(Segue dalla prima parte) Una volta raggiunta la malga predestinata, l’attività motoria diminuiva, ma l’impegno aumentava. Di buon mattino, terminata la mungitura, le mucche uscivano dal barech (recinto, detto anche stazzo) ubicato nei pressi della malga e dovevano essere condotte sui pascoli più impervi e per questo motivo più ricchi di erba; e  lì mantenute sino al primo pomeriggio malgrado la loro ritrosia a muoversi su terreni scoscesi. Ciò avviene ancora oggi. Questo tipo di attività richiede cani con un carattere estremamente determinato e capaci di fronteggiare il pericolo senza esitazione alcuna. Si pensi che quando le cime delle montagne si rannuvolano e i temporali si avvicinano, le mucche cercano istintivamente riparo nei boschi che circondano gli alpeggi e muovendosi a passo di trotto rischiano di azzopparsi giù per le chine scoscese o, peggio, di finire in qualche dirupo. In queste occasioni, che possono capitare sia di giorno che di notte, bastano pochi cani, naturalmente Bergamaschi, che raggiungono velocemente le avanguardie della mandria e, con un rapido e a volte violento scontro frontale, bloccano istantaneamente la corsa e riconducono il gruppo nel luogo prestabilito dal mandriano.

Cane da Pastore Bergamasco al lavoro sulla mandria (1986).

Ai bergamini in malga si accompagnava sempre almeno un “casaro” al quale era, ed è tuttora affidato il compito della trasformazione del latte quotidianamente munto nel tipicissimo formaggio “Formai de Mut”. Il Branzi, il Taleggio (due località dell’alta Val Brembana) e le svariate formaggelle di malga costituiscono appunto il frutto di questo lavoro. Lo Stracchino, in particolare, si faceva con il latte della mucca “affaticata” dal pascolo in alpeggio (dal dialetto bergamasco aca straca, ovvero “mucca stanca”) e quindi con una minor quantità di latte, ma insaporito dalle erbe alpine. Il Casera, tipico formaggio d’alpeggio, è citato nel Codice Atlantico del 1500 attinente le opere di Leonardo da Vinci.

Tutti i formaggi lombardi sono vaccini e non esistono nella tradizione formaggi di latte di capra o di pecora, che sono, viceversa, tipici del centro Italia dove, da sempre, pascolano le greggi di ovini e caprini. Se non bastassero queste elementari argomentazioni, basti ricordare che sia le pecore che le mucche sono soggette ad ammalarsi di brucellosi, una zoonosi causata da batteri appartenenti al genere Brucella, presente in tutto il mondo, ma particolarmente pericolosa nei Paesi del Mediterraneo. La brucellosi colpisce diversi tipi di animali, fra cui mucche, pecore, capre, cervi, maiali e cani, costituendo un importante problema di sanità pubblica per le infezioni umane ed è causa di gravi danni economici negli allevamenti delle aree agricolo-pastorali. Nel corso degli anni, un’attenta azione di prevenzione è riuscita a eliminare la brucellosi dalle mucche nelle stalle, ma non dalle pecore transumanti ed è a tutti noto che una terra come la Lombardia, densamente popolata dalle mucche, non ha mai tollerato la presenza di pecore e i proprietari delle stalle hanno sempre visto con grande diffidenza le rare pecore di passaggio, tant’è che pur di evitare il contagio e tenerle lontane, sono sempre ricorsi a metodi drastici ed estremi, come il rapido utilizzo del fucile, pur di scongiurare un qualunque contatto.

Per definizione, consolidata tradizione e conseguente selezione, il Cane da Pastore Bergamasco deve essere considerato quindi un bovaro e non un cane da gregge, come molti erroneamente pensano. Questa indicutibile collocazione non significa che il Bergamasco non sia capace di condurre anche le pecore; tutt’altro, un soggetto addestrato conduce indifferentemente qualunque animale, dalla tipica pecora gigante bergamasca, ai cavalli. Il particolare risulta viceversa molto importante per definire con esattezza il suo standard e le sue dimensioni, sicuramente più importanti di quelle di altri conduttoriche vengono normalmente attribuite ai cani da gregge.  Non bisogna dimenticare, inoltre, che la Pecora Gigante Bergamasca era stanziale e non effettuava grandi spostamenti, proprio a causa delle sue grandi dimensioni che la rendevano molto meno agile rispetto alle pecore transumanti. Tutte le famiglie bergamine ne possedevano alcuni esemplari, che tenevano nei campi vicino a casa e che erano funzionali all’economia domestica. Dalle pecore, i bergamini ricavavano la lana, ma anche la carne, che debitamente essiccata (detta Bergna) era una componente fondamentale della dieta durante la lunga transumanza, quando non c’era né tempo né modo di cucinare. L’abbinamento del Bergamasco alla pecora come cane da pastore è quindi figlio di una pervicace ignoranza, frutto di un’evidente equivoco e una presunzione incontenibile.

