppe tedesche che in brevissimo tempo conquistarono il Belgio, per esempio, distrussero l’Università Cattolica di Lovanio, inclusa la storica biblioteca che conservava 300.000 libri e manoscritti medievali. Tuttavia dobbiamo presumere che questi molossi venissero impiegati – come altre razze o tipi similari – come bovari e cani da protezione del bestiame, in guerra e naturalmente nella caccia grossa. Nell’antichità e nel medioevo, sempre più rarefacendosi, in Belgio vivevano anche l’uro, alce, bisonte, orso, cervo e cinghiale. L’ultimo a estinguersi tra questi, a causa della continua caccia, fu il cinghiale (poi tornato), nel 1917 nella foresta delle Ardenne.

Belgio, caccia al cinghiale con i cani, XVI secolo.

Grazie anche a una statua esposta a Bruxelles, possiamo notare la somiglianza tra il Mastino Belga e il progenitore Molosso Romano, anche se nei secoli senza dubbio ci furono immissioni e incroci con altri tipi di cani similari impiegati dalla Francia e Spagna, che sottomisero quello che divenne poi il Belgio  (segue nella seconda parte).

Mastino Belga, Maison du Roi, Musée de la Ville de Bruxelles, XVIII secolo.

 Molosso Romano, II d.C., British Museum, Londra.