Da sottolineare che alla fine dell’inverno le pecore di casa venivano tosate insieme con i cani, che presto sarebbero partiti per l’alpeggio, e che mai, in tutta la loro millenaria storia, i Bergamaschi hanno avuto inutili e schifose matasse di pelo morto addosso, come, purtroppo accade sui ring delle mostre canine. Mia nonna, che dopo la tosatura primaverile cardava e filava la lana di pecore e cani, mi raccontava sempre che “L’Alpino che era andato in Russia con le calze fatte con la lana del Pastore Bergamasco, si era salvato dal congelamento proprio grazie al cachemire finissimo di cui è formato il sottopelo dei nostri cani”.

Determinante, ai nostri fini, è la testimonianza del più importante storico bergamasco, Bortolo Belotti, che in quanto tale risulta particolarmente attendibile. La sua testimonianza, purtroppo, non è fotografica ma sicuramente visiva, nel senso che prima di dedicare una poesia al nostro cane, l’avrà sicuramente visto e osservato con attenzione. Nell’esordio della lirica, Belotti usa l’espressione vellosa forma, palpito di fiocchi. “Vellosa forma” è sicuramente coerente con la definizione “cane a pelo lungo”, ma il “fiocco palpitante” è, per sua natura, qualcosa di molto leggero e impalpabile. Se i Bergamaschi osservati dal Belotti fossero stati simili a quelli che si vedono alle mostre canine, sicuramente non avrebbe usato il termine fiocco, ma più correttamente “ammasso inestricabile di pelo morto”.

Esaurito questo indispensabile prologo ed affrontate queste argomentazioni generali che permettono di evincere con sufficiente chiarezza la vera origine del Bergamasco, entriamo nei dettagli. Morfologicamente parlando, il Bergamasco è un lupoide, ha la struttura del lupo, il quadrupede per eccellenza che non ha rivali in tutta la foresta, il più agile, il più potente, il dominatore assoluto, capace di vivere e cacciare in qualunque condizione climatica, senza esser costretto ad andare in letargo per sopravvivere. Il Cane da Pastore Bergamasco è un cane di media taglia; l’altezza al garrese per i maschi è mediamente fra i 60 ed i 62 centimetri, e per le femmine fra i 56 ed i 58 centimetri, ma non c’è da meravigliarsi, proprio in funzione del fatto che si tratta di un bovaro, che possa essere anche più grande. Il colore tipico del mantello è il grigio a macchie, ma sono ugualmente diffusi anche il nero zaino e l’isabella (color caffelatte). Il colore degli occhi è scuro, come pure il tartufo, e i polpastrelli è bene che siano scuri.

Pilù d’Egitto, Cane da Pastore Bergamasco maschio color isabella (2003). Notare la struttura.

Il Bergamasco, oltre che conservare intatto l’istinto del pastore, ha sviluppato, nella solitudine degli alpeggi, un forte attaccamento al proprio padrone con il quale condivideva, oltre che il lavoro, anche il cibo e il giaciglio. Pertanto è abituato ad ascoltare il proprio padrone e assimila in fretta i comandi che gli vengono impartiti. Fra le infinite necessità della pastorizia, spicca quella di far pascolare le mandrie senza che queste sconfinino nei campi coltivati o nella proprietà altrui. Il Bergamasco è quindi abituato a individuare le differenti colture e in genere tutti i segnali che il territorio presenta. Parallelamente è attratto dalle linee di confine (tecnicamente si definisce “attrazione dei bordi”) e, percorrendo una strada o un sentiero, tenderà a farlo solo lungo uno dei due lati. Il suo morso è un complemento delle sue capacità essendo in grado di dosarne l’intensità con estrema precisione, il ché lo rende particolarmente affidabile. Non è mai pericoloso se non c’è pericolo, il suo leggendario equilibrio lo rende sempre affidabile e per questo motivo può sempre stare al vostro fianco. Solo un cane che vi sta vicino vi può difendere, mentre quelli chiusi in un serraglio (perché mordaci) servono solo a far rumore e disturbare i vicini. La difesa della propria casa e della propria famiglia fanno parte stabilmente dei compiti di cui il Bergamasco si sente, naturalmente, incaricato di svolgere.

Psicologicamente parlando, dettaglio di fondamentale importanza, abbina le capacità del guardiano a quelle, ancor più rare, del bovaro conduttore. E’ l’unico esempio in Europa (e di conseguenza nel mondo) e in questo senso non ha rivali. Il cane conduttore ha innanzitutto attenzione nei confronti del suo padrone, che segue e controlla a vista costantemente, sempre pronto a ricevere un ordine e ad eseguirlo alla perfezione. Condurre una mandria, sia al pascolo che durante la transumanza, richiede, inoltre, una capacità supplementare che rende il Bergamasco unico nel suo genere. Mentre la pecora tende a seguire il pastore, rendendo la sua “conduzione” abbastanza semplice – tant’è che un po’ tutti i cani sono in grado di condurre delle pecore – la mucca, specie se all’interno di una mandria molto numerosa, tende a disperdersi sul territorio. Dal momento che non può essere “tirata”, ma solo “spinta”, il Bergamasco, dopo aver accerchiato e compattato il gruppo (tipico del lupo), si pone sempre alle sue spalle, in posizione dominante. Con estrema agilità e rapidi e superficiali morsi ai garretti, spinge nella direzione voluta l’intera mandria, senza perdere un solo soggetto.

Un giovane maschio di Pastore Bergamasco muove una mucca (1982).

Questa singolare capacità, stabilmente connaturata con il suo modo di essere, rende il Bergamasco particolarmente adatto alla guardia e alla difesa, perché, istintivamente, si porterà sempre in una posizione dominante alle spalle di qualunque estraneo. Nel caso il Bergamasco dovesse percepire un pericolo, nei confronti di un qualunque membro della sua famiglia, da questa posizione avrà un effetto micidiale e fulmineo, senza correre a sua volta alcun rischio. Per carattere si sentirà sempre amico e collaboratore dell’uomo e non un semplice automa; riuscirete a insegnargli qualunque cosa, ma mettete in bilancio che potrebbe rifiutarsi di ubbidire a un ordine inutile o assumere iniziative di difesa senza che mai l’abbiate addestrato allo scopo. E’ comunque grazie alla sua proverbiale adattabilità che lo ritroverete sempre al vostro fianco, in cima alle montagne od in fondo ai piedi del letto.

Passiamo infine all’argomento più discusso e discutibile: il pelo. Essendo un cane di montagna, il Bergamasco è protetto da un pelo abbondante. Il lavoro in montagna è molto faticoso ed è indispensabile garantire al cane la maggior agilità e leggerezza possibile. Da sempre tutti i cani vengono tosati a primavera in modo da affrontare l’intera fase lavorativa in piena libertà; già a fine stagione ogni soggetto avrà prodotto sufficiente pelo da garantirgli una morbida e calda pelliccia per tutto l’inverno. Questa è un’usanza certa, consolidata e indiscutibile. I cani rimangono agili, puliti e freschi anche sotto il sole dei duemila metri. La pessima usanza di lasciare che il pelo cresca sino a strisciare per terra, oltre che non essere tipica (i bergamini hanno sempre tosato e rispettato i loro cani) e del tutto infondata, è fonte di grande disagio e malattie per il cane, senza peraltro produrre alcun risultato positivo. Il pelo lungo riduce drasticamente la mobilità del cane, pregiudicando le sue caratteristiche peculiari quali l’agilità e la prontezza. Anche l’igiene e la pulizia vengono seriamente compromessi e con essi la possibilità di godere della sua impagabile compagnia.

Un Cane da Pastore Bergamasco secondo la visione da show.

Quelle, a mio parere, schifose matasse di pelo che imprigionano i poveri cani che, penosamente, sfilano sui ring delle mostre canine, in molti casi oltre che potenzialmente nuocere gravemente alla salute del cane, trattengono le evacuazioni dello stesso, creando un habitat ideale per parti di escrementi ed escrezioni. Se doveste far notare l’evidente stato di degrado e di sofferenza del cane, non fatevi ingannare dalla stupida risposta: “Ma io lavo il cane”. Innanzitutto è dannoso lavare il cane di frequente perché lo shampoo ha l’effetto di pulire il cane, ma anche quello, estremamente negativo, di togliere al pelo la lanolina, un elemento naturale preziosissimo che protegge il Bergamasco dalle intemperie. (Segue nella terza parte)

Ancora dal mondo dello show e da chi ne segue le scelte.